In breve tempo la normalità dei giorni precedenti è scomparsa ed è stata sostituita da un’altra abitudine: l’ascolto delle giornaliere notizie di contagi, decessi, provvedimenti ed appelli al distanziamento sociale. https://www.youtube.com/watch?v=O3kMlCKzvK8 Da quel giorno sono cambiate altre consuetudini, come lo svegliarsi presto alla mattina per recarsi a scuola, l’affollamento sui mezzi pubblici ed il traffico intenso. Il risveglio si è posticipato di almeno un’ora, le strade sono diventate deserte e la circolazione delle vetture si è ridotta al minimo. E così Genova https://smart.comune.genova.it/ è diventata irriconoscibile. Piazza De Ferrari, con tutto il suo centro economico – sociale, si è trasformata in zona desolata e monotona, un po’ come questa nuova vita all’interno delle case. I luoghi della vita casalinga si sono trasformati nel naturale rifugio dei giovani, così poco abituati a trascorrere lunghe ore tra le mura domestiche, assumendo il nuovo ruolo di centro della loro socialità. Hanno dovuto adattarsi ad un nuovo modo di rapportarsi con i propri insegnanti attraverso lezioni seguite non più seduti dietro ad un banco, bensì ad uno schermo di un computer o di un cellulare, con gli amici ed i familiari mediante video chiamate, con lo sport grazie ad improvvisati esercizi fisici, con il tanto tempo libero attraverso la ricerca di una buona lettura.
La ”distanza sociale” di almeno un metro, l’uso di mascherine, di guanti e di gel disinfettanti sono le nuove parole ed il nuovo comportamento con cui i giovani hanno dovuto convivere al fine di provare a porre un freno al veloce dilagare della pandemia. Ed è così che la misura restrittiva imposta dal Governo http://www.governo.it/ è stata accolta con diligenza dai giovani, che hanno rispettato le regole a tutela non tanto di sé stessi, bensì delle persone più deboli. Questo è l’insegnamento che i ragazzi hanno offerto alla collettività, nello spirito di proteggere gli anziani. Secondo lo studio della Psicologa Francesca Cavallini, docente di Psicologia Clinica dell’Università di Parma https://www.unipr.it/, effettuato su un campione di trenta studenti d’età comprese tra i 15 e i 18 anni, di ambo i sessi, appassionati di social, con poca voglia di studiare e idee confuse sul futuro, alla domanda di quale fosse il loro timore ai tempi del coronavirus hanno risposto testualmente: “Ho paura per la nonna e per il nonno, ma il resto ok”. Questo consente di poter affermare che dietro ad ogni adolescente di oggi, con i suoi tanti comportamenti esibiti ed apparentemente sfrontati, si nasconde un mare di dolcezza e generosità più grande di quanto si possa frettolosamente pensare.
La didattica a distanza ha rappresentato uno degli aspetti piú dibattuti in questi tre mesi: da quando la scuola ė stata sospesa per contenere la diffusione del contagio da COVID 19 nel nostro paese, gli studenti ( e non solo) hanno dovuto affrontare una nuova sfida: la didattica a distanza appunto.
Se da un lato le opportunità offerte dalla DAD sono indubbiamente preziose e hanno rappresentato un sostegno notevole al proseguimento dell’insegnamento, dall’altro, come era naturale aspettarsi in una sperimentazione, sono emersi dubbi, limiti e criticità.
L’Unione Studenti della Lombardia (U.S.L.) aveva effettuato, a distanza di due settimane dall’introduzione della DAD, un sondaggio tra 9060 studenti dal quale emergeva che ben il 40,8% riscontrava difficoltá nel gestire la didattica a distanza.
