Com’è possibile che nel 2025 il razzismo sia ancora così diffuso nel mondo dello sport?

di Giacomo Bertelli, 1D

L’episodio di Bari-Cremonese: insulti razzisti a Mehdi Dorval

Sabato 15 Febbraio 2025 a Bari si sta giocando Bari-Cremonese, partita valevole per la ventiseiesima giornata di Serie B. Il risultato è di 1 a 1, i pugliesi hanno appena realizzato il pareggio dopo una bella azione dell’esterno franco-algerino Medhi Dorval. Al minuto 94 l’arbitro fischia il termine della partita e al centro del campo inizia un parapiglia tra i giocatori e le rispettive panchine. Ne esce in lacrime proprio il 23enne del Bari che abbandona il campo. In conferenza stampa è il tecnico dei “galletti” Moreno Longo a fare chiarezza sull’accaduto, forti le sue dichiarazioni: “Mi assumo la responsabilità di ciò che dico. Vazquez ha dato del ne**o di m***a a Dorval. Nel 2025 è inaccettabile” 

Purtroppo dunque, il mondo sportivo italiano torna fare i conti con un episodio di razzismo che, come anche detto dall’allenatore del Bari, nel 2025 è inaccettabile.

Altri episodi recenti nel calcio italiano: il caso di Akinsanmiro

Soprattutto perché non si tratta di un caso isolato infatti il 12 Gennaio sempre nel campionato di Serie B i tifosi di Brescia e Reggiana si erano resi protagonisti di due spiacevoli episodi: i primi avevano fatto il verso della scimmia al sampdoriano Ebenezer Akinsanmiro, di origini nigeriane (per questa situazione una donna ritenuta colpevole ha ricevuto 5 anni di DASPO), mentre i secondi avevano insultato lo stesso Dorval e l’arbitro aveva sospeso l’incontro per ben 7 minuti. 

Oltre il calcio: razzismo nel basket giovanile e nella pallavolo

Ma tutto ciò non avviene solo nel calcio: ha fatto molto scalpore la storia della ragazza di colore diciassettenne che il 3 Febbraio è stata squalificata per aver reagito agli insulti razzisti di una mamma delle avversarie nella partita di basket under-19 tra la Rimini Happy Basket e la Nuova Virtus Cesena. A seguito delle indagini la squalifica alla ragazza è stata revocata, la mamma colpevole ha ricevuto 2 anni di DASPO e la squadra di Cesena dovrà disputare 3 partite a porte chiuse. 

Senza mai dimenticare la tristezza di cui più volte Paola Egonu, pallavolista italiana con origini nigeriane, ha parlato in delle interviste riguardo ai messaggi razzisti che riceve. 

Tutti questi fatti non solo lasciano agli spettatori incredulità e disprezzo ma anche chi è in quel momento sul campo, di qualsiasi sport si tratti, prova forti emozioni e una sensazione di trauma.

Moltissime sono le misure che il mondo dello sport sta prendendo al fine di distruggere la xenofobia che ogni giorno si abbatte sugli sportivi: l’associazione Black Lives Matter organizza manifestazioni di ogni tipo e alle loro iniziative partecipano anche molti sportivi come Lewis Hamilton e alcuni dei più importanti giocatori del NBA.

Ma anche gli stessi giocatori prendono spesso l’iniziativa: dal 2020, quando c’è stato l’omicidio di George Floyd, per esempio, non è raro imbattersi in giocatori o intere squadre che si inginocchiano prima del fischio d’inizio in segno di protesta. Inoltre le organizzazioni sportive, come l‘Unione Italiana Sport per Tutti, sono attivamente coinvolte nella promozione dell’inclusione e nella lotta contro le discriminazioni, attraverso progetti e campagne educative.

