NOI MARE. Da Quarto al Vespucci: il racconto di un genovese cresciuto guardando l’orizzonte.

Dal piccolo quartiere di Quarto ai porti internazionali: il percorso di Andrea Venturi, sottufficiale della Marina Militare italiana.

di Asia Di Calogero, 1B

Genova non è soltanto una città: per il marinaio Andrea Venturi è casa, identità. È cresciuto a Quarto respirando salsedine tutto il giorno e proprio per questo il mare non è stato per lui un semplice panorama, ma una presenza costante, un compagno di vita.

“Sono nato sul mare e sono sempre stato vicino all’acqua: dalla mattina alla sera respiravo aria di mare” racconta. È proprio lì che, grazie a suo padre, ha imparato ad amare tutti gli angoli di Genova: dai caruggi a tutto il centro storico, dalla storia fino alla cultura marittima. Venturi non ci ha messo infatti molto a comprendere che il suo legame con quella città era qualcosa di speciale, di intenso. Una volta cresciuto ha così deciso di realizzare il suo sogno d’infanzia, entrando nella Marina Militare Italiana: “Ancora non ci credo di aver realizzato il mio sogno…Ogni tanto pensandoci ho paura che sia tutto una finzione”.

Non finisce però qui: grazie alla sua determinazione Venturi è riuscito a diventare addirittura sottufficiale, iniziando così a ricoprire un ruolo molto importante; inoltre da ormai quattro anni naviga senza sosta da un porto all’altro sull’Amerigo Vespucci (nave scuola che simboleggia l’Italia all’estero). Svolge il suo lavoro con passione, contribuendo al mantenimento della nave in tutto il suo splendore: “Lavorare sul Vespucci è qualcosa di magico. Sapere di rappresentare il proprio paese su una delle navi più belle del mondo è una situazione impagabile, soprattutto per il me bambino; mi sento molto fortunato a riguardo”.

Tra uno scalo e un altro: lo scalo al porto di Genova

Venturi ha visto porti in ogni continente, ha visitato numerose località ed è entrato in contatto con culture lontane,  ma, nonostante ciò, le sensazioni che prova quando la nave sta per attraccare al porto di Genova sono imparagonabili a qualsiasi altra. “Qui è diverso…l’aria, la tramontana, il profumo della focaccia. Appena scendi senti qualcosa che nessun altro porto ti dà”.

Il Vespucci che fa rotta verso Genova.
Infatti tutti i rientri verso il porto della sua città gli regalano emozioni fortissime: “Quando il Vespucci entra a Genova, è come tornare dalla propria famiglia. Mi sembra sempre di essere aspettato, come se la città stessa mi abbracciasse”.

Ogni rientro a casa è speciale e unico e permette ad Andrea di “riconnettersi” al suo posto del cuore, dopo esserci stato lontano per svariato tempo, e di passare momenti in compagnia di parenti e amici di vecchia data. “Quando torno e mi metto sulla ringhiera a Priaruggia a guardare il mare, capisco che quello è il mio posto. È casa. Non posso fare a meno di pensare che la mia vita finirà lì, dove tutto è iniziato”.

 La nostalgia del mare

Celebre saluto militare del “Veliero”

Durante i periodi a casa però c’è sempre un vuoto difficile da colmare: manca l’odore del mare aperto, il ritmo della vita a bordo del vascello, la complicità con l’equipaggio, le guardie in plancia, le notti insonni, i raggi del sole sulla pelle…Tutte cose di cui Venturi non può fare a meno. “Adoro passare del tempo a casa con la mia famiglia, ma quando non sono in mare aperto mi manca tutto, anche i dettagli più insignificanti. Mi mancano i miei amici, tutte le risate e i sorrisi fatti con loro, le notti trascorse a osservare le stelle, le giornate passate con la nausea a causa delle troppe onde…So che è strano, ma solo chi vive il mare con passione può comprendere davvero”.

