“Non ho lavorato un giorno in vita mia… mi sono sempre divertito. E’ bello essere pagato per seguire le proprie passioni!”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Gianluca Pasini racconta agli studenti del D’Oria cosa significa fare il giornalista oggi

di Romina Cabella

L’11 marzo scorso, Gianluca Pasini, da trent’anni redattore  sportivo della “Gazzetta dello Sport”, ha incontrato gli studenti del Liceo D’Oria , in un’Aula Magna molto affollata, rispondendo alle loro numerose domande.

Ma chi è Gianluca Pasini?

Pasini, nato a Ravenna nel 1961, ha iniziato la pratica giornalistica proprio nella sua città, prima con radio e televisioni, poi anche sulla carta, in un’ epoca in cui non esisteva internet, con un panorama molto diverso da quello attuale. Poi l’assunzione al “Messaggero” di Roma, quindi il passaggio alla “Gazzetta dello Sport” nel 1992. “Troppo scarso” per giocare a pallavolo, l’ha sempre seguito da tifoso e, successivamente, come cronista. Nel corso degli anni ha raccontato anche altre discipline sportive , dallo sci alla vela, fino ad arrivare agli sport paraolimpici.                         

Come scrive nella sua presentazione, Pasini crede fermamente nella forza dirompente dello sport – uno dei più grandi fenomeni sociali del nostro tempo  – e, anche per questo, quando può,  ha raccontato e racconta storie sportive delle periferie del mondo.

Dice sempre ai suoi figli,  e ripete anche alla folta platea di studenti presenti in aula magna, di non aver mai lavorato un giorno in vita sua… Il suo lavoro, o per meglio dire la sua passione, è quella di confrontarsi sempre con i giovani che secondo lui sono una grande ricchezza. Nonostante tutto, ancora dopo trent’anni di carriera, reputa una fortuna essere pagato per fare quello che gli piace e ritiene che sia un grande privilegio.

Quella del giornalista era una una passione che coltivava sin da piccolo. La parola fondamentale della sua vita e del suo lavoro è stata “emozione”:  l’emozione sportiva, l’emozione di una partita, quella provocata da un evento…  

Cosa significa fare giornalismo oggi?

Pasini spiega che con il termine “giornalismo” si va subito a pensare al tradizionale giornalismo fatto di carta, ma che purtroppo o per fortuna, oggi  quel gornalismo non esiste più. Forse tra un decennio o ancor meno, il giornale di carta, non più in linea con i tempi, sparirà. Bastano ormai pochi secondi per trasmettere un’informazione. L’informazione oggi come ieri è al centro di tutto, ma la velocità di trasmissione è diversa:  anche solo vent’anni fa le informazioni da alcuni paesi extraeuropei arrivavano dopo giorni e la carta stampata era l’unica fonte di informazione.  Oggi l’essenza della vita quotidiana è l’informazione.

Secondo Pasini, lo sconvolgimento portato nel mondo del giornalismo da  Internet è una fortuna: oggi chiunque può scrivere un’informazione e trasmetterla. Ma, paradossalmente, questa facilità rende il mestiere del giornalista più difficile.  Fare giornalismo, oggi significa confrontarsi con uan enorme massa di informazioni. Bisogna saper scegliere le fonti delle proprie notizie e soprattutto sapere riconoscere le fake news.  I  giornalisti sportivi devono muoversi in una platea molto più ampia rispetto a quella di vent’ani fa: ogni sportivo oggi comunica in modo diretto tramite i suoi profili social con i fan, che spesso conoscono in tempo reale le opinioni e diversi dettagli della vita dei loro idoli.

Quale spazio resta allora al giornalista? Oggi l’informazione è un  flusso continuo, ma le informazioni sono troppe e non tutte ugualmente interessanti e autorevoli. Se tutti possono fare informazione, bisogna sapersi imporre sugli altri fornitori di notizie con una qualità e un’accuratezza maggiori. Oggi è più facile smascherare un giornalista che non sa fare il suo mestiere. Tutto questo è estremamente sfidante .. stare al passo con il “mondo di oggi” è mettersi in gioco con il tempo e con la storia, è  una corsa contro il tempo. Il futuro del giornalismo secondo Pasini sarà nell’informazione online, autorevole, a pagamento, a canali tematici a cui ci si abbona se interessati.

Nella seconda parte dell’incontro gli studenti si rivolgono poi direttamente al giornalista, dandogli del “tu”, come da lui esplicitamente richiesto, perchè si sente  come loro, dalla loro parte.

“Qual è la partita più bella che hai mai visto ?”

“È una domanda molto difficile … sono tante le partite che mi hanno emozionato! Forse però… una partita che non dimenticherò mai è il primo mondiale in Brasile di pallavolo, nel 1990: l’Italia vince il mondiale a Rio de Janeiro e io sono lì a documentarlo. Per scrivere un articolo ho sempre bisogno di un’ emozione.”

“Come si può fare giornalismo oggi, nell’ era dei social? ”

“Il giornale che racconta oggi quello che è accaduto ieri non ha più futuro; oggi, anche se si vive in un altro paese, ciò che acacde lo si  scopre in tempo reale. Bisogna quindi dare oggi quello che un temopo si dava all’indomani”.                                                                                            

-“Ti hanno mai proibito di pubblicare qualcosa ?”

“No, non mi hanno mai proibito di pubblicare nulla, forse proprio a causa del mio cattivo carattere: credo sempre molto in ciò che scrivo e non accetterei di scrivere cose in cui non credo.  Realisticamente  però non si può sempre scrivere tutto quello che si pensa. Non ho mai scritto nulla che non pensassi, ma ho ricevuto molte pressioni per smettere di farlo.  C’è stato un episodio sgradevole in particolare in passato:  sul sito di una società non contenta dei miei articoli è apparsa la notizia che scrivevo fake news, che ero poco affidabile, addirittura che bevevo… per screditarmi. Questa esperienza, pur essendo stata poco piacevole, mi ha aiutato a crescere. Non bisogna per forza essere simpatici a tutti…

-“Perché si parla maggiormente dello sport maschile invece di quello femminile?

“Non penso ci sia bisogno di questo dato per sapere che siamo un paese ancora abbastanza maschilista. Nel complesso, per fortuna le cose stanno cambiando. Una parte del problema è dovuta al fatto che lo sport femminile produce meno. Ma nella pallavolo non è proprio così. Credo che sullo sport femminile stiano arrivando molti soldi. E quindi sta crescendo il mercato. E crescerà l’informazione.  Il mondo sta veramente cambiando.”