I numeri del problema

Tuttavia le statistiche dicono che siamo ben lontani dal risolvere questa questione che riguarda tutti gli sport e purtroppo anche tutte le categorie dai più piccoli ai professionisti: infatti nel periodo compreso tra il 1° giugno 2021 e il 30 giugno 2022, l’Osservatorio Nazionale contro le Discriminazioni nello Sport ha documentato numerosi episodi di discriminazione, rivelando che le vittime minorenni rappresentavano il 14,7% dei casi registrati.

Nel calcio professionistico, le statistiche sono allarmanti: nel 2022, l’Osservatorio per la Sicurezza contro gli Atti di Discriminazione ha registrato 49 episodi di discriminazione razziale, di cui 48 nel calcio e 1 nel basket. Nel 2023, i casi sono aumentati a 57, con 51 nel calcio, 3 nel basket e 1 rispettivamente nella boxe, nell’hockey e nel tennis. Anche nel 2024 si sono verificati episodi nonostante non ci siano dati precisi: sono stati  4 fino all’8 febbraio, tutti nel calcio ma certo è che ce ne siano stati numerosi altri come quello accaduto a Mike Maignan il 20 Novembre quando ha abbandonato il campo a causa degli insulti che piovevano dalla curva dell’Udinese.

Il razzismo dunque rimane un problema attualissimo e presente in tutti gli ambienti nonostante ci sembri così lontano.

Nel 2025, nonostante l’uomo stia facendo grandi progressi in tanti campi, rimane ancora un vecchio problema: l’accettare chi è diverso da noi.

Diritto di cronaca e diritto di difesa. Un avvocato genovese per un caso di narco traffico internazionale

di Federica Campi, 1d

Nel 2016, Napoli è diventata il teatro di un processo che ha attirato l’attenzione di molti. Al centro c’era Raffaele Imperiale uno dei nomi più conosciuti del narco traffico internazionale, noto anche per il suo coinvolgimento in un giro di opere d’arte rubate. 

Dopo anni di latitanza Imperiale venne arrestato a Dubai e con lui venne alla luce un mondo oscuro di riciclaggio di denaro e traffico di sostanze stupefacenti in tutto il mondo. 

Il contabile del boss Corrado Genovese era difeso da un avvocato del foro di Genova, Emiliano Salvarezza, che si è trovato a fare i conti con molte accuse. Grazie alla strategia processuale messa in campo sia dagli avvocati di Imperiale sia da quello di Genovese, entrambi gli imputati hanno potuto usufruire di importanti sconti di pena, a fronte di restituzioni allo Stato italiano di ingenti somme di denaro, un’isola privata e i rinomati quadri di Van Gogh precedentemente trafugati dal museo di Amsterdam.  

L’avvocato Salvarezza ha precisato come il procedimento non sia tutt’oggi definito, essendo pendente, davanti alla Corte d’Appello di Napoli, il secondo grado di giudizio con prossima udienza fissata per il 1° aprile 2025. 

La scelta di un avvocato genovese per un caso napoletano

Non deve stupire come un imputato scelga un avvocato che non abbia legami con il territorio in cui si svolgerà il procedimento, l’avvocato Salvarezza infatti riferisce che talvolta, nei procedimenti penali di un certo rilievo è consigliabile per gli imputati essere rappresentati da avvocati d’un foro diverso da quello dove ha luogo il procedimento proprio –se così si può dire- per evidenziare una marcata distanza dalla situazione ambientale locale. Nello specifico l’avvocato Salvarezza ritiene che la scelta sia ricaduta su di lui per la sua frequentazione più che decennale, con varie posizioni, della scena internazionale circostanza che ha certamente avuto rilevanza, trattandosi di un caso in cui era necessario interfacciarsi con autorità di paesi diversi e con culture giuridiche e generali differenti tra loro. Il legale tiene anche a sottolineare come la difesa sia fondamentalmente tecnica e quindi non abbia particolare rilevanza la sede del processo o il foro di appartenenza dell’avvocato. 

