Pepper, robot sociale

di Pietro Barosso, Martina Cao e Serena Ferrari, classe 3B

Pensare che potrebbe essere un robot ad accoglierci alla partenza per un viaggio, a conversare con un malato in ospedale a o a far compagnia a nostro nonno in una casa di riposo, suscita reazioni contrastanti.

C’è chi reputa innaturale conversare con una macchina e chi invece ritiene che sia giusto utilizzare tutte le possibilità a nostra disposizione per vivere meglio: in molti ambiti del sociale gli uomini vengono talora sostituiti da robot in grado di comunicare, interagire e confrontarsi con le persone.

Lo ha spiegato il 21 maggio scorso agli studenti del Liceo D’Oria Antonio Sgorbissa, docente di Robotica all’Università di Genova.

Un esempio di come la tecnologia possa aiutarci anche in quelle funzioni che immaginiamo tipiche di un essere umano è proprio Pepper, un robot culturalmente intelligente. Una definizione insolita per  un robot, eppure è proprio così che è stato descritto Pepper, il robot umanoide utilizzato nell’ambito del progetto RAISE (Robotics and AI for Socio. Economic Empowerment)  per accogliere alla Stazione Marittima di Genova  i visitatori delle navi da crociera. Pepper usa la funzionalità per il dialogo tra robot e persone che il laboratorio RICE dell’Università di Genova, guidato dal Prof. Antonio Sgorbissa ha sviluppato nell’ambito di ricerche precedenti, con il progetto Caresses.

Il progetto CARESSES

Finanziato dalla Commissione Europea, dal Ministero dell’Interno e delle Comunicazioni del Giappone, Caresses nasce nel 2017: è un progetto multidisciplinare il cui obiettivo è quello di ideare il primo robot in grado di fornire assistenza “culturale” a chi ne necessita, in particolare agli anziani e alle persone inferme.

Ogni azione del robot viene eseguita ponendo attenzione alle abitudini, agli usi culturali, e alle preferenze individuali della persona.

Pepper: un robot culturalmente flessibile

Pepper non è in grado di sostituire fisicamente la figura professionale di un infermiere, tuttavia è perfettamente capace di sostenere una conversazione di ogni genere e tipo. Ma come può riuscirci? Il robot sociale è culturalmente flessibile: sa adattarsi alla cultura del proprio interlocutore e riesce a capirne gusti e preferenze, mai varcando la soglia dello stereotipo. La sua adattabilità è permessa da un algoritmo con un funzionamento del tutto simile a quello adottato da ChatGPT, un IA ( Intelligenza Artificiale ) in grado di fugare qualsiasi dubbio e quesito. Il robot è stato capace di integrarsi alla cultura del suo interlocutore, utilizzando l’infinita gamma di conoscenze che l’IA mette a disposizione.  

Pepper assiste i pazienti un casa di riposo

Pepper è stato inizialmente messo alla prova con alcuni anziani ospiti di case di riposo del Regno Unito e del Giappone. Contrariamente a come ci si aspetterebbe, l’iniziativa è stata accolta con l’interesse degli ospiti della struttura, che si sono dimostrati più che lieti di trascorrere un pomeriggio in compagnia con un inusuale confidente. Il robot è riuscito a fare breccia, tenendo loro compagnia e facendoli parlare dei loro argomenti preferiti, ma anche di tematiche delicate. Molti dei tester, infatti, ai quali è stato rivolto il progetto, hanno cercato di andare oltre alla natura della macchina: un signore, la cui moglie era morta qualche tempo prima, ha chiesto, commosso, al robot di potergliene parlare.

Pepper a scuola

Ora Pepper si sta misurando con i pazienti dell’Ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, ma da novembre a febbraio è passato ad essere utilizzato in un contesto completamente diverso: l’ambiente scolastico, dove ha avuto la possibilità di confrontarsi e di interagire con gruppi di quattro alunni contemporaneamente, presso la scuola secondaria di primo grado Parini Merello di Genova.

Il progetto prevedeva un’interazione fra il robot e, a turno, piccoli gruppi di studenti per circa un quarto d’ora. L’obiettivo era quello di farlo interagire nella discussione in qualità di mediatore, cercando di coinvolgere  e di far rispettare a ognuno il proprio turno. I risvolti sono stati interessanti: Pepper è riuscito a instaurare una simpatica e carismatica relazione con i ragazzi, integrandoli all’interno della chiacchierata. Chiosa così Antonio Sgorbissa:

«Non è scontato pensare che fra non molto i robot saranno in grado di toccare anche gli argomenti più profondi, raggiungendo un livello di “umanità” presente solo nelle più fantasiose science-fiction»

L’amore dei nostri animali domestici ci allunga la vita

di Francesco Ferrando, Benedetta Lorenzon e Benedetta Pittaluga, 3D
(articolo tratto da un lavoro di Educazione civica realizzato da Serena Biscari, Francesco Ferrando, Margot Gristina, Benedetta Lorenzon, Sara Mercurio e Benedetta Pittaluga, 3D)
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È desiderio comune quello di vivere a lungo, ma è anche brama di tutti vivere l’anzianità in salute e felicità. Tale obiettivo si può realizzare solamente se si conduce uno stile di vita sano fin dalla tenera età. La longevità, infatti, non è determinata solamente da fattori genetici, ma, soprattutto, dalle scelte che compiamo quotidianamente a favore (o a sfavore) della nostra salute.
Quest’ultima, a differenza di quanto si possa pensare, non dipende esclusivamente dall’alimentazione e dall’attività fisica. Ci sono, infatti, altre componenti che influenzano il nostro benessere, non solo inteso dal punto di vista fisico, ma anche psicologico.

da Il Fatto Quotidiano

Il benessere di ogni persona è molto influenzato dall’ambiente in cui vive. È provato dalla psicologia ambientale che per l’essere umano sia di fondamentale importanza vivere in un contesto privo di eccessivi stimoli che portano ad accumulare una quantità di stress che può diventare insostenibile. Risulta dunque congeniale un ambiente naturale in cui tutti possono beneficiare di aria pulita, luce solare e silenzio. In tale ambiente l’uomo è anche maggiormente portato a condurre attività fisica e la maggiore esposizione a batteri e virus determina un perfezionamento del sistema immunitario. È più probabile, dunque, per un individuo che vive in zone rurali avere una vita più longeva rispetto a chi che vive in città.