Infine un ultimo saluto e una raccomandazione: “Per riuscire, nelle azioni di tutti i giorni,  nelle piccole cose, ma anche e soprattutto in quelle importanti,  bisogna avere molta fortuna, ma anche tanta determinazione”.

 

Gianluca Pasini, storica firma della “Gazzetta dello Sport” incontra gli studenti del D’Oria : “E’ la passione che parla e racconta”.

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

[btx_image image_id=”35475″ link=”/” position=”center”][/btx_image]di  Chiara Zuanazzi

L’11 Marzo 2019 gli studenti del Liceo Classico Andrea D’Oria hanno avuto la possibilità di incontrare Gianluca Pasini, uno delle firme storiche della “Gazzetta dello Sport”.

Pasini – pur  affermando preliminarmente di essere negato nella pratica di ogni disciplina sportiva – ha raccontato che fin da piccolo è rimasto  affascinato dal mondo della pallavolo e ha continuato ad occuparsene da cronista, seguendo la propria passione.  Non a caso  secondo lui  “passione” e “emozione” sono le due parole chiave che lo hanno guidato nel suo percorso e che sono fondamentali per chiunque intenda farsi strada in un ambito lavorativo come quello del giornalismo.

Pasini è nato a Ravenna nel 1961 ed ha iniziato il suo percorso grazie ad una radio privata locale in cui ha lavorato per diverso tempo, per poi trovare impiego in un giornale parrocchiale. Per un certo periodo di tempo intraprende un percorso “audace”, fondando lui stesso, in collaborazione con dei suoi amici, un giornale sportivo in cui lavora ininterrottamente sette giorni alla settimana per garantire il massimo dell’efficienza per quanto riguarda le notizie.

La vera svolta avverrà solamente un anno dopo, quando verrà assunto al “Messaggero”, trampolino di lancio verso la successiva tappa,”La Gazzetta dello Sport”, che segnerà per sempre la sua vita.

Gianluca Pasini afferma di amare il proprio lavoro, perchè in continuo mutamento, “tutto tranne che monotono”, ma soprattutto perchè, anche grazie al settore che segue, riesce continuamente a mantenere un contatto vivo con i giovani e per questo motivo, si reputa un uomo altamente fortunato.

Tema fondamentale del dibattito è stato in particolare il grande mutamento che sta subendo il giornalismo negli ultimi anni, a causa della (o grazie alla, secondo Pasini), grande espansione del digitale e dell’importanza della rapidità nel mondo di oggi. Secondo il suo punto di vista, internet e l’importanza delle velocità ed efficienza nel comunicare  sono un tassello importantissimo per la diffusione delle informazioni su grande scala, poichè permettono a tutti gli interessati di capire e percepire la notizia in tempo quasi reale. Infatti il giornale su carta è ormai obsoleto, con prezzi di fabbricazione troppo alti e per niente in linea con i tempi.

Testimonia quanto sia irreversibile questa tendenza il fatto  che nel 2018 i proventi della pubblicità online  del celebre giornale “New York Times”  ha enormemente superato i proventi della pubblicità sull’edizione cartacea, evento straordinario che ha lasciato un segno nella storia del giornalismo internazionale.

Pasini afferma però che il giornalismo online in Italia sia ancora da potenziare e da sfruttare in modo ancora migliore.

Il fatto che oggi tutti possano fare notizia, grazie ai social network, complica  notevolmente il lavoro di chi ogni giorno scrive tempestivamente notizie che vengono lette da migliaia di persone. Oggi più che mai è necessario essere autorevoli per imporsi sugli altri media e nei confronti di altri fornitori di notizie. Oggi è più facile smascherare chi non sa fare il suo mestiere: più le informazioni circolano, più siamo tutti tutelati. Il futuro del mercato – che secondo Pasini, specialmente in Italia, va ancora esplorato – sarà nell’informazione online a pagamento. Ci si abbonerà a servizi (poco costosi) che forniranno informazioni autorevoli e tempestive nei settori che ci interessano. Questo almeno è ciò che sta accadendo in America.

Proprio grazie al lungo percorso che ha intrapreso per arrivare al “lavoro dei suoi sogni”, Pasini incita noi ragazzi a saperci imporre in una società sempre più esigente, a lottare per ciò in cui crediamo, a cercare qualcosa che ci trasmetta emozioni e che ci sproni ad andare avanti, qualunque sia il punto d’arrivo.

 

“Non una di meno” dice basta! Il corteo l’8 marzo a Genova.

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Paolo Di Bella

L’8 Marzo, per il terzo anno consecutivo, le donne di tutto il mondo sono scese in piazza al grido di “Non Una Di Meno” per combattere ogni forma di discriminazione di genere.

Anche Genova è stata protagonista di una sentita manifestazione: al corteo hanno preso parte circa 2000 persone di entrambi i sessi e di ogni età. Il corteo ha avuto inizio alle ore 18:00 in Piazza Caricamento per poi procedere per le seguenti tappe: Piazza della Nunziata, Piazza Corvetto, Via XII Ottobre, Piazza Dante, per poi  finire in Piazza Matteotti.

Durante il percorso, le manifestanti sono state accompagnate da musica e voci che incitavano la folla a farsi sentire, per il bene di tutte le donne.

Inoltre, in ogni tratto di strada ci si fermava per lasciare dei “graffiti”, di colore rosa, sulla strada per rendere più significativa la marcia.

La manifestazione ha toccato  alcune tematiche che oggi, soprattutto in Italia, sono molto discussi. Il primo punto è quello degli stereotipi sessisti che oggi sono molto diffusi e utilizzati quotidianamente, ad esempio quello che dice che le donne non sanno guidare.

Uno dei punti più importanti tra le rivendicazioni di chi partecipava alla manifestazione era la libertà di scegliere che cosa fare con il proprio corpo, anche abortire o fare uso di anticoncezionali di emergenza senza essere giudicate.

La manifestazione intendeva anche  promuovere una cultura tra i generi fondata sul rispetto e non sul possesso, per evitare di fare dell’amore una forma di “proprietà” nei confronti del proprio partner. E’ proprio l’equivoco dell’amore come possesso e proprietà ad essere alla base di quasi tutti i femminicidi.

