Il racconto della gioventù di Don Ciotti, esempio di forza e perseveranza per imparare a navigare in mezzo alle tempeste di un mondo con tante disuguaglianze.

di Odino Laura, 2D

 

Don Ciotti ha incontrato gli studenti liceali  presso il Liceo “M. L. King” di Genova per discutere di legalità. Il sacerdote ha voluto creare empatia con i ragazzi, ha infatti strutturato l’incontro partendo da una brevissima introduzione e poi lasciando subito spazio alle domande.

Don Ciotti ha raccontato di provenire da una famiglia povera, ma allo stesso tempo molto dignitosa. Si erano trasferiti dalle Dolomiti a Torino: lì vivevano in una “baracca in un cantiere” e molti li additavano come “straccioni”. La madre non poteva permettersi nemmeno la divisa scolastica per il bambino e si era molto scusata con la maestra. Quei pregiudizi riguardanti la famiglia di origine in un certo modo perseguitavano il piccolo Luigi. Dopo venti giorni di elementari infatti, la maestra, entrata nella classe di Ciotti, forse già provata per motivi personali, si era accanita immotivatamente con il piccolo Luigi e si era fatta scappare nei suoi confronti l’espressione “montanaro”. I compagni di classe iniziarono a gridare questa parola in coro e il bambino non resse, prese il calamaio e lo tirò alla maestra. Il ricordo di questo avvenimento ha voluto sottolineare il fatto che i genitori dei suoi compagni di classe non abbiano cercato di capire il motivo di quel gesto sicuramente sbagliato, ma abbiano soltanto messo in guardia i figli a non stare più con quel bambino. Da questo episodio possiamo quindi capire l’animo di Don Ciotti, già intollerante di fronte alle ingiustizie e diseguaglianze fin da piccolo. La madre gli diede una punizione molto severa e lui oggi è grato di ciò, perché gli ha fatto capire che alla violenza, sia verbale che fisica, non si deve per alcun motivo rispondere con altra violenza.

Un altro fatto che cambiò radicalmente la sua vita fu l’incontro che ebbe, all’età di diciassette anni, con una persona divenuta per lui molto speciale. Tutte le mattine, quando andava a scuola, vedeva un uomo che leggeva su una panchina. Cercò fin da subito di aiutarlo e di parlargli. Quella persona era senza fissa dimora e inizialmente era talmente indifferente alle parole del ragazzo, che a Ciotti venne il dubbio che fosse sordo. Quando finalmente si aprì un dialogo, si instaurò una specie di fugace amicizia. Raccontò che era un medico e che aveva subito una pesante “tempesta”: da quella panchina aveva avuto modo di osservare come molti giovani si stessero rovinando la vita con droghe e alcol ed esortò Ciotti a fare qualcosa. Le parole di conforto di Luigi riuscirono in qualche modo a incidere sull’animo di quell’uomo e in qualche modo a migliorare la sua vita. Ciotti dice che il giorno dopo quella confessione l’“amico” non era più seduto su quella panchina, perché se ne era andato via per sempre durante la notte. Don Ciotti sapeva che quell’incontro non poteva essere frutto del caso, ma avrebbe davvero dovuto dare una svolta alla sua vita. Era quindi, fin dalla giovane età, uno spirito molto forte e tenace, già predisposto ad aiutare gli altri. Ma si potrebbe dire che Don Ciotti sia riuscito ad allargare veramente i suoi orizzonti quando, durante un incontro riguardo la mafia e i soprusi, conobbe il giudice Falcone. I due si erano messi a parlare e si  sarebbero dovuti vedere per un caffè. Quel caffè però non lo presero mai, perché il giudice Falcone fu ucciso. A quel punto Don Ciotti pensò che avrebbe dovuto fare qualcosa e decise di fondare l’associazione Libera.

Questa associazione nasce dai sogni di un ragazzo, che si interroga sui grandi problemi del mondo. Da qualcosa di piccolo e apparentemente insignificante, come offrire un tè ad una persona su una panchina, nasce un vero e proprio ideale, che diventa un qualcosa di veramente grande. Libera infatti è un’associazione che opera in tutto il pianeta, dall’Italia al Sud America. Dagli incontri avuti, Don Ciotti si è quindi reso conto delle necessità della sua epoca. L’idea di Don Ciotti è ben precisa:

Non si può sempre aspettare i governi e le istituzioni per cambiare le cose, ma i singoli cittadini devono impegnarsi per la libertà comune.