Un altro fattore che influenza la salute, e dunque la longevità, sono le relazioni sociali. Come dimostra lo studio del McKinsey institute, la socialità concede un invecchiamento più soddisfacente. Rapportarsi con gli altri, infatti, previene il deterioramento del cervello: la solitudine può aumentare il rischio di contrarre l’Alzheimer.
Molteplici sono i benefici di una vita ricca di legami, tra i più rilevanti ricordiamo:
Atteggiamento positivo: le relazioni con altre persone possono favorire un senso di appartenenza. Una rete sociale solida, infatti, aiuta a sentirsi connessi con gli altri.
Miglioramento abilità cognitive: l’attività sociale mantiene attiva la mente attraverso conversazioni, giochi o altre attività sociali, esercitando la mente in modo efficace.

Tra i fattori che determinano la longevità correlati al mondo esterno, tuttavia, spesso ci si dimentica dell’importanza rivestita dal legame che si può instaurare tra un uomo e il suo animale domestico.

da La Stampa

I benefici di tale legame sono principalmente:
La riduzione dello stress e dell’ansia
studi scientifici hanno dimostrato che passare del tempo con un animale domestico può abbassare i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e aumentare la produzione di endorfine, noti come “gli ormoni della felicità”. Gli animali domestici possono, infatti, fungere da distrazione positiva dalle preoccupazioni e dallo stress della vita quotidiana.
La lotta alla solitudine
La solitudine può avere un impatto significativo sulla salute mentale. Gli animali domestici, tuttavia, essendo sempre presenti e desiderosi di interagire con i loro proprietari, possono combatterla efficacemente.
Il miglioramento dell’autostima
Gli animali domestici forniscono un amore incondizionato e questo può influenzare positivamente l’autostima. Sentirsi amati e apprezzati da un animale può aiutare le persone a sviluppare una maggiore fiducia in se stesse.
Composizione di una routine
Molti animali domestici richiedono cure regolari, come il cibo, l’acqua e l’esercizio fisico. Ciò fornisce una struttura quotidiana e un senso di responsabilità che può contribuire a migliorare il benessere generale. Per molte persone, inoltre, prendersi cura di un animale domestico offre un senso di scopo.
Aumento dell’esercizio fisico
Tutti gli animali domestici, ma in particolare i cani, richiedono attività fisica regolare, come passeggiate e giochi all’aperto. Questo incoraggia i proprietari a rimanere attivi, il che ha numerosi benefici per la salute mentale. L’esercizio fisico, infatti, rilascia endorfine che possono migliorare l’umore e ridurre lo stress. Fare attività fisica con loro, inoltre, aiuta l’apparato cardio-circolatorio, riduce colesterolo e glicemia ed aiuta ad evitare picchi di pressione alta.
Riduzione della pressione sanguigna e frequenza cardiaca
Le interazioni positive con gli animali domestici possono portare a una riduzione della pressione sanguigna e della frequenza cardiaca. Questo ha un effetto calmante sul sistema nervoso e può contribuire a prevenire problemi cardiaci correlati allo stress.
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Visti tali benefici, risulta scontato il motivo per cui la pet therapy (una pratica terapeutica che si basa sull’interazione tra gli animali domestici e le persone) riveste una fondamentale importanza per il benessere di molti individui in molteplici contesti: ospedali, case di cura, scuole, strutture di riabilitazione e anche la propria abitazione.
Particolarmente rilevanti in relazione alla longevità sono gli studi condotti riguardo ai benefici che un soggetto affetto da Alzheimer può trarre dalla relazione con un animale domestico. La presenza di animali, infatti, si riflette positivamente su alcuni dei loro parametri comportamentali e cognitivi: è molto facile instaurare un rapporto con un cane o un gatto poiché la comunicazione con l’animale si basa su gesti e azioni che non hanno a che fare con il linguaggio o la memoria, competenze spesso compromesse dalla malattia. Inoltre, la relazione positiva che si instaura durante la pet therapy riapre il flusso dei ricordi rievocando esperienze passate, vissute con animali o meno, ma comunque serene dal momento che riemergono in momenti piacevoli e colmi di gratificazione e amore. La pet therapy viene, dunque, considerata una co-terapia. Non è, infatti, una soluzione definitiva, ma sicuramente la relazione con l’animale può favorire stimolazione sensoriale, motoria, cognitiva ed agire sulla motivazione e il buon umore.
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Più in generale, da un recente studio pubblicato sul “Journal of American Geriatric Society” risulta addirittura che gli anziani possessori di animali da compagnia presentano un maggior benessere sotto il profilo psicologico e una maggior capacità di svolgere le attività della vita quotidiana, il tutto rispetto ai coetanei che non posseggono animali. Questo testimonia il fatto che gli animali domestici, oltre ad alleggerire la nostra giornata con la loro dolcezza, contribuiscono attivamente al miglioramento della nostra salute.

L’altra faccia della Casa dello Studente. Visita ai sotterranei e incontro con il partigiano “Giotto”

di Benedetta Lorenzon e di Benedetta Pittaluga, 3D

Il 16 aprile 2024, in occasione della 79esima giornata della Liberazione, il 25 aprile, tre classi del Liceo Classico Andrea D’Oria sono andate in visita alla Casa dello Studente. Dietro un edificio apparentemente normale in cui gli studenti universitari fuori sede trovano alloggio, infatti, si cela una storia terribile, ma realmente accaduta e che, per questo, bisogna conoscere. Le atrocità della Seconda Guerra Mondiale che sembrano tanto lontane da noi si sono, infatti, verificate in un luogo davanti a cui tutti i genovesi, almeno una volta nella vita, sono passati.

La Casa dello Studente divenne operativa nel 1935 con le stesse finalità che ha oggigiorno. Gestita dal Partito Nazionale Fascista, la Casa era un luogo che Benito Mussolini utilizzava per portare avanti la propria propaganda. Lì studiavano ragazzi borghesi, provenienti da famiglie molto benestanti, in una sorta di “paradiso”. La Casa era, infatti, dotata di camere spaziose e confortevoli, di giochi, come il biliardo, in cui i ragazzi potevano cimentarsi. Consisteva, di fatto, in un luogo in cui i giovani potevano studiare, socializzare e divertirsi: era un’ottima prigione d’oro in cui rinchiudere i ragazzi e impedire loro di capire ciò che il regime realmente faceva.

La storia della Casa ebbe una svolta durante gli anni finali della guerra in cui divenne sede della Gestapo e un luogo di tortura di prigionieri politici, partigiani ed antifascisti.