 Il corteo ha preso posizione contro le molestie per strada o sul lavoro, o anche sul fatto che nessuna può essere importunata per ciò che indossa,e, per restar in tema con il lavoro, anche sulle diseguaglianze che sullo stesso posto di lavoro si creano tra uomini e donne. Si è manifestato anche contro la femminilizzazione dei lavori domestici e di cura dei figli, per dimostrare che le donne non sono state create per badare alla casa e ai figli, ma anche per avere un ruolo importante come lavoratrici.

L’organizzazione responsabile del corteo è appunto “Non Una Di Meno” una piattaforma italiana nata dal basso che riunisce diverse realtà femminili composte da diverse biografie ed età. Questa associazione ha lo scopo di creare una nuova mentalità, per la quale le donne, non solo in Italia, debbano essere totalmente alla pari con gli uomini, dando così l’idea di essere il partito femminista in rinascita. Il gruppo,in continua crescita, è formato da ragazze e donne che appaiono più concrete di quanto siano state le appartenenti al partito femminista negli anni 70’.

Una questione privata: il viaggio di redenzione di Milton, cavaliere solitario alla ricerca di un’impossibile verità

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

“Una questione privata” è un libro insolito. Un romanzo breve e forse incompiuto, capace di suscitare emozioni straordinarie e intense; un “unicum” tra i romanzi pubblicati in Italia nel secolo scorso, impossibile da catalogare, per la varietà e la ricchezza di temi e motiviche ne affiorano dalla lettura; un romanzo che non è solo un romanzo e neppure il ritratto di un’epoca travagliata da conflitti armati e ideologici oppure il libro che raccoglie memorie e ricordi dell’esperienza vissuti in prima persona dall’autore nella Resistenza. Con la sua sincerità e la sua scontrosa grazia, col suo stie originale e non artificioso, per lo sguardo schietto e semplice dalla precisione e velocità cinematografica con cui è raccontata la picaresca storia del protagonista, “Una questione privata” si può definire senza indugi e senza riserve un gioiello della narrativa italiana del secondo dopoguerra e precisamente di quella scuola eterogenea che era il neorealismo, movimento imperante nel panorama culturale di quegli anni. Il protagonista del libro è Milton, nome di battaglia di un giovane partigiano delle Langhe. Milton si dimostra chiaramente fin dalle prime pagine come l’alter-ego dell’autore, dalla fronte perennemente aggrottata e gl’occhi cristallizzati in un sentimento di durezza e rassegnazione. L’autore, Beppe Fenoglio, è come se, tramite le caratteristiche del personaggio, disegnasse il proprio autoritratto fisico e psicologico. Lo stesso nome di battaglia è significativo da questo punto di vista; con Milton, nome preso in prestito dal poeta inglese del seicento John Milton, autore del poema epico “Paradise Lost”, Fenoglio omaggia e ricorda la giovanile passione per la letteratura inglese e il suo parallelo impegno da traduttore, in cui s’esercita saltuariamente anche il suo personaggio. La macchina narrativa orbita quasi esclusivamente attorno alla figura di questo giovane partigiano: materia del romanzo sono i suoi ricordi, la sua dirompente vitalità, i ferrei principi morali che guidano le sue scelte, i suoi rimpianti. Ma il romanzo racconta innanzitutto la storia d’un’amicizia difficile e compromessa e d’un amore sofferto. In esso sono narrate le vicende di Milton e del compagno Giorgio, innamorati della stessa ragazza, Fulvia. Entrambi al servizio dei badogliani, gruppo dove militano perlopiù studenti e intellettuali d’orientamenti antifascisti, combattono nella guerra partigiana. E proprio mentre Milton apprende certe notizie sul conto di Giorgio e Fulvia, l’amico è catturato e fatto prigioniero dai fascisti. È l’esordio vero e proprio della vicenda. Milton a tutti i costi deve salvare l’amico. Milton a tutti i costi deve sapere; ma per questo gl’occorre un uomo per lo scambio: un fascista da barattare con l’amico partigiano. E così l’epico viaggio di Milton può avere inizio. Un viaggio di redenzione arduo e tortuoso, sempre guidato e contrassegnato dall’imprevedibile e dall’inaspettato, intrapreso nello sfondo contadino e partigiano delle Langhe dove Fenoglio condusse tutta la propria vita fino a che non lo stroncò un tumore a soli 41 anni. Milton, quasi come un moderno “ cavaliere solitario”, votato alla morte e all’autodistruzione, s’imbatte in questo viaggio animato unicamente dal desiderio di risolvere la propria “questione privata”, i dubbi che lo perseguitano, la propria storia irrisolta; mentre nello sfondo si fa sempre più gratuita e assurda la violenza e coloro che la vivono ormai ne sono succubi e nessuno più incolpevole. Ma definire e raccontare il viaggio del protagonista soltanto nell’etica del conflitto partigiano e del periodo storico che fa cornice al libro sarebbe riduttivo. Quella di Milton è una parabola moderna che trova le fondamenta in un’arte elegiaca e intima, raccontando la realtà di una vita vissuta fino all’ultimo respiro. E così appare al lettore, in uno stupefacente equilibrio di contrasti tra protagonista-società e vita-morte, sin dalla prima scena del romanzo. Nell’incipit, nelle prime parole, dolci e d’impatto come i taglienti versi d’un haiku, sembra sia racchiuso il segreto di “Una questione privata”; un incipit che come ogni inizio, sia letterario che calato nell’esercizio quotidiano del vivere, nasce dal caso e suggerisce quei tratti che soltanto il futuro potrà definire per poi cancellarli. Per Milton l’inizio è nella solitaria villa di Fulvia, sulla collina che sovrasta Alba. Nonostante il freddo e il gelo, nonostante la pioggia e il vento, la villa non è per nulla cambiata rispetto alla prima volta che v’entrò. Nonostante sia disabitata e le finestre siano serrate da ormai fin troppo tempo; nonostante non ci sia Fulvia, la sua presenza aleggia nella villa. Per le vertigini che scatenano momenti di nostalgia     come questo, quando ti si dischiude una profonda e cieca sensazione d’angoscia “ il cuore [ di Milton] non batteva, anzi sembrava latitante dentro al suo corpo” (pag. 1, cap. I). Questa è forse la frase-chiave, che allude alla portata del significato del personaggio  Milton-Fenoglio  e  di tutto ciò che muove l’intreccio narrativo, di tutto il libro.

Maus: potente, sorprendente, fuori dagli schemi.

