La chiesa di Santa Maria di Castello: intervista a un volontario

Di Jacopo Di Muzio, 1D

Oggi sono andato alla Chiesa di Santa Maria di Castello, luogo di grandissimo valore storico e religioso per la città di Genova, che è recentemente stato abbandonato dai frati della Chiesa. Ho intervistato il signor Attilio Repetto, un volontario, per imparare delle cose nuove su questa chiesa e per scoprire quale destino la attende.

Di che periodo storico è la Chiesa, quando e da chi è stata costruita?

Il primo nucleo di Chiesa è del 658, è stato fatto erigere da Ariperto I, re dei Longobardi. Dopodiché si sviluppa la Chiesa, anche se questa che si vede oggi, la chiesa romanica, è del 1125 ed è stata costruita dai Maestri Antelami.

Ci sono mai stati eventi significativi di tipo storico-religioso in questa Chiesa?

Il più rilevante risale al 1442, quando qui arrivarono i frati Domenicani, che svilupparono la Chiesa e costruirono il convento. Acquistarono proprietà adiacenti alla chiesa e il complesso fu ampliato e divenne un importante polo culturale. Inoltre, i Domenicani trasformarono il tetto della chiesa, a capriate di legno, in una volta a crociere in muratura e sono rimasti nella chiesa dal 1442 al 2015.

 Cosa illustrano in particolare le visite guidate all’interno della Chiesa?

La guida mostra tutto quello che c’è da sapere sulla Chiesa, il Cristo moro, l’altare e tutti gli altri elementi significativi, dopo di che si va in convento, dove ci sono i chiostri, il giardino, le sale museali.

La Chiesa ha mai subito delle importanti ristrutturazioni?

Certo. Quando sono arrivati i Domenicani, hanno abbattuto il muro di sinistra perimetrale e hanno costruito le cappelle. Il tetto che era ligneo a capriate viene trasformato in questi voltoloni. L’abside romanica viene abbattuta e viene allungata nella prima metà del ‘500 per poter mettere il coro ligneo semicircolare. 

Ho saputo che i frati hanno lasciato questo luogo. Quale sarà il destino della Chiesa di Santa Maria di Castello?

La Chiesa adesso verrà’ gestita dalla Curia di Genova e diventerà sede dell’archivio Diocesano. Quindi diventerà un sito importante anche dal punto di vista culturale. Quello su cui puntano è farne un centro culturale importante, in cui organizzare eventi e attrarre anche persone interessate, evidentemente all’archivio, agli studi e etc. Diventa un luogo laico soprattutto.

enigMALAVITA: Stefano Cavassa racconta la storia dell’escape room

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Di Anna Di Bella, 1D

enigMALAVITA è un’escape room situata in un luogo confiscato alla mafia nei vicoli di Genova. Si tratta di un gioco che consiste nel trovare un modo per uscire dalla stanza in cui si viene messi, in questo caso è organizzata a tema mafia e lotta contro la mafia. Con l’intervista a Stefano Cavassa, uno dei fondatori di questo progetto, ho potuto conoscere la storia di questo posto che raccoglie passato e futuro con un semplice gioco.

Com’è nata l’idea dell’escape room?

Tutto nasce da un progetto di tanti anni fa: c’era una comunità di scout, un clan che doveva trovare un modo per auto finanziarsi per partecipare ad una route, al capo clan è venuta l’idea, invece di fare la solita vendita di torte, di fare un autofinanziamento un po’ particolare: ha proposto di creare una escape room con il tema della lotta alla mafia, perché l’esperienza con Libera era proprio legata alla mafia, nella sede di quel clan.

Così il clan si attiva: gli scout predispongono gli enigmi, i giochi di logica, chiudono la sede per qualche settimana e iniziano ad invitare gli amici che, in cambio dell’esperienza, danno un contributo in denaro. La cosa funziona, il clan riesce a partecipare alla route con i soldi ricavati da questo gioco. Passa qualche anno e sfortunatamente il capo clan che aveva fatto questa proposta si ammala: gli viene diagnosticato un tumore al cervello e muore durante il lockdown, senza che noi potessimo partecipare al funerale.

Questa situazione ci ha molto scosso, in particolare i ragazzi di quel clan che qualche anno prima avevano fatto l’escape room. Allora alla fine del lockdown i ragazzi mi hanno contattato per propormi di fare un’altra escape room, sempre con il tema della lotta alla mafia, per ricordarci di quel ragazzo.