Il 23 aprile 1945, con l’approssimarsi della Liberazione, i tedeschi abbandonarono l’edificio bruciando tutta la documentazione che attestava le torture tenutesi in quel luogo.

Nei mesi successivi, il Comune di Genova decise di mettere la Casa dello Studente a disposizione delle famiglie che, a causa dei bombardamenti, avevano perso la casa. L’amministrazione comunale, però, si scontrò con quella universitaria, che voleva che la Casa tornasse ad avere la sua originaria funzione. Alla fine, nel 1946, la Casa fu restituita all’università. Le celle e le cantine, dove erano avvenute le torture, tuttavia, furono murate insieme al rifugio antiaereo. In questo momento storico, infatti, era necessario portare avanti un ben preciso messaggio propagandistico: non era stata l’Italia la causa della guerra, ma solamente la Germania nazista. In un momento di passaggio quale quello del dopoguerra era, infatti, fondamentale che nei cittadini italiani sorgesse un sentimento patriottico.

La situazione, tuttavia, cambiò con le proteste del 1968: gli studenti iniziarono a sentire l’esigenza di rievocare ciò che realmente era successo poco più di due decenni prima. Nel 1972, durante un’occupazione della Casa dello Studente da parte di studenti, un ex partigiano di nome Livio indicò uno degli ingressi alle celle della tortura. Dopo varie notti di lavoro, i compagni di Lotta Comunista (la Casa era diventata nel ’68 sede del gruppo extraparlamentare) riuscirono a praticare un foro nel muro con cui erano stati chiusi i luoghi delle torture.

Questi locali furono adibiti a Museo della Resistenza e gli studenti lo dedicarono a Rudolf Seiffert, un tedesco che si oppose ad Adolf Hitler e che, per questo, venne giustiziato. Avendo egli, tuttavia, una gamba di legno, riuscì a nascondere in questa una lettera con cui rivolgeva l’ultimo saluto alla famiglia. Gli studenti non dedicarono, dunque, la Casa a un italiano, come forse risulterebbe spontaneo pensare dal momento che la Casa si trova nel nostro Paese, ma proprio a questo operaio tedesco. Infatti non è vero che tutti i tedeschi fossero allineati con il regime nazista: questa idea è il frutto di una strumentalizzazione della politica italiana, per sminuire le reali responsabilità storiche del fascismo rispetto alla sua controparte tedesca. Gli studenti, dunque, andando contro la propaganda, dichiararono con questo atto la necessità di ricordare ciò che era successo, tanto più che era accaduto anche a causa di italiani, genovesi, nostri concittadini.

La visita presso la Casa da parte degli studenti del Liceo Classico Andrea d’Oria prosegue con un incontro con un ex partigiano: Giordano Bruschi, noto come “Giotto” durante la guerra.

Innanzitutto, Giordano Bruschi ha delineato il contesto storico nel quale si era affermato il fascismo e ci ha spiegato come veniva percepito questo governo all’epoca: “Il fascismo inizialmente sembrava un’epoca trionfale per l’Italia, con un grande capo, l’uomo solo al comando. Mussolini, però, ha portato l’Italia nel baratro, anno dopo anno; ha dichiarato guerra a dieci paesi. Mussolini non si fermava più, perché pensava che più guerre faceva e più sarebbe stato apprezzato. Questo in realtà è stato il fascismo, la guerra, e poi ne abbiamo patito le conseguenze. La prima di tutte queste conseguenze è stato un cartellino, la tessera annonaria: non si era più liberi di comprare nei negozi, ma bisognava avere questo tagliandino.  Poi vennero anche ridotte le razioni, eravamo affamati. E’ la nostra storia, della fame e della guerra.”

“All’inizio invadevamo i paesi, abbiamo fatto delle cose orribili. Nella storia dell’umanità si cerca di creare sempre la sensazione che noi siamo le vittime, che gli avversari sono cattivi e che ci fanno del male, ma noi abbiamo usato per primi i gas asfissianti in Etiopia. Noi ragazzini di allora come voi andavamo per le strade a cantare che era bello che ci fosse la guerra, con la guerra si occupavano territori; una delle canzoncine che ci insegnavano faceva così:”Osteria dei tre boschetti, in Italia siamo stretti, allungheremo lo stivale fino all’Africa orientale”.

Giotto poi ci ha raccontato la storia di Antonio Gramsci e l’origine del termine partigiano. Inoltre, ci ha invitato a riflettere sull’indifferenza, un tema attualissimo ancora oggi: “Gramsci aveva fondato un giornale di giovani socialisti: “Città futura”. Questo giornale rappresentava il desiderio di quello che poteva essere l’avvenire. L’undici febbraio del 1917 Gramsci fu il primo ad utilizzare una parola che oggi è diventata famosa: partigiano. Gramsci diceva: “Sono partigiano come uomo di parte”. Contemporaneamente, aveva scritto una cosa fondamentale, che dovrebbe essere di insegnamento per ognuno di voi. Aveva scritto “Odio gli indifferenti”. Gli indifferenti sono quelli che non vogliono partecipare, che non vogliono interessarsi delle cose pubbliche, dell’uguaglianza e della giustizia. Il fascismo condannò Gramsci a vent’anni di reclusione. Questo è stato il fascismo, chi non era d’accordo con il partito fascista andava in carcere. In carcere Gramsci fu isolato. Del processo di Gramsci è rimasta famosa la frase: ”Bisogna impedire al cervello di Gramsci di funzionare per vent’anni”. Una frase che dovremmo tutti ricordare, pensate a come era la magistratura allora.”

Giotto e il Circolo Sertoli hanno inventato il “Calendario del popolo antifascista-la resistenza partigiana giorno per giorno”, nel quale, ogni giorno dell’anno, si ricordano personalità che hanno lottato contro il regime fascista: “Abbiamo pensato che fosse importante ricordare anche chi ha fatto del bene, chi ha lottato per la libertà e abbiamo inventato questo calendario.  Qui c’è la storia popolare, che riguarda genovesi, italiani, sacerdoti, operai, contadini. E’ importante ricordare da dove veniamo. Ogni giorno c’è il ricordo di quelli che sono stati i nostri combattenti.”

