Intervista a Luigi Vignolo, direttore generale del colorificio Tassani, azienda situata in Val Polcevera, zona arancione

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Benedetta Vignolo

 

 

Come è venuto a sapere del crollo del ponte Morandi?

Tramite messaggi da parte di amici e parenti che mi avvisavano dell’accaduto, visto che mi trovavo in vacanza all’estero. All’inizio ho pensato fosse un errore, non ci ho creduto. Successivamente ho ricevuto foto e video della tragedia. Ci sono anche state assai gradite manifestazioni di solidarietà e richieste di maggiori informazioni da parte di clienti e conoscenti sparsi in tutta Italia. E’ stato dato ampio risalto alla notizia persino dalla stampa locale del Canada, paese in cui mi trovavo con la mia famiglia.

 

In quale settore è stata maggiormente danneggiata la sua impresa, e in che modo?

Sicuramente quello dei trasporti: ci sono stati aumenti consistenti nei costi di spedizione delle merci poiché i camion devono percorrere strade alternative per raggiungere l’azienda. Inoltre si sono verificati, soprattutto nei primi giorni, notevoli ritardi nell’approvvigionamento delle materie prime necessarie per la produzione, quali il biossido di titanio e le resine vinilversatiche e stirolo-acriliche.

 

Ci sono dipendenti che hanno difficoltà a raggiungere il posto di lavoro in seguito al crollo?

Sì, almeno una decina che provengono dal ponente ligure, segnatamente dalle zone di Voltri fino a Savona. Hanno dovuto fare i salti mortali per arrivare puntuali sul luogo di lavoro. Oltretutto, per il primo mese, finché non sono state rimosse le macerie del ponte, la strada bassa che collega Bolzaneto al ponente passando lungo l’argine del fiume Polcevera è rimasta chiusa, sia per quanto riguarda la viabilità ordinaria sia per la tratta ferroviaria, ed è stato quasi impossibile arrivare. E’ aumentato il traffico, quindi tutti risentiamo di un generale rallentamento della circolazione, ma c’è stato un notevole miglioramento della situazione grazie all’apertura di via Guido Rossa e all’allargamento della strada ex zona ILVA per poter permettere un corridoio di passaggio ai camion.

 

Quali misure ha preso per venire incontro ai lavoratori?

C’è una certa flessibilità di orario, anche se da subito tutti si sono organizzati per partire da casa prima in modo da evitare il traffico ed arrivare in ufficio in tempo. Io stesso normalmente uscivo di casa alle sette e trenta, mentre adesso parto mezz’ora prima.

 

Quanto crede ci vorrà prima che la situazione precedente venga ristabilita e il ponte ricostruito?

Mi auguro un anno, come è stato detto dalle autorità subito dopo il crollo del ponte; ma sono convinto ci vorrà più tempo, viste le numerose problematiche e i vari rallentamenti che già si sono verificati rispetto agli impegni presi dal Governo.

 

Fonte immagine: www.tassani.it

“Oggi perdo oltre un’ora in più al giorno per raggiungere il posto di lavoro. E non vado più in centro.”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Intervista a Fabio Fedi, dipendente del colorificio Tassani.

di Chiara Tacchino

 

 

14 agosto 2018, un tragico evento nel capoluogo ligure: crolla il celebre Ponte Morandi, il principale collegamento fra il ponente ed il levante della regione nonché agevole soluzione al traffico per i commerci di tutto il Paese. Quattro mesi dopo il crollo intervistiamo Fabio Fedi, 42 anni, lavoratore del colorificio Tassani, fabbrica che ha sede a Bolzaneto, nel ponente genovese.

Fabio racconta che era in campagna con un suo amico, quando sua madre lo chiama al telefono per riferigli del tremendo crollo: “Mia mamma è melodrammatica, ho pensato stesse esagerando, perché mai mi sarei mai aspettato potesse accadere qualcosa del genere.”

Fabio abita a Genova Pra, quindi già per lui era scomodo a volte spostarsi. Adesso per recarsi alla Tassani si sveglia e parte almeno quaranta minuti prima. Anche nel rincasare impiega quaranta minuti in più. Oltre al disagio per arrivare al luogo di lavoro ed allo sgomento provato per la tragedia, il crollo del 14 agosto ha indotto Fabio a recarsi il meno possibile in centro città, mentre prima gli piaceva molto. Questa tragedia ha addolorato assai Fabio ed ognuno di noi.

 

 

 

 

 

Fonte immagine: Wikipedia. Original uploaded by Bbruno (Transfered by Bbruno) – Original uploaded on it.wikipedia

Come è cambiata la mia vita dopo il 14 agosto

Intervista a Simona C., madre di famiglia, residente nel ponente ligure

 

di Chiara Zuanazzi 

 

Sono passati quasi tre mesi dall’avvenimento più discusso e tragico avvenuto sul territorio ligure.

La vita di tutti è stata in qualche modo stravolta, sia per chi abitava nelle case popolari al di sotto del ponte, nella zona di Sampierdarena, sia per chi, tutti i giorni, per motivi lavorativi o scolastici giungeva da lontano.

Ci racconta la sua esperienza Simona C., madre di famiglia cinquantenne, la cui vita è stata parzialmente condizionata dal disastro.

 

Quando è stata l’ultima volta che ha attraversato il ponte Morandi? Era in compagnia di qualcuno? Quale era lo scopo del suo passaggio sopra il viadotto?

L’ultima volta che ho attraversato il tratto autostradale interessato dal crollo ero in camper, insieme alla mia famiglia ed amici; era il 9 agosto, ci stavamo dirigendo verso il porto per poterci così imbarcare, iniziando così le vacanze estive che sarebbero finite la settimana dopo il terribile avvenimento.

 

Dove era e quale è stata la sua reazione alla notizia? Lo ha scoperto grazie ai mass media o mediante telefonate di parenti e conoscenti? 

Avevamo appena terminato di visitare la città siciliana di Caltagirone, insieme ad altre tre famiglie, tutte residenti nella zona del ponente ligure, quando, uno dei ragazzi, figlio dei nostri compagni di viaggio, dopo aver ricevuto un messaggio ci diede la notizia; all’inizio nessuno pensava potesse essere accaduto davvero, ma dopo svariate telefonate a casa e dopo aver ascoltato i giornali radio, ci rendemmo conto della gravità della situazione. Fortunatamente nessuno di nostra conoscenza era stato coinvolto nell’incidente, anche se il timore svanì solo dopo il riconoscimento di tutte le vittime e i feriti.