 Se non fosse nato a Genova… 

Deposizione del berretto sul Tricolore

Secondo Venturi, il suo legame tanto speciale con il mare è da attribuire alla sua città natale, Genova. “Se non fossi nato qui, forse non avrei preso questa strada: magari sarei un veterinario, un autista o chi lo sa, magari uno scrittore. Ma è merito di questa città se sono chi sono oggi e se ho trovato la mia strada. Qui i pescatori, gli amici, la vita sul mare ti trasmettono un amore profondo per quell’enorme cosa blu: questo amore incondizionato ti cambia per sempre.”

Questa non è una semplice storia: è la storia di un uomo che porta ovunque vada la sua città, con amore, ambizione e soprattutto passione. Genova non è solo la città che ha dato inizio al suo viaggio, ma è la luce che continua a dargli l’ispirazione per proseguirlo al meglio e il suo punto di riferimento: “Per me è come una specie di bussola…Mi aiuta a orientarmi e qualsiasi cosa succeda, so di poterci sempre tornare. È il mio porto sicuro”.

Oggi, mentre l’Amerigo Vespucci solca gli oceani, Andrea osserva l’orizzonte, con la consapevolezza che il mare prima o poi lo riporterà a casa: “Il mare è magico: è quella cosa che può allontanarti ma che allo stesso tempo ti lega a ciò che ami”.

Andrea ogni giorno con il suo lavoro e il suo viaggiare porta l’amore incondizionato per la sua terra in tutto il mondo, mostrandoci come è possibile trasformare la passione in professione. Una testimonianza di impegno, dedizione, amore per il mare e orgoglio per la Marina Italiana.

 

 

 

 

NOI MARE. Il porto è ancora il cuore economico di Genova?

120.000 posti di lavoro e 12,8 miliardi di euro: un’intervista all’Autorità Portuale per scoprire perché il porto resta il motore di Genova.

di Thomas Bergamo, 1B

Il mare costituisce da sempre l’anima dell’economia di Genova. Quando si pensa alla nostra città il pensiero va subito al porto e al legame tra la città, i suoi abitanti e il sistema portuale, per questo motivo mi sono rivolto all’ Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, che gestisce questa grande realtà.
Ho contattato via e-mail Ports of Genoa e ho potuto rivolgere le mie domande alla Dottoressa Silvia Martini, Responsabile Ufficio Relazioni con il Pubblico.

Negli ultimi 10 anni ci sono stati cambiamenti significativi nei traffici di merci e passeggeri?
Sì, negli ultimi dieci anni il sistema dei Ports of Genoa ha vissuto trasformazioni molto rilevanti con un grande impatto occupazionale ed economico. Oggi il porto è il primo in Italia per volumi complessivi, grazie a oltre 63 milioni di tonnellate di merci movimentate, 2,8 milioni di TEU e più di 5 milioni di passeggeri in un anno. Il traffico container è cresciuto in modo costante, diventando una componente centrale dei traffici marittimi. Il traffico passeggeri, sia traghetti sia crociere, ha avuto un andamento più movimentato: è cresciuto fino al 2019, ha subito un forte calo durante la pandemia, ed è poi tornato a crescere tra il 2022 e il 2023, anche se con alcune flessioni dovute ai lavori in corso sulle infrastrutture. Parallelamente, il porto è stato interessato da grandi interventi infrastrutturali, come la nuova diga foranea, l’ampliamento dei terminal e l’aumento dei fondali, che hanno migliorato la capacità di accogliere navi sempre più grandi. In sintesi, il porto è diventato più moderno, più efficiente e sempre più orientato alla containerizzazione e all’intermodalità.

Le merci sono cambiate per tipologia e quantità?
Sì, sia la tipologia sia la quantità delle merci sono cambiate in modo significativo. La crescita più evidente riguarda le merci containerizzate, che oggi rappresentano una componente fondamentale dei traffici. Le merci alla rinfusa, sia liquide sia solide, mostrano invece un andamento più variabile, fortemente influenzato dalle dinamiche dei mercati energetici e dai cicli produttivi delle industrie. Accanto a questi segmenti, continuano a crescere le merci convenzionali, tra cui le automobili nuove e il traffico ro-ro, per cui l’area di Savona–Vado è particolarmente rilevante. Nel complesso, il sistema portuale movimenta più di 63 milioni di tonnellate all’anno, con una forte diversificazione merceologica.