Giotto inoltre ci ha spiegato come un grande autore della letteratura italiana, Italo Calvino, ha trattato il tema della resistenza nella poesia “Oltre il Ponte”: “Italo Calvino ha dedicato una poesia alla figlia Giovanna, la poesia “Oltre il ponte”. Pensate a come Calvino descrive la realtà partigiana, con l’amore che un papà ha per la propria figlia. In due versi c’è l’essenza della resistenza: “Siam pronti, chi non vuole chinare la testa con noi prenda la strada dei monti.”. “

Ci fu la resistenza anche in altri Paesi, in Francia, in Iugoslavia, in Grecia e anche nella stessa Germania, ma secondo Giordano la resistenza italiana fu di una forza maggiore a quella delle altre resistenze: “La resistenza d’Italia è una resistenza che dà lezione alle altre resistenze. L’ampiezza della resistenza italiana non si è vista da nessuna parte. La storia della resistenza è una storia popolare.”

Giordano, inoltre, ci ha raccontato la storia di alcune personalità ricordate nel calendario, tra cui quella di Don Angelo Bobbio e quella di Ottavio Moro e della figlia Stefanina Moro: “Nel nostro calendario, la giornata del 3 gennaio è dedicata a un sacerdote, Don Angelo Bobbio, che venne condannato a morte dai fascisti perché diceva la Messa ai partigiani. Il comandante del plotone dell’esecuzione chiese a Don Angelo Bobbio se voleva pregare e Don Angelo Bobbio disse: ”Non ho bisogno di pregare per me, ma pregherò per voi che mi uccidete.”

“Il partigiano del giorno di oggi (16 aprile) è Ottavio Moro, camallo di Genova. Ottavio Moro aveva una figlia di nome Stefanina e l’aveva educata al senso della libertà. Ottavio Moro morì in battaglia. Stefanina, a sedici anni, decise di partecipare alla lotta e decise di fare quello che fecero tante altre donne partigiane: fece la staffetta. L’arma fondamentale di Stefanina Moro era la bicicletta: pedalava tra un luogo e l’altro della città per comunicare i messaggi del comitato di liberazione. Tante staffette morirono perché sapevano molte informazioni riguardo alla resistenza. Stefanina Moro venne arrestata e i fascisti cercarono di farla parlare; fu orribilmente torturata ma non parlò. Sono tutti episodi veri quelli che caratterizzano queste storie, alcuni accaduti qui.”

Questo incontro è stato molto interessante e coinvolgente e inoltre ci ha invitato a riflettere molto su un periodo storico cronologicamente non molto lontano da noi caratterizzato da grandi atrocità. Inoltre, abbiamo potuto capire quanto temi attuali allora, come l’indifferenza, il coraggio, la presa di posizione,  possano esserlo ancora oggi, perché i resistenti ci furono allora come possono esserci anche oggi e in futuro: “Finché ci sarà un attimo di ingiustizia nel mondo dobbiamo fare in modo che qualcuno di noi lotti per la libertà.”

 

Fonte immagine in evidenza: genova24.it

 

 

 

Un’esperienza all’incrocio tra Arte e Tecnologia. Il Meet Center di Milano rivela i segreti dell’Intelligenza Artificiale

di Samuele Gavuglio, 2D

Nel contesto sempre più dinamico e interconnesso della società moderna, l’Intelligenza Artificiale emerge come una forza trainante di cambiamento e innovazione in diversi settori. Alla ricerca di un’esperienza educativa ed esplorativa, le classi 2B e 2D del liceo classico “D’Oria” di Genova hanno  avuto il privilegio di partecipare a un viaggio straordinario nel mondo dell’IA presso il  Meet Center di Milano.

Questo excursus, composto da due fasi similari ma differenti, ha offerto una panoramica avvincente e approfondita sulle potenzialità e le sfide legate all’Intelligenza Artificiale.Chi Siamo | MEET

La prima parte di questo viaggio è stata contrassegnata da un incontro diretto con due esperte nel settore dell’AI che hanno dialogato con noi studenti sfidando la nostra preconoscenza sull’argomento fino a stimolare riflessioni su temi etici e sociali, come l’etica dell’IA e le implicazioni della sua adozione su larga scala. Successivamente, è stata proposta un’attività di riconoscimento dell’Intelligenza Artificiale, un test di Turing che ci ci richiedeva di distinguere tra immagini e testi generati da un’IA e quelli di origine umana. Questa esperienza pratica ha aperto le porte a un nuovo modo di comprendere il potenziale e le sfide dell’IA, evidenziando la sua capacità di generare contenuti sempre più realistici e convincenti.

La seconda parte del nostro viaggio ci ha condotti in una stanza incantata, dove le pareti stesse sembravano prendere vita attraverso un’installazione artistica straordinaria. Abbiamo ammirato la Renaissance Dreams, opera permanente al MEET, dell’artista turco-americano Refik Anadol.

In questa sala immersiva  abbiamo assistito ad una forma di arte generata grazie all’intelligenza artificiale. Un insieme di dati costituito da immagini e testi, prodotti tra il 1300 e il 1600 in Italia, elaborato e rivisitato da algoritmi che mutano forme, colori e creano suoni originali. Le immagini cambiano dinamicamente, senza transizioni nette, ma piuttosto mescolando colori e forme per creare nuove e affascinanti espressioni artistiche. Questa installazione ha incarnato il concetto stesso di creatività unita all’intelligenza artificiale, mostrandoci come la tecnologia possa trasformare il nostro ambiente in qualcosa di magico e sorprendente, come normalmente accade di fronte alla bellezza di un’opera d’arte. Milano ha una nuova casa della cultura digitale: apre Meet | Wired Italia

Approfondendo l’argomento dell’IA, è fondamentale riconoscere il suo impatto trasversale su tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana. Dalla medicina alla finanza, dall’arte alla ricerca scientifica, l’IA sta rivoluzionando il modo in cui concepiamo e interagiamo con il mondo che ci circonda. Tuttavia, è altrettanto essenziale affrontare le sfide etiche e sociali connesse all’adozione diffusa di questa tecnologia, garantendo che il progresso nell’IA avvenga in modo equo, responsabile e inclusivo.

In conclusione, l’esperienza al Meet Center di Milano è stata un viaggio illuminante e stimolante nell’universo dell’Intelligenza Artificiale. Ha offerto una prospettiva unica e approfondita sulle potenzialità e le sfide di questa tecnologia rivoluzionaria, invitandoci a riflettere sulle implicazioni del suo sviluppo e sulla nostra responsabilità nell’indirizzarne il futuro. Che siate appassionati di tecnologia o semplici curiosi, sappiate che questa esperienza ha lasciato un’impronta indelebile nelle nostre menti, offrendoci un punto di partenza prezioso per continuare il nostro viaggio nell’era dell’IA.