 

E’ cambiata molto o relativamente poco la vita sua e della sua famiglia?

n un certo senso parecchio, sia per i tempi di percorrenza, a causa della distanza tra la nostra abitazione e la città di Genova, che per un fatto economico. Mio marito infatti, essendo titolare di una ditta con parecchi acquirenti nella zona di Genova centro, Albaro e Nervi, per poter arrivare in tempo ai vari appuntamenti stabiliti, deve partire da casa due ore prima di quanto non facesse in precedenza. In più, mentre prima ci si riusciva a muovere agilmente tramite automobili, adesso devo utilizzare mezzi pubblici affollati di studenti e lavoratori con i miei stessi problemi.

Tutti questi disagi ovviamente non giovano all’economia della città, poiché adesso, anche solo gli acquisti sono indirizzati verso la zona del basso Piemonte per questioni logistiche.

 

Cosa ha provato, da un punto di vista emotivo, la prima volta che ha osservato dal vivo i monconi del ponte sul torrente Polcevera? La stessa sensazione la prova tutt’oggi?

Ovviamente la prima volta è stato un colpo al cuore, un misto di tristezza e, successivamente rabbia, al pensiero che tutti i miei conoscenti e familiari potessero trovarsi lì nel momento del collasso. Oggi l’emozione è sempre forte, ed ogni volta è un po’ come la prima, con la differenza che in questo momento si ha la possibilità di ripartire. Probabilmente, almeno spero, quando la ferita sarà rimarginata, Genova potrà ripartire. Come tutti spero in un futuro migliore per la città della lanterna, poiché 43 vittime e le 258 famiglie sfollate sono state un prezzo altissimo da pagare, che nemmeno la costruzione di mille altri viadotti potrà farci dimenticare.

 

 

 

 

 

Fonte immagine: www.panorama.it

This general view taken on August 15, 2018, shows abandoned vehicles on the Morandi motorway bridge after a section collapsed in the north-western Italian city of Genoa. – At least 30 people were killed on August 14, when the giant motorway bridge collapsed in Genoa in northwestern Italy. The collapse, which saw a vast stretch of the A10 freeway tumble on to railway lines in the northern port city, was the deadliest bridge failure in Italy for years, and the country’s deputy transport minister warned the death toll could climb further. (Photo by Piero CRUCIATTI / Piero CRUCIATTI / AFP / AFP) (Photo credit should read PIERO CRUCIATTI/AFP/Getty Images)

 

 

 

 

 

Il nostro piccolo grande “ponte di Brooklyn”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Intervista a Federico Bianchi, agente immobiliare

di Angela Bianchi

 

Pallido era, la mattina del 14 agosto 2018,il viso di Federico Bianchi, un agente immobiliare arenzanese che dopo aver appreso la notizia del crollo del ponte Morandi non distingueva più il possibile dall’impossibile. A causa del suo lavoro percorreva quel tratto di autostrada circa ogni giorno per recarsi all’Ufficio delle entrate. C’era stato solo il giorno prima e non aveva idea che sarebbe stata l’ultima volta.

Il ponte Morandi è stato costruito dall’omonimo ingegnere fra il 1963 e il 1967, le cause della rottura sono diverse e non del tutto certe, ma possiamo confermare che il ponte è stato costruito quando il traffico era limitato e che era stato progettato per durare sessanta anni. Il materiale che è stato usato per la costruzione, il calcestruzzo, si è poi dimostrato non adatto, soprattutto alle condizioni climatiche presenti in Liguria.

 

Quando è venuto conoscenza della caduta del ponte come ha reagito?

All’inizio ero incredulo , il ponte su cui passavo ogni giorno non poteva essere crollato, purtroppo ,dopo aver acceso il computer, ho avuto la conferma dell’accaduto e il mio cuore si è riempito di paura.

 

Qual è stato il primo pensiero che le è passato nella mente?

Ho pensato che sarebbe potuto succedere anche a me , alla mia famiglia o ai miei amici. Troppe volte avevo attraversato quel tratto di strada.

 

Qual è la notizia che l’ha turbata di più?

Sono stato turbato subito dall’elevato numero di vittime che , a mano a mano che spostavano le macerie , aumentava.

 

Si è sentito coinvolto nella catastrofe?

Mi sono sentito completamente immerso nella situazione, per noi genovesi non era una semplice autostrada “il ponte di Brooklyn” chiamato così da noi, era “la strada” per arrivare a Genova. Abitando poi fuori comune, ne ho sentito particolarmente la mancanza: per arrivare a Genova impiegavo un’ ora o più, ma soprattutto i primi giorni avevo quasi timore a viaggiare in automobile.

 

 

 

 

Fonte immagine: telenord.it

“Un amministratore deve avere il coraggio di prendere decisioni impopolari”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

La tragedia di Ponte Morandi raccontata dall’assessore Stefano Garassino

 di Elena Dellacasa

 

 

Stefano Garassino, 50 anni, assessore alla Sicurezza, Polizia Locale, Immigrazione e Centro Storico, lavora presso la sede del Comune di Genova di Via Garibaldi; si occupa della rassegna stampa, organizza incontri con cittadini, comitati, presidenti di municipio, consiglieri con cui si confronta riguardo alle problematiche dei vari quartieri e appuntamenti istituzionali per eventi che richiedono la presenza dell’istituzione. Si dedica a progetti per il miglioramento della sicurezza a Genova, ma anche per la riqualificazione estetica della città e a sopralluoghi di persona in tutte le zone, promuove assemblee pubbliche che danno modo al cittadino di essere costantemente informato.

Da chi è stato inizialmente informato il 14 Agosto riguardo al crollo del Ponte Morandi?

Sono stato chiamato qualche minuto dopo dal comandante della polizia locale. Inizialmente, come la maggior parte di noi, pensavo alla caduta di qualche calcinaccio, perché tutto immaginavamo il 14 di Agosto tranne che crollassero duecento metri di ponte; poi è arrivata una macchina a prendermi e siamo andati sul posto un’oretta dopo. Devo dire che è stata un’esperienza agghiacciante che non dimenticherò mai, perché la città era completamente paralizzata: vicino al luogo della tragedia si sentivano solo rumori di pale di elicotteri, un’ odore di pioggia, – infatti pioveva – di umidità mista a sangue e c’era la polvere del cemento sbriciolato, un po’ come quando ci sono i terremoti. Naturalmente lo spettacolo che si prospettava di vedere, quindi i poveri cadaveri estratti dalle auto che erano crollate giù da settanta metri, rimane impresso nella mente e nel cuore.