Don Ciotti ripete molte volte che non è lui stesso a combattere, ma siamo tutti noi.

Nella sua lotta alla mafia ha messo molte volte a rischio la sua vita e anche oggi non ha paura di fare ciò, in quanto sa che è circondato da persone con i suoi stessi obiettivi, che porteranno avanti in ogni caso il lavoro da lui iniziato.

Verso la fine dell’incontro il sacerdote ha trattato il tema della solitudine. Don Ciotti ha augurato a noi giovani di fare esperienza della solitudine, che però non deve essere confusa con l’isolamento. La solitudine è, secondo lui, molto importante, perché permette di conoscere meglio se stessi e le varie sfaccettature del proprio carattere. Per solitudine ha inteso dire anche staccarsi dai cellulari, che spesso rendono la nostra vita frenetica e sempre meno improntata alla riflessione.

Un cane robot per il porto di Genova

di Vittoria Gandolfo e Lucia Riggio, 3B – Liceo Classico A. D’Oria Genova

Un cane robot in grado di mettersi in relazione con persone in difficoltà o di sostituire l’uomo in missioni troppo rischiose.

Come ha spiegato Antonio Sgorbissa, professore di Robotica dell’Università di Genova, agli studenti del liceo D’Oria, nasce proprio in Liguria, nell’ambito dello Spoke 4 del progetto Raise (Robotics and aI for socio-economic empowerment), l’innovativo progetto di utilizzo del cane-robot per l’ ispezione nelle stive delle navi, specie in situazioni di pericolosità per l’uomo, sia per la radioattività dei container sia per la loro precarietà in caso di gravi eventi meteorologici.

Perché proprio un robot con sembianze canine?

Ci sono funzioni legate specificamente alla forma del cane, che sfruttano la sua agilità, la possibilità di muoversi a quattro zampe in ambienti difficili e lo rendono più adatto dell’uomo alla ricerca di persone in caso di grandi calamità naturali o di  ispezioni in ambito portuale legate alla sicurezza.

Le applicazioni sono quindi molteplici, ma nel porto di Genova potrebbe essere una soluzione per incrementare la sicurezza sul posto di lavoro.

Infine – come la dottoranda in robotica Zoe Betta ha fatto sperimentare agli studenti del D’Oria – il robot è semplice da utilizzare: cammina, saltella, evita ostacoli in modo autonomo o manovrato da un joystick.

Come funziona Spot?

IL cane robot Spot nell’Aula di fisica del Liceo D’Oria

Prima di capire come è strutturato questo futuristico  cane-robot, è necessario capire da quali parti è composto un qualsiasi robot. In generale, un robot  – ha spiegato Sgorbissa – è costituito da diverse componenti, fisiche o meccaniche, “links” o “joints”, quali attivatori (ne permettono il movimento), sensori (ovvero dispositivi in grado di di percepire l’ambiente intorno a esso, come telecamere o ultrasuoni).

In particolare questo cane-robot è dotato di cinque telecamere, per rendere l’idea della profondità degli oggetti. Queste telecamere hanno tuttavia una bassa qualità, motivo per il quale spesso se ne aggiunge una sesta, esterna. Altre componenti di Spot, il cane-robot, sono un lidar (acronimo di “light detection and ranging”), ossia un sistema di telerilevamento,  per la mappatura dello spazio e un computer di bordo.

Per migliorare le prestazioni di ogni tipo di robot quadrupede sta prendendo piede un framework all’avanguardia: ABS (agile but safe), che mira a fornire un’incredibile agilità ma anche una straordinaria capacità di evitare collisioni, al fine di rendere ogni cane robot incredibilmente agile senza andare ad intaccare la sicurezza nell’ambiente intorno ad esso.

Questo sistema si sviluppa in un approccio basato sull’apprendimento e rappresenta un vero spartiacque nella storia della robotica sociale e d’emergenza.