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

[btx_image image_id=”35396″ link=”/” position=”center”][/btx_image]“175113” è uno dei tantissimi numeri marchiati sulla pelle di un ebreo durante l’Olocausto. In particolare quello, che potrebbe sembrare un numero privo di significato, è quello che è stato attribuito a Vladek, ebreo polacco sopravvissuto ai campi di sterminio che, dopo molti anni, racconta la sua storia al figlio Artie, Art Spiegelman, autore del celebre fumetto “Maus”.Questa serie è speciale, perchè, come si sottolinea con amara ironia nella storia, inizia con 17, numero fortunato, inoltre la somma di tutte le cifre dà come risultato 18, chay, il numero ebraico della vita.

Ci troviamo di fronte a un libro fuori dagli schemi, un fumetto che, in modo semplice, dettagliato e appassionante, racconta la storia di un sopravvissuto e, in parte, anche quella del figlio, che si sente inadatto a descrivere una tragedia così grande e che, più cerca di immaginarla, più gli appare terribile.

E’ una storia i cui significati si sovrappongono e che presenta una visione organica e a tutto tondo della Shoah, vista attraverso gli occhi di un uomo ormai anziano e malato, un po’ burbero e infinitamente avaro, perchè, proprio come afferma Vladek “dai tempi di Hitler non mi piace buttare neanche una briciola!”.

Il titolo stesso contiene un grande significato, infatti “Maus”, in inglese, vuol dire topo e, qui, rappresenta gli ebrei, considerati alla stregua di topi o insetti, uccisi con lo Zyklon B, mentre i nazisti possono essere paragonati a gatti che intrappolano i topi. L’autore ha utilizzato questa metafora anche graficamente per descrivere, in modo incalzante e semplice, il rapporto tra due popoli, uno crudele e dominatore, l’altro perseguitato. La storia di Vladek, seppure uscito salvo da Auschwitz, è tragica, in quanto ha dovuto passare momenti terrificanti nella sua vita e ha visto morire tutta la sua famiglia, compreso il primo figlio Richieu. L’unica rimasta in vita è la moglie Anja che, come accaduto a tanti reduci dei campi, si è suicidata. Il protagonista, dunque, per un certo periodo, ha tentato di dimenticare l’accaduto, buttando anche i diari della moglie, poi, però, la sua storia è stata riportata inevitabilmente alla luce dal figlio Art.

Il fumetto inizia raccontando le vicende di due normali giovani, che si innamorano e si sposano, pian piano, però, tra i due si insinua un fattore che li separa: la guerra. Vladek e Anja hanno sempre cercato di rimanere uniti in quanto l’amore è il collante e la forza più potente del mondo, però, una volta catturati ,vengono separati dalla cattiveria umana. E’ toccante notare come Vladek non abbia mai pensato, neanche per un istante, di rinunciare a vivere; egli voleva resistere e ce l’ha fatta, la sua forza lo ha salvato dalle camere a gas. Attraverso le sue capacità è riuscito ad andare avanti, ad ottenere razioni extra di cibo e ad aiutare la moglie, facendosi spostare a Birkenaw. Anche malato di tifo ha sempre ragionato con estrema lucidità, in modo razionale e accorto, non perdendo mai la fermezza per cercare di vincere la battaglia utilizzando l’intelligenza.

“Maus” riesce a far ripercorrere al lettore la vita del protagonista in tutte le sue tappe: dall’agiatezza alla preoccupazione, dalla vita nei ghetti a quella in cerca di un nascondiglio, fino alla deportazione. Pagina dopo pagina si ripercorre un cammino,un iter, una parte della storia del mondo, una parte dell’esistenza di tutti gli ebrei. Oltre alla vita nel campo, nel fumetto viene sottolineato forse ancora maggiormente il significato stesso della sopravvivenza. Lo psicologo di Art, infatti, afferma riferendosi a Vladek: “Forse tuo padre aveva bisogno di mostrare che aveva sempre ragione..che poteva sopravvivere sempre, perchè si sentiva in colpa di essere sopravvissuto”. Anche la vita dei superstiti costretti a portarsi giorno dopo giorno il ricordo di una parte distopica della loro vita , che, però, è accaduta davvero, è estremamente difficile. Tutte le fissazioni che ha Vladek e che Art non comprende, tutta la sua continua tensione e preoccupazione sono dovuti ai terribili soprusi, alla fame, alle sofferenze che ha dovuto subire in quegli anni in bilico tra la vita e la morte. L’esperienza del lager l’ha sicuramente forgiato, la mania dell’ordine e degli esercizi ginnici derivano proprio da lì..

Il protagonista, inoltre, afferma che in quel periodo talmente corrotto dalla malvagità “non c’erano più famiglie, ognuno pensava per sè”. Durante il pogrom la vita della civiltà ebrea è stata rivoluzionata, nulla serviva più a evitare la deportazione, neppure i soldi, che, agli occhi dell’uomo, risultano indispensabili.

“Maus”può sembrare solo un fumetto, ma, in realtà, riesce ad interpretare in modo eccellente la psicologia dei personaggi e affronta in modo dignitoso e profondo un tema così grande e sconvolgente come quello dell’Olocausto.

Il libro termina in modo improvviso, aprendo una finestra nella mente e nel cuore del lettore; Vladek, infatti, in fin di vita, chiama Art, erroneamente, Richieu, come se avesse avuto un flash, come se fosse ritornato bruscamente nel passato e ci porta istintivamente a pensare a come sarebbe stata la loro vita in altre condizioni, in altri tempi, ma, soprattutto, in libertà.

 

 

Francesca Caputi

La “questione privata” del partigiano Milton

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

“Una questione privata” di Beppe Fenoglio è un romanzo a sfondo storico, che tratta delle vicende di un giovane partigiano: Milton durante la Resistenza, negli anni 1944-1945.

