LA VALLE D’AYAS E I SUOI RIFUGI

di Riccardo Veneziani, 2D

Quest’ estate mi sono recato in vacanza in Val d’Ayas, una località turistica della Valle d’Aosta.

Oltre a chi parte per la montagna in cerca di pace e rilassamento, ci sono alcune persone che desiderano sfidare la natura provando a raggiungere le vette più alte.

A facilitarli l’uomo ha creato i rifugi, edifici costruiti nei posti più impensabili, luoghi dove i camminatori, oltre a riposare, si ritrovano con i loro simili.

Una delle camminate più ardue presenti nella valle dove mi trovavo, è quella che permette di raggiungere le vette del Monte Rosa, il massiccio montuoso più esteso delle Alpi; il toponimo deriva dal latino rosia, che significa “ghiacciaio”.

È impensabile riuscire a raggiungere cime come il Castore o il Polluce in una singola giornata, proprio per questo lungo la via che permette di raggiungere queste mete sono presenti due strutture: Il Rifugio Mezzalama ed il Rifugio Guide d’Ayas.

IL RIFUGIO MEZZALAMA

 Il Rifugio Ottorino Mezzalama si trova sulla morena naturale del quasi estinto Grande ghiacciaio di Verra, alla base delle rocce di Lambronecca, all’altezza di 3036 metri d’altitudine.

La costruzione è di proprietà del CAI di Torino, è stato finito di costruire nel 1934, su proposta dell’alpinista Pietro Ghiglione, che fece notare la mancanza di un buon punto d’appoggio in una zona ricca di itinerari.

L’edificio fu successivamente ampliato nel 1987.

È una delle mete più classiche, note e apprezzate della Val d’Ayas, per merito del suo ampio panorama sui ghiacciai.

Fu ampliato nel 1987.

Insieme al rifugio Guide di Ayas è il punto di partenza che permette di raggiungere i 4.000 m. Anche se ora viene principalmente utilizzato come meta di escursioni in giornata e da chi vuole provare l’emozione di pernottare in un rifugio di alta montagna.

RIFUGIO LAMBRONECCA O GUIDE D’AYAS

Edificato nella grande Conca del Ghiacciaio di Verra, a 3420 metri d’altitudine, il Rifugio Guide della Valle d’Ayas o Lambronecca rappresenta un punto di partenza ottimale per le salite classiche (Polluce, Castore, Rocce Nere e Breithorn), per il Tour Alto del Monte Rosa e Corsi di ghiaccio e alpinismo.

È stato costruito con pietra, ferro e rame nel 1989.

Il Rifugio prende il nome dalla cresta sulla quale è stato inaugurato. Al toponimo Lambronecca sono stati attribuiti significati diversi. Secondo alcuni deriverebbe dai termini “tischi” (lingua Walser), “Am brun Ekko” che significano “sull’altura bruna”. Secondo altri, deriverebbe da “lambruna”, termine con cui in qualche dialetto piemontese sono definiti i mirtilli, secondo altri ancora, il nome sarebbe l’insieme di Lamb (agnello) e Ekke (Morena) e significherebbe quindi “morena degli agnelli”.

Entrambi dovrebbero essere considerate opere grandiose, tenendo conto della loro distanza dalla civiltà e del terreno ripido e roccioso sul quale si trovano.

 

Maria Dolens, la Campana dei Caduti

Di Elisa Candelo 2D

 

Inaugurata il 4 novembre 1925, Maria Dolens rimane ancora oggi una delle campane più grandi al mondo, superata solo dal Pummerin (cattedrale di Santo Stefano di Vienna), dal Petersglocke (duomo di Colonia) e dalla campana dello zar (Cremlino a Mosca).

L’ideatore fu il sacerdote di Rovereto, don Antonio Rossaro, il quale decise di trovare una soluzione per non dimenticare i morti della Prima guerra mondiale. Per la realizzazione della campana si pensò di fondere i cannoni del conflitto da poco concluso. Don Rossaro contattò gli Stati che avevano partecipato alla guerra per dei cannoni e altri materiali bellici. Nell’ottobre del 1924 fusero la campana. 

Assegnarono la realizzazione del modello allo scultore Stefano Zuech. L’altezza raggiungeva i 2,58 metri, aveva un diametro di 2,55 metri e il peso era di 11 tonnellate.