Grazie a questo sistema un cane robot avrà la possibilità di raggiungere i 3 m/s incorrendo in sempre meno incidenti. Secondo i ricercatori che approfondiscono la tecnologia ABS, il loro contributo alla robotica si articolerà in cinque punti, quali, ad esempio nuovi metodi di “allenamento” del robot che porteranno alla possibilità di evitare ostacoli senza dover diminuire la velocità e una rete di rappresentazione degli stimoli esterni che possa aiutare a individuare ostacoli anche di piccole dimensioni per eliminare quasi totalmente la possibilità di collisione.

Tutti i vantaggi di Spot

Spot si trova sul mercato ( è un prototipo proposto dalla statunitense  Boston Dynamics)  per un prezzo che può variare da 70.000 a 200.000 euro, naturalmente a seconda dei componenti installati su di esso, che ne modificano le funzioni.

Ma quali sono veramente le motivazioni per cui si dovrebbe preferire utilizzare un robot dalla forma di un cane invece che un vero e proprio cane? Robusto e preciso, Spot può trasportare carichi, essere utilizzato

In ambienti pericolosi per un essere vivente, quali rilevamento di bombe ed esplorazioni in luoghi sconvolti da disastri naturali.

Dunque questi macchinari permettono di non compromettere la sicurezza degli esseri umani e allo stesso tempo di portare a termine missioni rischiose.

Inoltre, naturalmente, Spot presenta tutti i vantaggi dati dal fatto che non è un essere vivente: non ha bisogno di cure e attenzioni che sono invece necessarie per un cane normale, non si stanca, ha una durata molto maggiore, è più preciso e meno soggetto a distrazioni o a qualsiasi tipo di complicazioni che possono sopraggiungere quando si lavora con un essere vivente.

Al momento il cane-robot dell’Università di Genova è ancora in una fase sperimentale, in attesa di venire impiegato in ambito sociale e d’emergenza.

 

 

L’altra faccia della Casa dello Studente. Visita ai sotterranei e incontro con il partigiano “Giotto”

di Benedetta Lorenzon e di Benedetta Pittaluga, 3D

Il 16 aprile 2024, in occasione della 79esima giornata della Liberazione, il 25 aprile, tre classi del Liceo Classico Andrea D’Oria sono andate in visita alla Casa dello Studente. Dietro un edificio apparentemente normale in cui gli studenti universitari fuori sede trovano alloggio, infatti, si cela una storia terribile, ma realmente accaduta e che, per questo, bisogna conoscere. Le atrocità della Seconda Guerra Mondiale che sembrano tanto lontane da noi si sono, infatti, verificate in un luogo davanti a cui tutti i genovesi, almeno una volta nella vita, sono passati.

La Casa dello Studente divenne operativa nel 1935 con le stesse finalità che ha oggigiorno. Gestita dal Partito Nazionale Fascista, la Casa era un luogo che Benito Mussolini utilizzava per portare avanti la propria propaganda. Lì studiavano ragazzi borghesi, provenienti da famiglie molto benestanti, in una sorta di “paradiso”. La Casa era, infatti, dotata di camere spaziose e confortevoli, di giochi, come il biliardo, in cui i ragazzi potevano cimentarsi. Consisteva, di fatto, in un luogo in cui i giovani potevano studiare, socializzare e divertirsi: era un’ottima prigione d’oro in cui rinchiudere i ragazzi e impedire loro di capire ciò che il regime realmente faceva.

La storia della Casa ebbe una svolta durante gli anni finali della guerra in cui divenne sede della Gestapo e un luogo di tortura di prigionieri politici, partigiani ed antifascisti.

Il 23 aprile 1945, con l’approssimarsi della Liberazione, i tedeschi abbandonarono l’edificio bruciando tutta la documentazione che attestava le torture tenutesi in quel luogo.

Nei mesi successivi, il Comune di Genova decise di mettere la Casa dello Studente a disposizione delle famiglie che, a causa dei bombardamenti, avevano perso la casa. L’amministrazione comunale, però, si scontrò con quella universitaria, che voleva che la Casa tornasse ad avere la sua originaria funzione. Alla fine, nel 1946, la Casa fu restituita all’università. Le celle e le cantine, dove erano avvenute le torture, tuttavia, furono murate insieme al rifugio antiaereo. In questo momento storico, infatti, era necessario portare avanti un ben preciso messaggio propagandistico: non era stata l’Italia la causa della guerra, ma solamente la Germania nazista. In un momento di passaggio quale quello del dopoguerra era, infatti, fondamentale che nei cittadini italiani sorgesse un sentimento patriottico.