Il futuro “oltre il ponte”

Il messaggio di Italo Calvino partigiano “Santiago” raccontato da Giordano Bruschi partigiano “Giotto” agli studenti del Liceo D’Oria.

a cura di Andrea Malusel e Filippo Montalto, classe 5G

 

“Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa, saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla storia di domani, sulla storia di domani del genere umano.”

Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, 1947

 

Il 15 ottobre 2023 si è celebrato il centenario della nascita di Italo Calvino, non solo uno dei

più importanti letterati italiani del XX secolo, ma anche un giornalista, un politico, un partigiano. Un uomo eccezionale, ricordato con grande stima e affetto da coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Tra questi Giordano Bruschi, testimonianza vivente della Resistenza, ha incontrato le classi quinte del liceo D’Oria per raccontare il proprio rapporto con il celebre autore, da lui incontrato di persona grazie al suo comandante di reggimento partigiano.

 

Italo Calvino proveniva da una famiglia particolare: il padre, Mario, e la madre, Eva Mameli, furono tra i pionieri nello studio delle coltivazioni esotiche. Viaggiavano continuamente per studiare nuove colture, e Italo Calvino nacque all’Avana, nel sobborgo di Santiago de las Vegas, il 15 ottobre 1923. Proprio a queste origini “latine” è dovuta la scelta del nome da partigiano “Santiago”. Nel 1942, mentre frequentava la facoltà di agraria, Calvino venne a contatto con l’ambiente antifascista attraverso le celebri figure di Piero Calamandrei, autore di Uomini e città della Resistenza. Discorsi, scritti ed epigrafi, e Teresa Mattei, partigiana e donna di grande carisma.

 

A seguito dell’uccisione da parte dei fascisti del giovane medico comandante partigiano Felice Cascione, Calvino aderì alla Resistenza nel 1944, unendosi alla divisione d’assalto “Garibaldi”. All’esperienza nella Resistenza e alla “definizione” della memoria di quest’ultima Calvino dedicò in particolare il romanzo Il sentiero dei nidi di ragno (1947) e la raccolta di racconti Ultimo viene il corvo (1949), scritti giovanili che presentano già alcune delle peculiarità essenziali dello stile dell’autore e che rappresenteranno sempre per lo stesso Calvino punti imprescindibili della sua produzione.

 

Il canto Oltre il ponte, scritto nel 1959 e dedicato alla figlia Giovanna, racconta la Resistenza in versi, concentrandosi su quello che ne fu il più profondo motore, e il senso umano più alto: la speranza, prima di tutto dei giovani, che nella lotta vedevano la prospettiva futura di un mondo migliore, in cui avrebbe dominato l’amore, nel senso più ampio in cui il termine può essere inteso. La Resistenza diventa quindi una esperienza di maturazione, di consapevolezza, e il ponte da conquistare con le armi diventa il simbolo di tutto ciò che deve essere superato per portare l’umanità al suo riscatto.

 

“Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte che è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte”

 

All’alba della Liberazione, Calvino si pose una domanda cruciale: “Quello che abbiamo fatto resterà?” Chi, insomma, avrebbe tramandato i valori per cui tanti giovani avevano dato la vita? La risposta a questa domanda vive negli occhi di Giordano Bruschi, partigiano “Giotto”, così come negli occhi delle nuove generazioni che ricevono, dandole nuova vita, la testimonianza del miracolo di migliaia di giovani che, rischiando e perdendo la propria vita, fecero una scelta, consapevole e soprattutto libera, di lotta contro le ingiustizie della società in cui vivevano.

 

Le leggi razziali del ’38 nella scuola. Documenti dell’Archivio storico del Liceo Andrea D’Oria.

 

Le ragazze di 3C che hanno partecipato al progetto coordinato dal prof. Mele

Siamo un gruppo di sette studentesse della classe 3C, che ha aderito al progetto, proposto dal prof. Santino Mele (su suggerimento della dott. Giuseppina Ruscillo del personale amministrativo), relativo a una prima messa in ordine e valorizzazione dell’Archivio storico (d’ora in avanti: AS) del nostro Liceo. 

La finalità del progetto, per questo anno scolastico, è la produzione di un articolo o breve saggio, con ampio corredo fotografico e documentale, relativo a un tema specifico: le leggi razziali del 1938 nella nostra scuola. 

Abbiamo focalizzato l’attenzione sui documenti relativi a un periodo nevralgico della storia italiana, così come viene riflessa nella documentazione presente in AS: gli anni 1938-1940, ovvero agli anni in cui è entrata in vigore la legislazione razziale fascista e l’Italia è entrata nella seconda guerra mondiale.

Grazie a questo progetto abbiamo avuto l’occasione di visitare l’AS del nostro liceo per la prima volta; entrarvi ha suscitato in noi una grande curiosità di scoprire i contenuti di questi grandi e polverosi volumi. L’AS del liceo è uno spazio di 4×6 metri, all’interno del quale sono conservati enormi volumi rilegati di verbali e libri amministrativi (nonché registri e plichi del materiale degli esami di Stato degli ultimi vent’anni). 

In particolare, ci ha stupito la presenza di volumi ottocenteschi, il più vecchio dei quali addirittura risalente al 1830-1831 (Figura 1), quando ancora la sede dell’istituto (fondato nel 1824) si trovava in stradone Sant’Agostino, nella zona di Sarzano sede ora della Facoltà di Architettura (prima di trasferirsi, nel 1937, nella sede attuale).

Figura 1: registro del 1830-’31

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La preparazione storica

Anzitutto, però, seguendo le indicazioni del professor Mele, ci siamo documentate relativamente al problema. Qui di seguito i dati più significativi, a partire da una testimonianza, che abbiamo trovato assai pertinente: 

la carriera scolastica dei miei figli, al pari della mia di docente, fu bruscamente interrotta dalla legislazione fascista intesa ad escludere gli ebrei dal corpo della nazione italiana, riducendoli ad una casta di paria […] I ragazzi furono esclusi dalle scuole pubbliche, che avevano fino allora frequentate. Ricordo ancora il giorno in cui, dopo aver letto nel giornale, appena arrivato, la notizia di questa esclusione, Laura risaliva dal paese di Ponte di Legno verso la nostra casa, piangendo. Io ero, per caso, alla finestra e non dimenticherò mai la stretta al cuore che mi ha cagionato quella vista.