Il porto è ancora una risorsa per l’occupazione diretta e l’indotto?

Sì, e molto più di quanto spesso si immagina. Il sistema dei Ports of Genoa genera oggi circa 71.000 posti di
lavoro in Liguria e altri 50.000 nel resto d’Italia, contribuendo in modo decisivo all’economia nazionale. Il suo impatto economico complessivo è stimato in circa 12,8 miliardi di euro di produzione e 5,3 miliardi di euro di valore aggiunto. Dal punto di vista occupazionale, il porto è un vero e proprio “distretto produttivo” che comprende:

  • circa 700 ettari di aree portuali;
  • 100 accosti operativi e 35 terminal;
  •  oltre 300 case di spedizione;
  • circa 65 aziende di costruzione e riparazione navale, un settore altamente specializzato che dà lavoro a migliaia di persone tra operai, tecnici e ingegneri.

Negli ultimi vent’anni è stato fatto anche un grande lavoro su sicurezza e formazione:  gli infortuni sul lavoro in porto si sono ridotti da circa 500 a meno di 100 all’anno;· ogni anno vengono rilasciati centinaia di attestati di formazione professionale a lavoratori portuali e addetti alla logistica.

Il porto svolge anche una funzione sociale e culturale, avvicinando le nuove generazioni a questo mondo: nel solo 2023 più di 840 studenti hanno partecipato a visite guidate e iniziative educative dedicate alla portualità e alla logistica.

Chiudo l’intervista con una certezza: il porto di Genova è ancora – e lo sarà anche in futuro – una risorsa fondamentale per l’occupazione diretta, per l’indotto e per la vita economica e sociale della città e del territorio. Ora so che il porto siamo anche noi: i nostri genitori che ci lavorano, le aziende che ne dipendono, gli studenti che lo visitano per capire il proprio futuro. Il mare resta l’anima di Genova, e questa anima batte più forte che mai.

NOI MARE: il mare che siamo

Un progetto giornalistico della Classe 1B sul legame tra Genova e il mare

Il mare di Genova non è solo acqua che lambisce il porto: è vita, storia, lavoro e sogni. È il filo invisibile che unisce la città, raccontato attraverso le voci di chi lo vive ogni giorno.

Con “Noi Mare“, un progetto nato tra i banchi di scuola, vi portiamo in un viaggio tra le onde della città: interviste e storie che svelano come il mare definisce l’identità genovese, tra tradizioni, mestieri, leggende, sport e luoghi che custodiscono secoli di vita portuale.

Abbiamo raccolto le voci di chi il mare lo vive davvero: chi ne porta i sapori sulle tavole, chi ne custodisce le spiagge, chi ne attraversa le rotte. Chi lo governa dalle istituzioni e chi lo trasforma in cura e speranza. Ogni storia è un pezzo di Genova che prende forma.

Ogni articolo è frutto della nostra curiosità di giovani reporter e delle storie che abbiamo raccolto sul campo: dal porto che pulsa di attività, alle spiagge che custodiscono ricordi, fino alle iniziative di chi reinterpreta il mare ogni giorno.

E’ un invito a guardare con occhi nuovi questa distesa blu che ci accompagna da sempre: gli occhi di una classe che ha deciso di raccontarne il ruolo nella nostra identità e di scoprire che, in fondo, il mare siamo anche noi.

➡️ Segui il nostro reportage “Noi Mare”.

