Nella mattinata del 19 marzo la Fondazione Carige ha presentato il suo nuovo progetto “Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza” in collaborazione con la Camera di Commercio, con il fine di sensibilizzare i giovani nei confronti della sicurezza a seguito della tragedia di Crans-Montana.
di Virginia Sabatini e Riccardo Veneziani, 3D.
Lorenzo Cuocolo, presidente della Fondazione, ha ospitato Maurizio Caviglia, Segretario Generale della Camera di Commercio di Genova, e l’ingegnere Roberto Orvieto, specializzato in sicurezza antincendio, per il lancio del progetto rivolto alle scuole secondarie di secondo grado, che si basa sulla collaborazione tra gli enti accomunati dal desiderio di agire in prevenzione di eventi terribili come quello avvenuto nel locale “Le Costellation” il primo gennaio del 2026. È proprio durante la riunione straordinaria indetta due giorni dopo l’incendio che sono stati presi due provvedimenti inerenti ad esso. Il primo consiste nell’investimento di 30.000 euro nell’acquisto della bromelina, farmaco utilizzato per la cura di gravi ustioni, donata all’ospedale genovese “Villa Scassi”; il secondo invece riguarda l’iniziativa indirizzata agli studenti, vera protagonista della conferenza.
Ad illustrare più dettagliatamente gli argomenti e le modalità della proposta è stato l’ingegner Orvieto, che innanzitutto ha tenuto a specificare che non si tratterà di lezioni, ma di un trasferimento di esperienze da parte di autorità quali vigili del fuoco, psicologi e tecnici professionisti del settore. Il progetto “Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza” prevederà degli incontri, svolti in orario curricolare, dove sarà approfondita la regolamentazione della sicurezza aiutando così i ragazzi a riconoscere situazioni di pericolo all’interno dei locali in modo tale da saperle prevenire. Inoltre verranno fornite le indicazioni per contattare i soccorsi qualora necessario. Orvieto segnala l’utilità dell’applicazione Where Are U, che geolocalizza il dispositivo al momento della chiamata. Gli altri principali aspetti che verranno trattati saranno il comportamento dei materiali soggetti alla combustione e il triangolo del fuoco, i quali saranno esposti dai pompieri, e la reazione emotiva delle persone coinvolte, della quale si occuperanno degli psicologi selezionati.
Il progetto, prima di essere divulgato nelle scuole di Genova e di Imperia, si rivolgerà al Liceo Classico Andrea D’Oria, con il quale la Fondazione collabora da tempo e del quale sono stati invitati degli studenti ad assistere alla presentazione. È infatti intervenuta la preside, Maria Aurelia Viotti, per ringraziare e rimarcare l’importanza della trasmissione di competenze pratiche alle nuove generazioni al fine di fornire loro gli strumenti per proteggersi da eventuali pericoli. Si tratta di un percorso che nasce già come concreto, un provvedimento necessario a seguito di un disastro che ha scosso non solo la Svizzera, ma tutta l’Europa ed anche la stessa città di Genova.
Erano presenti anche altri esponenti delle principali istituzioni a dimostrare il loro sostegno nei confronti dell’iniziativa, come Stefano Balleari, Presidente del Consiglio Regionale della Liguria, che ha portato i saluti del Presidente della Regione Marco Bucci, ed Erica Venturini in rappresentanza del Comune di Genova e della Sindaca Silvia Salis.
“Accrescere la consapevolezza attraverso la conoscenza” arriverà nelle scuole a partire da mercoledì 8 aprile al ritorno dalle vacanze pasquali.
Genova, Villa Pallavicino delle Peschiere si trasforma in un palco per l’Inferno dantesco. L’iniziativa, promossa da Palazzo Foundation, ha scelto gli studenti del Liceo D’Oria come destinatari di un progetto nato dalla volontà di coniugare storia, arte e cultura per renderle vive e accessibili alle nuove generazioni.
di Emma Benvenuto, Elisa Candelo e Ilaria Canobbio, 3d.
“Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.”
Così inizia la Commedia di Dante e così inizia lo spettacolo “ItinerDANTE-Siamo Inferno” di Eugenio Di Fraia, attore e realizzatore del progetto insieme ad Angelo Marrone, ideatore ed esecutore della colonna sonora che accompagna l’intera performance. La rappresentazione “ItinerDANTE” porta in giro per l’Italia, tra teatri, palazzi e luoghi naturali, l’esecuzione teatrale di alcuni canti presi dall’opera più importante della letteratura italiana.
Come fece lo stesso Dante per le sue opere, questo spettacolo non parla ad ogni pubblico nello stesso modo: canti, interpretazioni e location variano per poter arrivare direttamente e con forza allo spettatore.
Eugenio Di Fraia nel percorso che ha intrapreso con “ItinerDANTE” si è trovato a contatto con un pubblico sempre diverso, fino a quello reduce dalla pandemia, per il quale ha deciso di esibirsi all’aperto per la volontà di rivedere le stelle che in qualche modo il covid ci aveva negato. Così attraverso un’opera che dà molta importanza agli astri ha fornito al suo pubblico la possibilità di stare all’aperto e rivedere il cielo.
Allo stesso modo, in base alla situazione in cui porta il suo spettacolo, sceglie canti diversi, in diverso ordine e diverso numero. Per l’occasione dell’esibizione a Villa Pallavicino delle Peschiere, parte di un progetto che tende ad avvicinare i giovani al teatro e far conoscere questa storica villa genovese, Eugenio Di Fraia afferma di aver scelto in base alla popolarità dei canti come spesso fa quando si trova in contesti scolastici.
L’attore spiega poi di aver aggiunto altri canti meno famosi ma a cui lui è particolarmente affezionato come il venticinquesimo, dedicato alle metamorfosi dei ladri nella settima bolgia. Qui le anime si fondono con i serpenti e scambiano forma umana e bestiale in un turbine di trasformazioni grottesche e violente. Un canto reso visivamente potentissimo dall’abilità recitativa di Eugenio Di Fraia e capace di sorprendere proprio perché estraneo alle aspettative di chi conosce la Commedia solo nei suoi episodi più celebri.
Lo stupore che tende a suscitare nei presenti è un altro elemento chiave delle sue esibizioni, per questo ha curato con particolare attenzione un impatto visivo diverso da quello a cui ci si aspetterebbe di assistere in una rappresentazione teatrale con Dante Alighieri come protagonista: vestiti grigi lacerati, anziché la toga rossa.