 

Quindi lei quel giorno si trovava a Genova?

Assolutamente sì. Tra l’altro devo dire, quasi tra virgolette, che come al solito la ruota del destino e della fortuna alle volte assiste, ma altre no, purtroppo. Avevo pensato di fermarmi per una settimana di ferie e l’idea era quella di partire proprio il 14. Caso vuole e fortuna vuole, è stato convocato un consiglio comunale per discutere di AMIU proprio il 14 di Agosto e ho pensato “guarda che iella che c’è il consiglio comunale la vigilia di ferragosto”. Benchè gli assessori non votino, mi faceva piacere esserci, quindi avevo posticipato la partenza al 16, altrimenti potevo essere anche io tra quei tanti che intorno a quell’ora (quella in cui uno con calma parte per un viaggio in auto) avrei dovuto transitare sul Ponte Morandi. Avendo il consiglio, ovviamente, avevo deciso di fermarmi a Genova e quindi di partire due giorni dopo. Naturalmente poi non sono partito perché con quello che è successo avevamo da organizzare un po’ tutta la “macchina”. Devo dire che è stata eccellente da tutti i punti di vista, a partire dal sindaco, alla polizia locale e dalla protezione civile ai vigili del fuoco. C’è stata un’ ottima sinergia, motivo di vanto, perché per un evento del genere non c’è nessun protocollo da seguire, infatti non è come un terremoto o qualche evento catastrofale per esempio un’ alluvione per cui ci sono dei protocolli di azioni da mettere in campo. Nel caso del crollo del ponte, niente era già definito. Il 15 di agosto, il giorno dopo, alle 9 del mattino eravamo già all’ufficio della protezione civile insieme al sindaco e agli assessori, tra cui Campora che si occupava dell’Aster e dell’Amiu e il vicesindaco Balleari a cui invece è affidata la mobilità. Questo perché purtroppo c’era anche da pensare a portare tutte le persone decedute nella camera mortuaria, quindi allestirne una che comunque non bastava per raccogliere tutti e 43 i cadaveri. Ci sono state quindi anche delle esigenze pratiche da risolvere che ovviamente non erano  preventivate. Nessuno mai sarebbe andato ad immaginare di dover allestire una camera ardente per così tante persone.

 

Quali procedure ha adottato appena è venuto a conoscenza della notizia ?

E’ il sindaco che poi coordina tutte le operazioni. Noi abbiamo dato supporto ovviamente alla polizia locale che ha dovuto gestire il traffico, una cosa che sembra da poco, ma ricordiamoci che sul ponte Morandi transitavano ogni giorno 58.000 auto e camion che da quel momento in poi non potevano più percorrerlo. Si sono quindi riversate sulla città di Genova che notoriamente, non ha delle strade particolarmente grandi; non siamo a Milano, a Torino, a Parma o in città pianeggianti  dove poteva essere più facile costruire qualcosa di nuovo. Non avendo spazi, il primo problema è stato l’emergenza traffico.

Devo dire che abbiamo avuto degli eccellenti esempi anche dalla nostra polizia locale, dalle persone che sono rientrate volontariamente dalle ferie per mettersi a disposizione, da tutta la macchina dei volontari della protezione civile e dal lavoro dei vigili del fuoco, i quali fin dall’inizio hanno cercato di trovare qualcuno che è stato salvato da sotto le macerie con l’aiuto dei cani che si usano anche per i terremoti. C’è stata subito anche da parte del governo un’iniziativa molto vicina a noi. Il capo  della Protezione Civile Nazionale si è appunto messo immediatamente a disposizione e il giorno dopo c’è stato un consiglio dei ministri in prefettura alle ore 15.00, dove si è discusso un po’ di tutte le emergenze. In un mese siamo riusciti, grazie ad Aster, ad aprire una strada nuova, quella della cosiddetta “Superba” . Questa viene presidiata da circa 20/25 agenti della nostra polizia locale perché non è una strada che in teoria può essere pubblica: è una strada interna al porto che sarebbe privata, ma l’autorità portuale ha dato il via libera al transito a patto che noi la presidiassimo in maniera consistente.

Qui c’è anche da fare un grande elogio  al sindaco che si è preso la responsabilità di tutto quello che potrebbe succedere, pur di aprirla subito. E’ stato però molto utile perché molto del traffico pesante viene convogliato su quella via e ci dà la possibilità di smaltire i camion che prima prendevano l’autostrada e il ponte Morandi. Successivamente è stato allargato il lungomare Canepa concludendo i lavori anche lì molto in fretta. Adesso hanno già montato due dei “pezzi” del ponte (ne manca solo uno piccolissimo) che collega direttamente l’uscita di Genova aeroporto con lo stradone, che consentirà soprattutto ai mezzi pesanti poi di prendere la via del porto, senza entrare in Cornigliano. Questo quindi non aggraverà un traffico che era già sostenuto prima del crollo del ponte Morandi e ora è diventato critico, ma che siamo riusciti comunque a gestire, in maniera direi egregia, grazie al grande lavoro dei nostri agenti sul territorio che sono circa 150, tutti i giorni impiegati fra la strada nuova, la zona del ponte Morandi che è stata monitorata e controllata fino all’arrivo dei militari dai nostri agenti di polizia locale, e poi naturalmente tutti gli incroci. Abbiamo infatti levato a Sestri molti semafori per rendere il traffico più fruibile. Questo significa però avere anche degli agenti in strada a controllare che non si formino dei blocchi. Un impegno che comporta un dispendio enorme di uomini, ed è per questo che abbiamo anticipato il concorso che doveva uscire l’anno prossimo a quest’anno.

A fine novembre uscirà la graduatoria che, grazie anche al decreto Genova, ci darà la possibilità di assumere a tempo determinato 150 persone più 40 a tempo indeterminato che vanno a coprire quelli che nel 2018 sono andati in pensione. Quest’innesto di nuovi agenti, tra l’altro anche giovani, ci consentirà di far respirare un po’ chi fino ad oggi ha fatto un sacco di ore tutti i giorni pur non avendo più un’età da ragazzini. Ricordiamo che l’ età media della nostra polizia locale è di 55 anni, quindi molto elevata, mentre è di 56 e mezzo per i funzionari. Con l’inserimento di nuovi lavoratori che verranno ovviamente messi su strada a rimpolpare i distretti in sofferenza, dovremmo riuscire a respirare. Sperando che non ci siano altre tragedie o che non spunti Gozzilla dal mare, dovremmo riuscire anche a migliorare un po’ rispetto a prima il corpo di polizia locale, il quale riprenderà molti dei controlli sul territorio che naturalmente sono passati in secondo piano proprio per poter stare dietro all’emergenza traffico.