Tutti gli articoli saranno pubblicati nella sezione La Redazione del D’Oria su Agoraliceodoria.it

Dall’Orestea ai Mannon: ritratto della violenza familiare

La prima nazionale dello spettacolo “Il lutto si addice ad Elettra”

di Alexandra Delrio, Giulia Portalupi, Bianca Stefanelli, Federica Tanca e Chiara Torazza, 3B

La prima nazionale dello spettacolo Il lutto si addice ad Elettra’ di Eugene O’Neill, con la regia di David Livermore, propone un racconto che racchiude in sé temi come il complesso di Edipo e la riflessione sull’inevitabilità del destino, rievocando le stesse emozioni che muovevano gli eroi antichi.

Non possiamo definire questo spettacolo un adattamento del mito nel senso stretto del termine: scenografia, ambientazione temporale e sottotrame sono state completamente rielaborate, al punto da trasformare la tragedia classica in una vicenda parallela, ambientata in un contesto moderno, ma carico dello stesso πάθος dell’antichità.Colpisce come il mito si rifletta in questa nuova narrazione, capace di fondere l’antico pensiero classico con le dinamiche della società moderna.

Trama Il racconto è incentrato sul tradimento di Christine Mannon nei confronti di Ezra Mannon, che muore assassinato dalla sua stessa moglie.

Lavinia, figlia di Christine ed Ezra, e la madre hanno sempre avuto un rapporto conflittuale dovuto principalmente a due ragioni: il complesso di Elettra da cui è affetta Lavinia e la repulsione che Christine prova nei confronti del marito Ezra. Lavinia è invidiosa della madre e non sopporta di vederla tradire il padre con il capitano Adam Brant, il quale finge di essere innamorato della figlia per rendere la relazione tra i due ancora più insospettabile.

Christine, innamorata di Ezra da giovane, comincia a provare ripugnanza per lui dopo il matrimonio e i gesti che il marito considerava affettuosi vengono percepiti da lei come oppressivi, in alcuni casi perfino violenti. Lei detesta Lavinia poiché la vede soltanto come frutto di una violenza. Predilige invece il fratello Orin, nato in assenza di Ezra, il quale ha un rapporto morboso con la madre, tanto da anteporre i suoi desideri alla propria felicità in molte situazioni. Orin, ignaro di quello che sta accadendo nella sua famiglia, non ascolta Lavinia, nonostante i suoi continui avvertimenti su chi fosse realmente sua madre, completamente soggiogato dalle parole manipolatorie di Christine, disposta a tutto pur di fargli credere che la sorella stia mentendo e proteggere la sua relazione segreta con Adam Brant.

Rappresentazione teatrale O’Neill illustra l’influenza di queste dinamiche familiari opprimenti sulle relazioni amorose dei due fratelli Mannon: Lavinia si rifiuta di sposare Peter, innamorato di lei da molto tempo, e Orin considera fondamentale l’opinione di sua madre su Hazel, giovane follemente innamorata di lui.

Questi due personaggi, che rappresentano il coro, sembrano essere gli unici a riconoscere il malsano rapporto tra i membri della famiglia. Infatti i figli dei Mannon, in particolar modo Lavinia, diventano sempre più come i genitori. Il regista David Livermore rappresenta scenograficamente questa trasformazione: alla morte di Christine, Lavinia indossa un vestito quasi identico a quello della madre e Orin manifesta gli stessi desideri di avventura e, in parte, di libertà del padre. In uno dei momenti di crollo di Orin, Lavinia prova a calmarlo ricordandogli la natura malvagia della madre ma il fratello sembra stare per rivelare tutto alla fidanzata Hazel: scatta tra i due un bacio, metafora che racchiude tutta la disperazione e la rabbia dei personaggi. In quel momento sembra essere presente tutta la famiglia Mannon sul palco ed è sicuramente una delle scene più intense di tutta l’opera. Ripensando all’accaduto, Orin scrive tutta la storia dei Mannon con lo scopo di pubblicarla e rendere nota la colpevolezza della sorella. Inizialmente affida la storia a Hazel Niles, ma Lavinia, rimasta sola, si appropria del fascicolo, ritrovandosi schiacciata dal peso della maledizione familiare e decidendo di rinchiudersi nella casa dei Mannon per il resto dei suoi giorni, accettando il lutto come un destino inevitabile.