Però abbiamo voluto puntare un po’ più in alto: invece di rifarla nella sede scout, abbiamo deciso di farci assegnare un luogo confiscato alla mafia, quindi è partito il progetto enigMALAVITA, che ha visto l’assegnazione alla zona scout tre golfi (i gruppi scout della zona di levante) di un bene confiscato. Ad agosto 2021, sono partiti i lavori e ad aprile 2023 abbiamo aperto l’escape room.

Dopo l’apertura dell’escape room, avete mai subito ripercussioni o minacce da parte della mafia?

No, però abbiamo scoperto che c’è una grande comunità legata ai beni confiscati, soprattutto a Genova. Genova è stata la città nel nord Italia sede della più grande confisca dei beni mafiosi. Esistono numerose comunità di associazione che, facendo cose diverse, gestiscono i beni confiscati alla mafia. Questa gestione è fondamentale come attività di presidio: la mafia, nel momento in cui si rende conto che in un bene confiscato ci sono delle cose che vengono fatte, difficilmente ritorna. Succede invece che la mafia, che comunque osserva, che si accorge che un bene non è più presidiato piano piano si infiltra nuovamente e torna a sfruttare il luogo.

Qual è la storia di questo luogo?

 Abbiamo partecipato insieme al Comune al sopralluogo e abbiamo subito visto che il bene confiscato veniva utilizzato come magazzino, probabilmente una piccola piazza di spaccio, ed era completamente piena di detriti, di rifiuti e di ferro e quando noi siamo arrivati era addirittura impossibile entrarci.  Cerchiamo di fare il possibile per mantenere vivo il ricordo del capo clan e, così facendo, manteniamo viva anche l’importanza del bene confiscato come luogo nel quale non c’è più la mafia, ma si parla di mafia e si sensibilizza rispetto alla lotta alla mafia.

Castello di Senarega: i Fieschi in Valbrevenna

Di Camilla Demartini, 1D

 

Situato nella parte più interna della Valbrevenna, il castello di Senarega racchiude secoli di storia.

In questa intervista, esploreremo i segreti e la storia di questo antico castello attraverso le parole del sindaco di Valbrevenna, Michele Brassesco.

Signor Brassesco, la ringrazio per averci ospitato qui oggi. Per iniziare, potrebbe fornirci una panoramica sul ruolo del castello nella storia e nella cultura locale di Valbrevenna?

Il castello è nato come posto di gabella, quello che adesso si chiamerebbe dogana, perché su Senarega transitava una delle tante Vie del Sale (ndr. vie di commercio dove passavano i commercianti che portavano i prodotti dal mare verso pianura e viceversa) ed uno dei prodotti essenziali da sempre è stato il sale.

Nel 1838, il castello passò dai Senarega ai Fieschi ed in questo periodo veniva utilizzato come “casino di caccia” dei signori, che al tempo potevano contare su una fauna ricca e varia, tra cui l’orso. Si dice che ai tempi dei Senarega, nel castello ci fosse una camera di tortura, dove si costringevano i prigionieri ad ammettere le proprie colpe. Una particolarità strutturale era che il castello avesse già in origine un proprio acquedotto, visibile ancora oggi. Il sistema faceva sì che l’acqua in esubero al castello passasse al villaggio sottostante per le famiglie dei contadini.

Alla fine dell’800, il castello è stato affidato alla curia da cui venne utilizzato come scuola. Nella storia recente il castello ha ospitato una comunità di recupero per tossicodipendenti. Negli ultimi anni, infine, è stato acquisito in comodato trentennale dall’Ente Parco dell’Antola.

Sindaco, potrebbe fornirci un aggiornamento sullo stato attuale di conservazione del Castello di Senarega?

Il castello è stato ristrutturato mantenendo e rispettando le strutture originarie e gli stessi metodi costruttivi. L’edificio è formato da tre parti: una torre di tre piani, un corpo più basso dove sono presenti le camere e un perimetro ridotto dove è situata la cucina.

All’epoca della costruzione, i  prodotti utilizzati venivano prelevati in loco: dalle cave, dal fiume e dalle varie lavorazioni come quella della calce. Per la copertura  del tetto del castello venivano utilizzate le ciappe (pietre sottili). Siccome non esiste più la produzione di queste ciappe, abbiamo utilizzato delle ciappe in ardesia con una forma identica alle originali.