La vicenda si apre con il protagonista che guarda intensamente una casa: la villa di Fulvia, la sua amata, che, probabilmente, non rivedrà mai più. Pur in condizioni di precarietà, il cuore del giovane non batte solo per la paura che prova quando è in pericolo, ma batte e batterà per sempre per Fulvia. Anche se nel romanzo non vi è neppure un dialogo tra la ragazza e Milton, la storia è intessuta del ricordo e dell’amore passato, che il solo pensiero di Fulvia evoca in Milton. Egli entra per l’ultima volta nella villa dell’amata e incontra una governante che gli rivela l’esistenza di una relazione tra la donna e Giorgio, intimo amico e compagno di pattuglia del ragazzo. Da quel momento in poi il protagonista inizia una corsa alla ricerca della verità, deve scoprire l’entità del rapporto tra Giorgio e la sua amata. Purtoppo, però, questo intento risulta fin dal principio impossibile, in quanto l’amico è stato catturato dai fascisti. Milton, da ottimo partigiano, ha, ora, un unico scopo che lo porta più volte a rischiare la vita. E’ l’amore che muove le sue gambe e la sua mente in lungo e in largo e che gli dà la forza di andare avanti.A mio parere tramite il sentimento d’amore di Milton, Beppe Fenoglio riesce a rappresentare in maniera magistrale il movimento partigiano. La Resistenza in Italia è una delle tante sfaccettature di una guerra che si è combattuta su più fronti: la Seconda Guerra Mondiale.

Questo è un romanzo diverso dagli altri, non si limita alla pura descrizione dei fatti, ma dà vita a un racconto nel racconto, secondo due piani distinti che, però, inevitabilmente vengono a coincidere, a convergere in uno stesso punto: nella figura di Milton. Così il “Secondo Risorgimento” viene descritto tramite un viaggio che ha come causa scatenante, come “casus belli”, il rapporto tra due ragazzini.

Secondo me particolarmente significativo è stato il dialogo tra Milton e una donna anziana, “secca, oleosa, sdentata e puzzolente” che, onestamente, mi ha ricordato una figura ritratta nei “Mangiatori di patate” di Van Gogh. La donna, ormai al termine della vita, rivolge al giovane domande banali, ma che fanno riflettere. Dallo scambio serrato di battute si può notare il deterioramento di un popolo a causa della guerra. Da una parte, infatti, il ragazzo si ritrova a pensare a sua madre solo quando è passato il pericolo, per evitare di farsi travolgere dalle emozioni e, quindi, di rischiare la vita; dall’altra la donna ammette di essere contenta della morte dei propri figli. Prima della guerra stava per impazzire dal dolore, dopo, invece, pensa a quanto vivano bene al riparo dagli uomini. Da questa affermazione si può constatare come in questo contesto storico, l’uomo sia in realtà diventato una bestia e abbia trasformato il mondo nel suo negativo, accentuandone solo i lati più scadenti e infinitamente malvagi.

Inoltre ogni gesto, ogni più piccola azione del protagonista, viene descritta in maniera vivida, suggestiva e significativa. Ciò che a noi sembra normale assume, invece, un’ altra proporzione, mi riferisco a un semplice colpo di tosse che dura pochi secondi e si dissolve nell’aria, qui, invece, diventa vitale. Milton, per non farsi sentire dai fascisti “tossì a scoppi, a schianti, con stelle e lampi rossi e gialli nel cielo nero degli occhi serrati sussultando sul terreno come un serpe trafitto”.

Il romanzo, però, si apre e si chiude con un unico filo conduttore che non viene mai spezzato: l’amore. Il partigiano, quindi, ossessionato dal sentimento che prova per l’amata si spinge oltre e viene sorpreso dai fascisti. E’ costretto a correre senza voltarsi, con gli occhi sgranati, il cuore che “bussa” e che, palpitante, pensa a Fulvia; ecco che, nel momento di massima tensione, quando è in gioco la sua vita, Milton “trasgredisce alle regole” e non può far altro che pensare alla giovane. Così tra i colpi di proiettili, il suono della corsa concitata del protagonista e dei fascisti e il rumore sordo della pioggia, risuona molto più forte e assordante nella mente del ragazzo un “ti amo” rivolto a Fulvia e costretto a rimanere per sempre soffocato nella sua anima. Come in un congedo alla vita, Milton promette che non smetterà mai di pensare alla ragazza e dopo aver emesso un grido come liberazione del suo sentimento, crolla in un bosco, ricoperto di fango e conscio della solitudine e del silenzio. A mio parere la corsa finale del protagonista rappresenta un po’ il culmine e la sintesi della ricerca descritta in tutto il romanzo e che potrebbe alludere alla vita di Milton, frenetica in quanto partigiano, ma allo stesso tempo sovrastata dai sentimenti umani di un ragazzo.

 

 

Francesca Caputi

“Questo è stato”: da Genova ad Auschwitz con Piera Sonnino

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

“Qualsiasi cosa dicessi di quel tempo, non avrebbe senso tradotto in parole, sarebbe un’esile ombra di quella realtà. Lo ruberei a me stessa, a ciò che è mio, disperatamente soltanto mio”.

Questo è uno dei tanti pensieri di Piera Sonnino, unica sopravvissuta di tutta la sua famiglia ai lager durante la Seconda Guerra Mondiale che, dieci anni dopo il ritorno alla vita, ha trovato dentro di sé la forza di raccontare la sua terribile esperienza attraverso il romanzo “Questo è stato”. La scrittrice tramuta le sue urla di dolore e sofferenza in parole piene di carica emotiva, parole sentite, toccanti, profonde e che ci arrivano dirette al cuore. La sua narrazione sembra quasi un flusso di coscienza in cui vengono descritti i sentimenti e la psicologia dell’ancor giovane Piera. E’ una storia tragica, che ci fa scoppiare il cuore in gola e ci fa velare gli occhi di lacrime.

Nella prima parte del romanzo si ha un’abbozzata descrizione dei membri della sua famiglia, tutti accompagnati dall’età e dalla data del decesso. La sorte più catastrofica l’ha avuta Giorgio, ancora bambino, che “dall’età della ragione in poi crebbe nell’incubo” e che “per primo entrò nella nera anticamera della morte e quando la morte giunse, egli cedette senza resisterle”. Il fratellino, un ragazzo fragile e sensibile, a cui è stata tolta la gioia di vivere e il desiderio di lottare per la libertà, arriva a una condizione di quasi apatia, che lo porta a pianti incessanti e ad una triste rassegnazione. Da ciò, dunque, si capisce perfettamente un aspetto sostanziale della terribile Shoah, quello che intacca la mente e la psicologia umana nel profondo. Oltre al lavoro senza sosta e alle condizioni animalesche a cui gli ebrei erano sottoposti, la pressione mentale, ovverosia la corruzione della natura umana, è stato il più forte dei soprusi messo in atto dai nazisti. L’annullamento della persona porta a uno stato di incubo perenne e di autoconvincimento di non valere, di non meritare né desiderare la vita, che permane anche nei pochi sopravvissuti. La stessa Bice, sorella minore di Piera, una volta rimasta sola, senza più Maria Luisa, si sente crollare il mondo addosso, non riesce a trovare nell’anima la forza per continuare a lottare, così “andava divenendo sempre di più una creatura senza età, pallida di quel pallore bianco, quasi cartaceo, dei “subumani”. Bice, una piccola, innocente ragazzina muore su una panchina nei lager nazisti coperta da uno strato di neve che a fiocchi si posa sulla copia sbiadita e tramutata di quella che era un tempo una ragazza piena di speranze. Si può solo immaginare ciò che Piera abbia provato in quel momento, quando una parte di sé, della sua anima, svaniva come una foglia trasportata dal vento, una foglia, però, ormai bruciata, accartocciata e appassita. Lei stessa afferma di essere entrata “in una dimensione dove nulla vi è di umano”, una dimensione distopica che, però, purtoppo, è stata reale.