La prima collocazione di Maria Dolens fu nel Castello di Rovereto, sede dal 1921 del “Museo Storico italiano della Guerra”

La campana nel 1938 subì due nuove fusioni perché il suono che emetteva non era quello desiderato. Nel 1940 tornò a Rovereto, ma la installarono nuovamente nel Castello solo nel 1945 (dopo la fine della Seconda guerra mondiale). Nel 1960 si danneggiò, per questo motivo nel 1964 si fece una quarta fusione.

Il 31 ottobre 1965 la nuova Campana venne benedetta in Piazza San Pietro da Papa Paolo VI. Successivamente la collocarono in un nuovo luogo: il Colle di Miravalle, dove ancora oggi ogni sera alle 21.30 e alla domenica a mezzogiorno batte i suoi 100 rintocchi in ricordo dei caduti. Il 18 gennaio 1968 è stata creata la “Fondazione Opera Campana dei Caduti” (rinominata “Fondazione Campana dei Caduti” nel 2018), associazione con il compito di preservare lo storico manufatto e di educare i giovani al rispetto dei diritti umani.

Nel febbraio 2006 Rovereto ha ottenuto il titolo di “Città della pace” dal Parlamento italiano.

 

Atene, un’anima tra passato e presente

Di Agata Reggiardo, 2D

La Grecia è la culla di una civiltà antichissima, capace di conservare le memorie di questa remota cultura. Atene è unica: la capitale del mondo classico è un capolavoro di arte e attualità, un luogo in cui la cultura si respira ad ogni passo. Ma Atene non è solo un museo a cielo aperto, è una metropoli pulsante, con un’anima ribelle e un’energia che si percepisce anche solo camminando per le strade. E’ caotica e confusionaria, ma sembra avere una propria identità, una propria anima. Atene è la fusione di presente e passato, per questo accanto alla metropoli convivono i ricordi indelebili di una cultura arcaica. Visitando la città, il grande contrasto fra passato e presente è molto evidente: si può camminare nell’antica Agorà, non lontano dal tempio di Efesto, e notare a pochi metri la metropolitana sfrecciare tra le rovine antiche.

Atene vive in parte nel suo passato, ancora aggrappata alle rovine antiche, fra cui l’Acropoli, la collina dei templi, che, illuminata nella notte, incombe dall’alto e emerge dalla monotonia della città moderna. Atene è viva, vissuta e pulsante.

Ad Atene agli artisti di strada è concesso creare liberamente, motivo per cui la street art riempie gli occhi praticamente in ogni quartiere. Per questo, artisti di tutto il mondo si sono trasferiti nella capitale greca per dipingere in libertà. Ad Atene non sono presenti solo murales di protesta, ma anche pareti dipinte su richiesta di negozianti e imprenditori. La vita quotidiana e la speranza si leggono sui muri, attraverso i quali si dà sfogo a un’immensa creatività.

Nell’antichità invece un’altra espressione culturale e d’identità poteva essere rappresentata dalla decorazione dei templi. Entrambe queste tecniche artistiche sono utili per comunicare con il pubblico, ma in modi diversi: mentre nei templi potevano servire a esaltare le divinità e raccontare i miti, i graffiti moderni hanno molteplici messaggi politici e sociali più diretti. Tutte e due utilizzano anche il colore come mezzo di espressione, infatti, sebbene ai nostri occhi i templi non appaiano colorati, ma come strutture in marmo bianco, un tempo erano dipinti con vivaci colori, per decorare sia l’esterno che l’interno. Queste forme d’arte hanno suscitato reazioni nelle diverse epoche. Attualmente i graffiti generano controversie in merito al loro valore artistico, mentre i templi venivano venerati e considerati sacri.


Solitamente il tempio in sé non veniva usato per pratiche religiose, spesso svolte in un altare al di fuori, a differenza della religione ortodossa, quella che al giorno d’oggi viene maggiormente praticata in Grecia. Infatti i credenti si ritrovano a pregare, assistere alle liturgie e venerare le icone nelle chiese, gli edifici del culto odierno. Mentre i templi antichi sono imponenti, tanto da sovrastare l’intera città, le chiese ortodosse sono nascoste tra le vie, piccoli luoghi ricolmi di simboli religiosi. A differenza delle antiche strutture greche, presentano un’architettura che enfatizza l’iconografia e la simbologia religiosa, come le cupole e gli affreschi. Mentre i templi erano monumenti per gli dei, le chiese moderne riflettono la spiritualità dei cristiani.