Particolare attenzione quindi è fornita anche ai personaggi: nonostante ci sia un solo attore in scena, Eugenio Di Fraia dà voce e corpo a tutti: Dante, Virgilio e le anime dannate. È proprio nel passaggio da un personaggio all’altro che emerge con più forza il dinamismo dell’Inferno: ogni anima ha la sua postura, la sua voce, la sua disperazione.
Le parole dei vari personaggi vengono interpretate con tragicità, la quale viene spesso a mancare nella lettura dell’opera, che nella maggior parte dei casi avviene in ambito scolastico. Le urla, il contatto con il pubblico, gli sguardi, il movimento convulsivo o rassegnato di un’anima in balia della sua pena diventano sensazioni tanto forti e vere da permettere allo spettatore di sentirsi parte della vicenda narrata da Dante.
Il coinvolgimento, sostenuto dalla colonna sonora di Angelo Marrone, è tale da far dimenticare che si tratta di un poema secolare. Questa chiave di lettura dà giustizia ai versi infernali di Dante, che spesso vengono letti dimenticandosi che per le anime dannate non è una commedia, come è per Dante, ma una tragedia eterna.
Anche la conclusione dello spettacolo è una sorpresa e per l’occasione è stato proposto il trentatreesimo canto del Paradiso, la cui interpretazione, oltre ad instillare un forte senso di solennità, va al di là del sentimento religioso e riesce a trasmettere un messaggio di speranza, perché qualsiasi sia la selva, l’essenziale è ritrovare la via.
di Ludovica Dufour, Margherita Manzone, Viola Sommer, 2B
L’articolo 9 della Costituzione della Repubblica italiana afferma che la Repubblica tutela il paesaggio e l’ambiente, riconoscendoli come valori fondamentali. Si tratta di salvaguardare un patrimonio. Il patrimonio di tutti noi.
Per comprendere come l’Articolo 9 della Costituzione trovi effettiva attuazione nella nostra città, abbiamo intervistato tre professionisti che, da punti di vista diversi, notano come sia mutato il paesaggio a Genova e suggeriscono come i cittadini possono collaborare alla sua conservazione: l’architetto Alessandra Quarello del Comune di Genova, il professor Riccardo Iesu, naturalista, collaboratore dell’Acquario di Genova e la fotografa Paola Leoni.
L’architetto Alessandra Quarello ha evidenziato l’importanza della conservazione e manutenzione delle aree verdi presenti a Genova e l’insegnamento del rispetto verso queste aree ai cittadini. Per progettare nuove zone verdi bisogna partire dal piccolo, concentrandosi su quelle già presenti e cercare di lavorare con lo spazio disponibile. Le strutture urbane possono contribuire con l’aumento di piante grazie ai tetti e le pareti “verdi”, si tratta di strutture, sia interne che esterne, dove presentano un vero e proprio ecosistema. Questo tipo di tecnologia aiuta l’assorbimento dell’acqua piovana, evitando episodi di allagamento, e dell’anidride carbonica.
La Liguria presenta molti ecosistemi diversi tra loro in un territorio piccolo: anche attraverso progetti europei si cerca di salvaguardare in particolare la fauna acquatica, ricca di microclimi diversi. Il professor Riccardo Iesu si occupa del progetto riguardante la riproduzione di una piccola tartaruga che vive soltanto nella nostra regione. Il progetto coinvolge anche enti esterni come l’acquario di Genova, l’università e la provincia di Savona. L’assenza di questa specie è un segnale d’allarme che significa che l’ambiente non è più adatto ed è stato modificato da diversi fattori.
Il professor Riccardo Iesu racconta come le tartarughe trascorrano i primi momenti di vita presso l’acquario per poi essere liberate in natura. L’obbiettivo di questi progetti è cercare di salvaguardare le specie marine ed evitarne la scomparsa. La Liguria ha avuto dei risultati di conservazione degli ecosistemi positivi con l’entrata di nuove specie nel territorio. Grazie al progetto di salvaguardia della fauna acquatica, c’è la possibilità per molte specie a rischio di continuare a vivere e adattarsi nel cambiamento dell’ecosistema.
Grazie alla fotografia si può notare il cambiamento di un paesaggio da due epoche diverse. Genova nei secoli è stata progettata e modificata sempre di più con strutture ed edifici. Paola Leoni ci ha spiegato come ha vissuto la fotografia anche grazie a suo padre fondatore dello storico Studio Leoni e come ha potuto vedere il cambiamento urbanistico in città.
Tutti e tre gli intervistati hanno spiegato come contribuiscono al cambiamento del paesaggio e come sia importante tutelarlo.
L’articolo 9 della Costituzione italiana ci insegna a rispettare l’ambiente, contribuendo anche con piccoli gesti nel nostro vivere quotidiano: un dovere di tutti i cittadini
Novemila studenti collegati da tutta Italia, cinque classi presenti in Sala Buzzati: un dialogo con le grandi firme del Corriere della Sera, tra storia, attualità e funzione del giornalismo ai tempi delle fake news.
di Pietro Enrico Barbieri, 1b
Beppe Severgnini
Mentre varco la porta della storica Sala Albertini, dove prima di me sono entrati giornalisti e scrittori come Indro Montanelli, Oriana Fallaci e Dino Buzzati, nella mia testa rimbomba una vecchia canzone dei Baustelle, Un Romantico a Milano: “Leggi, c’è un maniaco sul Corriere della Sera / La sua mano per la zingara di Brera, è nera”. Questo mi fa riflettere sull’enorme popolarità dell’istituzione che sto visitando insieme ai miei compagni, che poi è proprio la stessa cosa che abbiamo discusso poco prima nella Sala Buzzati, alla conferenza La libertà delle idee. Giornalismo, informazione e democrazia. Beppe Severgnini ha iniziato spiegando a tutti che il Corriere non è un semplice giornale, ma “parte integrante della storia d’Italia”. Ognuno degli ospiti, cronisti esperti e specializzati in diversi campi, ha poi offerto una prospettiva diversa sul mestiere di giornalista. Particolarmente interessante l’intervento di Beppe Severgnini, molto sciolto e a suo agio nel dialogo con noi studenti. Prima di oggi l’avevo visto molte volte in TV a parlare di cose molto diverse tra loro. Probabilmente questa esperienza lo aiuta a comunicare in modo così diretto e comprensibile. Dopo aver svelato a noi studenti qualche trucco per scrivere un buon testo – il suo metodo P.O.R.C.O., acronimo per: Pensa, Organizza, Rigurgita, Correggi, Ometti – ha spiegato il concetto del “giornale club”, un luogo metaforico di discussione, dibattito e scambio d’opinioni tra tutti i redattori.