L’eco mediatica e le distorsioni giornalistiche

Il caso di Raffaele Imperiale, a cui è strettamente collegato quello di Corrado Genovese, è stato più volte trattato dagli organi di stampa, non solo italiani ma anche internazionali, anche con articoli non perfettamente aderenti alla realtà ma che miravano a porre in luce solo gli aspetti sensazionalistici quali il ritrovamento dei due famosi dipinti o l’offerta allo Stato italiano dell’isola privata di proprietà di Imperiale.  

La vita del trafficante Imperiale, tra i principali in Europa e con un ruolo di spicco a livello mondiale, insieme con quella dei suoi collaboratori è stata raccontata nel libro “Il Narcos” scritto da Daniela De Crescenzo per anni giornalista de “Il Mattino” e Tommaso Montanino ispettore della guardia di finanza. Il nome del legale di Genovese non viene fortunatamente citato nel libro.

L’etica professionale nella comunicazione mediatica

L’avvocato Salvarezza ricorda infatti come la sua professione debba sempre e comunque rispettare il Codice Deontologico il cui art.18 disciplina nel dettaglio il comportamento da tenere nei rapporti con la stampa, potendo fornire nell’esclusivo interesse del proprio assistito, informazione dai mezzi di diffusione che non siano coperte da segreto di indagine. In nessun caso un avvocato può sfruttare il rapporto con i mezzi di informazioni per enfatizzare la propria capacità professionale. 

 

 

L’evoluzione del giornalismo tra tradizione e innovazione

Incontro con Luigi Pastore

Di Alice Moscatelli, Angelica Addesi, Chiara Ravaschio, Malatesta Eleonora, Bianca Stefanelli, 2B e Agata Reggiardo, Emma Benvenuto, Chiara Flacco, 2D

Incontrare Luigi Pastore, capo redattore di Repubblica Genova, è stata una delle opportunità che abbiamo avuto quest’anno per capire  in che cosa consiste concretamente la professione del giornalista oggi. In modo semplice e informale Pastore ha  risposto a quesiti e chiarito dubbi, illustrando anche i possibili percorsi che si possono intraprendere per arrivare ad esercitare la professione.

La formazione. Innanzitutto ci è stato spiegato come sia necessario seguire un percorso che combini pratica e teoria: la formazione teorica può avvenire attraverso scuole di giornalismo o corsi specializzati, dove si acquisiscono le competenze necessarie per svolgere al meglio il lavoro. Oltre a saper scrivere, è fondamentale avere anche competenze giuridiche o tecniche, per poter comprendere temi di vari ambiti. La competenza pratica viene acquisita principalmente in redazioni, dove i cronisti alle prime armi spesso si occupano di notizie di carattere locale e vengono seguiti da giornalisti  esperti. Corsi universitari come Scienze della Comunicazione e Scienze Politiche sono ottime scelte per chi desidera intraprendere la carriera di giornalista, ma anche una laurea in Lettere costituisce una solida base per questa professione.

Quotidiani on line. Con l’avvento della tecnologia molte persone hanno cominciato ad affidarsi al giornale online per rimanere sempre aggiornati. I lettori che utilizzano il sito gratuitamente possono consultare solo un numero limitato di articoli o una parte di essi, mentre gli abbonati hanno accesso completo ai contenuti, con la possibilità di effettuare ricerche e consultazioni più approfondite .Nella gestione di un quotidiano on line è importante conoscere il numero di persone che visualizza i vari articoli e  quanti sono gli  “utenti unici”, ovvero di chi si è collegato al sito più volte e questo avviene grazie all’utilizzo dell’applicazione Chartbeat, che fornisce informazioni sull’andamento di un giornale.

Un sito web di un giornale viene continuamente aggiornato con nuovi articoli, ma questa rapidità può aumentare il rischio di errori sia di battitura che di contenuto. Inoltre, una volta pubblicato, un articolo è difficile da rimuovere e può essere facilmente condiviso su altre piattaforme online. Un altro problema nella pubblicazione di un articolo online è quello del Copyright, che mette in difficoltà molte testate giornalistiche per la pubblicazione di foto e video. 