La psiche dei protagonisti è stata notevolmente approfondita rispetto all’Orestea: nei personaggi creati da O’Neill è presente una complessità psicologica strutturata. E’ stato interessante trovare le corrispondenze tra i componenti della famiglia Mannon e i personaggi eschilei. Lavinia, la figlia prediletta del padre e la più grande rivale della madre, è ispirata ad Elettra, mentre Orin riprende la figura di Oreste, Ezra Mannon quella di Agamennone, Christine quella di Clitemnestra e il capitano Brant quella di Egisto.

Attori e recitazione I due ruoli principali, Christine ed Ezra Mannon, sono interpretati rispettivamente da Elisabetta Pozzi e Paolo Pierobon. Entrambi hanno recitato in maniera avvincente, coinvolgendo tutto il pubblico sia con le parole che con i gesti. La figura di Christine è forse quella che rimane più impressa, proprio perché non offre spiegazioni facili: si muove tra desiderio, colpa e solitudine senza mai risultare del tutto trasparente. La sua lotta interiore tra dolore, rabbia e desiderio di libertà la rende un personaggio complicato e indimenticabile.

Paolo Pierobon offre un’interpretazione di grande potenza drammatica quando, in punto di morte, indica Christine come sua assassina. La recitazione migliore è stata senza alcun dubbio quella di Linda Gennari, nel ruolo di Lavinia, il cuore tormentato della tragedia: a fine spettacolo ha interpretato in modo eccellente la trasformazione della protagonista nella persona che più odiava, sua madre, imitando in modo quasi perfetto i gesti e persino la risata del personaggio di Elisabetta Pozzi.

La recitazione meno autentica è stata quella di Marco Foschi nel ruolo di Orin, appena tornato dalla guerra. L’attore ha recitato il ruolo di Oreste con molta foga, ma poca espressività, spesso in modo troppo dinamico e con toni che sembravano inadeguati al contesto.

“Il lutto si addice a Elettra” presenta un’atmosfera tesa che si respira dall’inizio alla fine. Non si può non restarne coinvolti: gli attori non si limitano ad interpretare una tragedia, la vivono. I personaggi non sono mai semplici da comprendere, non si lasciano classificare come “giusti” o “sbagliati”: ognuno porta con sé un peso di cui non riesce a liberarsi e proprio questa complessità li rende realistici. Anche quando vengono urlati, il dolore, il rancore e le dinamiche familiari non trovano mai davvero sfogo: restano irrisolti, come se nessuna voce fosse abbastanza forte da liberarli davvero.

Quest’opera diventa quindi un ponte tra due mondi, quello classico e quello contemporaneo, perché certi conflitti, quelli che interessano le relazioni più intime, possono essere comuni a tutti.Il lutto, in questo caso, non è solo perdita, ma una trasformazione per chi lo affronta, che può addirittura cambiare una persona radicalmente. “Il lutto si addice ad Elettra” è uno spettacolo che fa riflettere anche dopo che il sipario è stato calato.

Come si evolve il giornalismo: tra tradizione e innovazione

Incontro al D’Oria con Luigi Pastore

Di Alice Moscatelli, Angelica Addesi, Chiara Ravaschio, Malatesta Eleonora, Bianca Stefanelli, 2B e Agata Reggiardo, Emma Benvenuto, Chiara Flacco, 2D

Incontrare Luigi Pastore, capo redattore di Repubblica Genova, è stata una delle opportunità che abbiamo avuto quest’anno per capire  in che cosa consiste concretamente la professione del giornalista oggi.

In modo semplice e informale Pastore ha  risposto a quesiti e chiarito dubbi, illustrando anche i possibili percorsi che si possono intraprendere per arrivare ad esercitare la professione.