(testimonianza di Giorgio Mortara, in Annalisa Capristo, “Il decreto legge del 5 settembre 1938”, in La Rassegna Mensile di Israel, maggio-agosto 2007, Vol. 73, No. 2, Numero speciale in occasione del 70° anniversario dell’emanazione della legislazione antiebraica fascista, p.134)

Figura 2: Mussolini in piazza della Vittoria il 14 maggio 1938. Sullo sfondo il Liceo D’Oria.

 

Dopo la guerra d’Etiopia, la formazione di una «coscienza razziale» italiana si concretizzò, fra aprile 1937 e novembre 1938, nella legislazione razziale. Questi i passi principali:

  • 14 luglio 1938: «Manifesto della razza», pubblicato in forma anonima da un gruppo di dieci «scienziati» sul Giornale d’Italia con il titolo “Il Fascismo e i problemi della razza; il manifesto venne ripreso il 5 agosto 1938 con il titolo «Manifesto degli scienziati razzisti», nel «famigerato quindicinale» (R. De Felice) La difesa della razza (Figura 3), diretto da Telesio Interlandi (1894-1965), n.1, e qui firmato da dieci scienziati.

 

«Manifesto degli scienziati razzisti», in La difesa della razza, n.1

«La razza italiana ha nobiltà di volto, solidità e armonia di struttura corporea, potere di adattamento, visione chiara e immediata della realtà, spiccato senso etico»

«Le razze umane esistono»

«La razza è concetto puramente biologico»

«La popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana» e «le migrazioni di popoli non hanno modificato la sua fisionomia attuale, che è quella millenaria»

«È tempo che gli italiani si proclamino apertamente razzisti»

«Gli ebrei non appartengono alla razza italiana»

«I caratteri puramente europei degli italiani non devono essere alterati» 

Figura 3: copertina de La difesa della razza, diretta da Telesio Interlandi

  • 18 agosto 1938: circolari Bottai (Ministro dell’Educazione nazionale), che vietano l’iscrizione nelle scuole medie degli studenti ebrei e il conferimento di incarichi di insegnamento a docenti ebrei. 

Già la circolare del 9 agosto prescriveva il censimento del personale dipendente del Ministero dell’Educazione nazionale, mentre il 12 agosto Bottai aveva anticipato ai presidi che sarebbero stati banditi dalla scuola i libri di testo di autori ebrei (divieto esteso, nel RDL 1779/38, art.4, anche ai libri in collaborazione con autori «ariani»).

Gli studenti allontanati «per ragioni di politica generale» (vedi i documenti dell’AS, qui sotto in figura 5) avevano la sola opzione delle scuole private (ebraiche o cattoliche), sotto il controllo dell’ENIM (Ente nazionale insegnamento medio e superiore).

  • 5 settembre 1938, Regio decreto legge n. 1390, «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola italiana»: è il primo atto ufficiale di esclusione degli ebrei italiani dalla comunità nazionale.

Ai docenti e agli studenti classificati «di razza ebraica» viene interdetto l’accesso a scuole e università. «Sospesi» dal servizio (ma dal novembre «dispensati», cioè esclusi definitivamente) tutti gli insegnanti ebrei.

È rilevante che, in assenza di criteri generali di classificazione dell’ebraicità (definiti a novembre), il RDL 1390 prescindeva da motivi confessionali, per attenersi solo a motivi biologici: l’art.6 stabiliva che era ebreo chi fosse nato da genitori ebrei, anche se fosse stato battezzato e professasse la religione cattolica. 

Bene sottolinea Annalisa Capristo: «Ad onta delle dichiarazioni propagandistiche circa la natura “spirituale” del razzismo fascista, ciò che contava era il dato “razziale”, il sangue» (“Il decreto legge del 5 settembre 1938” cit., p. 150).

  • 7 settembre 1938, Regio decreto legge sugli ebrei stranieri: espulsione entro sei mesi e revoca della cittadinanza a chi l’avesse ottenuta dopo il 1919.
  • 30 settembre 1938, Regio decreto che introduce le nuove cattedre universitarie di “razzismo”.
  • 6 ottobre 1938: il Gran Consiglio promulga le «leggi razziali» (“Dichiarazione sulla razza”), che confermano l’esclusione degli ebrei dall’insegnamento pubblico (sia docenti sia studenti).
  • 17 novembre 1938, RDL n. 1728, Provvedimenti per la difesa della razza italiana: divieto per tutte le amministrazioni e gli enti pubblici di avere dipendenti ebrei.
  • 11 giugno 1939: Bottai invia un telegramma ai rettori disponendo
    «che nella sessione di esami sia osservata netta separazione studenti razza ariana da studenti razza ebraica et sia data precedenza gruppo studenti ariani negli esami orali», una disposizione che mirava ad accentuare la condizione di mortificante isolamento in cui si trovavano gli studenti ebrei.
  • 12 giugno: lo stesso telegramma venne inviato ai Provveditori, affinché
    lo diramassero alle scuole, presso cui gli studenti ebrei potevano presentarsi come privatisti per sostenere gli esami e conseguire i titoli di studio.
  • 6 novembre 1939: stabilita l’obbligatoria stampigliatura «di razza ebraica» su tutti i certificati rilasciati dalle scuole agli studenti ebrei. 

Figura 4: copertina del Giornale di Genova – Caffaro

L’espulsione e l’esclusione futura degli ebrei dalla scuola doveva avere come risultato l’«arianizzazione totalitaria» (Bottai) del mondo della scuola e dell’università, nel quadro della creazione di una nuova coscienza razziale-nazionale (che necessitava di «inoculare l’antisemitismo nel sangue degli italiani»: Mussolini), propria dello homo novus fascista. 

Gli insegnanti espulsi dalla scuola media, compresi i presidi, furono 279, di cui 173 dalle superiori. Gli studenti espulsi furono circa 9000: 2500 circa nelle elementari, 4000 nelle medie inferiori e superiori, 2000 circa nell’Università (a questi numeri vanno aggiunti i ragazzi stranieri).

Alla fine del 1938, l’Italia era uno Stato ufficialmente razzista e antisemita, senza che questa trasformazione, promossa dal fascismo e controfirmata dalla Corona, incontrasse alcuna reazione significativa.

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Il lavoro fatto in Archivio

Sulla base di questa documentazione preparatoria, abbiamo poi condotto il lavoro d’archivio.

In AS sono presenti documenti scolastici di tipo differente: registri di protocollo; verbali di scrutini; verbali relativi a collegi (o “adunate”) dei docenti; verbali relativi alle tasse pagate; materiale vario. Quelli che si sono rivelati più interessanti, sono i volumi che riportano le iscrizioni, ma anche i trasferimenti degli alunni. 