Nel tragitto dall’Acropoli al museo si finisce quasi per dimenticare di trovarsi in una metropoli, mentre i famosi resti dell’antichità fiancheggiano il viale pedonale. Nel Museo dell’Acropoli, già di per sé un’opera d’arte, l’antichità e il contemporaneo si fondono armoniosamente.

Già dall’entrata questo aspetto è molto evidente: le colonne di cemento armato affondano nelle rovine antiche, contornate dal vetro per poter essere ammirate con la stessa luce di migliaia di anni fa. Il museo non è diviso in sale, ma è tutto esposto in spazi aperti, mentre l’ultimo piano, che ospita alcune parti dei fregi del Partenone, è disposto obliquamente rispetto agli altri per imitare la posizione del tempio. Qui anche le parti conservate sono disposte in modo da rispecchiare lo stesso ordine che avevano in passato. 

Atene è la storia greca, una metropoli costantemente associata alla classicità, ma è anche una città viva. E’ ancorata al passato ma con un piede nel futuro, è difficile da incasellare e per conoscerla veramente bisogna viverla in prima persona, perdendosi tra le strade, assaporando i suoi cibi, ascoltando le sue voci, esplorando i quartieri e alzando gli occhi per ammirare l’Acropoli, che ogni volta ti sorprende come la prima.

Ginnastica ritmica: a Milano la tappa conclusiva del circuito di World Cup

di Gioia Bertuccini 2D

Dal 21 al 23 giugno 2024, per il secondo anno, all’Unipol Forum di Assago è stata ospitata la quinta e conclusiva tappa del circuito di Coppa del Mondo di ginnastica ritmica, un evento sportivo molto atteso da tutti gli appassionati.

Ciascuna tappa ha un programma suddiviso su tre giorni di gara: venerdì, sabato e domenica. Le prime due giornate sono dedicate alle qualificazioni, mentre nell’ultima si svolgono le finali di specialità per le prime otto individualiste e le prime otto squadre qualificate i giorni precedenti.

Ogni nazione ha la possibilità di schierare due individualiste e una squadra, fatta eccezione per quella della campionessa del mondo in carica, la quale può portare un’individualista in più rispetto alle altre.

In questa competizione l’Italia ha presentato Sofia Raffaeli, Milena Baldassarri e la squadra nazionale composta dal capitano Alessia Maurelli, Martina Centofanti, Agnese Duranti, Daniela Mogurean e Laura Paris.

Nella giornata di domenica i cancelli del Forum sono stati aperti a mezzogiorno, la gara è iniziata due ore dopo.

L’emozione era tanta, è sempre meraviglioso poter guardare dal vivo la bravura e la bellezza di ginnaste di calibro internazionale. L’atmosfera era davvero incantevole, sugli spalti migliaia di persone sventolavano bandiere dell’Italia in attesa di vedere le Azzurre in azione e tifare per loro.

Ha aperto la competizione la finale individuale al cerchio. Sofia Raffaeli, unica individualista italiana che ha avuto accesso alle finali, ha eseguito il suo primo esercizio sporcandolo con due perdite dell’attrezzo, una su una maestria e l’altra su una difficoltà, che l’hanno portata al settimo posto in classifica. A seguire la finale con la palla, in cui l’Azzurra, con un’esecuzione quasi perfetta, ha raggiunto il secondo gradino del podio.

È stata la volta, quindi, della gara a squadre. Le Azzurre sono scese in pedana con l’esercizio ai cinque cerchi portando a termine una prova straordinaria e guadagnandosi l’oro con il punteggio di 38.350.

Dopo la premiazione delle prime tre finali, in cui le voci di pubblico e ginnaste si sono unite per cantare l’inno di Mameli, abbiamo assistito alla seconda parte dell’evento. La tanto attesa Sofia Raffaeli ha presentato l’esercizio alle clavette in maniera impeccabile, incantando gli spettatori e conquistando un altro argento. La gara di Sofia si è conclusa con la finale al nastro, che l’ha vista raggiungere il gradino più alto del podio.

Le squadre hanno chiuso la competizione con l’esercizio misto, con tre nastri e due palle. Le italiane hanno commesso qualche errore che ha impedito loro di salire sul podio.

L’intera manifestazione è terminata con le premiazioni.

Grazie all’oro di Sofia al nastro, nel palazzetto sono risuonate per la seconda volta le note dell’inno nazionale.