Il castello è oggi arredato e pronto per essere preso in gestione da eventuali interessati.

In merito alla valorizzazione del castello, le molte opere di restauro sono ultimate, ma potrebbero essere necessarie delle piccole modifiche.

Il castello, quindi, è aperto al pubblico? In caso contrario, ci sono piani per renderlo accessibile ai visitatori?

In questo momento non è aperto al pubblico perché non ha un gestore, ma su richiesta lo si può visitare.

Quali sono i piani futuri per il castello di Senarega e come la comunità locale può contribuire al suo mantenimento e sviluppo?

La prospettiva augurabile sarebbe quella del suo utilizzo come micro albergo; questo sicuramente porterebbe grandi vantaggi economici e apporterebbe un vantaggio per tutta la valle, perché si potrebbero intrecciare nuovi business.

Ringrazio sinceramente il sindaco di Valbrevenna, Michele Brassesco, per aver condiviso con noi queste preziose informazioni sul Castello di Senarega.

UN NUOVO RISVEGLIO PER LA SPIAGGIA DEL BAI

Ilaria Canobbio 1D

Un rapido ripristino della spiaggia del Bai per il benessere di tutte le fasce d’età

Una spiaggia dove tutti abbiamo avuto o avremo un pezzo di vita da ricordare”

È proprio questo che é emerso dall’intervista riguardante la valorizzazione del luogo pubblico della spiaggia del Bai nel quartiere di Genova Quarto dei Mille all’Assessore al Demanio Marittimo Mario Mascia. Questa zona del litorale genovese ha subito ingenti danni dopo le mareggiate che si sono verificate tra l’ottobre e il novembre del 2023. Il mare ha abbattuto la terrazza in concessione di un chiosco, uno dei servizi della spiaggia, e parte delle scale che permettevano l’accesso alla zona sottostante, impedendo così il raggiungimento di essa sia per i singoli cittadini che per le associazioni sportive che hanno sede in quel luogo. Il compito dell’Assessore è stato quello di trovare, insieme ai colleghi, una ditta che potesse permettere il rifacimento della spiaggia in tempo per la stagione estiva 2024.

Ci sono progetti previsti per ripristinare la spiaggia? eventualmente, con essi si migliorerà ulteriormente questa spiaggia rispetto a prima delle mareggiate?

Ovviamente mi sono mosso al più presto per ripristinare la spiaggia entro la nuova stagione balneare. Infatti, condizioni meteo-marine permettendo, saranno fatti i lavori di ripristino tra il 6 ed il 31 maggio. Verrà ricostruita la scala in muratura che permette l’accesso alla spiaggia, successivamente lo spazio rialzato in cemento dedicato al chiosco e la parte a lato di quest’ultima dedicata al rimessaggio barche dell’associazione Cala dei Montani. Vi sono stati scambi di idee per ripristinare la spiaggia, tra me e il concessionario dell’attività commerciale del chiosco, volte a migliorare la zona per incrementare i frequentatori e di conseguenza l’investimento. In particolare si è pensato di migliorare l’accessibilità per le persone con mobilità ridotta, come persone diversamente abili, genitori con il passeggino o persone anziane, per permettere così ad un numero sempre maggiore di persone di accedere e quindi successivamente di fruire dei servizi della spiaggia”

Cosa si potrebbe fare per evitare che ciò accada nuovamente?

Come dicevano i latini << Ad impossibilia nemo tenetur >>, perché al mare nessuno può comandare. Però per ridurre i danni, anche se non si possono né prevedere né impedire, si possono progettare delle strutture utilizzando materiali con caratteristiche più resistenti e che successivamente, se danneggiati, siano riparabili più facilmente”

Sicuramente avrà potuto riscontrare degli effetti nei cittadini, nelle attività e nelle associazioni a seguito di questo avvenimento. Ma secondo lei perché e quale valore dà alle persone questo luogo?