 

Oltre alla recente riapertura di Corso Perrone, sono in programma altre strade che possano essere utilizzate per favorire la circolazione del traffico?

Sì certamente. Riguardo a Corso Perrone, sul ponte al momento ci sono dei sensori che sono stati messi dai vigili del fuoco per controllare, quasi ogni ora, eventuali vibrazioni della struttura ancora in piedi. E’ evidente infatti che non sia particolarmente sicura. Nel momento in cui questi sensori scattano, avviene un’ evacuazione della zona circostante e di un’altra zona definita “di sicurezza”, per evitare che, se crollasse qualcosa, qualcuno possa ovviamente rimetterci la vita. Il 15 dicembre dovremmo riuscire a partire con la demolizione e poco dopo tutta la zona, anche a livello stradale, potrà essere riaperta. E’ quindi evidente che riusciremo ad alleggerire la situazione della Valpolcevera oggi schiacciata da queste chiusure. L’isolamento infatti porta anche ad un problema non indifferente a livello commerciale.

 

Dopo la ricostruzione del nuovo ponte e le altre opere adottate per ottimizzare la viabilità in generale, la città risulterà più efficiente di prima o avrà bisogno di ulteriori migliorie ?

Dalla tragedia, secondo me, usciremo fortemente migliorati perché  dal momento in cui ci sarà il ponte nuovo (da quello che ha detto il sindaco si parla, e io lo spero, del ponte come regalo per il Natale 2019), 58.000 veicoli fra auto e camion  riprenderanno la via autostradale. Con questi miglioramenti resisi necessari per la viabilità – tra cui lungomare Canepa, lo stradone Guido Rossa e, se riusciremo a tenerla aperta, anche la “Strada della Superba” per i camion -, sicuramente riusciremo ad avere una città con un traffico molto più fluente di quanto non fosse prima del crollo del ponte Morandi.

 

E’ d’accordo con il decreto secondo il quale la demolizione e successiva ricostruzione venga affidata a imprese edili non collegate alla Società Autostrade?

Mi interessa che si faccia presto e bene, soprattutto bene. Alla luce di quello che è successo, sono sicuro che, grazie all’ ottimo commissario che abbiamo e sicuramente all’ottima squadra di persone che lo affiancano, costruiranno un ponte che non avrà bisogno di manutenzioni come il Ponte Morandi, che aveva costantemente qualche squadra che ci lavorava sopra, ma un ponte che possa durare in sicurezza. Dopo di che è importante anche abbreviare i tempi per ridurre il periodo critico che la città di Genova sta attraversando, sia a livello di viabilità sia a quello commerciale. Che lo faccia un gruppo o un altro, devo dire che questa diatriba mi appassiona molto poco. Sicuramente Autostrade ha delle grosse responsabilità, ma non entrerei a fondo nella polemica, perché ci sono dei motivi per perorare entrambe le cause, sia la partecipazione, che l’esclusione di Autostrade della costruzione.

 

Mi potrebbe aggiornare riguardo all’attuazione dei progetti Tav e della Gronda?

Quelli dipendono molto dalle scelte governative; per la Tav per ora non c’è ancora una linea votata, mentre la Gronda pare che si faccia, quindi direi che l’opera va avanti. Quest’ultima sicuramente sarà importantissima per la viabilità e anche per far uscire la Liguria da una sorta di mura che la tengono isolata. Vista la conformazione orografica della nostra regione, abbiamo la possibilità di avere una grande opera in più che ci aiuti ad uscire  dall’isolamento in cui ci troviamo. Ricordiamo che ad esempio Genova, a differenza di Milano, Firenze, Roma e anche Torino, non ha una linea di alta velocità, servizio che è stato più facile arrivare dove c’è pianura. Noi non ce l’abbiamo, e questo vuol dire che da Genova per arrivare a Roma ci mettiamo ancora quattro ore e quarantacinque minuti, mentre da Milano, che è molto più lontana si impiega meno tempo. Ogni tanto, quando vado ad esempio a  Bologna o a Parma, mi accorgo di quanto sia importante la loro posizione geografica: hanno migliaia di strade che la collegano, e quindi chiaramente, se fossi un’azienda, preferirei andarmi ad insediare laddove i miei camion possono uscire agevolmente e raggiungere tutta Italia, piuttosto che percorrere strade sicuramente più strette, più rischiose, ma anche più lente come percorrenza, che indubbiamente aumentano i costi e non favoriscono la velocità dei trasporti.

 

Tutti gli sfollati hanno già ottenuto una sistemazione ?

Sì, assolutamente sì. Anche questo è un risultato per cui bisogna fare un plauso al sindaco e agli assessori che se ne sono occupati, in modo particolare all’assessore Piciocchi. Devo dire che, guardando a eventi catastrofici accaduti in Italia e che possono essere assolutamente paragonati al crollo del nostro ponte, come il terremoto in Emilia e il terremoto in Abruzzo, ci sono ancora persone delle sistemazioni di fortuna, tende, case provvisorie o quant’altro, mentre il comune di Genova fin da subito ha garantito la possibilità di avere degli alloggi e nel giro di 60 giorni abbiamo assicurato a tutti gli sfollati una sistemazione. Ma non solo, infatti verrà  riconosciuta una quota per ogni casa che, se sarà abbattuta, risulterà di tre volte superiore al valore commerciale che aveva l’immobile. Faccio un esempio: in Via Fillak, in zona ponte, se prima della caduta si vendeva una casa di cento metri quadrati, se va bene si ottenevano settanta/ottantamila euro…adesso si parla di un risarcimento di circa duecentomila euro, quindi di fatto di tre volte il valore precedente. A livello affettivo naturalmente nessuno ti può ripagare il valore della tua abitazione, ma sicuramente aumentare il suo valore dà la possibilità di trovare una casa magari in una zona più bella e anche più comoda. Ciò aiuta sicuramente a provare un po’ meno nostalgia nell’allontanarsi dal luogo in cui si è vissuti per tanti anni.

 

Un’ultima domanda…Quali emozioni ha provato dopo l’accaduto, considerato che il  Morandi era un collegamento importante e utilizzato da tutti?