Martina Pennisi
Martina Pennisi vede l’edizione online del giornale come una specie di estensione di questo “club”, aperto anche ai lettori, che possono commentare in tempo reale e interagire tra loro, purché questo avvenga in modo educato e rispettoso nei confronti di ognuno. Il suo modo di comunicare mi è sembrato molto diverso da Severgnini, più colloquiale. Infatti lei usava spesso metafore calcistiche di facile comprensione per un pubblico giovane e forse distratto. Venanzio Postiglione, invece, era il più elegante di tutti. L’unico a indossare giacca e cravatta, parlava lentamente e usava termini ricercati, che magari provengono dalla sua formazione classica. Non a caso ha affrontato temi complicati e storici come quello della censura, in tutte le sue forme possibili, raccontando certi episodi molto interessanti dell’epoca fascista, per la precisione il 28 novembre 1925, quando il direttore dell’epoca, Luigi Albertini, fu obbligato a lasciare la sua prestigiosa carica per non assecondare le richieste del regime di Benito Mussolini.
Venanzio Postiglione
Ho anche pensato a quante analogie ci siano tra il fascismo e le attuali dittature del mondo, come la Russia di Vladimir Putin, dove gli organi di informazione scrivono soltanto quello che vuole il governo. Ho trovato la spiegazione del “patto di fiducia” davvero illuminante, perché spiega qualcosa che noi, nel mondo libero occidentale, tendiamo a dare per scontato, cioè che le notizie che leggiamo sulle pagine del giornale siano vere. E invece non è per niente scontato, come dimostra l’esempio di coraggio di Luigi Albertini, costretto a dimettersi dal Corriere poiché non poteva più scrivere ciò che voleva come voleva. Anche l’infodemia così diffusa su internet, specialmente dopo il Covid, dimostra che il “patto di fiducia” è ancora attuale ai giorni nostri, in cui purtroppo le fake news sono diffusissime.
I giornalisti presenti all’incontro. Da sinistra: Venanzio Postiglione, Martina Pennisi, Beppe Severgnini e Marta Serafini
Il web è poi tornato in tanti altri interventi, che hanno sottolineato la velocità con cui le informazioni viaggiano, superando la carta. Anche il Corriere si è adattato a questa continua rivoluzione tecnologica, passando dall’essere un semplice giornale stampato a una rete multimediale, con oltre 5 milioni di italiani che giornalmente visitano il suo sito. Totalmente diversa l’atmosfera evocata da Marta Serafini inviata di guerra in Ucraina e prima ancora in diversi teatri bellici in tutto il mondo. Dalle sue parole ho capito che quello del giornalista è un lavoro potenzialmente pericoloso, che ti espone a incontri straordinari e rischi imprevedibili. Il giornalista infatti, per rispettare il famoso “patto di fiducia” con il lettore, deve assistere coi propri occhi ai fatti che riporta. Essere testimoni di una guerra non è facile, e, oltre ai rischi per la propria salute e incolumità, c’è anche un rischio che non avevo considerato, quello di diventare “soldati involontari” di una delle parti in guerra. Mentre Marta Serafini parlava, ho riflettuto su quante cose orribili deve avere visto una reporter di guerra come lei. Rispetto agli altri giornalisti invitati, mi è sembrata più cinica e pragmatica. Forse le esperienze che ha vissuto l’hanno segnata in profondità. Anche il suo abbigliamento era il più sobrio, come se fosse meno interessata all’apparenza e più alla sostanza.
Marta Serafini
Il giorno dopo la nostra partecipazione alla conferenza presso la sede della Fondazione del Corriere è scoppiato l’ennesimo conflitto tra Israele, USA e Iran. Quando l’ho saputo mi trovavo all’aeroporto di Milano e mentre salivo sul volo per Parigi ho subito pensato a Marta Serafini e mi sono chiesto se magari non stesse già preparandosi a partire un’altra volta per qualche lontano paese del Medio Oriente.
Benvenuti a teatro, dove tutto è finto ma niente è falso.
Portare in scena Il fu Mattia Pascal significa confrontarsi con uno dei testi più complessi di Luigi Pirandello. La recente reinterpretazione di Giorgio Marchesi sceglie una strada originale e coraggiosa: un monologo teatrale, sostenuto in scena unicamente dall’attore e accompagnato dalle musiche dal vivo del contrabbassista Raffaele Toninelli.
Premio Nobel per la letteratura nel 1934, Luigi Pirandello ha rivoluzionato la narrativa del Novecento attraverso una riflessione profonda sull’identità e sulle “maschere” sociali che imprigionano l’individuo. Il suo stile unisce introspezione psicologica e ironia amara, mettendo in scena personaggi sospesi tra ciò che sono me ciò che gli altri vedono. Il fu Mattia Pascal rappresenta una delle espressioni più emblematiche di questa poetica.
Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello racconta la storia di Mattia, che dopo essere stato creduto morto decide di cambiare identità e diventare Adriano Meis. Libero dalle responsabilità e dai problemi del passato, scopre che senza un’identità riconosciuta non può davvero vivere né amare. Quando tenta di costruirsi una nuova vita, si accorge che la libertà assoluta è una forma di solitudine e prigionia. Tornato al paese d’origine, trova la sua vecchia vita ormai perduta e resta “il fu”, sospeso tra esistenza e non esistenza. La reinterpretazione teatrale e la regia di Giorgio Marchesi valorizzano il conflitto interiore del protagonista, mettendo al centro il tema dell’identità frammentata e dell’ironia amara pirandelliana.
L’allestimento si distingue per una scenografia minimalista, quasi spoglia. Sul palco domina l’essenzialità: pochi elementi scenici, luci studiate per scolpire lo spazio e creare atmosfere mutevoli. La scelta di affidare la scena a un solo attore rappresenta una circostanza atipica, soprattutto considerando che Giorgio Marchesi è noto principalmente per il suo lavoro nel cinema e nella televisione. Questa dimensione teatrale, più intima e diretta, mette alla prova la sua capacità di sostenere l’intero peso narrativo. Accanto a lui, la presenza del contrabbassista Raffaele Toninelli aggiunge un elemento di grande suggestione: le musiche eseguite dal vivo non fungono da semplice accompagnamento, ma amplificano le tensioni emotive. Il contrabbasso diventa così una voce ulteriore che contribuisce alla costruzione dell’atmosfera.