Certamente sì, è una spiaggia molto frequentata da tutte le fasce di età tra cui i ragazzi per i quali é un punto di riferimento a livello sociale; per questo motivo c’è stata una forte richiesta di ripristino. Il valore è quello di incrementare le relazioni personali. Sono zone fuori dal centro cittadino, ma interessate da vincoli affettivi tra le persone e le famiglie che vi abitano. Quindi il valore é sociale, connesso alle relazioni e ai rapporti umani. Ci sono infatti associazioni ricreative nella zona che incrementano il senso di appartenenza dei ragazzi”

La considerazione che i cittadini hanno di questa spiaggia é la stessa di chi la gestisce ma non la vive. Ciò è emerso da una precedente indagine avvenuta chiedendo ai passanti e a chi frequentava la spiaggia le loro impressioni. prevalentemente é emersa la necessità di una comoda accessibilità e maggiore resistenza del luogo, problemi a cui verrà posto rimedio con gli imminenti lavori. Un altro aspetto più umano emerso é stato quello della socializzazione sia vissuta che vista “mi piaceva passare e vedere i ragazzi che si intrattenevano insieme e davano vita a questo posto” ha detto un cittadino che frequenta la zona abitualmente.




Esplorare nuovi mari, conoscere e lottare

Mille voci, tutti hanno opinioni diverse e non esitano a renderle pubbliche ma nessuno risponde a una semplice domanda: ”Cosa devono fare i giovani, gli eredi di tutto ciò a cui si dà inizio ?”

Don Luigi Ciotti ha dato la sua risposta, con passione e carisma, in un incontro a stretto contatto con i ragazzi.

di Martina Rosillo, 2d

Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, associazione da anni impegnata nella lotta contro le mafie e la promozione della giustizia sociale, ha incontrato noi studenti presso il Liceo King di Genova per un dialogo aperto e ricco di spunti di riflessione.

In questa occasione Don Ciotti  a differenza di altri incontri più istituzionali ha scelto di improntare la conversazione su un dialogo, facendolo partire dalle domande dei ragazzi, un metodo che ha permesso che la conversazione non toccasse argomenti troppo specifici e magari sconosciuti, che avrebbero fatto perdere in poco tempo l’attenzione di quel pubblico e di concentrarsi invece su ciò che è alla base di una associazione internazionale come Libera.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella incontra Don Luigi Ciotti.

Infatti  sin dai primi momenti è riuscito a  catturare l’attenzione del suo pubblico anche grazie al suo carisma che ha sicuramente stupito. Insomma vedere una persona di 79 anni con così tanta passione, determinazione e voglia di fare che difficilmente si vede anche nei ragazzi più intraprendenti, si può dire abbia già creato un primo spunto di riflessione.

Ascoltando il suo discorso si è percepita l’umiltà di Don Ciotti che si è messo a nudo raccontando aneddoti di vita personale per trasmettere un semplice messaggio:

 

”Tutti possiamo essere eroi”.

 

Sì,  perché chi sono per noi gli eroi oggi? Forse,  sta crescendo sempre di più la convinzione che l’importanza di una persona sia direttamente proporzionale alla sua visibilità. Ma anche aiutare una sola persona può fare la differenza, aiutare non significa salvare o sconvolgere la vita di una persona, ma anche semplicemente strappare un sorriso a qualcuno che vede tutto nero. Bisogna considerare però che tutti,  ciascuno con le proprie possibilità,  possiamo dare un contributo: un medico, un ingegnere, un avvocato, un operaio, un insegnante.  Basta usare le proprie competenze in modo corretto e responsabile, ma  soprattutto imparare a conoscersi per trovare queste competenze, principalmente  attraverso momenti di solitudine o avvenimenti con cui la vita costringe a scontrarci, come tiene a sottolineare Don Ciotti.

Lui ne è un esempio luminoso, ha raccontato di quando a 17 anni ha interagito con un senza fissa dimora, solo, rannicchiato su una panchina,  che ha stuzzicato la sua curiosità, da questa persona nonostante la sua insistenza  non ha ricevuto risposta per 12 giorni, ma non si è arreso e ci è riuscito. Da quell’incontro ha capito che la sua vocazione, che era sempre stata lì,  latente, era quella di creare qualcosa che aiutasse i più deboli e con il suo carisma coinvolgerne altri con il suo stesso nobile obiettivo.