La redazione. A questo punto dell’incontro ci siamo chiesti  come sia strutturata una redazione. Luigi Pastore ci ha illustrato come funziona quella di Repubblica Genova:  è composta da circa 12 persone, di cui 4 o 5 sono cronisti, che spesso si recano sui luoghi per raccogliere notizie e sono gli autori della maggior parte degli articoli; gli altri sono i deskisti, che dirigono, revisionano e confezionano il giornale. La sede di Repubblica,  la redazione centrale,  si trova a Roma, ed è composta da più di 300 persone. Con gli anni il mestiere del giornalista si è ampiamente evoluto e non comprende solo i giornalisti che compongono la redazione, ma racchiude anche figure come i freelancer.

Nonostante i cambiamenti che il giornalismo ha subito negli anni, l’importanza e lo scopo di questo lavoro sono rimasti gli stessi: informare in modo chiaro, preciso e responsabile. L’evoluzione tecnologica ha portato nuove opportunità, ma anche sfide, richiedendo ai giornalisti di adattarsi a un mondo sempre più veloce e interconnesso. La digitalizzazione ha trasformato il modo in cui le notizie vengono diffuse, ma il valore di un’informazione di qualità resta fondamentale.

AMT: aggressioni, vandalismi, mancanza di rispetto.

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Perché il 1 aprile è  sciopero nazionale dei trasporti. 

di Stella Medusei, 1B

Negli ultimi anni sono sempre più frequenti le aggressioni sugli autobus che spesso, oltre che colpire i passeggeri, riguardano anche gli autisti del mezzo pubblico.

Abbiamo parlato con uno dei tanti conducenti scontenti e preoccupati  di AMT di Genova alla rimessa di Molassana. L’autista, ha preferito rimanere anonimo, ma è  risultato subito molto disponibile e sensibile al tema della sicurezza.

“Prendere l’autobus” ci può sembrare un atto nomale ed elementare, ma il conducente quando lo guida deve gestirne le problematiche, badare alle persone anziane o disabili presenti sul bus o, in caso di controversie tra passeggeri, deve saper mediare la situazione. A volte questi diverbi avvengono proprio tra il passeggero e l’autista. Un aneddoto particolare è accaduto qualche giorno fa sulla linea 13, dove un uomo ha puntato contro il guidatore una pistola, risultata successivamente finta. Non tutti gli autobus hanno una completa sicurezza per il fatto che sono vecchi, come ad esempio la linea 48, il quale ha poche telecamere perché esse sono più presenti sugli autobus moderni. Altre linee meno sicure sono sicuramente la 1, il 13, il 14 e il 17  perché portano a Caricamento, dove transitano passeggeri talora ubriachi o malintenzionati.

In caso di emergenze come questa, gli autobus possiedono delle radio con  pulsanti che permettono di inviare un messaggio alla centrale, la quale invia a sua volta la richiesta di aiuto alle forze dell’ordine, invece in situazioni meno gravi intervengono altri membri del personale dell’azienda. 

Si tratta di eventi provocati fondamentalmente dalla mancanza di educazione, perché di solito accade che i passeggeri rechino danno o non rispettino il mezzo pubblico. Ad esempio, al giorno d’oggi la gente ha una vita frenetica, quindi se non viene fatto un cenno all’autista di doversi fermare, la colpa non è sua perché sopra alla fermata è riportato esplicitamente ” fermata a richiesta”. Non sono giustificate, quindi, offese verso il conducente. Ciò può sembrare banale, ma spesso è la causa di molti dissidi e come afferma il conducente intervistato: ” Il rispetto tra autista e passeggero deve essere reciproco”

Lo sciopero del 1 aprile riguarderà in parte gli stipendi degli autisti ma anche l’argomento della sicurezza sul mezzo di trasporto e le sue problematiche. Per questo sarà un sciopero molto partecipato.