La situazione, tuttavia, cambiò con le proteste del 1968: gli studenti iniziarono a sentire l’esigenza di rievocare ciò che realmente era successo poco più di due decenni prima. Nel 1972, durante un’occupazione della Casa dello Studente da parte di studenti, un ex partigiano di nome Livio indicò uno degli ingressi alle celle della tortura. Dopo varie notti di lavoro, i compagni di Lotta Comunista (la Casa era diventata nel ’68 sede del gruppo extraparlamentare) riuscirono a praticare un foro nel muro con cui erano stati chiusi i luoghi delle torture.

Questi locali furono adibiti a Museo della Resistenza e gli studenti lo dedicarono a Rudolf Seiffert, un tedesco che si oppose ad Adolf Hitler e che, per questo, venne giustiziato. Avendo egli, tuttavia, una gamba di legno, riuscì a nascondere in questa una lettera con cui rivolgeva l’ultimo saluto alla famiglia. Gli studenti non dedicarono, dunque, la Casa a un italiano, come forse risulterebbe spontaneo pensare dal momento che la Casa si trova nel nostro Paese, ma proprio a questo operaio tedesco. Infatti non è vero che tutti i tedeschi fossero allineati con il regime nazista: questa idea è il frutto di una strumentalizzazione della politica italiana, per sminuire le reali responsabilità storiche del fascismo rispetto alla sua controparte tedesca. Gli studenti, dunque, andando contro la propaganda, dichiararono con questo atto la necessità di ricordare ciò che era successo, tanto più che era accaduto anche a causa di italiani, genovesi, nostri concittadini.

La visita presso la Casa da parte degli studenti del Liceo Classico Andrea d’Oria prosegue con un incontro con un ex partigiano: Giordano Bruschi, noto come “Giotto” durante la guerra.

Innanzitutto, Giordano Bruschi ha delineato il contesto storico nel quale si era affermato il fascismo e ci ha spiegato come veniva percepito questo governo all’epoca: “Il fascismo inizialmente sembrava un’epoca trionfale per l’Italia, con un grande capo, l’uomo solo al comando. Mussolini, però, ha portato l’Italia nel baratro, anno dopo anno; ha dichiarato guerra a dieci paesi. Mussolini non si fermava più, perché pensava che più guerre faceva e più sarebbe stato apprezzato. Questo in realtà è stato il fascismo, la guerra, e poi ne abbiamo patito le conseguenze. La prima di tutte queste conseguenze è stato un cartellino, la tessera annonaria: non si era più liberi di comprare nei negozi, ma bisognava avere questo tagliandino.  Poi vennero anche ridotte le razioni, eravamo affamati. E’ la nostra storia, della fame e della guerra.”

“All’inizio invadevamo i paesi, abbiamo fatto delle cose orribili. Nella storia dell’umanità si cerca di creare sempre la sensazione che noi siamo le vittime, che gli avversari sono cattivi e che ci fanno del male, ma noi abbiamo usato per primi i gas asfissianti in Etiopia. Noi ragazzini di allora come voi andavamo per le strade a cantare che era bello che ci fosse la guerra, con la guerra si occupavano territori; una delle canzoncine che ci insegnavano faceva così:”Osteria dei tre boschetti, in Italia siamo stretti, allungheremo lo stivale fino all’Africa orientale”.