L’interpretazione di Giorgio Marchesi è il fulcro dello spettacolo. Il suo Mattia Pascal si muove costantemente tra il tragico e il comico, incarnando quella doppiezza tipicamente pirandelliana in cui il riso si intreccia al dolore. Il passaggio dalle emozioni ironiche e comiche a quelle drammatiche avviene con naturalezza, senza fratture, rendendo evidente la modernità del testo. Marchesi dimostra padronanza del ritmo e del silenzio, elementi fondamentali in un monologo.
Lo spettacolo ha riscosso un notevole successo, testimoniato da applausi convinti. Il pubblico ha mostrato di apprezzare la scelta di un allestimento essenziale ma ricco di profondità, capace di rendere attuale il pensiero pirandelliano senza tradirne la complessità.
Dai barconi alle scuole: l’istruzione dei migranti per l’uguaglianza
Barconi e cadaveri che affondano, insieme alle ultime speranze di raggiungere un’esistenza più sicura. La vita dei migranti è così: tutta dolore e poche certezze. Partono, lasciandosi alle spalle la famiglia e la realtà che conoscono. Viaggiano in condizioni terribili, affrontano gravi pericoli e spesso muoiono.
Una famigli di immigrati costretti a vivere sulla strada.Un barcone che trasporta dei migranti.
Eppure, ogni anno, migliaia di persone, unite da un comune desiderio di libertà, continuano ad abbandonare le proprie case. Vogliono un futuro migliore per sè stessi e per i propri figli: credono di poterlo trovare lontano, specialmente nei ricchi Stati dell’Europa Nord-Occidentale. Eppure, percorrendo le vie delle grandi metropoli, non è raro vedere molti migranti che chiedono l’elemosina. Appaiono sciupati, impoveriti, disperati…come se la miseria li avesse inseguiti dal loro Paese di nascita. I cittadini locali spesso, invece di comprendere le loro difficoltà e sostenerli, preferiscono voltarsi da un’altra parte. Ignorarli sembra comodo, così mentre le classi medio-alte della collettività divengono cieche e prive di empatia, gli immigrati cadono nell’oblio. Vengono travolti dal vortice dell’indifferenza, diventano invisibili, quasi fossero parte integrante dell’ambiente cittadino.
Ma esistono ancora persone che riescono a distinguere le sagome scure sullo sfondo di una limpida vita quotidiana. Non considerano i migranti degli errori da nascondere ed evitare, per preservare l’idea di una società perfetta. Al contrario ritengono che la loro presenza renda il mondo più vario e vogliono aiutarli ad integrarsi. Il loro proposito è rendere reali tutte le aspettative che gli extracomunitari nutrivano nei confronti della propria nuova vita all’estero. Diversi enti no-profit permettono ai migranti di raggiungere i propri obbiettivi: trovare un impiego, creare una situazione stabile per la propria famiglia…Nessuno deve essere trascurato o lasciato indietro.
Alcuni migranti reggono uno striscione con il simbolo della comunità di Sant’Egidio.
Con solidarietà e frequente assistenza i volontari rappresentano degli ideali che riassumono al meglio l’articolo 3 della Costituzione Italiana. Nella legge fondamentale dello Stato Italiano, infatti si afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […] e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di razza,lingua, religione […]. Troppe volte i migranti vengono denigrati ed esclusi, soltanto perchè appartengono ad una nazionalità diversa. Associazioni come la comunità di Sant’Egidio, formatasi nel 1968 a Roma, difendono i diritti fondamentali degli emarginati, costruendo un mondo più tollerante e pronto ad abbracciare culture differenti.
Sicuramente l’istruzione è un mezzo fondamentale per organizzare una realtà così aperta e progressista. Perciò il gruppo di Sant’Egidio ha ideato un’iniziativa che ormai si protrae da circa quarant’anni a Genova: la scuola d’italiano per migranti. Il progetto è riconosciuto a livello internazionale, infatti i corsi tenuti dai maestri della comunità terminano con un esame vero e proprio, come quelli di inglese che si tengono negli istituti pubblici. Grazie ai corsi pomeridiani tenuti in diversi edifici, molte tra le persone più sconfortate sono riuscite a imparare la lingua e a ritrovare la speranza.
Un bambino immigrato studia con cura.
Il 17 gennaio 2026 abbiamo intervistato Flavio Fusco, un insegnante-volontario. Non ha mai svolto il mestiere di professore al di fuori dell’associazione, infatti è in realtà un medico. A diciott’anni ha scoperto l’organizzazione e ha incominciato a spiegare alcuni vocaboli ad alcuni bambini extracomunitari, che risiedevano a Sampierdarena. Nella sua stessa situazione si trovano altri centoventi maestri di tutta Itlalia: fra di loro vi sono anche pensionati, universitari…tutti mossi da un profondo spirito altruistico. Il tempo che dedicano ai più deboli quest’anno ha permesso a circa milleduecento immigrati, sopratutto provenienti dal Nord Africa, di incominciare a studiare.
“La lingua è il patrimonio che permette di accedere alle chiavi del lavoro, della conoscenza e delle relazioni” afferma Fusco. “Sono i desideri di tutti, italiani o no e la scuola, con la sua lunga storia di accoglienza ed istruzione permette di aiutare le persone più fragili”. I corsi pomeridiani e mattutini aiutano sia ragazzini con difficoltà a scuola, sia adulti a comprendere meglio il mondo che li circonda, a esprimere i propri stati d’animo e giudizi.
Un gruppo di migranti davanti ad una scuola d’italiano.
Al di là della mera sopravvivenza però la scuola di Sant’Egidio insegna anche basi solide di cultura italiana per gli studenti di livello più avanzato. Letteratura, arte, architettura: gli aspetti più belli di un Paese straniero rendono possibile ai migranti percepirlo come se un po’ fosse anche il loro. Sono diversi gli alunni che dopo aver terminato le lezioni con l’associazione hanno continuato ad istruirsi, talvolta arrivando persino a conseguire la laurea.
Hanno potuto portare avanti un percorso iniziato nella propria patria, ma che si era dovuto interrompere a causa della povertà, della guerra, dei regimi totalitari che limitano l’indipendenza. “Pensate a tutto il riscatto sociale di uomini e donne che riprende a studiare” suggerisce l’insegnate-volontario “quando magari nella sua nazione per loro era impossibile”. Dopo essere arrivati a Lampedusa sui barconi o aver attraversato i Balcani a piedi, lo studio è veramente un modo di riprendersi la vita.