Questo non significa che tutti dobbiamo avvicinarci fisicamente ai più fragili,  anche per il semplice fatto che non tutti siamo portati per questo, ma quello di Don Ciotti è un invito per noi adolescenti a conoscere il mondo che ci circonda, a guardarlo con occhi puliti e pieni di speranza e non restare con la testa sotto la sabbia oppressi da persone che vedono tutto nero e irrecuperabile perché nel nostro paese anche solo pensare con la propria testa è un primo passo nella lotta contro la mafia e dare la possibilità ad altre persone di farlo è l’arma più potente che possa esistere  in questa lotta.

Alla violenza non bisogna mai rispondere con altra violenza

Il racconto della gioventù di Don Ciotti, esempio di forza e perseveranza per imparare a navigare in mezzo alle tempeste di un mondo con tante disuguaglianze.

di Odino Laura, 2D 

Don Ciotti ha incontrato gli studenti liceali  presso il Liceo “M. L. King” di Genova per discutere di legalità. Il sacerdote ha voluto creare empatia con i ragazzi, ha infatti strutturato l’incontro partendo da una brevissima introduzione e poi lasciando subito spazio alle domande.

Don Ciotti ha raccontato di provenire da una famiglia povera, ma allo stesso tempo molto dignitosa. Si erano trasferiti dalle Dolomiti a Torino: lì vivevano in una “baracca in un cantiere” e molti li additavano come “straccioni”. La madre non poteva permettersi nemmeno la divisa scolastica per il bambino e si era molto scusata con la maestra. Quei pregiudizi riguardanti la famiglia di origine in un certo modo perseguitavano il piccolo Luigi. Dopo venti giorni di elementari infatti, la maestra, entrata nella classe di Ciotti, forse già provata per motivi personali, si era accanita immotivatamente con il piccolo Luigi e si era fatta scappare nei suoi confronti l’espressione “montanaro”. I compagni di classe iniziarono a gridare questa parola in coro e il bambino non resse, prese il calamaio e lo tirò alla maestra. Il ricordo di questo avvenimento ha voluto sottolineare il fatto che i genitori dei suoi compagni di classe non abbiano cercato di capire il motivo di quel gesto sicuramente sbagliato, ma abbiano soltanto messo in guardia i figli a non stare più con quel bambino. Da questo episodio possiamo quindi capire l’animo di Don Ciotti, già intollerante di fronte alle ingiustizie e diseguaglianze fin da piccolo. La madre gli diede una punizione molto severa e lui oggi è grato di ciò, perché gli ha fatto capire che alla violenza, sia verbale che fisica, non si deve per alcun motivo rispondere con altra violenza.

Un altro fatto che cambiò radicalmente la sua vita fu l’incontro che ebbe, all’età di diciassette anni, con una persona divenuta per lui molto speciale. Tutte le mattine, quando andava a scuola, vedeva un uomo che leggeva su una panchina. Cercò fin da subito di aiutarlo e di parlargli. Quella persona era senza fissa dimora e inizialmente era talmente indifferente alle parole del ragazzo, che a Ciotti venne il dubbio che fosse sordo. Quando finalmente si aprì un dialogo, si instaurò una specie di fugace amicizia. Raccontò che era un medico e che aveva subito una pesante “tempesta”: da quella panchina aveva avuto modo di osservare come molti giovani si stessero rovinando la vita con droghe e alcol ed esortò Ciotti a fare qualcosa. Le parole di conforto di Luigi riuscirono in qualche modo a incidere sull’animo di quell’uomo e in qualche modo a migliorare la sua vita. Ciotti dice che il giorno dopo quella confessione l’“amico” non era più seduto su quella panchina, perché se ne era andato via per sempre durante la notte. Don Ciotti sapeva che quell’incontro non poteva essere frutto del caso, ma avrebbe davvero dovuto dare una svolta alla sua vita. Era quindi, fin dalla giovane età, uno spirito molto forte e tenace, già predisposto ad aiutare gli altri. Ma si potrebbe dire che Don Ciotti sia riuscito ad allargare veramente i suoi orizzonti quando, durante un incontro riguardo la mafia e i soprusi, conobbe il giudice Falcone. I due si erano messi a parlare e si  sarebbero dovuti vedere per un caffè. Quel caffè però non lo presero mai, perché il giudice Falcone fu ucciso. A quel punto Don Ciotti pensò che avrebbe dovuto fare qualcosa e decise di fondare l’associazione Libera.