 

 

Lezioni di italiano

di Adele Di Domenico, 1d

Se passi davanti alla scuola Barrili, nel tardo pomeriggio noterai che nei dintorni della scuola camminano per le strade dei ragazzi stranieri. Sono ragazzi immigrati, che prendono lezioni di italiano nella scuola. Ad insegnare l’italiano non sono gli insegnanti della  Barrili, ma gli insegnanti del CPIA (Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti), ospitati dal complesso scolastico. Normalmente coloro che sono appena arrivati in Italia, prendono lezioni per il livello dei corsi A1 o A2 che prevedono dalle 90 alle 110 ore di lezione. E’ da molti anni che tutti i giorni  al mattino e al pomeriggio si tengono queste lezioni, essenziali per i ragazzi che devono affrontare il colloquio per la richiesta d’asilo. Sono di origini nordafricane, senegalesi, bengalesi e pakistane e spesso arrivano dal mare sui barconi. Hanno dai 16 ai 25 anni, la maggior parte non ha mai frequentato la scuola prima d’ora. Alcuni studenti con meno di 16 anni vengono inseriti all’interno delle classi della scuola secondaria di primo grado e alternano le lezioni alle medie con quelle del CPIA, dimostrando collaborazione tra i due organi. C’è però un grande limite che divide questi ragazzi dal quartiere dove vanno a scuola: Albaro è infatti considerato  un quartiere d’elite, dove non tutti sono i benvenuti.

Ma è davvero così?

Le lezioni solitamente non sono sovrapposte a quelle del complesso della scuola di secondo grado, eppure negli ultimi tempi, visti i grandi numeri di giovani che vengono ospitati, le lezioni si sovrappongono. I ragazzi delle due scuole si incontrano esclusivamente nei corridoi, senza però relazionarsi tra loro. “Sono due mondi separati”, affermano gli abitanti di Albaro, “Non si notano facilmente, una volta usciti da scuola li si può vedere in massa dalla fermata dell’autobus, ma è questione di minuti.” Di fatto gli alunni del CPIA sono ragazzi già seguiti e selezionati, perciò è raro che creino trambusto.  Sembra che questi ragazzi non abbiano mai creato disagi, questa collaborazione va avanti da anni e non ci sono mai stati grossi problemi. Gli studenti della Barrili addirittura non ne notano la presenza. “I ragazzi ci sono abituati e talvolta sono i professori a lamentarsi“, hanno affermato alcuni docenti della Barrili. Ci sono poi alcuni insegnanti delle medie che volontariamente si offrono di tenere delle lezioni di italiano, dando una mano agli insegnanti ufficiali del CPIA. Insomma, questi due contesti nonostante siano nello stesso edificio rimangono separati, gli studenti della Barrili e del CPIA conducono le loro giornate in armonia ma senza interagire tra di loro, raramente qualcuno si lamenta di questa situazione. L’istruzione per i ragazzi immigrati è fondamentale, non solo per la richiesta d’asilo ma anche per la vita di tutti i giorni, è importante avere un approccio propositivo nei loro confronti nel contesto scolastico, così che affrontino l’inserimento con maggiore tranquillità.

Un bambino, un insegnante, un libro, una penna possono cambiare il mondo. L’istruzione è la sola soluzione. (Malala Yousafzai)

Alcol e sport: un binomio impossibile

Intervista al dottor Gianni Testino, Coordinatore Centro Alcologico Regionale Ligure ASL 3 Liguria   

di Marta Tognoni, 1D

Frequento da molti anni un circolo del tennis dove mi alleno regolarmente e trascorrendoci molto tempo ho notato una, non regolare, ma numerosa quantità di eventi che spesso hanno l’alcol come presenza costante. Gli eventi in questione sono sei, quindi non troppi, e nel loro nome è sempre presente un riferimento alcolico, come per esempio la “Sangria Cup“. A queste manifestazioni partecipano molte persone, le quali tra una partita di tennis o paddle e l’altra, oppure alla fine del torneo, bevono un cocktail offerto dal club.