Abbiamo anche conosciuto Omar, un ventenne originario del Bangladesh, che ha una storia veramente intensa. E’ partito solo, da adolescente, guidato dal forte desiderio di libertà. Giunto in Libia, ha provato ripetutamente a salpare su un barcone da Tripoli, la capitale sulla costa. E’ stato catturato due volte dalla mafia libica, che lo ha imprigionato insieme ai suoi compagni di viaggio: i ragazzi erano costretti a vivere in una situazione tremenda. I trafficanti concedevano loro pochissimo cibo. “Una persona non si può salvare in questo modo – racconta il migrante”. La criminalità organizzata ha obbligato la sua famiglia a pagare un cospicuo riscatto per lasciarlo andare.
Omar e Flavio Fusco nella scuola d’Italiano.
Finalmente, al quarto tentativo il giovane è riuscito ad arrivare fino a Lampedusa: ma la traversata del Mediterraneo è stata un’esperienza straziante che lo ha ferito fisicamente alla gamba e psicologicamente nella memoria. Ancora oggi ricorda con precisione la scabbia, la paura degli altri ragazzi, i primi aiuti umanitari in Italia, il successivo trasferimento in Liguria. A Genova, è stata proprio la comunità di Sant’Egidio a sostenerlo e a permettergli di andare avanti. “Come rispetto i miei genitori, rispetto anche i volontari” racconta Omar.
Migranti salvati da una squadra di soccorso.
Le lezioni di italiano gli hanno permesso di trovare tanti lavori temporanei, ma nel suo caso il supporto dell’associazione supera il semplice insegnamento. Infatti i volontari lo hanno aiutato a ottenere il permesso di soggiorno, fornendogli una lettera da mostrare alla commissione che doveva scegliere se concederglielo. Questo episodio riprende anche l’articolo 10 della Legge Fondamentale, che recita:“Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica […]” .
Una bambina immigrata a scuola.
Anche se Omar oggi è felice di vivere in Italia e sta bene, moltissime persone come lui devono ancora combattere l’intolleranza e una mentalità chiusa e razzista. E’ compito di ogni cittadino responsabile rispettare i diritti fondamentali degli extracomunitari che ci circondano, seguendo l’esempio dei volontari di Sant’Egidio. Come afferma lo stesso Flavio Fusco “bisogna essere curiosi e non lasciarsi vincere dai pregiudizi, ascoltare e farsi toccare dalle storie degli altri.” Anche i migranti hanno una voce e meritano di potersi esprimere come tutti gli altri, non di essere zittiti e dimenticati in un angolo, solo perchè vengono da lontano.
di Silvia Alicata, Camilla De Martini, Iacopo Di Muzio e Agata Reggiardo, 3D
Quante volte si sente dire che i giovani non si interessano alla cultura? Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura di Milano, ribalta questa prospettiva. Ospite il 20 febbraio al Museo Diocesano di Genova per presentare il suo Negli occhi la bellezza. Sedici esperienze tra arte e natura da vivere prima dei 16 anni, Sacchi ha individuato il vero ostacolo nell’atteggiamento del mondo adulto: un “paternalismo” diffuso che spesso allontana i giovani dall’arte e dalla cultura. Questo approccio nasce dalla storia familiare di Sacchi, cresciuto seguendo l’esempio di una madre geografa e autrice il cui lavoro rivolto ai giovani ha ispirato il desiderio di instaurare un dialogo autentico con loro. L’opera pone l’accento sul valore del viaggio inteso come atto di conoscenza e scoperta, sottolineando come l’età dei sedici anni rappresenti una fase cruciale in cui le esperienze vissute possono cambiare radicalmente le prospettive personali.
La scelta dei sedici siti Unesco raccontati nel volume non segue una gerarchia, ma risponde alla volontà di presentare l’Italia come un insieme di forme identitarie capaci di trasformare chi le visita. Tra i casi più sorprendenti, quello di Ivrea emerge come una testimonianza fondamentale di bellezza sociale e civile: definita dall’autore come la Silicon Valley italiana, la città rappresenta il successo del modello industriale e di welfare promosso da Adriano Olivetti.
Attraverso il racconto di questi luoghi, Sacchi invita a riscoprire il viaggio anche nelle sue forme più semplici, come l’utilizzo dei treni regionali per esplorare i territori meno celebrati ma ricchi di storia.
Durante la presentazione, Sacchi affronta le critiche delle generazioni precedenti, che attribuiscono alle nuove uno scarso interesse per la cultura. Il vero problema, secondo l’assessore alla Cultura di Milano, è invece l’atteggiamento dei più anziani, che pretendono che l’interesse parta spontaneamente dai giovani, senza che nasca da una dimensione di dialogo o di scambio autentico.
Gli interessi dei ragazzi di oggi sono moltissimi e il viaggio è tra i più sentiti. Lo stesso Sacchi lo sa bene: fin da giovane ha esplorato il mondo vivendo emozioni profonde grazie al padre fotoreporter, ed è proprio con l’intenzione di suscitare queste stesse emozioni nei giovani che ha scritto questo libro pensato più come un diario che come una guida di viaggio e come un invito concreto a osservare gli elementi naturalistici, storici e artistici che il nostro paese ha da offrire. Racconta a questo proposito un aneddoto della sua infanzia: il nonno offriva ai nipoti una ricompensa monetaria in cambio di una visita a un museo o a una galleria d’arte, una sorta di “banca della cultura” familiare per avvicinare i giovani all’arte.
Incontro con gli studenti del Liceo D’Oria, prima della presentazione del libro.
Il cuore del metodo di Sacchi, però, è lo storytelling. Raccontare, non descrivere. Lo dimostra con due esempi concreti: la storia di una tazzina di caffè rimasta su un capitello nel complesso monumentale di Santa Croce dopo un’alluvione a Firenze nel 1966, storia capace di spingere chiunque, il giorno dopo, ad andare a verificare di persona; il motivo per cui Picasso decise di esporre Guernica nella sala delle Cariatidi a Milano, una scelta carica di significato che nessuna descrizione architettonica avrebbe saputo rendere altrettanto viva. La narrazione, insomma, è la chiave per aprire una porta che la didattica tradizionale spesso tiene chiusa.
A questo si affianca un impegno concreto: Sacchi, come assessore, ha sostenuto a Milano una tessera dei musei civici annuale, al costo di soli 15 euro, convinto che l’arte debba diventare un’esperienza quotidiana e non un evento occasionale. L’obiettivo finale è lo stesso del libro: restituire ai giovani lo stupore davanti alla bellezza, e ricordare loro che il viaggio, anche quello più semplice, è uno degli strumenti più potenti per costruire la propria identità.