Essendo questa la tappa conclusiva, si è svolta anche la consegna dei trofei alle ginnaste vincitrici dei titoli per le singole specialità del circuito internazionale 2024, definite attraverso la classifica a punti, data dalla somma dei piazzamenti conseguiti nelle cinque tappe.

La vincitrice per quest’anno olimpico dei riconoscimenti per attrezzo è stata la tedesca Darja Varfolomeev che si è aggiudicata i titoli a cerchio, palla e nastro, mentre alle clavette il trofeo è andato a Sofia Raffaeli. Per quanto riguarda le squadre, invece, il circuito ai cinque cerchi è stato vinto dalle Azzurre, mentre il titolo nel misto con palle e nastri è stato assegnato alla squadra francese.

 

La sfida della Mongolia: un difficile equilibrio tra tradizioni e sviluppo

di Francesco Repetto, 3B

 

Quest’estate ho avuto la fortuna di fare un viaggio immersivo in Mongolia, un paese del quale in occidente si sa ben poco.

Durante il viaggio ho compreso che la Mongolia è una terra di contrasti, sia a livello naturale che sociale. Il paese, situato nell’Asia orientale, tra la Russia e la Cina, racchiude paesaggi mozzafiato e una natura incontaminata che spazia dalle steppe del nord zeppe di animali da pascolo alle distese più aride del deserto del Gobi a sud, dove non mancano catene montuose che superano i duemila metri.

L’ambiente presenta quindi una grande biodiversità: mentre al nord si allevano yak e cavalli, al sud si allevano cammelli e ovini. Vagando per il Gobi si possono vedere gruppi di antilopi, ma anche capre di montagna che si affacciano sulle dune, situate al di sotto di una catena montuosa per una lunghezza di ben 180 km. Le dune del Gobi sono simili a quelle che possiamo vedere nei deserti africani, con la differenza che al di sotto di queste troviamo un vero e proprio fiume sotterraneo. In tutto il paese, inoltre, vive un numero enorme di uccelli rapaci, come aquile, falchi e avvoltoi che volano sopra il bestiame e fanno nidi in cima ai canyon.

 

La Mongolia milioni di anni fa era una immensa palude che ospitava molte specie di dinosauri, ed è proprio nel deserto del Gobi che Roy Chapman, che ispirò il personaggio di Indiana Jones, trovò nel 1924 le prime uova intatte di dinosauro, oltre ad altri numerosi fossili come quello del Tarbosauro, cugino del più noto T-Rex americano.

 

Se il panorama naturale della Mongolia è variegato, lo è altrettanto il tessuto sociale, tant’è vero che sono presenti due forme di religione, l’arcaico sciamanesimo e il buddismo, con la maggior parte della popolazione che crede al potere di entrambe e ne segue i riti. Sul territorio sono presenti molti templi buddisti, per lo più moderni, perché molti di quelli antichi vennero distrutti dai sovietici durante la dittatura comunista.

Il paese è conosciuto per essere uno degli ultimi nel mondo moderno ad ospitare il nomadismo. Per millenni i pastori hanno vissuto spostandosi continuamente lungo i grandi spazi verdi per garantire un pascolo e un riparo dal gelo invernale al loro bestiame e un terzo della popolazione ancora oggi vive in questo modo. I nomadi vivono nelle “ger”, tende ampie e circolari, fatte di feltro con sostegni di legni intrecciati, ma facilmente smontabili. Sono il simbolo della Mongolia e abbiamo avuto la fortuna di dormirvi durante il viaggio.

 

Oggi questo forte tradizionalismo entra però in contrasto con lo sviluppo del paese, rimasto “arretrato” perché legato alle tradizioni nomadi, ma anche a causa della dittatura sovietica finita nel ’90. E così che nel paese che Gengis Kahn rese grande secoli fa, ora sono presenti anche tante miniere, centrali elettriche a carbone e industrie che, insieme al traffico urbano molto caotico, rendono Ulan Bator la capitale più inquinata al mondo. Infatti, nonostante i Mongoli rispettino molto la natura e siano legati ad essa, ai suoi cicli e ai suoi misteri anche attraverso lo sciamanesimo, non hanno ancora maturato il senso della salvaguardia di tale patrimonio naturale, così che pure nei paesini più sperduti della campagna è possibile vedere a bordo strada una quantità considerevole di rifiuti abbandonati.