Ai fini del nostro discorso, la dicitura burocratica decisiva si è rivelata la seguente: “concesso nulla osta per motivi di politica generale”. Si tratta di una formula eufemistica, per intendere l’espulsione dalla scuola per motivi razziali.

Figura 5: “concesso nulla osta per motivi di politica generale”

Spunti per la continuazione del progetto:

Nella prima parte di questa relazione abbiamo esposto gli esiti della nostra ricerca che tuttavia ha preso in esame solo una parte dei documenti presenti nell’A.S. del nostro Liceo. Sulla base di quanto abbiamo trovato, pensiamo che l’anno prossimo l’indagine potrebbe essere ulteriormente sviluppata, cercando di trovare risposte alle seguenti domande, intese come ipotesi di ricerca:

  • noi ci siamo occupate esclusivamente degli studenti e non abbiamo fatto indagini sul corpo docente. C’è stato un censimento dei dipendenti nell’agosto 1938: risulta che ci fossero nel nostro Liceo docenti ebrei? Nel caso, quali misure sono state adottate nei loro confronti?
  • Tra gli eventuali docenti ebrei, risulta che qualcuno abbia chiesto di essere «discriminato», vale a dire esentato per speciali meriti dai provvedimenti antiebraici?
  • Qual è stato l’atteggiamento ufficiale dei presidi nei confronti di eventuali docenti ebrei? Hanno incoraggiato o attenuato l’applicazione delle leggi razziali?
  • Tornando agli studenti, ci sono documenti come pagelle, diplomi, ecc. in cui risulti ufficialmente l’identificazione di persone di «razza ebraica»?

A queste domande cercheremo di dare risposta l’anno prossimo, continuando questo progetto.

Francesca Barbé, Anna Chiara Cacciamani, Cecilia Farinelli, Gaia Massa, Lavinia Pasteur, Martina Tenderini, Biancamaria Tinella.

E’ possibile prevenire un tumore?

Giovani e tumori: argomento tabù o motivo di sensibilizzazione? Ce ne parla il Dott. Alberto Castellani

Di Vittoria Gandolfo, 3B

Martina, 1975-2003 a cui quest’iniziativa deve il suo nome.

Giovedì 18 gennaio, per la durata di due moduli, nell’aula magna del Liceo Andrea D’Oria si è tenuta una conferenza, presieduta dal Dott. Alberto Castellani, riguardante la prevenzione ai tumori e, in particolar modo, la loro diffusione tra i giovani.

Le classi terze del liceo D’Oria hanno avuto l’opportunità di partecipare a quest’interessante, e soprattutto utile, incontro grazie all’iniziativa del Progetto Martina.

Questo progetto, validato dal Ministero della Salute, nasce su iniziativa del Dott. Di Maggio, uno dei medici che aveva in cura Martina a Padova.

Non era una ragazza normale.

Solare in tutti i sensi.

Piena di iniziative.

Aveva tanta voglia di vivere, di fare.

Così viene descritta Martina: non come “qualcuno che aveva un tumore”, non solo come un numero che viene inserito in statistiche o grafici dall’aspetto spaventoso.

Il Progetto Martina, promosso dal “Lions Club Genova Diamante”, deve il suo nome a una giovane donna di Padova deceduta a causa di un tumore alla mammella, diagnosticato all’età di 28 anni. Martina, al medico che l’aveva in cura, diceva: “Io sentivo da un po’ un piccolo nodulo, ma era piccolo, non mi faceva male e non ci ho dato peso”.

Questo, dice il dottore, ci porta a un primo insegnamento: il nostro corpo ci manda dei segnali, che anche se piccoli e non drammatici devono essere ascoltati.

Spiegate ai giovani l’importanza di alcuni piccoli disturbi perché non finiscano come me.

Queste, ancora una volta, le parole di Martina: “perché non finiscano come me“. Parole strazianti e al tempo stesso piene di consapevolezza. Perché la verità è che noi giovani ci sentiamo invincibili, forse com’è giusto che sia, non riusciamo a concepire l’esistenza di un qualcosa che spazzi via tutto quello in cui crediamo, tutto il nostro futuro, tutto quello che ci sembra importantissimo: e forse è giusto così, forse è giusto che esista un periodo della vita di ognuno nel quale nessuna preoccupazione può scalfirci, nel quale ci sentiamo sul tetto del mondo. Nella vita di Martina, questo qualcosa era un tumore alla mammella.

Ecco perché  è giusto e necessario fare prevenzione ai tumori anche e soprattutto tra i giovani, nonostante la loro non sia certamente la fascia d’età più soggetta a questo problema.

Di Maggio aggiunge che il Progetto Martina non porta il nome di questa ragazza a causa della malattia che l’ha colpita, ma a causa della frase che ha detto: non ricordiamo Martina per quello che le è accaduto, ma per quello che lei ha fatto, per l’eredità che ha lasciato a tutti noi.

Il Dott. Castellani ha iniziato il suo intervento spiegandoci cos’è un tumore e come nasce:  è il DNA a conservare il programma genetico delle nostre cellule. Se qualcosa “colpisce” il DNA di una cellula, essa perde il suo patrimonio genetico e di conseguenza “non si ricorda più” ciò che doveva fare: nel tempo tutte le cellule figlie da essa generate avranno questa particolare condizione. Un tumore infatti è proprio un insieme di cellule il cui DNA è stato alterato.

Ad oggi la medicina e la ricerca scientifica hanno fatto molti progressi, e sono stati scoperti molti metodi per provare a prevenire la formazione dei tumori, anche se naturalmente non si potrà mai avere una certezza matematica.

Castellani ci ha dunque parlato di dodici abitudini che, secondo il Codice europeo contro il cancro, possono aiutare a prevenire i tumori: si tratta di non fumare, rendere la propria casa libera dal fumo, mantenere un peso forma salutare, fare attività fisica giornalmente, seguire una dieta sana, non bere o limitare il consumo di alcol, limitare il contatto con il sole, per esempio usando crema solare e non usando lampade abbronzanti, proteggersi da sostanze cancerogene, ridurre i livelli di radon naturale nella tua abitazione, allattare al seno, le vaccinazioni, anche e soprattutto sui bambini, e partecipare ai programmi di screening.