Beh…le immagini non si cancellano…quindi abbiamo dovuto farci forza, soprattutto per una città che non poteva avere degli amministratori che si fermassero e che si disperassero.

Abbiamo pianto in silenzio, a casa; pubblicamente abbiamo invece cercato di mantenere la mente lucida e di portare avanti tutto, perché la città aveva bisogno di amministratori presenti, amministratori che non perdessero neanche per un attimo la lucidità e la razionalità. E’ evidente che, ancora nella commemorazione che abbiamo fatto per l’ultima manifestazione tenutasi a Podistica, quando ci si trova vicino ai parenti delle vittime, viene un senso di infinita tristezza, ma anche di rabbia. Visto che per me la vita umana è il valore più grande, non è accettabile che una persona, comprese delle famiglie con dei bambini, non vedranno mai la gioia di finire la scuola, di laurearsi, di avere una famiglia…è qualcosa che mi rimarrà impressa.

Noi ci teniamo le nostre emozioni, ma poi ognuno somatizza e dà l’importanza che pensa. Per me è enorme, e anche se fosse stata una sola vita umana sarebbe stata comunque troppo. Quarantatré vittime, compresi molti giovani, alcuni dei quali bambini, è ancora più straziante. Non è accettabile che sia accaduto per colpa di superficialità umana, ma anche di chi non ha saputo prendersi la responsabilità di bloccare un ponte chiudendolo, decisione che avrebbe causato sicuramente dei problemi, ma avrebbe salvato quarantatré vite. Un amministratore pubblico deve avere il coraggio di prendere decisioni che possono essere indigeste, che possono creare altri problemi; però se questo vuol dire fare un buon lavoro salvando delle vite umane e impedendo che succeda una tragedia del genere, tu lo DEVI fare, costi quel che costi. Questo è quello che penso io e quello che farò sempre, finché sarò qui.

 

 

 

 

Fonte immagin: www.genoatangomarathon.com

 

Il ponte è diventato un muro che divide i genovesi

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Desirèe Aresi, 40 anni, insegnante d’asilo al Campasso, che vive e lavora in Valpolcevera, racconta come è cambiata la sua vita, e quella dei suoi fratelli, dopo la tragedia del ponte Morandi

di Ilaria Penco

 

Dove ti trovavi quando è caduto il ponte?

Fortunatamente mi trovavo in Trentino-Alto Adige, in vacanza. Ero molto dispiaciuta perché i miei fratelli per un’emergenza lavorativa non sono potuti partire con me per le vacanze e dovevano raggiungermi. Quindi i miei fratelli si trovavano in officina.

Dove si trova l’officina dei tuoi fratelli?

L’officina e proprio in via Porro, in “zona arancione”, al margine di quella che è la “zona rossa”, a poche centinaia di metri dal ponte Morandi. La zona rossa è quella che è stata evacuata, la zona arancione è quella subito adiacente.

Quindi i tuoi fratelli hanno sentito il ponte crollare?

D: Sì, loro, però, credevano che fosse l’ennesimo tuono, perché quel giorno diluviava forte. Lì vicino passa la ferrovia e li ha colpiti il fatto di vedere i cavi arrotolarsi tra di loro e sprigionare scintille come in un’esplosione; loro, però hanno associato quello strano evento a un fulmine, probabilmente caduto nelle vicinanze. Poi hanno visto le persone della ditta di fronte che sono uscite di corsa indicando in alto, anche se continuava la pioggia torrenziale. Subito non capivano, ma poi si sono girati e si sono accorti che un pezzo di ponte non c’era proprio più. È mancata quasi subito la luce e si sono rotte anche le tubature del gas, quindi c’era il rischio di esplosione, la protezione civile è passata dicendo a tutti di non uscire perché c’era il rischio di esplosioni, per via di possibili fughe di gas, e ulteriori crolli del ponte e poi anche per non intralciare i soccorsi. Quindi hanno passato l’intera giornata in officina. La sera sono potuti andare a casa, ma fin da subito si sono resi conto che tutto era cambiato, perché le strade abituali per tornare a casa non si potevano più percorrere. Quando ho saputo del crollo, ho cercato subito di chiamarli. Quando sono riuscita e sentirli, mi ricordo che mio fratello ha detto che si era sentito impotente, poiché a pochi metri da lui c’erano dei morti e lui non poteva fare nulla per aiutare.

Quali sono le conseguenze di questo crollo sulle vostre vite?

Noi le abbiamo respirate fin da subito, perché le strade abituali sono tutte bloccate. Basta pensare che per andare a lavorare io adesso devo fare un giro di chilometri… da Begato prima passavo per Rivarolo, Certosa e arrivavo, adesso invece devo andare a Bolzaneto, prendere l’autostrada, arrivare a Sampierdarena e tornare indietro.Se lavorassi a Milano ci metterei lo stesso tempo per arrivare al lavoro.

Nel mio asilo c’erano tanti bambini che vengono da Certosa e, prima, le mamme accompagnavano i bambini a piedi in cinque minuti, passando sotto il ponte, adesso non lo possono più fare: per venire all’asilo devono prendere la metropolitana…o in macchina e fare tutto il giro lungo chilometri. Quindi c’è stato anche un ricollocamento dei bambini dell’asilo per chi abita dall’altra parte del ponte, per cui si sono create anche delle fratture affettive… una mamma un giorno è arrivata in lacrime a salutarci, perché le piaceva l’asilo e le maestre, ma non sarebbe più riuscita a portarci il figlio piccolo, abitando dall’altra parte del ponte.

Un cliente dei miei fratelli ha la mamma anziana che vive dall’altra parte del ponte. Prima, nella pausa pranzo, poteva andarla a trovare e gli bastavano pochi minuti per fare quei duecento metri di strada che separano l’ufficio dalla casa della madre, ora non lo può più fare, gli ci vogliono ore.

Anche le piccole cose di ogni giorno sono diventate più difficili, come fare la spesa, andare in piscina… E poi bisogna anche sperare di non ammalarsi o aver bisogno di un’ambulanza perché gli ospedali e il pronto soccorso sono dall’altro lato… e tutto solo perché tutte le strade passano lì, sotto al ponte.

Ma comunque, nonostante le difficoltà, l’uomo è un animale che si adatta…i disagi ci sono, ma ci si organizza a superarli, c’è chi si alza prima per andare a scuola o raggiungere il posto di lavoro, chi si è organizzato con altre persone per spostarsi con meno macchine e creare meno traffico… ma nelle difficoltà comunque il pensiero va sempre ai meno fortunati che su quel ponte hanno perso la vita.

