di Alice Celada, 2D
Quelle che credevamo essere semplici immagini, sono in realtà un potentissimo specchio di ciò che siamo. È questo il pensiero sul quale si fonda il “Progetto cinema” presentato ad alcune delle classi del liceo D’Oria, martedì 22 aprile. Il percorso, tra cinema, identità e rappresentazione, è stato in grado di guidare lo sguardo dei ragazzi, invitandoli a non far passare nulla inosservato e quindi trasformando la semplice visione in consapevolezza, partendo proprio dall’idea che “il cinema serve a comprendere ciò che ci circonda”. Facendo ciò, si è andati a guardare dietro la macchina da presa quelle che sono le più semplici scelte narrative che però nascondono i più importanti messaggi culturali. Il centro del progetto è semplice, ma incisivo: le immagini non sono mai neutre; ricostruendo la realtà riescono ad influenzare gli spettatori e inevitabilmente a cambiare il loro sguardo sul mondo. Dalle prime riflessioni sulla visione eurocentrica, fino all’analisi del linguaggio cinematografico, emerge una verità chiara: guardare è anche un atto politico e sociale.
Uno dei passaggi più forti è stata sicuramente l’analisi della rappresentazione della donna, in particolare nella pubblicità degli anni ‘60, con il concetto di male gaze, ovvero la figura femminile che diventa oggetto di desiderio sotto lo sguardo maschile e nulla di più. Attraverso esempi iconici come Marilyn Monroe, simbolo sicuramente di fascino, ma soprattutto di un sistema che l’ha intrappolata, gli studenti capiscono come il cinema possa non solo riflettere ma anche diffondere e consolidare stereotipi.
Ma il progetto esplora anche il cambiamento. Dalla rivolta di Stonewall alla progressiva inclusione di personaggi LGBTQ+ nel cinema, si traccia un percorso di emancipazione. Film come Philadelphia di Jonathan Demme o Brokeback Mountain di Ang Lee diventano strumenti per raccontare storie prima invisibili, rompendo il silenzio e ridefinendo i modelli culturali.
Il risultato? Un progetto che allo stesso tempo stimola, provoca e coinvolge, rendendo gli studenti spettatori attivi e facendoli interrogare sui meccanismi della rappresentazione. Perché alla fine, capire le immagini significa capire noi stessi e solo così possiamo cambiarle o accettarle consapevolmente.



all’eccellenza o si è semplicemente arresa alle logiche del risparmio?
Il punto di rottura è arrivato nell’aprile 2026, quando Trump ha attaccato duramente il papa sui social, definendolo “debole” e “troppo liberale”, soprattutto dopo gli appelli del pontefice contro la guerra e contro l’uso della religione per giustificare conflitti internazionali.
e malinconica che eternizza l’eredità umana. In Italia, Giacomo Leopardi diede voce a questa stessa tensione: la sua Luna è distante, una confidente a cui rivolgere domande che non hanno risposta, che evoca nel poeta il ricordo del passato e della giovinezza.
Quel fotogramma è diventato il simbolo dell’avanguardia umana. Il regista francese ci avvertiva che lo stesso progresso che lo aiutò a realizzare il film a breve ci avrebbe portato a conoscere da vicino la nostra “sorella” del cielo, come la chiamava San Francesco.







La scenografia ed i costumi di Marta Crisolini Malatesta in bianco e nero vogliono riportare il pubblico nell’ ambiente mitteleuropeo di Trieste di fine 800. I numerosi e rapidi cambi di scena mettono ordine tra i flashback rendendo lo spettacolo ancora più dinamico. Ma è l’ interpretazione di Haber a dare una marcia in più allo spettacolo: infatti la sua narrazione frenetica e imperfetta, che talvolta sfocia nell’ isteria, calza perfettamente con il personaggio di Zeno, sebbene talvolta sia di difficile comprensione per gli spettatori. L’ attore stesso recita con estrema espressività anche il monologo finale, riflettendo sull’intelletto umano e sull’ambivalenza dagli “ordigni” costruiti dagli uomini.