Questa associazione nasce dai sogni di un ragazzo, che si interroga sui grandi problemi del mondo. Da qualcosa di piccolo e apparentemente insignificante, come offrire un tè ad una persona su una panchina, nasce un vero e proprio ideale, che diventa un qualcosa di veramente grande. Libera infatti è un’associazione che opera in tutto il pianeta, dall’Italia al Sud America. Dagli incontri avuti, Don Ciotti si è quindi reso conto delle necessità della sua epoca. L’idea di Don Ciotti è ben precisa:

Non si può sempre aspettare i governi e le istituzioni per cambiare le cose, ma i singoli cittadini devono impegnarsi per la libertà comune.

Don Ciotti ripete molte volte che non è lui stesso a combattere, ma siamo tutti noi.

Nella sua lotta alla mafia ha messo molte volte a rischio la sua vita e anche oggi non ha paura di fare ciò, in quanto sa che è circondato da persone con i suoi stessi obiettivi, che porteranno avanti in ogni caso il lavoro da lui iniziato.

Verso la fine dell’incontro il sacerdote ha trattato il tema della solitudine. Don Ciotti ha augurato a noi giovani di fare esperienza della solitudine, che però non deve essere confusa con l’isolamento. La solitudine è, secondo lui, molto importante, perché permette di conoscere meglio se stessi e le varie sfaccettature del proprio carattere. Per solitudine ha inteso dire anche staccarsi dai cellulari, che spesso rendono la nostra vita frenetica e sempre meno improntata alla riflessione.

 

 

MAINETTO: LA RINASCITA DEI GIARDINI PUBBLICI

A cent’anni dalla nascita della scrittrice Beatrice Solinas Donghi, inaugurati i giardini pubblici

di Elisa Candelo 1D

Il giorno 15 marzo 2024 ho avuto la possibilità di contattare telefonicamente Angela Negri, sindaca del comune di Serra Riccò. È stata molto disponibile a rispondere ai miei quesiti.

Cosa c’era prima della ristrutturazione dei giardini Beatrice Solinas Donghi?

Erano giardini pubblici costruiti negli anni 70, vi erano grossi alberi diventati pericolosi con radici in superficie, il sottofondo sconnesso ne rendeva quindi difficile la fruizione. Proprio per questo motivo, come ci dice la sindaca, l’Amministrazione Comunale ha provato a riqualificare le aree verdi del territorio, questo è stato un esempio di rigenerazione urbana del verde, ha perimetrato i giardini con molte specie di arbusti sempreverdi e in fioritura e un piccolo roseto, sono stati tagliati gli alberi pericolosi e potati quelli che ne avevano bisogno, ha steso un manto erboso su tutta la superficie che lo ha reso gradevole. Sono state posizionate delle panchine in pietra e tavoli, creando un luogo adatto, non solo ai bimbi per i giochi, ma anche a giovani e anziani come luogo di lettura e di ristoro.

 Perché si è deciso di intitolarli a nome della scrittrice Beatrice Solinas Donghi?

Beatrice Solinas Donghi è nata a Serra Riccò nella villa Negrotto Cambiaso e proprio nel 2023 ricorrevano i 100 anni dalla sua nascita. Beatrice rimase molto legata al Comune di Serra Riccò, fu sepolta proprio in questo luogo e lasciò al Comune un lascito importante che si trova oggi in un locale antistante la biblioteca, consiste nei suoi manoscritti, nei libri della sua collezione, il suo scrittorio, la sua macchina da scrivere e quadri, insomma oggetti a lei cari che custodisce il Comune.

Siete soddisfatti del progetto finale? Ha rispettato le vostre aspettative?

Sì, siamo molto soddisfatti: il monumento ritrae Beatrice seduta intenta a scrivere ed è considerato un luogo tranquillo e piacevole. 

Ci sono altri progetti di sviluppo in quest’area?

Quest’area è un po’ a se stante ben perimetrata e vicino alla nostra scuola materna, il giardino può dichiararsi concluso, mentre, in sponda sinistra del Secca, stiamo progettando una ciclopedonale che da Sant’Olcese arrivi a Pedemonte ed è in atto un grosso lavoro di ristrutturazione dell’area attorno alla Villa Negrotto, oggi di proprietà del Dott. Cattaneo Adorno che sta ricostruendo il parco come era nel 700!