Al giorno d’oggi si conosce un solo virus che provoca sicuramente tumori: il papilloma. Infatti il Prof. Castellani ci ha informati del fatto che i tumori spesso possono essere causati da fattori ambientali (come l’aria inquinata e i posti di lavoro pericolosi, ad esempio a causa dell’amianto che una volta era molto diffuso, non si sapeva infatti che fosse così dannoso), stili di vita scorretti (come ad esempio il fumo e l’alcol, che possono portare a un tumore al pancreas, l’abuso di droghe e farmaci non su prescrizione medica, e un’alimentazione scorretta).

Il grafico proposto dal dottore riguardante la curabilitá dei tumori nel tempo.

Il Professore successivamente ci ha mostrato un grafico che mostrava la variazione della sopravvivenza relativa nel corso degli anni di persone affette da tumori:  gli unici tumori il cui tasso di sopravvivenza è restato invariato dal 1971 ad oggi sono quelli che interessano i polmoni, il pancreas e l’esofago.

Il Dott. Castellani inoltre ci ha parlato anche di altri due tumori molto diffusi: il tumore alla mammella  e al testicolo.

Per quanto riguarda il tumore alla mammella, uno dei più diffusi, ci ha fatto notare, tra le molte cose, che non si manifesta solo nelle donne, ma anche negli uomini, seppure in questi ultimi sia meno diffuso.

Ci ha fatto notare che si possono effettuare alcuni accorgimenti per riuscire a prenderlo in tempo: innanzitutto è importante sapere che la mammografia è consigliata solo dopo i 30/40 anni, dal momento che è molto raro che questo tumore si manifesti precedentemente. Dopo i 50 anni ci si dovrebbe sottoporre a un controllo di questo tipo ogni due anni. Tuttavia anche le donne più giovani dovrebbero, a cadenza mensile, effettuare un’auto-palpazione. Essa dovrebbe essere effettuata dopo il termine del ciclo mestruale.

Il Professore ha spiegato infatti che, in caso si percepisca qualcosa di diverso, è consigliato andare a farsi visitare da un medico, per assicurarsi che sia tutto nella norma.

Per quanto riguarda il tumore ai testicoli, invece, agli uomini è consigliato effettuare un’auto-palpazione ogni tre o quattro mesi, possibilmente dopo una doccia o un bagno caldo: l’auto-palpazione per prevenire il tumore al testicolo si effettua così.

Al termine di ciò il Dott. Castellani ha proposto a tutti gli alunni presenti un questionario, effettuato sul sito del progetto, riguardante l’incontro appena avvenuto.

 

 

 

 

 

 

Alcuni risultati degli incontri negli anni scolastici 1999-2000 e 2010-2011.

Sembra difficile, quasi impossibile, pensare che qualcosa come un tumore possa colpire noi o le persone a noi care, ma non è così: tuttavia non si può essere passivi, bisogna anzi attivarsi per informarsi su come si possono prevenire.

Se ne deduce quindi che i tumori non possono, e non devono, essere argomenti tabù dei quali non parlare: è importante invece diffondere consapevolezza e insegnare come comportarsi a riguardo, soprattutto ai giovani.

Dietro lo schermo con “RAI Porte Aperte”

Ogni sera migliaia di liguri accendono la televisione sul canale RAI3 per rimanere informati su quello che accade nella loro regione. Un susseguirsi di servizi perfetti vengono trasmessi ogni giorno, ma cosa c’è dietro a quei soli 20 minuti di notizie? La classe 2D del Liceo D’Oria ha partecipato a “RAI Porte Aperte” proprio per scoprirlo.

di Giorgia Belotti, Giulia Masullo, Stefano Ribaldone, Elisa Rizzo e Lidia Rossi, 2D

Il giornale che ha informato generazioni

Il concetto di giornale regionale nasce negli anni ’50 con i gazzettini radiofonici introdotti dall’EIAR . I primi furono il Gazzettino di Roma e del Lazio e il Gazzettino Padano, l’unico ancora attivo. In seguito furono istituiti per le altre regioni. Poi, con la riforma della RAI nel ’75, cominciarono le trasmissioni di Rai3, e quindi del TG3 regione.

Chiusura edizione notturna tg regionale Rai, da Tursi la richiesta di rivedere la decisione

 

Inizialmente la sede dalla RAI di Genova si trovava in Via San Luca. In seguito, dopo la seconda guerra mondiale, si spostò in Piazza della Vittoria fino al 1966, data nella quale fu trasferita nel luogo attuale, Corso Europa.


Ore di lavoro per pochi minuti di servizio

Appena entrati nella sede la cosa che stupisce è la quantità di persone che lavorano per questo servizio.

La prima attività in cui si viene coinvolti è un tour della sede, dove si possono conoscere i diversi ruoli all’interno del giornale-radio e del tele-giornale. Tutti hanno un ruolo specializzato, e, nonostante il grande numero di dipendenti, regna nell’edificio una perfetta coordinazione e collaborazione.

La nostra residenza nei servizi TG delle TV locali - Bozzolo

Infatti non pensiate che i servizi in diretta presentino dell’improvvisazione, il lavoro è metodico e organizzato, nulla è lasciato al caso: dai tecnici del suono, al regista che coordina le camere, dai cameraman che le gestiscono ai copywriter e agli annunciatori, tutti sanno cosa fare, quando farlo e come farlo al meglio.

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Due studenti nella postazione radiofonica della redazione RAI con il giornalista Oscar Puntel.

 

Successivamente si svolge una simulazione riguardante il telegiornale. Questo è il momento in cui è possibile provare per una mattinata tutti i ruoli sopra citati e comprendere meglio cosa davvero ci sia dietro ai servizi che ogni sera guardiamo in tv o che all’ora di pranzo ascoltiamo in automobile.

 

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Due studentesse sul set del TGR Liguria durante la simulazione di un servizio. 

 

 

 

 

 

 

 

 


Da dove prende le notizie chi le dà?

TGR Liguria - RaiNews

Basta accendere la televisione per rimanere aggiornati, ma il telegiornale utilizza mezzi molto più complessi e veloci. Alcuni di essi sono canali diretti, come gli inviati sul luogo, che, ricevute segnalazioni, si spostano direttamente sul territorio, per raccogliere fonti visive e dichiarazioni. Altri canali, come il collegamento con le forze dell’ordine o le sedi istituzionali,  sottolineano la grande importanza che il telegiornale ha a livello regionale e non solo. Al cittadino non resta che accendere la radio o il televisore e se ha perso qualche edizione può sempre recuperarla nel sito del TGR Liguria o riascoltarla su RaiPlaySound.

Qui una sintesi video della nostra esperienza:

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