Il 20 febbraio Tommaso Sacchi, assessore alla Cultura di Milano, ha presentato la sua ultima pubblicazione, “Negli occhi la bellezza. 16 esperienze tra arte e natura da vivere prima dei 16 anni”, al Museo Diocesano di Genova, , dialogando con lo storico dell’arte Claudio Sagliocco e l’assessore alla Cultura di Genova Giacomo Montanari.
Il libro, pubblicato nel 2025 da Mondadori, propone un itinerario originale alla scoperta di 16 tappe scelte tra i patrimoni dell’Unesco in Italia che l’autore ha ritenuto fondamentali per un adolescente.
Ad aprire la conferenza è stato Claudio Sagliocco che ha condiviso una citazione di Franco Maria Ricci, grafico ed editore ideatore della rivista d’arte FMR: ”Certamente FMR sarebbe riuscita diversamente se io non fossi cresciuto in una città come Parma avendo negli occhi i miracoli dell’Antelami e del Correggio, e sfogliando nella Biblioteca Palatina l’edizione di Giambattista Bodoni; se non fossi figlio di un paese che fu grande e universalmente ammirato nelle epoche in cui l’amore per la bellezza era considerato una virtù civica.” La citazione sottolinea come la bellezza sia un’esperienza formativa e come crescere circondati da essa segni profondamente nell’animo le persone. L’obiettivo di Tommaso Sacchi è quello di invitare i giovani alla ricerca della bellezza tramite il viaggio inteso da lui come una commistione tra aspetto naturalistico, storico, artistico e fattore umano, e questa caratteristica personale è ciò che trasforma quella che in apparenza potrebbe sembrare una guida turistica in un vero e proprio quaderno sentimentale.
La dimensione emotiva si riscontra già nella scelta della prima tappa: Milano, città dove l’autore è cresciuto e dove insieme al nonno all’età di 15 anni visitò il Castello Sforzesco. È qui che Tommaso Sacchi vide per la prima volta la Pietà Rondanini, scultura che Michelangelo Buonarroti non riuscì a terminare prima della morte. Davanti ad essa l’adolescente si è emozionato per la prima volta al cospetto dell’arte.La statua ha avuto un’importante influenza sull’assessore tanto che una volta divenuto tale ha deciso di riservarle un’intera stanza, in modo da permettere ai visitatori di girare intorno alla Pietà per apprezzarne i dettagli.
L’assessore Montanari ha colto l’occasione per sottolineare come la soggettività dello sguardo umano che ammira l’opera sia il vero veicolo dell’arte e prevalga sulla mera bellezza oggettiva. L’appello dei due assessori è lo stesso: bisogna lasciarsi travolgere dalla meraviglia che contraddistingue l’Italia e che troppo spesso si dà per scontata.
L’incontro ha permesso a Sacchi di raccontare anche due figure molto importanti per la sua vita, entrambe legate a Genova.
La prima è quella di Mario Dondero, fotografo e fotoreporter milanese, che aveva ricevuto l’incarico di un servizio fotografico sul Porto Antico. Dondero aveva scelto di raccontare il quartiere attraverso le persone che lo abitavano e lo animavano ogni giorno: fu lui a portare Sacchi nel caveau di Palazzo San Giorgio, dove i negativi e i provini conservati divennero per il giovane una lezione autentica sulla vita del luogo.
La seconda figura è quella di Don Andrea Gallo. Il loro primo incontro avvenne nella sacrestia di San Benedetto al Porto: Sacchi, ancora giovane, con un amico, si era presentato per organizzare un intervista in vista di un evento artistico. Dovettero aspettare diverse ore, finché, ormai a notte fonda, da una porta uscì un ragazzo tossicodipendente in stato di disperazione, e dietro di lui Don Gallo, che si rivolse ai due giovani stremati dall’attesa: ”Vi assicuro che ne è valsa la pena di aspettare.” Sacchi riporta quest’episodio per mostrare come Don Gallo ritenesse decisamente le persone in difficoltà più importanti rispetto a qualsiasi progetto culturale.
Con queste due storie l’assessore ha ricordato al pubblico come il valore di una città non risieda soltanto nei suoi monumenti e nei suoi paesaggi quanto nelle persone che la abitano. Montanari ha fatto eco a questo pensiero, aggiungendo che la bellezza significa saper stare bene in un luogo, coglierne le sfumature e accompagnarne i cambiamenti: il bello, in fondo, non è una dimensione assoluta, ma qualcosa di profondamente soggettivo che varia da persona a persona.
Nella mattinata di venerdì 6 febbraio 2026 lo scrittore Demetrio Paolin dell’Associazione Piccoli Maestri (un’associazione di scrittori che si occupa di visitare le scuole per condividere con gli studenti i capolavori letterari più importanti e indimenticabili della loro vita) è stato ospite del nostro liceo per condividere con le classi 2B e 2D un’analisi della poetica di Cesare Pavese e per confrontarsi sulla lettura di alcune sue opere (i romanzi La casa in collina, La luna e i falò e alcune liriche tratte da “La terra e la morte”).
Demetrio Paolin, insegnante e scrittore, è nato a Canelli, un paesino nelle Langhe, colline che hanno fatto da palcoscenico a diverse opere di Cesare Pavese e dunque hanno legato Paolin ai suoi romanzi e alla sua poesia. Durante la sua visita “il nostro piccolo maestro” ci ha raccontato di aver cominciato il suo percorso di scuola superiore con il liceo scientifico, ma di aver anche cominciato a nutrire un interesse per il mondo della letteratura intorno al terzo anno di liceo, grazie alla sua professoressa di italiano. Dopo la scoperta, proprio sui banchi di scuola, delle liriche di Guido Cavalcanti, è infatti scoppiata la sua passione per la letteratura, alimentata dalla conoscenza approfondita di Primo Levi e soprattutto di Cesare Pavese, in un percorso universitario compiuto sotto il magistero di Marziano Guglielminetti.
Ed è proprio a Cesare Pavese che Paolin ha dedicato la sua lezione, coinvolgendo gli studenti in un’interessante riflessione sul pensiero del poeta, incentrata in particolare sul romanzo La casa in collina, spiegando come Pavese si rispecchiasse nel personaggio di Corrado, il protagonista, un intellettuale, con idee giuste e nette, ma con un’indole più tendente all’osservazione che all’azione, refrattaria a mettersi in gioco: infatti Corrado ammira l’opera dei partigiani, ma preferisce osservare da lontano, piuttosto che aiutarli concretamente.