 

 

“Perché leggere i classici” Stefanelli 1B

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Letture e riflessioni dall’opera di Italo Calvino

 

di Bianca Stefanelli, 1 B

Alla sera della Notte Nazionale dei Licei Classici, la classe 1F del liceo Classico Andrea D’Oria ha letto alcuni significativi stralci di “Italiani vi esorto ai classici” di  Italo Calvino.

Durante la serata cinque studenti , davanti ad un pubblico numeroso e attento , hanno letto i punti da loro scelti come fondamentali per la nostra generazione.

I punti sono in ordine di lettura.

4. D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

E’ importante ricordare che un libro “classico” non si rilegge ma si legge, come si puntualizza nel punto 1.

1. I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo…» e mai «Sto leggendo…»

“leggere o rileggere non ha importanza”, dicono gli studenti al microfono. “Un classico non si legge, si vive e non ha sempre scopo di insegnare ma di sorprendere e scoprire sempre qualcosa di nuovo anche se si rilegge.” 

2. Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.

I classici lasciano sempre “qualcosa” che arricchisce il lettore, anche se giovane come noi, a cui molto spesso la lettura dei classici è “imposta” dagli insegnanti. 

3. I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando s’impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale. 

“Per questo ci dovrebbe essere un tempo nella vita adulta dedicato a rivisitare le letture più importanti
della gioventù durante la quale si aveva un senso di “dovere” e “rispetto”. Se i libri sono rimasti gli stessi (ma anch’essi cambiano, nella luce d’una prospettiva storica mutata) noi siamo certamente cambiati, e l’incontro è un avvenimento del tutto nuovo”, leggono gli studenti. Potremmo infatti dire:

4. D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima.

5. D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura.

La definizione 4 può essere considerata corollario di questa:
6. Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire.

Mentre la definizione 5 rimanda a una formulazione più esplicativa, come:
7. I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume).

 

PROGETTO DI RIGENERAZIONE URBANA DI VERNAZZOLA

Di Carlotta Bozano 1D

Il giorno 14 Marzo ho incontrato a Vernazzola l’avvocato Federico Bogliolo, presidente del municipio di levante, che mi ha dettagliatamente spiegato l’opera di ristrutturazione che a breve verrà fatta in questa zona. Alle mie domande ha risposto in maniera chiara ed esauriente, anche perché l’intervista è avvenuta sul posto, dove ho avuto modo di constatare di persona gli interventi di abbellimento e utilità per la popolazione.

Qual è l’obiettivo del progetto di rigenerazione urbana di Vernazzola?

L’obiettivo del progetto è quello di migliorare la vivibilità e l’accessibilità di un borgo storico unico nel suo genere.

Vernazzola, sul confine con Boccadasse, migliorerà il suo aspetto estetico con l’inserimento di una nuova pavimentazione stradale, di nuove panchine, di aree verdi, e soprattutto con l’abbattimento delle barriere architettoniche che fornirà l’accesso delle persone diversamente abili.

Il progetto, finanziato con fondi europei Pon Metro 2023/2027, si pone quindi il principale obiettivo di rigenerare un’area già di per sé affascinante e che migliorerà ulteriormente i suoi connotati, diventando più attrattiva sia da un punto di vista turistico che residenziale.

Quali sono gli interventi che verranno realizzati per attuare il progetto?

Verrà rifatta la pavimentazione di Via Argonauti e Via Chighizola, sostituendo l’asfalto con pietra a vista, più adatta alle zone pedonali, verranno implementate le aree verdi con nuove piantumazioni di alberature idonee a confrontarsi ogni giorno con gli agenti atmosferici marini. Verranno inoltre aumentati gli spazi “conviviali” (panchine..) dove i residenti potranno sostare e osservare il mare da una prospettiva unica. Infine, verrà favorita l’accessibilità dei disabili grazie all’introduzione di rampe di accesso alla spiaggia e al depuratore (depuratore di Sturla). In questi termini, sarà un borgo accessibile a 360 gradi.

Qual è stata la procedura, anche in termini di condivisione con i cittadini, che ha portato all’autorizzazione del progetto?