La formazione. Innanzitutto ci è stato spiegato come sia necessario seguire un percorso che combini pratica e teoria: la formazione teorica può avvenire attraverso scuole di giornalismo o corsi specializzati, dove si acquisiscono le competenze necessarie per svolgere al meglio il lavoro. Oltre a saper scrivere, è fondamentale avere anche competenze giuridiche o tecniche, per poter comprendere temi di vari ambiti. La competenza pratica viene acquisita principalmente in redazioni, dove i cronisti alle prime armi spesso si occupano di notizie di carattere locale e vengono seguiti da giornalisti  esperti. Corsi universitari come Scienze della Comunicazione e Scienze Politiche sono ottime scelte per chi desidera intraprendere la carriera di giornalista, ma anche una laurea in Lettere costituisce una solida base per questa professione.

Quotidiani on line. Con l’avvento della tecnologia molte persone hanno cominciato ad affidarsi al giornale online per rimanere sempre aggiornati. I lettori che utilizzano il sito gratuitamente possono consultare solo un numero limitato di articoli o una parte di essi, mentre gli abbonati hanno accesso completo ai contenuti, con la possibilità di effettuare ricerche e consultazioni più approfondite .Nella gestione di un quotidiano on line è importante conoscere il numero di persone che visualizza i vari articoli e  quanti sono gli  “utenti unici”, ovvero di chi si è collegato al sito più volte e questo avviene grazie all’utilizzo dell’applicazione Chart Beat, che fornisce informazioni sull’andamento di un giornale.

Un sito web di un giornale viene continuamente aggiornato con nuovi articoli, ma questa rapidità può aumentare il rischio di errori sia di battitura che di contenuto. Inoltre, una volta pubblicato, un articolo è difficile da rimuovere e può essere facilmente condiviso su altre piattaforme online. Un altro problema nella pubblicazione di un articolo online è quello del Copyright, che mette in difficoltà molte testate giornalistiche per la pubblicazione di foto e video.

La redazione. A questo punto dell’incontro ci siamo chiesti  come sia strutturata una redazione. Luigi Pastore ci ha illustrato come funziona quella di Repubblica Genova:  è composta da circa 12 persone, di cui 4 o 5 sono cronisti, che spesso si recano sui luoghi per raccogliere notizie e sono gli autori della maggior parte degli articoli; gli altri sono i deskisti, che dirigono, revisionano e confezionano il giornale. La sede di Repubblica,  la redazione centrale,  si trova a Roma, ed è composta da più di 300 persone. Con gli anni il mestiere del giornalista si è ampiamente evoluto e non comprende solo i giornalisti che compongono la redazione, ma racchiude anche figure come i freelancer.

Nonostante i cambiamenti che il giornalismo ha subito negli anni, l’importanza e lo scopo di questo lavoro sono rimasti gli stessi: informare in modo chiaro, preciso e responsabile. L’evoluzione tecnologica ha portato nuove opportunità, ma anche sfide, richiedendo ai giornalisti di adattarsi a un mondo sempre più veloce e interconnesso. La digitalizzazione ha trasformato il modo in cui le notizie vengono diffuse, ma il valore di un’informazione di qualità resta fondamentale.

Le pietre d’inciampo: memoria e riflessione sull’Olocausto

di Camilla Carratù, Gilda Agosti, Maria Giovanna Lauria, Chiara Torazza, 2B

Il ricordo della Shoah non deve essere limitato solo al 27 gennaio, Giornata della Memoria, deve vivere in noi tutti i giorni, ma spesso la nostra mente è occupata da così tanti pensieri che, camminando e guardando a terra, non ci accorgiamo neanche di piccoli frammenti di storia che abbiamo nelle nostre strade.

La 5F del nostro Liceo Classico, seguita dalla professoressa Borello,  ha organizzato un percorso guidato sulle pietre d’inciampo nel centro di Genova per arrivare al cuore degli studenti del Liceo D’Oria.