“[…] mi accorgo che ho vissuto un solo lungo isolamento, una futile vacanza, come un ragazzo che giocando a nascondersi entra dentro un cespuglio e ci sta bene, guarda il cielo da sotto le foglie, e si dimentica di uscire mai più […].
Perciò il personaggio di Corrado in La casa in collina è stato definito da Paolin come un “nicodemista“, un individuo che non esprime il suo parere, ma sta in silenzio per timore. Paolin lo ha descritto come l’incarnazione della “codardia” e della “vergogna”, mostri con i quali Pavese ha dovuto fare i conti molte volte, nonché parole chiave di molte sue liriche, e ha spiegato che Corrado è stato costruito appositamente dallo scrittore in modo tale da non suscitare empatia nel lettore.
” […] L’esperienza del pericolo rende vigliacchi ogni giorno di più. Rende sciocchi, e sono al punto che esser vivo per caso, quando tanti migliori di me sono morti, non mi soddisfa e non mi basta. A volte, dopo avere ascoltato l’inutile radio, guardando dal vetro le vigne deserte penso che vivere per caso non è vivere. E mi chiedo se sono davvero scampato.[…]”
Paolin ha spiegato che Pavese non ha scelto di combattere, ma di “raccontare il sangue e placarlo”, cioè descrivere gli orrori della guerra nella consapevolezza che sia necessario “dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso”.
“[…] Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione […].
La casa in collina è stato pubblicato nel 1948: la Seconda Guerra Mondiale si era conclusa da pochi anni e certe frasi contenute nel suo romanzo (ad esempio “Se non lo fossimo, dovremmo rivoltarci, tirare le bombe, rischiare la pelle. Chi lascia fare e s’accontenta, è già un fascista”) risultavano scomode e impopolari, così come il personaggio di Corrado, perché ricordavano che era stara “una guerra civile“, non tutti erano stati eroici, come Cate o Tono, tanti erano stati i Corradi, nonostante i proclami trionfali del dopoguerra.
Per concludere la sua visita, Paolin ha dato agli studenti la possibilità di rivolgergli domande o commenti riguardo a Cesare Pavese, rendendo la lezione più interattiva e stimolante. Uno studente gli ha chiesto come avrebbe definito la scrittura di Pavese, se avesse potuto usare una sola parola. Paolin ha risposto che la scrittura del poeta si sarebbe potuta definire come una scrittura “pastosa” in quanto uno dei tratti distintivi di Pavese è appunto il suo modo di scrivere complesso, quasi criptico, anche in quanto “impastato” di paesaggio, di richiami ancestrali e mitologici, di dialetto, di piemontesità.
La nascita dei fondi ESA (Empowerment Scholarship Account) per l’istruzione
Doug Doucey, governatore dell’Arizona dal 2015 al 2023.
Il problema si è posto per la prima volta nel 2022, quando Doug Doucey, governatore dell’Arizona, ha approvato l’estensione del progetto ESA a tutte le famiglie dello Stato che volessero usufruirne. ESA è l’acronimo di Empowerment Scholarship Account, un sistema gratuito che consiste nella distribuzione annuale di alcuni fondi ai genitori dei bambini in età scolare. Grazie a questi sussidi gli americani possono gestire personalmente l’istruzione dei propri figli, senza doverli necessariamente affidare alla scuola pubblica.
L’idea è nata nel 2011 per agevolare i ragazzini con bisogni educativi speciali, ma in alcuni Paesi federati si è allaragata a tutti gli studenti. Inizialmente la stampa non ha dato troppo peso all’argomento, ma l’enorme e improvvisa diffusione del progetto non può essere più ignorata.
Al giorno d’oggi gli ESA e iniziative simili servono oltre 75.000 alunni in dieci Stati della federazione: dall’Indiana al Mississippi, dalla North Carolina alla Florida. Così adesso l’educazione di migliaia di giovani statunitensi è completamente regolata dai loro genitori, che possono utilizzare il denaro in diversi modi. Molti scelgono di iscrivere i figli negli istituti privati, altri pagano insegnanti che forniscano lezioni aggiuntive a casa, oppure investono i fondi in attività extracurricolari.
Il dibattito internazionale sugli ESA, anche nelle scuole italiane.
Una protesta americana che richiede più cura nell’organizzazione della scuola pubblica.
La questione all’apparenza potrebbe apparire semplice e vantaggiosa, ma in realtà è decisamente controversa. Dall’entrata in vigore del progetto non mancano certo discussioni fra i sostenitori e gli americani che invece preferiscono l’istruzione pubblica. I cittadini che si oppongono al utilizzo di voucher e sussidi temono infatti che questo nuovo sistema possa portare alla chiusura definitiva della scuola statale.
Esperti, politici, genitori: tutti hanno la propria opinione e la esprimono confrontandosi online oppure con vere e proprie proteste. Sono infatti frequenti le manifestazioni contro gli ESA, specialmente da quando il presidente Donald Trump ha firmato un provvedimento per smantellare il dipartimento dell’ istruzione.
Il banco della giuria durante il dibattito della classe 2B.
La controversia ormai è talmente importante che adesso viene approfondita anche in altre nazioni, come l’Italia. Se infatti non esiste ancora un progetto simile all’ESA nel nostro Paese, non possiamo escludere che in futuro la stessa iniziativa possa svilupparsi anche qui. Per fare chiarezza sull’argomento la classe 2B del liceo Andrea D’Oria a Genova ha organizzato un dibattito.
Gli studenti si sono divisi in due gruppi: il primo favorevole all’utilizzo dei fondi ESA , il secondo a sostegno degli istituti pubblici. Sei alunni invece hanno svolto il ruolo di giudici, stilando una scheda di valutazione per assegnare un punteggio a ciascuna squadra.
I ragazzi hanno appreso le prime nozioni sul nuovo sistema educativo americano attraverso un articolo della rivista Internazionale. Il pezzo, scritto da un giornalista statunitense, riportava la sua esperienza personale come insegnante in una scuola cattolica dell’Arizona, presso Waddell. L’autore, Chandler Frizt, fornisce molti spunti interessanti sull’argomento, eppure non prende una vera e propria posizione, mostra aspetti positivi e negativi di un piccolo istituto privato, il Refresh Learnig Centre. Dopo aver raccolto ulteriori materiali da siti attendibili, venerdì 5 dicembre 2025, è andato in scena il dibattito, con tanto di oratori e banco della giuria.