La procedura seguita è stata improntata sui criteri della massima condivisione, con i cittadini e tutti i livelli istituzionali. Il progetto è nato da una richiesta di finanziamento, si è passato, poi, alla fase di progettazione, nella quale sono stati coinvolti l’ufficio Urban Lab del comune di Genova, i cittadini in apposite assemblee pubbliche e il consiglio municipale, che ha potuto esprimersi durante le varie sedute dedicate al tema. Ne è nato un progetto voluto e condiviso da una platea di soggetti che hanno contribuito attivamente a quella che sarà la nuova Vernazzola: un progetto nato dal “basso” e che verrà apprezzato non solo in tutta la città, ma anche da visitatori stranieri.

Quali sono stati gli interventi realizzati per favorire l’accessibilità dei disabili?

Particolare attenzione è stata dedicata ai disabili: l’accesso alla spiaggia sarà favorito grazie ad apposite rampe approvate dalla commissione abbattimento barriere architettoniche, il depuratore di Sturla sarà accessibile a tutti attraverso un sofisticato sistema di sopraelevazione delle carrozzine che verranno portate direttamente in quota a livello della superficie del depuratore.

Infine, è stata realizzata la prima spiaggia accessibile ai disabili di tutta la città con apposito personale e attrezzature per consentire a tutti di accedere e godere della spiaggia.

Gli interventi per favorire l’abbattimento barriere architettoniche sono stati approvati da tutti gli uffici preposti sia a livello comunale che regionale (Consulta dei disabili).

 

 

“Siete la parola sul mondo che non è mai stata detta e che mai verrà ripetuta”

Di Chiara Bottino, Giovanni Porceddu e Linda Simonotto 2B

Lo scrittore Alessandro D’Avenia incontra alcune classi delle scuole di Genova al Teatro Ivo Chiesa in un evento organizzato dalla Feltrinelli. 

“Dovrei parlarvi del libro, ma non lo faccio. Ciò che è scritto è fatto per non essere detto”.

Alessandro D’Avenia pronuncia queste parole poco dopo l’inizio dell’incontro del 30 Maggio al Teatro della Corte di Genova, rendendosi conto della piega che esso ha preso. Ormai però ciò che è fatto è fatto. L’atmosfera sta iniziando a prendere forma e identità, ed è giusto cavalcare quell’onda che sta venendo verso di noi. Quest’onda ha travolto il giovane pubblico di liceali presente in sala trasmettendo la visione dello scrittore sulla vita di ogni essere umano.

Il sottotitolo dello spettacolo recita: “L’Odissea e l’arte di essere mortali”.

Il termine “odissea” si riferisce al percorso della vita di ognuno di noi, D’Avenia infatti nel libro affianca il suo passato al presente eterno del poema omerico.

Il suo intervento è stato uno stimolo per orientarci a vedere la nostra vita da altre prospettive, con altri metri di pensiero e di giudizio. Per saper apprezzare la nostra essenza e la sua unicità. L’arte di sapere morire è dunque l’arte di saper nascere tutti i giorni, di saper crescere e diventare maturi, cioè di trovare il giusto equilibrio “tra essere acerbi ed essere marci”.

Indelebile è stata, tra le riflessioni che ci ha proposto D’Avenia, quella  relativa al nostro futuro. Come afferma anche nel libro, il destino di ognuno è già scritto e sta all’individuo decidere se portarlo a compimento o meno. La luce che illuminerà la stanza del nostro destino deve soltanto essere sollecitata da un evento che abbatta gli ostacoli della vita e della società, le quali limitano l’uomo nell’espressione di sé stesso.

L’evento che ha rotto i freni che lo tenevano inchiodato alla decisione più comoda e conveniente di entrare a lavorare in futuro nello studio dentistico del padre, è avvenuto in quarta superiore; quando il suo professore di italiano gli ha prestato per due settimane il proprio libro preferito di poesie. D’Avenia afferma di  non aver saputo cogliere e apprezzare i messaggi di quelle poesie. Tuttavia, grazie a questa esperienza, D’Avenia riconosce la propria vocazione per l’insegnamento piuttosto che quella per gli studi odontoiatrici.

Attraverso questo incontro lo scrittore ha voluto ricordare che l’Odissea, spesso ritenuta solamente “moderna per la sua epoca”, è invece contemporanea a tutta la storia dell’esistenza umana.  La sua lettura ed interpretazione devono essere un tuffo nel passato, tenendo sempre presente lo scoglio da cui ci si è lanciati, nella spiaggia dell’umanità che, come il poema omerico, è senza tempo, insieme ai rispettivi sentimenti, emozioni e relazioni.