Questo mi ha fatto pensare a quanto effettivamente l’alcool sia presente nella società di oggi, ma soprattutto negli ambienti sportivi. Anche ragazzi molto giovani fanno uso frequente di alcool ed essendo impreparata sull’argomento ho deciso di fare qualche domanda al dottor Gianni Testino, coordinatore regionale e direttore del Centro Alcologico di Genova attivo da anni nella promozione di una Educazione a Corretti Stili di Vita tra i giovani. 

Il primo bicchiere di alcol in età sempre più precoce. E l'Asl alza la  guardia sul problema. Gianni Testino: “Il bere è la pandemia delle giovani  generazioni” - Piazza Levante
Il dottor Gianni Testino e la dottoressa Patrizia Balbinot

Innanzitutto il dottore mi ha fatto una premessa:

Indipendentemente dalla tipologia di bevanda alcolica, il vero problema è l’etanolo. Questo infatti è tossico, cancerogeno, teratogeno e psicoattivo.

È stimato che la popolazione sportiva consumi il 20-30% in più di alcol rispetto a quella non sportiva. Inoltre, la popolazione che segue lo sport consuma il 40% in più di alcol rispetto a quella non interessata.” 

Le eventuali cause di quest’uso sono semplici ma purtroppo non si possono escludere. Infatti gli sportivi bevono alle cerimonie, alle premiazioni, agli eventi sociali organizzati dalle società sportive, insomma tutti luoghi dove l’alcol non è protagonista, ma è nel bicchiere di tutti.

Nelle società sportive infatti l’alcol viene servito normalmente, come potrebbe essere venduto in un pub, perciò le società dovrebbero “imporsi dei comportamenti etici”. Potrebbero evitare collaborazioni o sponsorizzazioni con produttori di alcolici, promuovere incontri con esperti per l’educazione a corretti stili di vita e insegnare ai ragazzi la responsabilità e metterli a conoscenza del mondo delle dipendenze.

Per responsabilizzare i giovani la dottoressa Patrizia Balbinot ha ideato un test chiamato “Glu Glu Test”

“Al di sotto dei 20 anni i meccanismi di metabolizzazione non sono maturi. Per tale ragione anche bassi dosaggi rimangono nel circolo ematico per diverse ore causando notevoli
danni (soprattutto cerebrali).” 

I giovani iniziano a bere intorno agli 11-12 anni, per lo più i maschi.  Gli effetti negativi principali dopo due unità alcoliche sono la riduzione della performance psico-fisica, l’inizio della fibrosi epatica, la riduzione al 40% del testosterone maschile e l’alterazione della densità della mammella femminile.

Sui giovani agonisti sportivi però l’alcol ha più effetti perché oltre a danneggiare l’organismo nei modi sopra citati, provoca danni, alle cellule muscolari:

  • Incremento della degradazione proteica
  • Riduzione della rigenerazione muscolare
  • Infiammazione cronica con maggiori probabilità di lesioni muscolari (soprattutto negli sport
    da contatto); 

all’apparato scheletrico:

  • Riduzione di vitamina D con malassorbimento di calcio
  • Aumento attività delle cellule che degradano la struttura ossea (osteoclasti)
  • Aumentata probabilità di fratture (soprattutto negli sport da contatto);

e soprattutto anche danni cerebrali:

“Nei soggetti che praticano sport dove il consumo di alcol è utilizzato in modo rituale (il rugby per esempio) è stata dimostrata a lungo termine, in alcuni individui, una riduzione della performance cerebrale permanente.”   
 PENSIAMO A CIO CHE FACCIAMO, L’ALCOL SI COMPRA MA LA SALUTE NO 

 

 

 

 

 

 

Cassandra: tra mito e realtà

di Matias Di Giacomo, Matilde Pedroncini,  Emma Zini, 2 B

Poche ore prima di assistere allo spettacolo “Cassandra o dell’inganno” Elisabetta Pozzi, ideatrice e interprete dell’opera, ci ha accolti dietro le quinte del Teatro Duse. Incontrarla è stato un privilegio perchè ci ha consentito di comprendere le scelte drammaturgiche dell’autrice e di conoscere meglio le tappe fondamentali della sua formazione e della sua carrriera.