Qui  e in videoteca il video realizzato dagli studenti di 2B, guidati dalla professoressa Dolcino

Ma cosa sono le “pietre d’inciampo” e perché si chiamano così? Le pietre d’inciampo sono dei  piccoli blocchi di pietra ricoperti da una lastra di ottone su cui sono incisi il nome e la data di deportazione di alcuni ebrei, come piccole targhe commemorative. Il loro nome è derivato dalla funzione che dovrebbero, o meglio, dovremmo fare loro assumere, ossia quella di farci proprio “inciampare” nella memoria di quel tempo per tenere sempre vivo nelle nostre anime il dramma vissuto da tanti uomini, donne e bambini.

La prima pietra ci è stata mostrata da Marco Vecchio; essa ricorda l’arresto di Giorgio Labò, uno studente di architettura che fu arruolato nel genio minatori e che, dopo l’armistizio, fu tradito da uno dei suoi compagni e in seguito catturato dalle SS tedesche. E’ stato prigioniero per 18 giorni; malgrado sia stato sottoposto a terribili torture, non rivelò mai niente negli interrogatori delle SS; venne fucilato con altri suoi nove compagni senza processo.

All’inizio di Galleria Mazzini abbiamo trovato la pietra di Riccardo Pacifici: laureato in Lettere Classiche all’Università di Venezia, divenne rabbino di Genova nel 1936 e venne arrestato nel 1943 dalle SS con la moglie e i suoi figli.

Percorsa Galleria Mazzini, ci siamo fermati in Largo Eros Lanfranco per  ascoltare da Elena Bisio, Petra Torrigiani e Agnese Dighero le storie di alcuni genovesi che hanno aiutato a nascondere degli ebrei: Francesco Repetto,  che nel 1943 ha guidato la delegazione ebraica, un’organizzazione che aiutava gli ebrei a emigrare e a stabilirsi in un nuovo paese; Pietro Boetto, cardinale e arcivescovo di Genova che forniva i beni necessari agli ebrei nascosti; Massimo Teglio, che  ha fatto parte dell’aviazione ed è riuscito a salvare circa 30.000 ebrei andando da Genova a Firenze e fornendo documenti falsi e denaro per i beni di prima necessità. Queste straordinarie persone hanno ricevuto una medaglia al valore per il coraggio dimostrato.

In via Bertola, accanto alla sinagoga di Genova,  sono situate le quattro pietre d’inciampo della famiglia Polacco: Camilla Icardi, Matilda Biasizzo e Claudia Tolomelli ci hanno raccontato la loro storia. Il padre, Albino Polacco, nel 1943 era il custode della sinagoga e venne arrestato con la moglie Linda e i due figli Carlo e Roberto. Molti persone che si trovavano all’interno della sinagoga si salvarono, invece,  grazie al gesto di una signora che dalla finestra sventolò un fazzoletto per avvisare dell’arrivo dei tedeschi.

Infine ci siamo recati davanti alla prefettura per ascoltare la storia di Ercole De Angelis, deportato al campo di Bolzano, assassinato il 18 aprile 1944; Italo Vitale, arrestato in corso Montegrappa il 10 dicembre del 1943 , fu recluso nel carcere di Milano fino alla sua deportazione ad Auschwitz, ma morì durante il terribile viaggio; Emanuele Cavaglione, gioielliere ebreo, si trasferì a Firenze per fuggire dalle deportazioni, ma fu ingannato e ucciso ad Auschwitz il 30 giugno 1944; Margherita Segre, moglie di Emanuele Cavaglione, fu arrestata col marito e portata al campo di Fossoli e morì lo stesso giorno del marito.

Le pietre d’inciampo rappresentano non solo un omaggio alle vittime delle persecuzioni naziste, ma anche un invito alla riflessione e alla memoria collettiva. Questi piccoli monumenti sparsi in tutta Europa, ci ricordano l’importanza di non dimenticare le ingiustizie del passato ed impegnarci per un futuro di rispetto e umanità.

Un viaggio attraverso la memoria. “Le tappe dell’ignominia”scandite dalle voci della Shoah.