Le difficoltà riguardavano e riguardano ancora adesso diversi aspetti e non solo gli studenti: l’organizzazione familiare per Barbara, 53 anni, di Genova, mamma di due studentesse, è assai complessa: “devo svolgere il mio lavoro in smart working, ho il pc aziendale , e nel frattempo aiutare mia figlia di 13 anni , soprattutto all’inizio non aveva dimestichezza con la tecnologia e ogni giorno dovevamo scaricare programmi , app o schede di lavoro,ma ho anche una figlia di 22 anni che fa l’università e vive col computer acceso, adesso devono dividerselo”.Altro aspetto riguarda il carico di lavoro mal distribuito ed eccessivo, il materiale scolastico dislocato su diverse piattaforme , gli insegnanti hanno usato troppe applicazioni:” Il tempo che perdo a raccogliere il materiale didattico, stampare e capire come muovermi è piu del tempo che dedico allo studio, quando poi apro la sezione didattica del registro eletronico mi prende l’ ansia.” Queste sono le parole di Elisa, 16 anni studentessa di un liceo genovese. A ciò si aggiunge che non pochi docenti mancano di adeguata formazione a riguardo , che molti studenti hanno dispositivi non idonei a supportare le applicazioni, ci sono studenti che non dispongono di stampante a casa o comunque non erano preparati a tale situazione: Susanna, mamma di Giorgio, 8 anni, alunno del Deledda International di Genova ci dice: ” sono avvocato cosi come mio marito, ho trasferito l’ufficio a casa, computer e stampanti, e ho impiegato una decina di giorni a rendere quasi autonomo il bambino, io e mio marito ci stiamo alternando nel lavoro per aiutarlo, è un secondo lavoro,siamo soli e la casa é piccola, conciliare tutto è difficile”.
Non irrilevante è l’aspetto umano, ci sono cose che non si possono informatizzare, ce lo dice Edoardo A. ,professore di Scienze Motorie in una scuola media di Napoli:”Non tutto può passare per il computer, il rapporto umano, l ‘empatia, alcuni comportamenti possono essere fraintesi, ci sono studenti in classe che chiudono la telecamera perche magari si vergognano di far vedere dove abitano. Spero di ritornare presto alla didattica tradizionale”.
Non dimentichiamoci I ragazzi c.he sono affetti da disturbi dell’ attenzione:l AID (associazione italiana dislessia) in un una nota , che sintetizzo, scrive che è vero che questi studenti hanno una certa dimestichezza con le tecnologie ma resta la difficolta a gestire il materiale e ad organizzare tutti gli input ricevuti , ciò crea notevole disorientamento, così come risulta loro difficile stare in ascolto tante ore davanti al computer. Una soluzione alternativa potrebbe essere quella di caricare audio o video per poterli riascoltare e gestirli in autonomia.
Il presidente del CERMIT ( Centro di Ricerca nell’Educazione ai Media , all’Innovazione e alla Tecnologia) espone la sua opinione:”mettere a disposizione , prima delle lezioni, indicazioni di lavoroe ricorrere alla comunicazione sincrona per chiarire dubbi e discutere problemi”
Per concludere, forse si è data troppa importanza al proseguimento e al completamento dei programmi scolastici, la paura di non terminarli ha preso il sopravvento, sono passati in secondo piano gli aspetti umani di questa situazione e tal proposito si esprimeva cosi il MIUR sin dall’inizio (nota 388 del 17/03/20):”mantenere viva la comunita di classe, combattere il rischio di isolamento….la scuola è un collante sociale e deve esserlo in questo momento in cui non si è vicini”
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Dall’inizio di gennaio la Cina e in seguito tutto il mondo ha dovuto fare i conti con il Coronavirus, una malattia causata dal virus COVID-19 e trasmissibile tramite goccioline di saliva diffuse da tosse, starnuti o superfici infette.
Inizialmente in Italia non si pensava potesse avere una tale diffusione (224.000 casi confermati) e quindi le prime misure di sicurezza sono state la chiusura delle scuole, il consiglio di portare mascherine e di non recarsi in luoghi affollati. Dopo alcune settimane la situazione è diventata sempre più grave, tanto da mettere tutta l’Italia in quarantena: divieto di uscire se non con autocertificazione e chiusura della maggior parte delle attività.
Ogni cittadino ha dovuto abituarsi a questo stile di vita cambiando tutte le sue abitudini: non si poteva uscire, andare in palestra, al cinema e soprattutto non si poteva andare a scuola. Inizialmente le scuole dovevano rimanere chiuse per massimo due settimane ma il 9 marzo, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte durante la conferenza stampa, ha annunciato che le scuole sarebbero rimaste chiuse fino al 3 aprile. Fin da subito allievi e insegnanti hanno dovuto abituarsi ad un nuovo metodo di insegnamento e apprendimento: quello della didattica a distanza che è entrata a far parte della quotidianità di studenti e docenti.