Elisabetta Pozzi ha ideato questo spettacolo basandosi principalmente sulle tragedie di Eschilo ed Euripide, ed è riuscita a unire modernità e mitologia, coinvolgendo il pubblico in un percorso che  dall’affascinante e crudele storia di Cassandra arriva ai giorni nostri.

 

Signora Pozzi, lei ha portato in scena le figure femminili più grandi del teatro classico. Che cosa l’ha spinta a scrivere e interpretare questo spettacolo proprio su Cassandra?

Sì, è vero, ho portato in scena le grandi figure femminili del mito , soprattutto a Siracusa, che è un luogo speciale perchè riporta davvero a un momento unico: 5.000, 6.000 spettatori che , come quelli del V secolo a.C., si riuniscono nel teatro greco per assistere alla rappresentazione di  questi grandi testi, Medea, Fedra, Clitemnestra. Cassandra è la profetessa troiana mai creduta a causa della maledizione di Apollo. Quello che mi ha incuriosito di questo personaggio, che conoscevo molto bene perchè l’ho studiato a scuola e approfondito nel mio lavoro, era proprio questo punto: quante “Cassandre” in realtà ci sono state nel corso dei millenni? Quanti uomini e donne  hanno percepito che qualcosa stava succedendo, hanno cominciato a capire attraverso dei segni il fatto che qualcosa stava per finire, un ciclo, un periodo storico,  un impero , e hanno cercato di dirlo ma purtroppo non sono stati creduti? 

Secondo lei ci sono oggi delle “Cassandre”, persone inascoltate a cui invece bisognerebbe prestare attenzione?

“Sì, ce ne sono molte e proprio ad alcune di queste ho voluto fare riferimento; sono grandi pensatori come Jean Baudrillard, Marc Augè, che hanno proprio scritto del futuro,  Vance Packard che nell’opera “I persuasori occulti”  parlava della potenza che i mezzi di comunicazione avrebbero avuto sulle persone. Nel giro di pochi anni queste “predizioni” si sono avverate: vediamo la dipendenza totale che ormai tutti hanno dalla tecnologia. Da non dimenticare Pierpaolo Pasolini che nel 1960 scrive “Profezia“, un’opera sull’immigrazione, sul destino di uomini e donne che arrivano da Paesi lontani. La sua riflessione mi ha colpito molto e mi commuovo sempre quando sul palco recito un suo passaggio fondamentale: “scenderanno a milioni, sbarcheranno a Crotone o a Palmi, vestiti di stracci asiatici e camicie americane”.

Sappiamo che ha lavorato molte volte al Teatro Greco di Siracusa e che ha una grande attenzione per il dramma antico. Perchè ritiene importante continuare a portare in scena le tragedie classiche? Quali messaggi o emozioni possono ancora trasmettere a una società tanto diversa, più di duemila anni dopo?

“Le tragedie che ci sono arrivate, scritte in un’epoca e in una società tanto lontane, sono sempre attuali perchè riguardano aspetti, emozioni o sentimenti dell’essere umano di ogni tempo, universali. Per esempio ne “I Persiani” di Eschilo si parla della guerra e la grande intuizione del drammaturgo ateniese è stata quella di parlare ai Greci vincitori della follia della guerra attraverso la disperazione di un popolo da loro  sconfitto, per dire” la guerra riduce così”. Le tragedie ci fanno riflettere anche sull’ Ybris, la tracotanza,  la perdita del senso della misura, che evidentemente  stiamo vivendo anche noi oggi.

 

Esiste un personaggio che ha interpretato o uno spettacolo in cui ha recitato che è stato particolarmente significativo sia per la sua carriera che per la sua vita?