I protagonisti del romanzo “Questo è stato” provengono da Genova, città italiana in Liguria, che è stata distrutta dalla guerra. Uno dei fatti più rappresentativi è stato il momento della liberazione; Piera, ormai allo stremo delle sue forze, trascina i piedi senza capire dove stia andando, gli occhi socchiusi e la mente annebbiata la avvolgono in uno stato di trance, la ragazza, quasi in punto di morte, si ritrova, però, distesa su un pagliericcio, curata da un’infermiera inglese. Inizialmente la giovane protagonista non capisce di essere finalmente libera, quindi afferma di stare benissimo e di poter lavorare, ciò dimostra lo stato di terrore profondo insito nella sua anima e sottolinea anche il desiderio di volersi salvare. Successivamente, quando comprende la verità, scoppia in un pianto continuo, liberatorio e si rende conto di essere veramente salva, ma lo è per metà, non potrà mai più rivedere i suoi genitori, strappati alla vita, le sue sorelle e i suoi fratelli, tutti accumunati dallo stesso destino. I campi di concentramento continueranno per sempre a vivere impressi nella memoria della giovane, così come il suo tatuaggio permanente, eterno. Nel romanzo della Sonnino si ha la stessa carica emotiva di sofferenza e di dolore di “Se questo è un uomo” di Primo Levi, gli autori sono due sopravvissuti che, per molto tempo, hanno faticato a raccontare la loro storia perchè ammutoliti e scioccati dal terribile accaduto. In conclusione “Questo è stato” è un romanzo veramente emozionante, che dimostra fin dove possa arrivare la cattiveria dell’uomo, una crudeltà senza limiti che ha stroncato famiglie intere. Seppure libera, negli occhi di Piera Sonnino rimarrà per sempre la tristezza infinita di quei giorni, eterni e irreali, che hanno macchiato di sangue l’umanità e che devono essere raccontati alle nuove generazioni affinchè non si ripetano mai più.

 

 

Francesca Caputi

“Una questione privata”: un romanzo di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

“Una questione privata” è il romanzo che Beppe Fenoglio dedica alle vicende del partigiano Milton.

Il protagonista è una sorta di controfigura dell’autore stesso, tutti e due sono nati ad Alba e hanno fatto parte dello schieramento dei badogliani.

Fenoglio ha voluto utilizzare la sua esperienza tra i partigiani  per creare un racconto molto insolito, misterioso, “ un romanzo – come scrive Italo Calvino – di follia amorosa e cavallereschi inseguimenti come l’Orlando furioso e nello stesso tempo c’è la Resistenza” o ancora “ un libro di figure rapide e tutte vive, di parole precise e vere”.[btx_image image_id=”35373″ link=”/” position=”center”][/btx_image]

Quando si parla di questi anni, solitamente ci si concentra a ricordare la carneficina delle camere a gas o i terribili campi di concentramento nei quali sono morte milioni di persone. E’ importante rammentare anche che sono esistiti i partigiani, uomini giovani, impavidi e coraggiosi, che hanno cercato di dare un grosso aiuto alla patria, ai propri parenti, amici e conoscenti.

Se pur in modo meno esplicito rispetto ad altri romanzi che trattano dello stesso argomento, Beppe Fenoglio riesce a fare della guerra il tema centrale, a far diventare la vita privata di Milton strettamente connessa al contesto storico in cui sta vivendo.

A causa di poche e quasi insignificanti parole pronunciate dalla governante della villa di Fulvia, la sua amata, Milton decide di partire e di compiere un viaggio folle solo per cercare Giorgio, un amico comune, e chiedergli spiegazioni in merito al suo rapporto con la ragazza.

E’ assurdo capire che tutti i pericoli che ha corso e le interminabili camminate, sono stati causati da due personaggi che non si palesano neppure una volta durante tutto lo svolgimento del racconto. L’amore e la passione che Milton prova nei confronti di Fulvia sono stati il motore scatenante di una guerra interna, scopppiata nel cuore del protagonista. E’ come se dovesse affrontare due nemici, uno è la lotta contro i fascisti e l’altro consiste in un conflitto interiore, che lo porta quasi a odiare Giorgio, che diventa involontariamente causa dei suoi affanni, dei suoi tormenti e drammi, nonché il più grande rivale in amore.

Egli sa che rischia in ogni istante la sua vita, eppure non si ferma, continua, nonostante tutti gli ostacoli.

Vive la guerra a modo suo, da un altro punto di vista, con un altro obiettivo, non tanto quello di salvare l’amico, ma di poter parlare con lui di Fulvia.

Da notare che, però, Milton non è solo, riceve l’aiuto di numerose figure, spesso donne anziane, che fanno di tutto per soccorrere, come possono, i partigiani, come se fossero le loro nonne. Un esempio da citare è la signora che Milton incontra alle falde di un’immensa collina che dà su Santo Stefano a Canelli, verso le dieci di sera. A quell’ora avrebbe già dovuto essere di ritorno a Treiso, dal suo amico Leo, invece non lo rivedrà più. A un certo punto, fortunatamente, vede un casolare nel quale viene ospitato da una donna gentile e premurosa, nella quale riesce a trovare un po’ di conforto, qualcuno con cui parlare e mangiare un piatto caldo.

Un’ altra persona, forse ancora più accogliente e socievole della prima, è quella che incontra a Canelli. La vecchia è ben disposta ad aiutare il giovane, indicandogli un sergente fascista che passava sempre per quelle strade all’ una o più facilmente alle sei di sera e che avrebbe potuto rapire e scambiare con Giorgio una volta giunto ad Alba. Inoltre gli prepara un grosso sandwich di pane e lardo affermando che non gliel’avrebbe “tirato” perchè i partigiani sono tutti suoi figli.