La Mongolia si trova quindi davanti ad una grande sfida nel bilanciare la sua doppia natura: rispettare il suo fragile ecosistema unico al mondo e le sue tradizioni, pur restando al passo con l’urbanizzazione e lo sviluppo necessario per arrivare al livello degli altri paesi asiatici più avanzati.

Riuscire a trovare un equilibrio è perciò fondamentale per il futuro del paese che ha la possibilità di emergere come un modello di armonia tra tradizione e modernità, tra uomo e natura.

Il poeta e il versificatore

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Creatività e intelligenza artificiale

Di Maria Giovanna Lauria e Chiara Ravaschio, 1B

 

Venerdì sera 19 Aprile si è tenuta nel nostro liceo la Notte Internazionale dei licei classici.

Noi abbiamo partecipato alla presentazione della classe 4B curata dalla professoressa Frisone.

La classe ha drammatizzato due momenti tratti da testi di  Italo Calvino e Primo Levi relativi alla  letteratura cibernetica e al “sogno” dell’intelligenza artificiale.

Il passaggio che ci ha colpite di più è stato quello tratto dal  libro di Primo Levi Il versificatore,  pubblicato nel 1966. Lo scrittore ci presenta una macchina formata da leve in grado di creare poesie;  il protagonista è un autore che ha perso l’ispirazione e insieme alla sua assistente prova la nuova macchina, scegliendo prima l’argomento della poesia, la lunghezza dei versi e la struttura della strofa.

Lo spettacolo si conclude con il monologo di una ragazza che spiega che il versificatore è stato realizzato ed è a nostra disposizione! Si tratta di ChatGPT, un’applicazione molto utilizzata dai giovani perché in grado di creare testi al loro posto. Il monologo si conclude con una domanda provocatoria al pubblico : siamo  veramente disposti a rinunciare alla nostra creatività e all’immaginazione?

Tra gli studenti che hanno partecipato a questo progetto abbiamo incontrato Marta, alunna della  4B, che ha risposto alle nostre domande:

Int: “Perché avete deciso di portare questo argomento alla Notte Nazionale dei Licei Classici?”

M: “Siamo molto interressati all’argomento perchè ce ne siamo occupati per tutto l’anno sotto la guida della nostra insegnante, che ci ha fatto conoscere Italo Calvino attraverso la lettura dei suoi testi, tra cui Il versificatore.

 Int: “Hai mai usato ChatGPT?”

M: “Abbiamo provato a utilizzare ChatGPT, per vedere quanto fosse affidabile e quanta creatività potesse avere. Personalmente mi è capitato di usarlo qualche volta per scrivere ricerche e ho verificato che per alcuni aspetti può essere molto utile, ma ci sono anche parecchi limiti, ad esempio, se gli si chiede la stessa cosa più volte, fornisce  risposte diverse”.

Int: “Se fossi un poeta, utilizzeresti il versificatore?”.

M: “No non lo userei, penso che sarebbe veramente triste!”.

 

 

Una mattina con Don Ciotti per i liceali genovesi

La cultura è importante per lottare contro la mafia 

di Eleonora Capone e Isabella Manni , 2B

Don Luigi Ciotti. si è raccontato ai liceali genovesi in una mattinata di fine maggio.  

Il sacerdote, famoso per aver fondato nel  1995 “Libera”, ci ha raccontato come è iniziato il suo percorso in qualità di attivista: in giovane età si trasferì con la famiglia a Torino, seguendo il padre per ragioni lavorative.

A Torino all’età di diciassette anni riuscì a capire quale fosse la sua vocazione grazie ad un uomo che vide seduto su una panchina. Ci racconta di averlo incontrato lungo il tragitto per raggiungere la scuola: lo vedeva sempre immerso nella lettura, fino a che un giorno decise di scendere dal tram per parlargli, con il pretesto di offrirgli un caffè.

Inizialmente non risponde alle sue domande, così il giovane Don Ciotti decide di fermarsi accanto a lui e aspettare.  L’uomo continua ad ignorarlo, cosa che lo porta a pensare che sia sordo. Ad un tratto avviene uno scontro tra due macchine, l’uomo alza la testa per capire da dove provenisse il rumore e quindi Don Ciotti capisce che non è sordo.