All’inizio, come riportato ad esempio da un articolo di Repubblica del 13 marzo, solo un bambino su 5 veniva coinvolto ma adesso 9 bambini su 10 continuano ad imparare grazie allo smart learning. Ma con il prolungarsi della quarantena e la chiusura dell’anno scolastico nelle aule gli alunni si pongono molte domande: I VOTI PRESI DURANTE LA DIDATTICA A DISTANZA FANNO MEDIA? COME SARANNO STRUTTURATI L’ESAME DI TERZA MEDIA E LA MATURITA’ ? CI SARA’ IL SEI POLITICO? I voti presi durante la didattica a distanza valgono: dare i voti per gli insegnanti è un dovere e per gli studenti un diritto anche se il ministero avverte di fare attenzione sull’eccessivo carico di compiti. Riguardo alla maturità e agli esami di terza media il clima è sempre stato di profonda incertezza. Finalmente però il 16 maggio la ministra Azzolina ha presentato le ordinanze sugli esami di stato: si terranno in presenza, compatibilmente con il monitoraggio epidemiologico delle singole aree territoriali.
La novità per quanto riguarda gli esami di terza media è che gli alunni avranno tempo fino al 30 maggio per presentare l’elaborato che costituisce l’esame. La maturità inizierà il 17 giugno, non ci saranno le prove scritte, ma solo un colloquio orale della durata massima di un’ora, che prevede diverse fasi: la prima è la discussione di un elaborato sulle discipline di indirizzo concordate tra studenti e docenti; poi un testo di italiano studiato nell’ ultimo anno e poi l’analisi di materiali preparati dalla commissione e assegnati agli studenti. I commissari saranno tutti interni.
Gli studenti spiegheranno ciò che hanno imparato in quella che era l’alternanza scuola-lavoro e poi i temi di cittadinanza e Costituzione. La prova orale varrà 40 punti, che si aggiungono ai 60 di crediti. Gli alunni però sono preoccupati, come spiega l’alunno Lorenzo Meazzi dell’istituto Vittorino Bernini di Genova:” E’ difficile seguire sempre le lezioni online perché, oltre ai problemi di connessione che ti impediscono di partecipare a tutta la lezione, mantenere l’attenzione è complicato.”
Per quanto riguarda il non poter salutare i compagni e non poter concludere questo capitolo della vita senza un degno finale, secondo Lorenzo, “E’ un peccato, ma in questa situazione è importante preservare la propria salute: con i compagni ci saluteremo una volta cessato il pericolo”. In questo clima di incertezze però una sicurezza c’è: non ci sarà il sei politico. La ministra Azzolina nel corso di una audizione in Commissione Cultura della Camera afferma: “Gli alunni potranno essere ammessi alla classe successiva anche in presenza di voti inferiori a 6 decimi, in una o più discipline. Ma non sarà 6 politico”. “Le insufficienze compariranno, infatti, nel documento di valutazione e per chi è ammesso alla classe successiva con votazioni inferiori a 6 decimi o, comunque, con livelli di apprendimento non consolidati, sarà predisposto dai docenti un piano individualizzato per recuperare, nella prima parte di settembre, quanto non è stato appreso. Il piano sarà allegato al documento di valutazione finale. Resta ferma la possibilità di non ammettere all’anno successivo studentesse e studenti con un quadro carente fin dal primo periodo scolastico”.
di Anna Sartini 2BIl mondo delle RSAIl mondo del lavoro
E’ capitato anche a voi di assistere a qualche trasmissione come Porta a Porta o Fuori dal coro? In questi programmi televisivi ultimamente ci sono come ospiti di Vespa e Giordano esponenti della scienza e della politica che, lasciandoci nel dubbio più assoluto, esprimono le loro opinioni sulla nostra salute e la nostra economia.
Ognuno dice la sua, ma i verbi più utilizzati sono tutti al condizionale ed il periodo ipotetico dell’eventualità vince su tutti i costrutti sintattici.