Giotto poi ci ha raccontato la storia di Antonio Gramsci e l’origine del termine partigiano. Inoltre, ci ha invitato a riflettere sull’indifferenza, un tema attualissimo ancora oggi: “Gramsci aveva fondato un giornale di giovani socialisti: “Città futura”. Questo giornale rappresentava il desiderio di quello che poteva essere l’avvenire. L’undici febbraio del 1917 Gramsci fu il primo ad utilizzare una parola che oggi è diventata famosa: partigiano. Gramsci diceva: “Sono partigiano come uomo di parte”. Contemporaneamente, aveva scritto una cosa fondamentale, che dovrebbe essere di insegnamento per ognuno di voi. Aveva scritto “Odio gli indifferenti”. Gli indifferenti sono quelli che non vogliono partecipare, che non vogliono interessarsi delle cose pubbliche, dell’uguaglianza e della giustizia. Il fascismo condannò Gramsci a vent’anni di reclusione. Questo è stato il fascismo, chi non era d’accordo con il partito fascista andava in carcere. In carcere Gramsci fu isolato. Del processo di Gramsci è rimasta famosa la frase: ”Bisogna impedire al cervello di Gramsci di funzionare per vent’anni”. Una frase che dovremmo tutti ricordare, pensate a come era la magistratura allora.”

Giotto e il Circolo Sertoli hanno inventato il “Calendario del popolo antifascista-la resistenza partigiana giorno per giorno”, nel quale, ogni giorno dell’anno, si ricordano personalità che hanno lottato contro il regime fascista: “Abbiamo pensato che fosse importante ricordare anche chi ha fatto del bene, chi ha lottato per la libertà e abbiamo inventato questo calendario.  Qui c’è la storia popolare, che riguarda genovesi, italiani, sacerdoti, operai, contadini. E’ importante ricordare da dove veniamo. Ogni giorno c’è il ricordo di quelli che sono stati i nostri combattenti.”

Giotto inoltre ci ha spiegato come un grande autore della letteratura italiana, Italo Calvino, ha trattato il tema della resistenza nella poesia “Oltre il Ponte”: “Italo Calvino ha dedicato una poesia alla figlia Giovanna, la poesia “Oltre il ponte”. Pensate a come Calvino descrive la realtà partigiana, con l’amore che un papà ha per la propria figlia. In due versi c’è l’essenza della resistenza: “Siam pronti, chi non vuole chinare la testa con noi prenda la strada dei monti.”. “

Ci fu la resistenza anche in altri Paesi, in Francia, in Iugoslavia, in Grecia e anche nella stessa Germania, ma secondo Giordano la resistenza italiana fu di una forza maggiore a quella delle altre resistenze: “La resistenza d’Italia è una resistenza che dà lezione alle altre resistenze. L’ampiezza della resistenza italiana non si è vista da nessuna parte. La storia della resistenza è una storia popolare.”

Giordano, inoltre, ci ha raccontato la storia di alcune personalità ricordate nel calendario, tra cui quella di Don Angelo Bobbio e quella di Ottavio Moro e della figlia Stefanina Moro: “Nel nostro calendario, la giornata del 3 gennaio è dedicata a un sacerdote, Don Angelo Bobbio, che venne condannato a morte dai fascisti perché diceva la Messa ai partigiani. Il comandante del plotone dell’esecuzione chiese a Don Angelo Bobbio se voleva pregare e Don Angelo Bobbio disse: ”Non ho bisogno di pregare per me, ma pregherò per voi che mi uccidete.”

“Il partigiano del giorno di oggi (16 aprile) è Ottavio Moro, camallo di Genova. Ottavio Moro aveva una figlia di nome Stefanina e l’aveva educata al senso della libertà. Ottavio Moro morì in battaglia. Stefanina, a sedici anni, decise di partecipare alla lotta e decise di fare quello che fecero tante altre donne partigiane: fece la staffetta. L’arma fondamentale di Stefanina Moro era la bicicletta: pedalava tra un luogo e l’altro della città per comunicare i messaggi del comitato di liberazione. Tante staffette morirono perché sapevano molte informazioni riguardo alla resistenza. Stefanina Moro venne arrestata e i fascisti cercarono di farla parlare; fu orribilmente torturata ma non parlò. Sono tutti episodi veri quelli che caratterizzano queste storie, alcuni accaduti qui.”

Questo incontro è stato molto interessante e coinvolgente e inoltre ci ha invitato a riflettere molto su un periodo storico cronologicamente non molto lontano da noi caratterizzato da grandi atrocità. Inoltre, abbiamo potuto capire quanto temi attuali allora, come l’indifferenza, il coraggio, la presa di posizione,  possano esserlo ancora oggi, perché i resistenti ci furono allora come possono esserci anche oggi e in futuro: “Finché ci sarà un attimo di ingiustizia nel mondo dobbiamo fare in modo che qualcuno di noi lotti per la libertà.”