I fondi ESA come simbolo di istruzione innovativa e migliore
Il gruppo a favore del progetto ESA.
Nel corso della discussione sono emerse argomentazioni particolarmente interessanti. Il gruppo a favore del sistema fondato sui voucher ha dimostrato come gli ESA permettano ai contribuenti di risparmiare più denaro rispetto a quello che impiegherebbero per pagare le tasse sulla scuola pubblica.
Secondo un’indagine del Goldenwater Institute per di più, le rette degli istituti privati sono generalmente più basse del tipico sussidio, che è di circa 7.500 dollari. In questo modo anche i ragazzini con famiglie meno abbienti possono accedere ad un’istruzione di qualità, e utilizzare il capitale rimasto per attività ricreative e sport. La formazione pubblica al contrario è molto diversificata per i bambini provenienti da contesti economici opposti. I ragazzini benestanti abitano nei quartieri con le scuole migliori, invece nelle zone più povere i programmi di studio pubblici appaiono scadenti e inadatti.
Il Refresh Learning Centre, piccola scuola cattolica dell’Arizona
Il nuovo progetto educativo favorisce anche l’homeschooling, cioè le lezioni a casa, per il 3% della popolazione studentesca che ha bisogno di impare con ritmi diversi. Anche le scuole private risultano più tranquille rispetto a quelle statali: le classi sono infatti più piccole e gli
insegnanti possono concentrarsi sull’apprendimento di ogni singolo bambino. Si approfondiscono temi di educazione civica che talvolta gli istituti pubblici omettono di introdurre,perchè troppo controversi. Si sviluppa il pensiero critico e la collaborazione. Inoltre in queste strutture i bambini sono meno stressati, perchè non svolgono molti test attitudinali per misurarne la performance. In definitiva, la libertà decisionale dei genitori, che conoscono le esigenze educative dei loro figli, permetterebbe ai ragazzi di sviluppare conoscenze maggiori all’interno delle scuole private oppure a casa propria, in ambienti rilassati ed educativi.
L’inadeguatezza del sistema voucher e la scomparsa della scuola pubblica
Il gruppo contro i sussidi statali per l’istruzione dei bambini americani.
Il secondo gruppo ha invece sollevato molti dubbi riguardo all’efficienza del progetto basato sui sussidi statali. In primo luogo, il diffondersi di istituti privati, lezioni online e micro-schools a carattere religioso sta comportando numerosi danni alle tradizionali scuole pubbliche, su cui la federazione investe di meno. Nei quartieri poveri e nell’ambito dei bisogni educativi speciali si verifica già un grande regresso. Il diffondersi del sistema ESA non aggiunge competitività al settore dell’istruzione, ma al contrario provoca la decadenza dell’educazione pubblica.
Greg Abbott, attuale governatore del Texas.
Dal punto di vista economico-sociale i vocher vengono spesso accordati alle famiglie di classe media piuttosto che ai poveri ed emarginati che ne necessitano maggiormente. I benefici per i bambini di colore o meno abbienti si vedono soprattutto nelle scuole pubbliche, che l’idea dei sussidi statali sta distruggendo. Il progetto ESA è legato principalmente alle battaglie politiche. Ad esempio in Texas, il governatore Greg Abbott, lo ha sfruttato per ridurre gli oppositori e ottenere il consenso dei cittadini.
Uno studio del 2025 ha dimostrato che i finanziamenti alle famiglie contribuiscono alla segregazione razziale e non migliorano affatto i risultati conseguiti dagli studenti. I ragazzini che frequentano le scuole private non sono sottoposti a test standarizzanti e hanno conoscenze ridotte. Nel 2019 l’Università dell’Arkansas ha spiegato che in Louisiana gli alunni che si avvalgono del progetto ESA hanno una preparazione inferiore ai loro compagni della scuola pubblica. La causa potrebbero essere le moltissime scuole cristiane, dove gli insegnanti sono incompetenti e non molto spesso non hanno veri titoli di studio. Alcuni di loro sfruttano le loro lezioni per fare pubblicità ad aziende e prodotti alimentari. Trasformano un’esperienza istruttiva come una lezione di cucina in una strategia di maketing, senza curarsi delle nozioni apprese dai ragazzi.
Perfino i genitori gestiscono male i fondi a loro affidati, acquistando biglietti per Disney World, costosi set lego, dispositivi informatici…tutti oggetti che hanno ben poco a che fare con l’educazione dei figli. Un’indagine dell’Oklahoma Watch ha dimostrato che in Florida sono stati acquistati 548 televisori del valore di quasi 191.000 dollari, interamente con i sussidi ESA. Parte di tutto il denaro speso in maniera impropria non viene rimborsato al governo degli USA. Vi sono anche alcuni casi di frode, rari ma eclatanti, che hanno causato danni economici assai gravi. Ad esempio nel 2024: due cittadini del Colorado si sono appropriati di circa 100.000 dollari, fingendo di richiederli per l’istruzione di 43 bambini inesistenti. Il progetto ESA dunque non rappresenterebbe la scelta educativa corretta, ma causerebbe la scomparsa di un sistema pubblico funzionante, a favore di uno che invece è malgestito e scadente.
La vera libertà educativa, da cui dipende il futuro dei giovani.
Donald Trump dopo aver firmato l’Education Act, con cui smantellerà il dipartimento dell’istruzione.
Valutando criteri come professionalità, capacità di confutazione e organizzazione del discorso i giudici hanno dato la vittoria alla squadra contro il progetto ESA. La questione è stata risolta in classe ma è ancora ampiamente discussa in America. Trump ha affermato “E’ l’ora della scelta scolastica universale” mentre firmava la legge con cui eliminare l’istruzione pubblica.
Con la scomparsa degli istituti statali efficienti non ci può essere alcuna libertà decisionale. Il governo degli USA deve evitare che si verifichi questa circostanza e risolvere le problematiche nell’iniziativa dei voucher, ad esempio controllando l’uso che ne fanno le famiglie.
Perché, al di là di ogni motivazione economica, a contare più di tutto è l’istruzione dei giovani. Devono poter crescere e apprendere sempre di più sul mondo circostante. Solo in un sistema scolastico adatto a loro possono sviluppare le competenze necessarie a diventare cittadini consapevoli e adulti responsabili. Il loro futuro è nelle mani del governo e dei genitori. C’è soltanto da sperare che non venga barattato con il consenso politico o con qualche costoso televisore.