Per giorni consecutivi l’uomo lo ignora, nonostante lui si fermasse sempre dopo scuola qualche momento insieme a lui, ma decide di non arrendersi fino a che – trascorso un po’ di tempo – riuscì a scoprire che era un medico, la cui famiglia era morta in un incidente d’auto.

Ci spiega che in Italia, fino a quel momento (anni ’50), non si era mai sentito parlare di droghe. Tra i primi episodi- ci racconta Don Ciotti –  c’erano alcuni giovani che proprio lì vicino facevano utilizzo di .stupefacenti, Assieme al medico osservavano questi giovani.

Dopo aver capito che erano vittime della droga, il giovane Luigi decide di prendere provvedimenti e, con l’aiuto di altre persone, fonda un “centro di recupero”, dimostrando già in giovane età generosità e spirito di iniziativa.

Durante l’incontro Don Ciotti – che oltre a impegnarsi nella lotta alla droga, ha costantemente combattuto contro le mafie,  ha fatto anche riferimento alla strage di Capaci, raccontandoci che pochi giorni prima che accadesse la strage, si era visto con Giovanni Falcone per collaborare, promettendosi di rivedersi per un semplice caffè, cosa che non avvenne mai, dal momento che Falcone venne ucciso da lì a poco.

E’ stato un incontro ricco di spunti, che ha affrontato concetti profondi e attuali, ricordandoci che non è Don Ciotti singolarmente a lottare contro la mafia, ma centinaia di persone che lo affiancano.

Un elemento fondamentale per la lotta contro le mafie e certamente la cultura che serve a distruggere la criminalità che è organizzata e radicata in tutta Italia.

La lotta contro le mafie non deve avvenire solo in casi singoli di emergenza, ma deve essere costante contro criminalità, corruzione e illegalità.

Mercato di corso Sardegna: ossigeno o veleno per il quartiere?

Di Alberto Ferraris, 1D

Il mercato ortofrutticolo di Genova in corso Sardegna è stato per quasi un secolo parte attiva e cuore pulsante del centro cittadino, tra i quartieri di Marassi e San Fruttuoso. Dopo anni prima di stallo e poi di ristrutturazione l’area è stata recentemente riaperta con una destinazione totalmente diversa.

Le piccole attività che hanno dato lavoro per generazioni a persone che vivevano a Genova hanno lasciato il posto a multinazionali che, oltre a rendere questo luogo simile ad altri fuori regione, delocalizzano i ricavi fuori dal territorio. Approfondiamo l’argomento con Gabriele Ruocco, consigliere municipale della bassa val Bisagno dell’area di corso Sardegna ex mercato.

Quale è stato il ruolo della politica locale in questa trasformazione soprattutto nella possibilità o meno per aziende locali di insediarsi in quell’area?

L’amministrazione municipale inizialmente ha proposto di creare un parco. Sarebbe stata un’area verde importante all’interno di un quartiere fortemente cementificato. Purtroppo questa ipotesi non è stata presa in considerazione dal sindaco e dall’amministrazione dell’epoca che hanno deciso di costruire un centro commerciale. Grazie al lavoro del Municipio siamo riusciti a costruire il campo da pallone, i giochi per i bambini e qualche alberello. Inizialmente era stato proposto ai commercianti della zona di poter spostare le proprie attività all’interno del mercato con dei costi di gestione calmierati. Successivamente gli alti costi degli affitti dei locali hanno di fatto reso impossibile questa soluzione: a quei prezzi solo le multinazionali e le grandi aziende potevano permetterselo. 

mercato corso sardegna in costruzione

 

Oltre alle regole della concorrenza e del libero mercato ci sono altri valori che la politica può mettere in campo per il bene del territorio?

Questa è una bella domanda. I valori della politica sono differenti rispetto alla parte di appartenenza. I valori dovrebbero essere la tutela dei cittadini, specie i più fragili e deboli. La tutela dell’ambiente. Garantire il diritto di lavorare. Di studiare. La sanità pubblica. Quelli che sono scritti nella nostra meravigliosa costituzione. Purtroppo non è sempre così. I tempi sono cambiati e alcuni politici si dimenticano di questi valori.

Il mercato ortofrutticolo saturava di camion il quartiere, questo mi risulta essere uno dei motivi dello spostamento del mercato stesso. Le attività attuali come riescono a mitigare l’impatto di traffico? 