 

Fonte immagine in evidenza: genova24.it

 

 

 

Il futuro “oltre il ponte”

Il messaggio di Italo Calvino partigiano “Santiago” raccontato da Giordano Bruschi partigiano “Giotto” agli studenti del Liceo D’Oria.

a cura di Andrea Malusel e Filippo Montalto, classe 5G

 

“Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa, saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.”

Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, 1947

 

Il 15 ottobre 2023 si è celebrato il centenario della nascita di Italo Calvino, non solo uno dei

più importanti letterati italiani del XX secolo, ma anche un giornalista, un politico, un partigiano. Un uomo eccezionale, ricordato con grande stima e affetto da coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Tra questi Giordano Bruschi, testimonianza vivente della Resistenza, ha incontrato le classi quinte del liceo D’Oria per raccontare il proprio rapporto con il celebre autore, da lui incontrato di persona grazie al suo comandante di reggimento partigiano.

 

Italo Calvino proveniva da una famiglia particolare: il padre, Mario, e la madre, Eva Mameli, furono tra i pionieri nello studio delle coltivazioni esotiche. Viaggiavano continuamente per studiare nuove colture, e Italo Calvino nacque all’Avana, nel sobborgo di Santiago de las Vegas, il 15 ottobre 1923. Proprio a queste origini “latine” è dovuta la scelta del nome da partigiano “Santiago”. Nel 1942, mentre frequentava la facoltà di agraria, Calvino venne a contatto con l’ambiente antifascista attraverso le celebri figure di Piero Calamandrei, autore di Uomini e città della Resistenza. Discorsi, scritti ed epigrafi, e Teresa Mattei, partigiana e donna di grande carisma.

 

A seguito dell’uccisione da parte dei fascisti del giovane medico comandante partigiano Felice Cascione, Calvino aderì alla Resistenza nel 1944, unendosi alla divisione d’assalto “Garibaldi”. All’esperienza nella Resistenza e alla “definizione” della memoria di quest’ultima Calvino dedicò in particolare il romanzo Il sentiero dei nidi di ragno (1947) e la raccolta di racconti Ultimo viene il corvo (1949), scritti giovanili che presentano già alcune delle peculiarità essenziali dello stile dell’autore e che rappresenteranno sempre per lo stesso Calvino punti imprescindibili della sua produzione.

 

Il canto Oltre il ponte, scritto nel 1959 e dedicato alla figlia Giovanna, racconta la Resistenza in versi, concentrandosi su quello che ne fu il più profondo motore, e il senso umano più alto: la speranza, prima di tutto dei giovani, che nella lotta vedevano la prospettiva futura di un mondo migliore, in cui avrebbe dominato l’amore, nel senso più ampio in cui il termine può essere inteso. La Resistenza diventa quindi una esperienza di maturazione, di consapevolezza, e il ponte da conquistare con le armi diventa il simbolo di tutto ciò che deve essere superato per portare l’umanità al suo riscatto.

 

“Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte che è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte”

 

All’alba della Liberazione, Calvino si pose una domanda cruciale: “Quello che abbiamo fatto resterà?” Chi, insomma, avrebbe tramandato i valori per cui tanti giovani avevano dato la vita? La risposta a questa domanda vive negli occhi di Giordano Bruschi, partigiano “Giotto”, così come negli occhi delle nuove generazioni che ricevono, dandole nuova vita, la testimonianza del miracolo di migliaia di giovani che, rischiando e perdendo la propria vita, fecero una scelta, consapevole e soprattutto libera, di lotta contro le ingiustizie della società in cui vivevano.