Purtroppo, però, durante il tragitto Milton è costretto a uccidere il sergente da lui catturato, pur essendo stato cortese con lui e avendo cercato di rassicurarlo in tutti i modi. Alla fine, stanco, rammaricato e dopo aver attraversato una nebbia molto fitta e strade ricoperte di fango, ritorna alla villa di Fulvia per avere più dettagli riguardo alla vicenda. Non sa nemmmeno lui cosa o chi stia cercando o ancora il vero motivo per il quale è tornato dove tutto è cominciato.

Dopo aver sentito alcuni spari, inizia a correre molto velocemente per evitare di essere ucciso, con gli occhi sgranati, perfettamente conscio della pace e della solitudine che lo avvolgono, per poi crollare a terra a un metro di distanza da un muro.

Beppe Fenoglio decide di lasciare la fine un po’ sospesa, non facendo capire al lettore se Milton sia morto oppure no. Si è soliti pensare che non sia veramente deceduto, anche perchè non si parla di sangue o colpi ricevuti. Forse ha solo avuto un mancamento a causa della corsa forsennata, finalmente si è fermato, nell’abbraccio del bosco che lo accoglie, amico.

In conclusione attraverso una storia, “una questione privata”, che apparentemente non c’entra nulla con la guerra, Beppe Fenoglio è riuscito a dar voce ai giovani che hanno militato in quegli anni atroci e sono stati privati della vita, degli affetti, della quotidianità.

 

Chiara Caputi

“Maus”: il capolavoro di Art Spiegelmann

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

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Come riesce un fumetto a raccontare la carneficina degli ebrei perpetrata durante la Seconda Guerra Mondiale? Sembra un paradosso, una follia, invece “Maus”, magistralmente realizzato dalla penna di Art Spiegelman, ne è un esempio lampante.

L’autore è solo uno dei tanti che ha dato voce a un periodo storico innominabile, che rievoca alla memoria fatti orribili e spaventosi.

Anna Frank, Primo Levi, Piera Sonnino sono tutti uomini e donne che hanno avuto il coraggio di parlare, di urlare e raccontare a gran voce la loro storia, fatta di sofferenza, lacrime e sangue. Quello di Art Spiegelman è uno scritto senza uguali, di una verità unica, che lo rende diverso da tutti gli altri. Le poche parole impresse in modo sgrammaticato su qualche pagina bianca arrivano dritte al cuore del lettore, come una spada che trafigge, con la fredda lama, il petto.

Il padre dell’autore, Vladek , è stato uno dei pochi sopravvissuti di quegli anni carichi di fuoco, che divampava in ogni angolo, in ogni luogo, in ogni città sterminata dai nazisti. E’ stato miracolato, come era predestinato dal numero, considerato fortunato, che gli avevano marchiato sulla pelle, impresso fino al giorno della sua morte. Sicuramente rimarrà sempre il ricordo delle vittime, il ricordo delle città scomparse, che non sprofonda nell’oblio, perchè diventa nutrimento e linfa .

Vladek Spiegelman è riuscito a farsi coraggio e a non demordere, nonostante tutti i morti che vedeva affondare nel fango davanti ai suoi occhi, nonostante tutti i prigionieri che cadevano come un corpo morto cade. Non è volato via, non ha fatto la fine delle foglie che si staccano dagli alberi nel periodo autunnale, non è stato schiacciato, oppresso dalla vita e soffocato dal gas.

E’ una storia ricca di emozioni, di terrore, angoscia, paura e solitudine, tuttavia molto in fondo c’è anche la speranza, un bene da conservare religiosamente, a cui aggrapparsi, cui reggersi per farsi forza.

A volte non facciamo caso alle piccole cose, che non bisogna dare per scontate. Infatti è da sottolineare che i deportati erano privati di tutto, della libertà, ma anche del diritto di scegliere (κρίνω), decidere dove andare, cosa dire o fare, non sapevano se il giorno dopo sarebbero stati ancora lì, burattini strappati alla loro quotidianità.

Gli ebrei sono stati paragonati da Spiegelman a dei topi, intrappolati, senza più un cervello, una testa che è destinata solo a impazzire. I nazisti, invece, sono assimilati ai gatti, in cerca di cibo e che mirano solo a rincorrere i roditori per poi sbranarli.

Una vignetta molto commovente, che induce il lettore a riflettere, è quella in cui il figlio di Vladek, Richieu, dando l’ultimo abbraccio al padre prima di morire e non vederlo mai più, afferma:”Snif i bottoni, i tuoi bottoni di metallo, papi……SONO FREDDI!”.Una scena simile è stata descritta nell’Iliade di Omero, quando Ettore stringe al petto il suo bambino Astianatte che, pero’, si mette a piangere, perchè spaventato dall’elmo che porta in testa. Anche in questo caso i due non si vedranno mai più, scomparsi in una nube di sangue e polvere.

La domanda da porsi è: “Ricapiterà?” Magari in futuro un altro scrittore narrerà la medesima scena? La risposta sta in ognuno di noi, bisogna guardarci dentro e capire chi siamo e chi vogliamo diventare, cercare di prendere atto e cambiare, come si può, il mondo, anche se è un’impresa dura.

Quelle di Art Spiegelman possono sembrare solo parole, ma rimarranno impresse nei secoli, lette e rilette mille volte da persone di regioni, stati, lingue e culture diverse.

Bisogna accennare anche ai simboli che l’uomo ha trasformato in armi distruttive; la stella di Davide, emblema della religione ebraica, è diventata un oggetto dal quale tenersi lontano, chi la portava sul petto doveva essere emarginato ed escluso dalla comunità.

Non si può non citare la svastica, quattro linee storte che ci fanno pensare ai nazisti, al male, al potere assoluto, che si staglia sulla copertina del libro con stampata la faccia provocatoria di un gatto che rappresenta Hitler e la parola “Maus” che cola come il sangue di una ferita mortale.

Un altro aspetto che colpisce è sicuramente quello riguardante la famiglia. Questa, purtroppo, viene messa in crisi durante la guerra; è da sottolineare che Art, a un certo punto, chiede al padre come mai un parente abbia deciso di non aiutarlo nel momento del bisogno. E’ assurdo pensare che lo abbia pugnalato alle spalle, carne della sua carne, sangue del suo sangue, ma, d’altronde, non tutti gli uomini sono uguali, alcuni sono più fragili e, nella condizione psicologica in cui erano, possono aver reagito in modi diversi.