I riflettori sono puntati sulla nostra salute e sull’economia del nostro Paese, una nazione in ginocchio a causa di un invisibile microrganismo che oltre a mietere tantissime vittime ha destabilizzato e bloccato la nostra economia. Quali sono, allora, le conseguenze del Coronavirus in questi due settori? Lo abbiamo chiesto a due professionisti che operano in entrambi i campi, per avere più chiarezza su ciò che accade nelle Residenze che ospitano anziani in lunga degenza e quel che sarà da oggi in poi il mondo del lavoro.
Alessandro Bernardini è medico in una RSA (Residenza sanitaria assistenziale) di Genova (https://villaduchessadigalliera.com/) . Gli abbiamo chiesto cosa è cambiato ultimamente nella struttura in cui opera . Ci sono stati molti decessi – afferma – in considerazione del fatto che gli anziani sono già di per sè debilitati e affetti da malattie croniche che durano da molti anni. C’è un tasso di mortalità maggiore perché le stanze dove stanno i degenti sono triple o quadruple e quindi la diffusione del virus è più facile.
Come è entrato il virus nella struttura? All’interno di una RSA il virus è portato da persone esterne, operatori sociosanitari e medici inconsapevoli di essere affetti e asintomatici oppure da visitatori di altri ospiti. Negli anziani ricoverati in strutture come la nostra il tasso di mortalità è più alto perché la convivenza in comunità favorisce una più alta diffusione del virus.
Come avete curato i vostri pazienti? Si somministrano farmaci antibiotici e cortisone. Il problema è capire però se muoiono per Covid o per altri motivi. Non sempre la cosa è chiarissima.
Quali prospettive avete per la vostra struttura? La Asl sta già pensando di ridurre per il futuro il numero degli ospiti all’interno delle singole residenze provvedendo a disporre alcune camere adibite all’isolamento di pazienti affetti da patologie infettive di altra natura. Attualmente è vietato l’ingresso in RSA da parte dei parenti per evitare che soggetti infetti portino il virus all’interno della struttura e anche per evitare il rischio che queste persone estranee contraggano il virus all’interno della struttura stessa portandolo poi all’esterno e infettando altri soggetti.
Come è cambiato il vostro modo di lavorare con i vostri pazienti?Viviamo tutti un grosso senso di impotenza: vedere morire tante persone causa ci addolora moltissimo, soprattutto perché in RSA si diventa una famiglia per questi anziani; molti hanno solo un amministratore di sostegno e il personale sanitario diventa allora un punto di riferimento affettivo. Per noi medici ed infermieri i nostri pazienti sono anziani che si conoscono da anni, con i quali abbiamo stretto un rapporto forte ed è un dolore poter star loro accanto, mantenendo la distanza e attenendosi scrupolosamente alle norme ed ai suggerimenti terapeutici degli esperti in materia.
Come vivono i parenti dei degenti questa situazione? La vivono molto male, con un profondo senso di frustrazione e di angoscia: possono ricevere notizie solo via telefono. Sono spesso stressati da articoli giornalistici che descrivono un quadro più catastrofico rispetto alla realtà dei fatti e talvolta alcuni tendono ad essere aggressivi verso il personale stesso della struttura (http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=4446 9) La cosa per loro più dolorosa è anche il fatto di non poter vedere il parente nelle ultime ore di vita, non lo possono “accompagnare” al momento estremo e fino al 3 maggio non era neppure possibile celebrare il funerale: era proibito l’ingresso all’interno del cimitero e questo valeva anche per le persone decedute non per Covid. Insomma, una situazione davvero dolorosa.
Cosa prevede per il futuro? Per ora gli ingressi per nuovi malati in struttura sono bloccati; speriamo di tenere sotto controllo la salute dei nostri ospiti e di garantire loro tutte le cure necessarie. Il personale è periodicamente controllato con tamponi e test seriologici.
Personalmente spero in un vaccino, e auspico che tutta la popolazione si attenga alle norme di igiene e di distanza.Come tutte le epidemie anche questa finirà.
Angelita Birardi è Sales District Consultant (Consulente Commerciale sul territorio genovese) per la multinazionale Manpower (https://www.agenzieperlavoro.it/manpower-spa-genova_c7446) e si occupa di selezionare ed assumere personale per le aziende e offrire loro consigli sulla propria organizzazione.