 

Le Heroides in scena al teatro greco di Palazzolo Acreide

In scena, sul palco del teatro greco di Palazzolo Acreide

 

Il progetto Siracusa – la messa in scena di un testo della classicità, da rappresentare al Festival  del Teatro Classico – è un’iniziativa amatissima, proposta da anni dalla nostra scuola e coordinata da sempre dalla prof.ssa Marina Terrana e dal regista-attore del Teatro della Tosse Enrico Campanati. Vi possono aderire tutti gli studenti del triennio che abbiano voglia di mettersi in gioco, affrontare i propri limiti e conoscere le proprie potenzialità. Infatti, oltre a essere una splendida occasione per relazionarsi con studenti di altri corsi è un’ottima possibilità di crescita interiore e conoscenza di sé.
Sono ben ventinove gli studenti che quest’anno hanno scelto di dedicare almeno un pomeriggio alla settimana, nonostante i numerosi impegni – non solo  scolastici – a mettere in scena le “Heroides” del poeta latino Ovidio.
Si tratta di un’opera abbastanza complessa da rappresentare,  poiché non è un testo unico ma una raccolta di splendide lettere (immaginarie) scritte da donne famose, eroine del mito greco.

Il regista dello spettacolo, Enrico Campanati

Arianna, Ipsipile, Medea, Canace, Elena, Laodamia, Ero… queste le donne la cui lettera – espressione d’intenso amore o di dolore  – verrà messa in scena dai nostri attori giovedì 18 maggio al Teatro greco di Palazzolo Acreide,  sede del Festival del Teatro Classico Giovani.

Le prove in Aula Magna, prima della partenza per la Sicilia

Quattro classi quarte del liceo li accompagnano, cogliendo l’occasione di uno splendido viaggio in Sicilia che li conduce ad ammirare alcuni dei luoghi più suggestivi della Magna Grecia.
Alice Bettuelli ha voluto lasciarci una testimonianza del significato di questo progetto per lei:
Quest’anno ho deciso di partecipare al Progetto Siracusa. Non mi ero mai impegnata in un progetto simile e non pensavo che il mondo della recitazione mi sarebbe piaciuto così tanto. In tutta sincerità è un’esperienza veramente coinvolgente e significativa. 
Sia Enrico, il nostro regista, sia le professoresse che ci seguono, sin da subito ci hanno fatto sentire parte del gruppo e ci hanno spronato a far uscire il nostro lato più creativo. Con i compagni si è creata immediatamente sintonia, nonostante fossimo tutti alunni di classi diverse. Anche per questo motivo trovo il progetto importante: unisce ragazzi che probabilmente non si sarebbero mai incontrati permettendo di conoscere nuove persone e fare nuove amicizie. 
Durante gli incontri il clima nell’aria è sempre unico: voglia di divertirsi, a volte anche troppa, e tanto desiderio di far uscire qualcosa di bello, proponendo sempre idee e impegnandosi. Purtroppo non sono potuta partire per Siracusa per problemi di salute, ma avendo fatto parte del gruppo per tutto l’anno posso dire che di questa esperienza mi rimarrà tutto ciò che ho imparato, settimana dopo settimana.
Il progetto è veramente un’occasione unica, per mettersi in gioco, provare nuove emozioni e avere l’opportunità di fare un viaggio pazzesco. Ringrazio tutte le professoresse ed Enrico, anche per la pazienza!

Alice Bettuelli, 5D

La delegazione del D’Oria alla sessione nazionale del Parlamento Europeo Giovani

Mercoledì 12 aprile siamo partiti da Genova per arrivare a Trieste, la città che ci avrebbe ospitato per tutta la permanenza della sessione nazionale del Parlamento Europeo Giovani (EYP).

La delegazione del nostro liceo era formata da me, da Livia Parodi, Anna Pastorino, Beatrice Piatti, Rita Saguato e dal professore di Storia e Filosofia Santino Mele.

Una volta raggiunta la stazione di Trieste, con tutti i nostri bagagli ci siamo diretti alla famosissima Piazza Unità d’Italia dove, una volta presentati agli Organizzatori, siamo stati distribuiti nei nostri rispettivi “committees”.

I “committees” sono gruppi di lavoro costituiti da ragazzi provenienti da tutta Europa con i quali si condivide e sviluppa un lavoro proposto dagli organizzatori.

Insieme ai nostri nuovi compagni, con i quali è obbligatorio parlare inglese, per tutto il primo pomeriggio ci siamo focalizzati su quella fase del progetto chiamata “team-building”, cioè una serie di giochi di gruppo che hanno il preciso scopo di rafforzare i rapporti tra i vari compagni.