Maus racconta una storia tragica in modo splendido che, come afferma Umberto Eco: “Ti prende e non ti lascia più. Si è presi da un ritmo lento e incantatorio, e quando il libro è finito, si attende il seguito con la disperata nostalgia di essere stati esclusi da un universo magico”.

 

Chiara Caputi

“Questo è stato”: la toccante testimonianza di Piera Sonnino

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

[btx_image image_id=”35375″ link=”/” position=”center”][/btx_image][btx_image image_id=”35364″ link=”/” position=”center”][/btx_image]“Questo è stato” è un racconto autobiografico di Piera Sonnino, che tratta della difficile vita che lei e la sua famiglia hanno dovuto trascorrere durante la Seconda Guerra Mondiale.
E’ un manoscritto ritrovato, composto da pagine battute a macchina e conservate per quasi mezzo secolo prima di essere condivise con tutto il mondo. Piera è solo una delle tantissime vittime di quegli orribili anni, anni che, però, bisogna ricordare, sono esistiti e hanno marchiato il mondo con il loro sangue.
Quando si parla di camere a gas o Aushwitz, si pensa a luoghi lontani da noi, che non ci riguardano, ma moltissime testimonianze ci dimostrano il contrario.
Questo romanzo ci fa capire come gli ebrei, che sono stati deportati nei campi di concentramento, provenissero da tutto il mondo, perfino dall’Italia, da una città come Genova, piccola in confronto a Berlino. Nei luoghi in cui camminiamo, che vediamo tutt’ora passeggiando per le strade, hanno sofferto molte persone, molti esseri umani, genovesi che, da un giorno all’altro, sono stati costretti a rivoluzionare la loro vita.
E’ strano pensare come in posti quali la Casa dello Studente, il Mercato Orientale o piazza De Ferrari, che vengono nominati quotidianamente, siano successi così, vicende così orribili che mai ci potremmo immaginare. Basterebbe una macchina del tempo che ci riportasse nel 1944 per rivivere, con i nostri occhi, la scena in cui la famiglia Sonnino è stata arrestata. I mesi e gli anni di spostamenti, i nascondigli per cercare disperatamente di sfuggire ai nazisti, sono stati tutti vani, è bastata una denuncia per cambiare la vita di otto persone innocenti, che avevano avuto, come unico peccato, quello di essere ebree.
Questo scritto è di una potenza e di una forza straordinarie, un diario privato che si fa voce universale e riesce a dare un nome a quanto non può essere nominato.
Piera Sonnino non scrive la sua storia con l’intento di pubblicarla in seguito ed è proprio questo che la rende unica.
Attraverso le sue parole, si riescono a capire perfettamente tutte le sue emozioni e ciò che provava, senza filtri, senza bisogno di aggiunte, correzioni o manomissioni del racconto. Quest’ultimo è completo, perfetto nella sua autenticità e unicità.
La famiglia Sonnino era sicuramente molto unita, infatti, pur sapendo il rischio che correvano, hanno deciso di rimanere sempre insieme, nascondersi insieme ed essere arrestati insieme.
Ci sono delle scene molto toccanti come, per esempio, quella in cui Giorgio, il più piccolo, si stringe alla madre, come se fosse tornato indietro nel tempo, quando era ancora un bambino indifeso; quello sarà il loro ultimo abbraccio, soffocato dalla morte.
Piera rimarrà, per quasi tutta la storia, in pensiero per i suoi familiari, prima viene allontanata dai suoi fratelli e dal padre, figure di riferimento per una giovane ragazza come lei, poi dalla madre, ritrovandosi sola con le sue due sorelle Maria Luisa e Bice.
E’ spaventoso osservare come, poco a poco, un pezzo della sua anima si sta sgretolando, riesce tuttavia a ritrovare conforto in Maria Luisa, la maggiore, che viene considerata come una madre, ma l’autrice non fa in tempo neppure a salutarla che è già partita, sparita per sempre tra il fango, il freddo e il gelo. Pur mantenendo la speranza sa, dentro di sé, che non la rivedrà più.
La parte più commovente è stata sicuramente quella del rapporto con Bice: la protagonista vede in lei l’ultimo soffio di vita, la famiglia ormai lontana, l’unica persona su cui fare affidamento. Quando muore, davanti ai suoi occhi, stesa su un pagliericcio, dopo mesi di lacerante agonia, non riesce neanche a provare dei veri sentimenti. Ormai è solo un automa, una macchia grigia, sola, che non può parlare con nessuno; da quel momento il suo cuore smette di battere con regolarità, i suoi ricordi si fanno confusi, staccati e impersonali. Questo è ciò che volevano i nazisti, rendere le persone dei numeri, senza più una vita, una famiglia, un passato, un presente e tanto meno un futuro.
A un certo punto, però, tutto cambia: Piera si risveglia in un ospedale e un’ infermiera le chiede semplicemente: “Come stai?”. Bastano quelle due parole, se pur pronunciate dopo tanto tempo in italiano, a ridestare paura e terrore nel cuore della protagonista, che, in preda al panico, vuole uscire subito e mettersi a lavorare, piuttosto che entrare nelle camere a gas per non uscirne più. Incredibilmente, però, ode una frase da tempo agognata, ovvero: “La guerra è finita”. E’ come se Piera, finalmente, fosse ritornata alla realtà, alla sua città, fosse ritornata a vivere.
Da quel momento riesce a riprendere in mano la sua vita, anche se, purtroppo, senza i suoi affetti, la sua famiglia.
In memoria delle sorelle chiama le figlie Bice e Maria Luisa; dopo la sua morte saranno loro che porteranno alla luce il manoscritto della madre.
Il 10 Novembre del 2018 è stata ufficialmente intitolata a Piera Sonnino, testimone della Shoah, una scalinata nel quartiere di San Fruttuoso, fra via Terralba e via Casoni.
Questa donna è simbolo di grandissimo coraggio, ha vissuto nella tristezza e nella paura, vittima di una guerra che non sarebbe neanche dovuta esistere, ma è riuscita a resistere con grande forza e a ricostruire la sua vita dalle macerie, lasciando ai posteri la sua toccante testimonianza.

Chiara Caputi