Il ponte, crollando, per la Valpolcevera, è diventato un muro, perché tutto quello che si trova a monte è rimasto isolato; bisogna andare per forza a Bolzaneto per recarsi nel centro di Genova.

Per chi abita in altre zone di Genova, come nei quartieri di levante, il ponte era la porta di uscita da Genova, perché lo si percorre per andare a ponente, verso la Francia oppure per la montagna, verso Piemonte e Valle d’Aosta.

Ma per noi della Valpolcevera era tutto, perché le nostre strade passavano tutte lì sotto!

Quello che più fa rabbia è che da sotto erano anni che si intuiva che non avrebbe retto tanto. Il comitato di quartiere lo ha sempre denunciato che si sgretolava e cadevano pezzi da sopra. In Valpolcevera ha sempre destato sospetti e preoccupazione fin da subito. Tra ragazzi circolava anche una leggenda per cui parlare sotto il ponte portasse sfortuna, infatti, se per andare a scuola capitava di prendere il treno che faceva quella tratta, nel preciso momento in cui passava sotto il ponte, tutto il treno si zittiva, per poi ritornare al solito brusio dopo averlo passato.

 

 

Fonte immagine: adnkronos.com

 

 

“Stavo facendo una ricerca su Internet e dalla finestra ho visto cadere un’auto”

di Giulia Angerosa

 

Sono queste le parole che la diciannovenne Martina Carrozzi usa per descrivere il momento del crollo. Martina è studentessa presso la facoltà di lettere a Genova e risiedeva in Via Fillak con la madre e il fratello minore. Dopo il crollo del ponte Morandi la sua famiglia è stata allontanata dalla propria casa e costretta a trovarsi un nuovo alloggio.

Martina, come hai reagito al momento del crollo?

Non volevo crederci, stavo facendo una ricerca su Internet e dalla finestra ho visto volare un’auto; all’inizio pensavo fosse un’allucinazione poi ho sentito un boato,  sono corsa in cucina da mia madre e ci siamo affacciate sulla finestra in direzione del ponte e vedendolo distrutto mi è salito un “nodo alla gola”.

 

Cosa hai pensato nel momento in cui hai visto il ponte?

Sapevo che ci avrebbero allontanati da casa, ma ho voluto sperare nel contrario fino all’arrivo delle forze dell’ordine, ovviamente, ho pensato istintivamente alle persone che attraversavano il ponte in quel momento e che, purtroppo, hanno perso la loro vita…

 

Come avete trovato una sistemazione tu e i tuoi familiari?

Attualmente viviamo da mia zia, la sorella di mia madre, ma speriamo di poter tornare nelle nostre case presto anche soltanto per recuperare dei nostri oggetti cari.

 

Come avete reagito alla situazione? Chi ha reagito meglio? Chi ha reagito peggio?

Penso che nessuno nella nostra città possa aver reagito bene al crollo del ponte, o almeno, non la mia famiglia. Io e mia madre abbiamo reagito con lucidità e abbiamo fatto tutto il possibile per migliorare la situazione. Per quanto riguarda mio fratello, lui è rimasto molto provato da tutto ciò, penso sia ancora piccolo per reagire lucidamente a una tragedia simile quindi sono certa che sia stato mio fratello a reagire nel modo peggiore; per quanto riguarda la persona che ha reagito nel modo migliore non saprei dirtelo perché penso non si possa reagire pienamente bene a questa tragedia.

 

Ti ringrazio per questa intervista, Martina. Mi ha interessata molto la tua vicenda. Un’ultima domanda, pensi che alle persone coinvolte nella tragedia dia fastidio ricevere interviste?

Assolutamente no! A parer mio le interviste possono aiutare noi sfollati a sfogare la tristezza che teniamo nascosta, ma che in realtà fa parte di ognuno di noi; di certo si possono trovare persone che non vogliono essere disturbate sull’argomento, ma la maggior parte accetta le interviste molto volentieri.

 

 

 

 

 

 

 

 

Ponte Morandi: la tragedia influisce nella vita delle persone anche a distanza di 4 mesi

Angela Serra, avvocato, residente nel quartiere di Pegli, racconta come il crollo abbia influenzato la sua normale routine quotidiana.

 

di Paolo Di Bella

Come hai reagito quando hai sentito la notizia?

Ero in ferie, lontano da Genova, la notizia mi è arrivata tramite mia suocera che a sua volta l’aveva ricevuta dal figlio, membro dello staff della radio di Autostrade per l’Italia. Siccome mia suocera tende a ingigantire ogni minima cosa, ho pensato fosse caduto soltanto un calcinaccio o poco di più. Quando, per riuscire a capire di più sull’accaduto, mi sono connessa a Facebook, incredula ho scoperto che in realtà mia suocera aveva ragione: la prima reazione è stata di tanta paura, seguita da un pianto.

 

In quale modo l’avvenimento ha cambiato la tua vita?

Il principale problema era come accompagnare a scuola mio figlio. La scuola, che si trova in centro, a  Carignano, sarebbe stata difficile da raggiungere con il traffico Avrei impiegato anche un’ora in più rispetto al tempo che solitamente impiegavo per arrivare nel centro di Genova. Se fossi stata da sola, non sarebbe stato un problema molto grave, poiché mi sarei potuta muovere con lo scooter, evitandomi parte del traffico, ma, con un bambino di 4 anni, la situazione era decisamente più complicata.

 

Hai dovuto attuare cambiamenti drastici: cambiare lavoro, la scuola, la casa, come è successo a molti?

Subito ero indecisa se cambiare casa o cambiare la scuola di mio figlio, ma, dato che si trattava dell’ultimo anno di materna, ho deciso di permettergli di continuare a frequentare l’asilo conosciuto. E’ così che ho deciso in brevissimo tempo di affittare una casa in centro.

 

È stato difficile trovare una soluzione al problema logistico?

La cosa più difficile è stata convincere la mia famiglia, soprattutto mio marito e i miei genitori, anche loro residenti a Pegli. Mio marito ha gettato la spugna qualche giorno dopo, accortosi dell’ingestibile e fastidioso traffico perenne. Mia madre e mio padre , invece, non si sono lasciati convincere. Una volta decisi a traslocare però i problemi non erano finiti, infatti, nella mia unica settimana di ferie, unico momento in cui avevo tempo per un’accurata ricerca della casa, tutte le agenzie erano chiuse (dopotutto era fine agosto!). Disperata, decisi di chiedere sul gruppo WhatsApp delle mamme della scuola di mio figlio e, grazie a un passaparola, sono riuscita a trovare la casa!