Arrivata la sera del primo giorno, sotto un diluvio pazzesco, siamo andati a mangiare tutti insieme da Rosso Pomodoro, monopolizzando letteralmente tutto il locale, monopolio che durerà per tutta l’esperienza.

Nel pomeriggio del secondo giorno il mio gruppo era già riuscito a delineare quelle linee guida che avremmo dovuto sviluppare per riuscire ad affrontare la “General Assembly” più che dignitosamente.

La “General Assembly” è il momento culmine dell’esperienza, è infatti un’assemblea nella quale si riuniscono le varie delegazioni per discutere dei problemi che hanno dovuto affrontare (problemi di natura economica, sociale, politica, ecologica etc.). E’ in quest’occasione che si aprono dei veri dibattiti con tanto di giuria e telecamere. Insomma, partecipare ad una G.A. (come la chiamano i ragazzi dell’EYP) vuol dire partecipare ad una vera e propria simulazione di un’assemblea al Parlamento Europeo.

Il venerdì, l’ultimo giorno per lo sviluppo dei nostri elaborati, l’ansia era palpabile. Tutti quanti riguardavano i punti che solo dopo poche ore avremmo dovuto riferire durante la GA.

Ricordo precisamente le camerate: erano colme di ragazzi in fibrillazione, che scherzavano e discutevano su quale parte avrebbero dovuto omettere e quale parte del discorso avrebbero dovuto obbligatoriamente riportare, correggendo bozze e ricontrollando continuamente la grammatica.

Al mattino seguente, al suono della sveglia siamo scattati tutti in piedi come dei soldatini; l’emozione e l’agitazione ci hanno fatto preparare in pochissimo tempo. Eravamo tutti bellissimi.

Nell’attesa di arrivare al palazzo che avrebbe ospitato la General Assembly, abbiamo trascorso proprio dei bei momenti, sentendoci adulti e importanti.

Il tempo è passato velocissimo tra scambi di opinioni, interventi e approfondimenti, e in un batter d’ali di farfalla è arrivato il momento in cui, dopo l’ultima presentazione, quella del mio “committee”, la giuria ha proclamato la fine della General Assembly e della 53esima Sessione Nazionale del Parlamento Europeo dei Giovani Italia.

Fatta un po’ di baldoria la sera e la notte assieme a tutti i compagni di viaggio, la delegazione del Liceo Andrea D’Oria, ha preso il treno della domenica, portandosi dietro valigie e borsoni colme di nuove conoscenze, ma soprattutto piene di emozioni e nuove amicizie.

Luca Legrottaglie

Concorso Young Women in Public Affairs promosso da Zonta International. Premiate due studentesse del Liceo Classico per l’Europa

Zonta International è un’importante organizzazione di servizio, nata negli USA nel 1919, in particolare con l’obiettivo di sostenere la condizione femminile nel mondo, e deve il suo nome ad una parola del linguaggio Sioux che significa “onesto e degno di fiducia”.  Una delle oltre trentamila socie che ne fanno parte è l’avvocato Chiara Rogione, nostra preziosissima e storica collaboratrice del Liceo Classico per l’Europa, che ci ha proposto il programma Young Women in Public Affairs (YWPA).

Avviato da Zonta International nel 1990, il programma ha lo scopo di valorizzare le giovani di età compresa tra i 16 e 19 anni che dimostrino abilità di leader e operino in attività sociali e civiche, così da incoraggiarle a continuare l’Impegno nella vita pubblica. Il concorso si svolge nei 63 paesi in cui Zonta è presente. 

Con questa iniziativa Zonta intende promuovere e incoraggiare la partecipazione delle Giovani alla vita pubblica premiando le studentesse che dimostrino attitudine allo studio, al servizio e all’impegno sociale, doti di leadership e dedizione all’avanzamento della condizione della donna , sia a livello locale che internazionale.

La nostra studentessa Bianca D’Aversa di IV A, seguita dalla sua compagna Alice Luppi al secondo posto, ha vinto il premio ligure e poi ha spiazzato tutte le altre concorrenti, in particolare svizzere e austriache, anche nella seconda fase del concorso, aggiudicandosi così uno dei premi internazionali!

Il suo brillante curriculum e la sua padronanza delle lingue straniere hanno fatto la differenza.

Bravissima, Bianca!