All’epoca il tratto di corso Sardegna direzione monte era chiuso al traffico la notte e la mattina per permettere lo scarico delle merci e lo stazionamento dei mezzi di trasporto alimentari. Il tratto direzione centro era a senso unico alternato, controllato a inizio e fine percorso da agenti di polizia municipale che si occupavano di regolare il traffico. Paradossalmente il traffico di mezzi privati è aumentato nonostante molte piccole attività commerciali in corso Sardegna abbiamo chiuso e le grandi attività siano state concentrate all’interno dell’ex mercato. Ma in generale il traffico privato è aumentato in tutta la città. Non c’è una correlazione diretta con il vecchio e nuovo mercato.

Quale ruolo ha avuto la logistica nel determinare la destinazione degli spazi in un quartiere che già subisce l’impatto degli eventi sportivi nel vicino stadio?

Gli spazi disponibili non sono molti, come del resto in tutta la città. Questo è dato dalla conformazione del territorio. La logistica si è comportata di conseguenza, adattandosi a un tessuto urbano molto complesso.

L’area di sport aperta al pubblico del Mercato mi risulta prevedesse dei canestri di basket, lavoro ad oggi non effettuato. C’è  una previsione di completamento oppure dobbiamo rassegnarci allo stereotipo bambine-bambole maschi-calcio?

Il progetto è terminato. Inizialmente dovevano esserci più spazi verdi e ludici. Purtroppo chi ha deciso non ha tenuto in considerazione tutte le proposte che il Municipio aveva raccolto dai cittadini. È mancato questo spazio di confronto costruttivo, come sta mancando anche per altri progetti che riguardano la città. C’è una tendenza a presentare progetti già finanziati senza aprire tavoli di confronto con i cittadini, che subiscono passivamente progetti calati dall’alto.

C’è il rischio che l’area venga ‘svuotata’ da un giorno all’altro, qualora le multinazionali trovassero un mercato più conveniente dove spostarsi, senza dover ad esempio tenere conto dei sacrifici che dovrebbe fare per traslocare un piccolo negozio a gestione familiare?

L’area pubblica è stata ceduta in affitto a un privato per 99 anni ed è regolamentata da un contratto. Il Comune e il privato sono obbligati a rispettare gli accordi presi. Qualora uno dei due o entrambi non dovessero rispettare il contratto stipulato, lo stesso non avrebbe più valore. Tutto può succedere, ma tendenzialmente i contratti sono convenienti se vengono rispettati da entrambe le parti che li stipulano. Il rischio che le attività delocalizzino c’è. È un rischio remoto, ma non impossibile.

 

 

 

 

La chiesa di Santa Maria di Castello: intervista a un volontario

Di Jacopo Di Muzio, 1D

Oggi sono andato alla Chiesa di Santa Maria di Castello, luogo di grandissimo valore storico e religioso per la città di Genova, che è recentemente stato abbandonato dai frati della Chiesa. Ho intervistato il signor Attilio Repetto, un volontario, per imparare delle cose nuove su questa chiesa e per scoprire quale destino la attende.

Di che periodo storico è la Chiesa, quando e da chi è stata costruita?

Il primo nucleo di Chiesa è del 658, è stato fatto erigere da Ariperto I, re dei Longobardi. Dopodiché si sviluppa la Chiesa, anche se questa che si vede oggi, la chiesa romanica, è del 1125 ed è stata costruita dai Maestri Antelami.

Ci sono mai stati eventi significativi di tipo storico-religioso in questa Chiesa?

Il più rilevante risale al 1442, quando qui arrivarono i frati Domenicani, che svilupparono la Chiesa e costruirono il convento. Acquistarono proprietà adiacenti alla chiesa e il complesso fu ampliato e divenne un importante polo culturale. Inoltre, i Domenicani trasformarono il tetto della chiesa, a capriate di legno, in una volta a crociere in muratura e sono rimasti nella chiesa dal 1442 al 2015.

 Cosa illustrano in particolare le visite guidate all’interno della Chiesa?

La guida mostra tutto quello che c’è da sapere sulla Chiesa, il Cristo moro, l’altare e tutti gli altri elementi significativi, dopo di che si va in convento, dove ci sono i chiostri, il giardino, le sale museali.

La Chiesa ha mai subito delle importanti ristrutturazioni?

Certo. Quando sono arrivati i Domenicani, hanno abbattuto il muro di sinistra perimetrale e hanno costruito le cappelle. Il tetto che era ligneo a capriate viene trasformato in questi voltoloni. L’abside romanica viene abbattuta e viene allungata nella prima metà del ‘500 per poter mettere il coro ligneo semicircolare. 