 

Tu e la sua famiglia avete avuto problemi nella nuova sistemazione, ad esempio con i vicini o magari il posto o la casa non erano come ti aspettavi?

Nessun problema di questo tipo, fortunatamente, solo mio marito che si lamenta perché la casa è piccola, non raggiungibile in macchina e sprovvista di terrazzo o poggiolo, comodità che a Pegli avevamo senz’altro. Io questa faccenda l’ho accolta come un’opportunità per vivere nei vicoli, esperienza del tutto nuova per me, e mio figlio finalmente ha soddisfatto il suo desiderio di andare a scuola a piedi.

 

Pensi che in un futuro, speriamo non troppo lontano, riuscirete a ritornare definitivamente a casa?

Probabilmente torneremo a casa definitivamente, anziché solo il weekend, verso febbraio o marzo, quando finiranno la costruzione del raccordo tra l’uscita dell’autostrada di Sestri Ponente e la superstrada Guido Rossa.

 

Chi nella tua famiglia ha subito il “danno” peggiore?

Stranamente, il “danno” peggiore lo hanno subito i miei genitori sia per la lontananza del nipote, sia nella difficoltà nel raggiungere la nuova casa in casi di emergenza. Un altro membro che non è stato molto felice del “trasloco” è mio marito, per i problemi già elencati.

Per molte persone l’accaduto è stato la causa di tante fobie relative ai ponti. Tu, riesci ancora a percorrere viadotti o ponti tranquillamente oppure hai avuto lo stesso effetto?

Col fatto che non ero nei pressi del ponte, durante l’accaduto, non ho certo avuto lo stesso effetto di chi in quel momento si trovava quasi sotto o sopra, quindi non ho sviluppato fobie o paure. Certo, adesso percorrere i ponti mi porterà a pormi molte più domande di prima, ma devo cercare di non pensarci e mantenere la calma, senza immaginare le possibili conseguenze.

 

 

 

Maurizio, vigile del fuoco: “Bisogna agire prima di polemizzare”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Giulia Dellacasa

 

Maurizio, 47 anni, è un vigile del fuoco che vive e lavora a Genova. Ha vissuto da vicino il crollo del Ponte Morandi, dato che è stato necessario il suo intervento per l’assistenza agli sfollati che dovevano rientrare nelle proprie case per recuperare il minimo indispensabile di cui avevano bisogno nei giorni immediatamente successivi al crollo.

 

Che relazione ha il suo lavoro con il ponte Morandi?

Io sono arrivato due giorni dopo la caduta del ponte, ormai a tragedia compiuta.

 

Com’è venuto a conoscenza della caduta del ponte?

Tramite i telegiornali. Ero in vacanza, quando ho sentito il notiziario. Mi trovavo in Umbria, in ferie. Ero in ferie non programmate e quando succedono queste calamità sono chiamato ad intervenire.

 

Cosa ha pensato quando è venuto a conoscenza della caduta del ponte?

Ho pensato che non poteva essere vero. Invece, poi, guardando i notiziari e messaggiando con i miei colleghi, ho capito. Non si poteva credere ad una cosa del genere.

 

Cosa ha provato quando si è trovato davanti al ponte Morandi?

Ho provato, come in tutte le calamità, qualcosa che non saprei spiegare precisamente. Tristezza, sicuramente. Incredulità, non si può capire bene. Poi, quando accade nella propria città, è qualcosa di incredibile.

 

In che modo è riuscito a fornire aiuto?

Essendo arrivato due giorni dopo l’accaduto, in pratica ho dovuto evacuare le persone presenti nella ditta dell’AMIU. Dovevo portare via determinati computer, dovevo spostare rottami, capire quali si potevano o non si potevano spostare. Abbiamo svolto turni di 24 ore, come in ogni calamità. Intanto, la polizia scientifica doveva svolgere alcune indagini e installare telecamere. La situazione era difficile.

 

Cosa l’ha colpita maggiormente, quando si è trovato davanti al ponte?

Ogni singola vettura, ogni effetto personale che ci possa essere, da una borsa da viaggio al pallone di un bambino o ai giochi. C’erano tante cose, perché lì vi erano soprattutto persone che andavano in vacanza. Ogni singolo effetto personale colpisce. Ogni volta si rimane scioccati da queste cose, come nel terremoto all’Aquila oppure ad Amatrice.

 

Qual è la sua opinione riguardo alla causa della caduta del ponte e alla situazione degli sfollati?

Secondo me, a giudicare da ciò che ho capito, credo che il crollo sia dovuto ad un cedimento strutturale; è una mia opinione, non saprei di preciso. Riguardo agli sfollati, abbiamo cercato di aiutarli, perché sono usciti di corsa da casa, lasciando tutto nelle loro abitazioni, senza avere più la possibilità di rientrarvi. Noi accompagnavamo le persone all’interno dei loro appartamenti, per prendere ciò di cui necessitavano.

 

Qual è la sua opinione riguardo ai provvedimenti che sta prendendo il governo?

Francamente, mi comporto un po’ da “menefreghista” riguardo a queste cose, voglio stare fuori dai tanti discorsi che rimbalzano. Credo sia giusto pensare alle famiglie che non possono più vedere i loro cari e cercare di aiutarle. Non mi interessa molto ciò che pensa o non pensa il governo. Bisognerebbe trovarsi lì e percepire la situazione in prima persona; quando succedono queste calamità, bisognerebbe comprendere la situazione delle persone, invece che pensare a chi attribuire la responsabilità.

 

Qual è la sua opinione riguardo alle catene messagistiche, agli hashtag di Instagram e ad alcuni post di Facebook riguardanti la caduta del ponte? Pensa che possano essere utili in qualche modo oppure che siano superflui?

Penso che sia necessario un aiuto reale, perciò non credo in queste catene. Ci sono molti modi per aiutare, e questo, a mio parere, non è il metodo giusto. Inoltre, quando succedono queste tragedie, si cerca sempre di capire chi è o chi non è il responsabile. Guardare ciò che è successo è importante. Poi, le polemiche sono sempre le prime ad emergere, a livello mediatico; solitamente, si tende a polemizzare, invece che ad agire.

 

Conosce qualcuno che ha vissuto la tragedia?