Di Anna Cugurra, Rebecca Dufour, Emanuela Gasperini, Chiara Guatelli, Lisa Poverelli, Francesco Repetto

Per celebrare il Giorno della Memoria il Cinema Sivori, lunedì 3 febbraio, ha presentato uno spettacolo di straordinario valore storico, ma soprattutto umano: “Tu passerai per il Camino – Le tappe dell’ignominia”, che invita ognuno di noi ad una riflessione profonda e commovente, servendosi di immagini d’epoca, letture e della toccante narrazione di Rino Mario Giannini e Raffaella Burlando.

Il progetto nasce da uno studio basato su numerose testimonianze di sopravvissuti ai lager e si pone l’obiettivo di restituire memoria e sensibilizzare il pubblico sulle atrocità della Shoah.
Gli autori dello spettacolo, Claudio Cadario e Lidia Eseleva, hanno constatato l’impossibilità di riprodurre il lager sulla scena e hanno motivato la loro decisione di inserire le testimonianze all’interno della rappresentazione, senza identificare direttamente le persone, puntando su un teatro di parola.

Questa scelta è stata compiuta riflettendo sulle parole pronunciate da Goti Bauer, che sostiene che ogni ricordo relativo alla deportazione è solo un microscopico tassello in quel mosaico infinito di sofferenze umane che è stata la Shoah. La loro idea è stata quella di presentare una storia attraverso la lettura di diversi racconti, servendosi del teatro di narrazione per mettere al centro e rendere pregnante ogni parola.

Lo spettacolo include letture tratte da Primo Levi, Liliana Millu, Elie Wiesel e testimonianze di deportati liguri, per concludersi con una celebre sequenza de “Il Grande Dittatore” di Charlie Chaplin.
A chiudere la serata vi è stato un momento di cabaret del repertorio ebraico, segno di come l’ironia possa diventare uno strumento di resistenza e memoria.

La rappresentazione è stata accompagnata da musica Yiddish/Klezmer eseguita dal vivo, alternando brani strumentali e cantati, che richiamano la sofferenza e la vita degli ebrei nei campi di concentramento, offrendo un ulteriore spunto di riflessione sulla tragedia della Shoah.

Dal 2007, “Tu passerai per il camino – Le tappe dell’ignominia” viene riproposto annualmente in diverse sedi, rivolgendo la sua forza educativa a studenti e docenti.

Lo spettacolo rende tangibile la realtà della Shoah attraverso le testimonianze dirette dei sopravvissuti, ed è proprio questa discriminante a donare potenza alla narrazione e, grazie all’ausilio delle immagini, a rivolgersi direttamente al cuore di ognuno di noi.

La rappresentazione ci ha fortemente colpiti anche a causa di alcune immagini per noi inedite e molto crude  ed è stata un’occasione preziosa per coltivare la memoria, ricordandoci l’indicibile orrore della Shoah e sfidando chi ancora oggi minimizza o nega la tragedia. Ci ha indotti a riflettere non solo su quanto accaduto, ma sulle atrocità che l’uomo è in grado di compiere se non si impegna attivamente contro l’odio e l’indifferenza.

Il Futuro dell’ istruzione è a portata di un click

Il progetto Campbus, organizzato dal Corriere della Sera, ha coinvolto scuole italiane in un’esperienza pratica su tecnologie emergenti, come l’intelligenza artificiale. Gli studenti hanno creato video, podcast e interviste. Dopo la presentazione degli elaborati, il vincitore è il Liceo Classico Andrea D’Oria di Genova.

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CAMPBUS on TOUR 2024

Il progetto CampBus del Corriere della Sera,  dedicato alla relazione fra la scuola e l’innovazione tecnologica, ha scelto Genova e il liceo “D’Oria”, dopo Milano, Roma e Bari, come quarta tappa del suo viaggio in Italia per portare spunti di didattica digitale.

Il bus colorato e “intelligente”  da oggi fino al 25 ottobre 2024, in contemporanea con il Festival della Scienza, porterà molte attività che animeranno la nostra scuola dalla mattina al pomeriggio, con un unico filo conduttore: la tecnologia e il suo utilizzo nella didattica in presenza, del presente e del futuro.

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