Ho saputo che i frati hanno lasciato questo luogo. Quale sarà il destino della Chiesa di Santa Maria di Castello?

La Chiesa adesso verrà’ gestita dalla Curia di Genova e diventerà sede dell’archivio Diocesano. Quindi diventerà un sito importante anche dal punto di vista culturale. Quello su cui puntano è farne un centro culturale importante, in cui organizzare eventi e attrarre anche persone interessate, evidentemente all’archivio, agli studi e etc. Diventa un luogo laico soprattutto.

enigMALAVITA: Stefano Cavassa racconta la storia dell’escape room

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Di Anna Di Bella, 1D

enigMALAVITA è un’escape room situata in un luogo confiscato alla mafia nei vicoli di Genova. Si tratta di un gioco che consiste nel trovare un modo per uscire dalla stanza in cui si viene messi, in questo caso è organizzata a tema mafia e lotta contro la mafia. Con l’intervista a Stefano Cavassa, uno dei fondatori di questo progetto, ho potuto conoscere la storia di questo posto che raccoglie passato e futuro con un semplice gioco.

Com’è nata l’idea dell’escape room?

Tutto nasce da un progetto di tanti anni fa: c’era una comunità di scout, un clan che doveva trovare un modo per auto finanziarsi per partecipare ad una route, al capo clan è venuta l’idea, invece di fare la solita vendita di torte, di fare un autofinanziamento un po’ particolare: ha proposto di creare una escape room con il tema della lotta alla mafia, perché l’esperienza con Libera era proprio legata alla mafia, nella sede di quel clan.

Così il clan si attiva: gli scout predispongono gli enigmi, i giochi di logica, chiudono la sede per qualche settimana e iniziano ad invitare gli amici che, in cambio dell’esperienza, danno un contributo in denaro. La cosa funziona, il clan riesce a partecipare alla route con i soldi ricavati da questo gioco. Passa qualche anno e sfortunatamente il capo clan che aveva fatto questa proposta si ammala: gli viene diagnosticato un tumore al cervello e muore durante il lockdown, senza che noi potessimo partecipare al funerale.

Questa situazione ci ha molto scosso, in particolare i ragazzi di quel clan che qualche anno prima avevano fatto l’escape room. Allora alla fine del lockdown i ragazzi mi hanno contattato per propormi di fare un’altra escape room, sempre con il tema della lotta alla mafia, per ricordarci di quel ragazzo.

Però abbiamo voluto puntare un po’ più in alto: invece di rifarla nella sede scout, abbiamo deciso di farci assegnare un luogo confiscato alla mafia, quindi è partito il progetto enigMALAVITA, che ha visto l’assegnazione alla zona scout tre golfi (i gruppi scout della zona di levante) di un bene confiscato. Ad agosto 2021, sono partiti i lavori e ad aprile 2023 abbiamo aperto l’escape room.

Dopo l’apertura dell’escape room, avete mai subito ripercussioni o minacce da parte della mafia?

No, però abbiamo scoperto che c’è una grande comunità legata ai beni confiscati, soprattutto a Genova. Genova è stata la città nel nord Italia sede della più grande confisca dei beni mafiosi. Esistono numerose comunità di associazione che, facendo cose diverse, gestiscono i beni confiscati alla mafia. Questa gestione è fondamentale come attività di presidio: la mafia, nel momento in cui si rende conto che in un bene confiscato ci sono delle cose che vengono fatte, difficilmente ritorna. Succede invece che la mafia, che comunque osserva, che si accorge che un bene non è più presidiato piano piano si infiltra nuovamente e torna a sfruttare il luogo.

Qual è la storia di questo luogo?

 Abbiamo partecipato insieme al Comune al sopralluogo e abbiamo subito visto che il bene confiscato veniva utilizzato come magazzino, probabilmente una piccola piazza di spaccio, ed era completamente piena di detriti, di rifiuti e di ferro e quando noi siamo arrivati era addirittura impossibile entrarci.  Cerchiamo di fare il possibile per mantenere vivo il ricordo del capo clan e, così facendo, manteniamo viva anche l’importanza del bene confiscato come luogo nel quale non c’è più la mafia, ma si parla di mafia e si sensibilizza rispetto alla lotta alla mafia.