Conosco un giovane vigile del fuoco che lavora al comando di Savona. Lui è sopravvissuto per miracolo, perché è precipitato assieme al ponte e la sua auto si è incastrata in un buco; è riuscito ad uscire dal finestrino dell’auto appena si è accorto del disastro; poi, ha subito dato l’allarme. Non si è praticamente ferito, è stato fortunato. A volte il destino è dietro alle nostre spalle, per fortuna e purtroppo, perché a volte è positivo, altre volte negativo.

 

Vorrebbe aggiungere qualcosa?

Per quanto riguarda gli sfollati, ci sono state molte riunioni per parlare dei sensori, inseriti sui resti del ponte per monitorare la stabilità dei monconi del viadotto. I sensori sono stati messi per noi vigili del fuoco che lavoravamo nella “zona rossa”. Poi, sono stati aggiunti altri sensori cablati, per permettere alle persone di entrare nei loro appartamenti per recuperare specialmente vestiti, anche perché questa è una stagione fredda. I sensori, in qualche modo, hanno contribuito a fornire più sicurezza. Poi, anche se non sono un tecnico, credo che sia improbabile la caduta del ponte rimanente; ho sentito tanti commenti a riguardo, ma, alla fine, è ancora in piedi.

Purtroppo abbiamo dovuto vivere questa tragedia da genovesi. Credo che si facciano troppi discorsi su questo ponte; bisognerebbe agire concretamente.

 

 

 

GLI SFOLLATI AL CENTRO BURANELLO MI HANNO INSEGNATO CHE ANCHE NELLE TRAGEDIE SOLIDARIETA’ E AMICIZIA SONO VALORI VINCENTI

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Intervista a Elena Cesaro, assistente sociale.

 di Anna Sartini

 

 

Elena, 52 anni, pegliese, lavora nel distretto di via Sertoli e si occupa in particolar modo di minori, ma il suo lavoro e la sua vita in parte sono cambiati dopo il crollo del ponte Morandi.

Ha avuto qualche ripercussione il crollo del ponte sulla sua professione?

Purtroppo sì, perché io vivo a Pegli e quindi raggiungere il posto di lavoro è tuttora molto faticoso a causa del traffico che incontro all’uscita del casello dell’aeroporto. Ci impiego un’ora in più rispetto al solito e sarà così ancora per molto, temo. Questo mi costringe ad uscire un’ora prima di casa e ho dovuto organizzare la famiglia in modo diverso rispetto al passato: se prima riuscivo a portare io i figli a scuola, ora invece sono stata costretta a chiedere aiuto a una baby sitter e quindi questo comporta anche una spesa in più da sostenere.

 

E per quel che riguarda più in particolare il suo lavoro?

Beh, siamo stati precettati per due volte alla settimana al Centro Buranello.

 

Che cos’è il Centro Buranello e dove si trova?

E’ un centro civico che si trova a Sampierdarena. E’ stato pensato come uno spazio per i cittadini per accogliere Associazioni e diversi Circoli e permettere al pubblico di avere un’area destinata ad attività culturali, ricreative e sportive.

Ha un grande auditorium, una palestra attrezzata ed una palestra più piccola. Tutti gli spazi sono privi di barriere architettoniche.

 

E che cosa ha a che fare questo centro con la caduta del ponte Morandi?

Dlunedì 20 agosto  al Centro civico Buranello a Sampierdarena è stato istituito un apposito sportello per gli sfollati a causa del crollo di ponte Morandi. Lì, tutte le persone che sono state costrette ad abbandonare le proprie case hanno avuto modo di essere accolti e di conoscere la propria collocazione nella graduatoria e le modalità di assegnazione degli alloggi loro riservati.

Noi assistenti sociali abbiamo fatto per due mesi alcuni turni per assegnare i diversi alloggi disponibili del Comune di Genova a chi è rimasto senza casa ed arrivare così alla sistemazione di tutte le persone.

 

In base a quali priorità sono stati assegnati gli alloggi?

Lo scorrimento della graduatoria ha tenuto  conto di due variabili tra loro strettamente connesse: le caratteristiche degli alloggi e la composizione del nucleo familiare.

 

Le famiglie ora sono tutte sistemate?

Sì, il Comune ha provveduto a dare una casa a ben 281 nuclei familiari ed ora l’emergenza abitativa è conclusa, ma sono state giornate allucinanti al Centro Buranello.

 

Si riferisce anche alle condizioni di sconforto degli sfollati?

Più che di sconforto bisogna parlare di disperazione: c’erano persone con bimbi piccoli che da un momento all’altro hanno dovuto lasciare tutti i loro effetti personali e solo dal 18 ottobre è stato possibile per loro ritornare nelle abitazioni a prendere il necessario da portare nelle nuove case. C’erano persone che avevano appena comprato casa e si sono trovati con un mutuo ma senza muri tra i quali abitare, persone sole, molto sole, che non sapevano da che parte sbattere da testa.

Gli psicologi del Comune hanno avuto un bell’impegno.

 

Come ha vissuto questo lavoro straordinario?

Avrei ovviamente preferito che questa tragedia non colpisse la nostra città, che tra l’altro spesso è sui giornali per qualche alluvione: siamo già molto provati, noi genovesi. Però devo dire che l’esperienza al Centro Buranello, dal punto di vista umano è stata molto bella: ho fatto incontri bellissimi e sono nate anche alcune amicizie.

Mi sono sentita molto fortunata rispetto a tutte quelle persone che sono rimaste senza una casa. Bene o male, di sera, anche se con tempi più lunghi, ritorno sempre nella mia casa. Loro hanno visto le loro vite veramente stravolte: traslocare e andare ad abitare in un altro quartiere è sempre un po’ destabilizzante, soprattutto se non sei tu a sceglierlo, ma è la sorte che sceglie per te.

E’ difficile vedere qualcosa di buono in una tragedia, ma abbiamo provare a fare anche questo.

 

Il Comune è stato allora all’altezza dei bisogni dei cittadini?

Mi sento di affermarlo, nel senso che davvero noi operatori  ci siamo adoperati per svolgere al meglio il nostro lavoro e stare vicino a persone che avevano bisogno anche di una parola di conforto, oltre che di risolvere enormi problemi.

 

Diciamo allora che il suo è un bel lavoro!

E’ un lavoro che mi piace molto, mi fa prendere cura delle persone e quando si riesce a soddisfare i loro bisogni è davvero una vittoria. L’importante è fare un lavoro di squadra. Anche in occasione del crollo del ponte Morandi abbiamo avuto questa ennesima conferma: il lavoro di squadra è vincente!

 

 

 

 

Fonte immagine: comune.genova.it