“Le prime esperienze sono state importantissime; risalgono a quando frequentavo ancora il liceo e ho iniziato a lavorare con un piccolo ruolo in un dramma di Pirandello ; avevo partecipato ad un provino senza dirlo ai miei e mi avevano preso, quindi i miei genitori si sono ritrovati  a dover firmare il mio primo contratto perchè non ero ancora maggiorenne. Mi ricordo che mio padre era contrario,  voleva che io finissi prima il liceo, ma poi   Giorgio Albertazzi, il mio maestro, venne a casa mia e convinse i miei a firmare quel contratto. Altri spettacoli che sono stati fondamentali per me sono”Le tre sorelle” di Cechov che ho portato in scena qui a Genova,  “Il lutto si addice ad Elettra” per la regia di Luca Ronconi, di cui ero la protagonista e che fu un’esperienza sconvolgente, grazie alla quale ottenni parecchi premi. Ancora “Zio Vanja” di Cechov,  con cui abbiamo debuttato a Mosca. Poi , naturalmente, tutti gli spettacoli di Siracusa: Medea, Ecuba, Fedra, Le Troiane. A Genova, con ” Giacomo il prepotente” sulla  figura di Giacomo Leopardi, ho iniziato un lavoro sulla drammaturgia contemporanea, che ritengo fondamentale coltivare. Attualmente  con la scuola di recitazione del teatro di Genova, che dirigo, lavoro coi ragazzi proprio sulla drammaturgia contemporanea.

Quale percorso di studi consiglia ad un giovane che desidera intraprendere la carriera di attore? Come consiglia di trasformare una passione in un vero e proprio lavoro?

“La formazione che dà il liceo classico è unica; concordo con Roberto Vecchioni, cantautore e professore di greco, quando dice “io non ho mai paura, perché ho fatto il liceo classico”. La formazione classica fortifica, fornisce il giusto senso del pensiero. A me ha aiutato tantissimo. Di seguito  ritengo che la cosa più importante sarebbe fare teatro da subito, già da ragazzi, anche per coltivare  l’immaginazione. Il teatro è immaginare di essere altro da sé.

 

Edicole, la resistenza

di Grazia Raito, 1d 

Trentotto anni fa, nel 1987, una giovane signora di nome Piera Antenucci insieme al marito comprano una piccola edicola nel Centro Storico di Genova in via Giustiniani, tra Piazza Ferretto e Salita Pollaiuoli che è ancora oggi è gestita da lei. Piera, nata nel 1948, di origine abruzzese, si è trasferita a Genova dopo  il matrimonio con il  marito, capitano di navi mercantili. Durante l’intervista ha raccontato di aver lavorato come attrice e cantante in piccoli teatri nei suoi anni in Abruzzo, e con i genitori in una delle loro due macellerie.   Dopo la pensione del marito hanno deciso di aprire questa edicola, gli spazi interni sono stati costruiti da lui e da allora molte cose nella strada sono cambiate: c’era un  negozio di scarpe, una farmacia, un bar,  un negozio di materassi e un sarto. Oggi, oltre all’edicola, è rimasto il ristorante Ugo, l’arredamento della sua edicola però è rimasto uguale.

La Piera ha raccontato che prima che lei e il marito diventassero i proprietari dell’edicola, all’angolo, di fronte al negozio, veniva un ragazzo di nome Bertin, adesso di 94 anni, che vendeva il Corriere Mercantile del pomeriggio, lo chiamavano lo Strillone.

Ci dice anche che agli inizi della loro carriera come edicolanti, ogni giorno vendevano 400 copie del Secolo XIX . Confessa che oggi i tempi sono molto cambiati per la carta stampata, purtroppo molte edicole chiudono per il basso guadagno causato dal fatto che nessuno legge e scrive più, soprattutto i giovani e molti preferiscono l’informazione on line. Lei però resiste perché considera l’edicola la sua vita, gli piace essere a contatto con le persone, sia abitanti che stranieri e nonostante la morte del marito nel 2023, di notte continua a coricarsi nel retro bottega, trasformata in modalità cuccetta di una nave dove tiene tutti i suoi elegantissimi vestiti e i suoi ricordi.        

                                           

 

 

 

 

 

 

 

 

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