Quali sono state per lei le conseguenze del coronavirus? nell’immediato c’è stata una paralisi: i lavoratori non hanno potuto andare a lavorare e la produzione si è bloccata. Solo il settore sanitario ed alimentare e servizi pubblici essenziali hanno continuato a esercitare le loro funzioni, mentre tutto il resto è rimasto fermo proprio perché non si poteva uscire di casa. Gradatamente, in base ai vari decreti, sono stati aperti vari settori di attività e ad oggi si sta procedendo in questa riapertura graduale tanto che dal 18 a Genova si apriranno il settore del commercio, della ristorazione, i parrucchieri ecc.
Che cosa ha portato questa chiusura? Bloccando le attività delle aziende si è bloccato il mercato della domanda e dell’offerta, per cui si sono prodotte meno merci rispetto a prima, la domanda è calata e i mercati sono ora molto prudenti, ma se le aziende producono meno perché c’è minore richiesta di beni e servizi hanno anche meno bisogno di personale e lavoratori pertanto parecchie persone stanno perdendo il loro lavoro perché nel mentre sono scaduti i contratti.
Le aziende possono licenziare in una situazione di emergenza come questa che stiamo vivendo? Al momento è vietato alle aziende licenziare i lavoratori con contratti a tempo indeterminato, ma ad ottobre per i lavoratori non ci sarà neppure più questa garanzia e questo creerà un gran numero di disoccupati e una elevata povertà.
Che cosa è la cassa integrazione di cui tanto si parla? In questo periodo lo Stato oltre a garantire il divieto di licenziamento per 5 mesi sta aiutando molte aziende concedendo loro del denaro per pagare i salari dei dipendenti, salari comunque più bassi rispetto a prima. La cassa integrazione non può essere infinita, questi aiuti da parte dello Stato prima o poi finiranno (presumibilmente ad agosto) ed allora molto probabilmente ancora più persone perderanno il loro lavoro. Questo creerà ancora più povertà, a meno che il mercato non si riprenda e la gente riprenda ad acquistare.
Come si comporteranno i mercati dal 18 maggio in poi? E’ molto difficile prevedere il comportamento futuro del mercato, di certo al momento c’è molta prudenza, timore e atteggiamenti di attesa: si tende a rimandare ogni sorta di decisione o di acquisto.
Ci sono però aziende che in questo periodo hanno lavorato? Sì, per fortuna ci sono aziende sane che stanno lavorando perché hanno molta richiesta (come il settore alimentare), ma hanno comunque il problema dei pezzi di ricambio: se per cucinare biscotti servono determinati forni ed il macchinario si rompe, è molto difficile in questo momento trovare chi fa manutenzione e chi provvede a pezzi di ricambio che magari dovrebbe arrivare dall’estero e non arriva.
Quali criticità ha fatto emergere l’emergenza Covid? Questa pandemia ha sottolineato delle criticità dei mercati dovuti alla globalizzazione, ad esempio si era concentrato un tipo di produzione di un determinato bene in una certa zona geografica e da lì esso veniva distribuito in tutto il mondo. Nel momento in cui però quella zona geografica è stata bloccata dalla pandemia, il bene in questione non è più stato esportato bloccando contestualmente tutto il mercato ad esso riferito.
In questa ottica sicuramente i mercati si riprenderanno, anche se con tempi lunghi, saranno necessari uno o due anni per ritornare alla situazione di quattro mesi fa ed il lavoro ricomincerà a girare con quel meccanismo di domanda e offerta che regola la nostra economia da sempre. Anzi, si auspica che questa esperienza abbia insegnato agli economisti nuove logiche e nuove dinamiche per evitare gli errori che oggi stiamo scontando.
ùCi sono dunque anche delle conseguenze positive? In questi ultimi mesi si sono sperimentate nuove forme di lavoro, come lo smart working, ossia il lavoro da casa, che pur con delle correzioni può presentare molti vantaggi, come un risparmio di tempo, meno inquinamento, più tempo per la vita personale. Altra intuizione che è venuta fuori sono i vantaggi che derivano dalla tecnologia e dall’informatica che possono permettere di svolgere in sicurezza e a distanza il proprio lavoro e le proprie attività che invece sono stati sempre svolti in presenza.
Ora come ora chi sono coloro che lavorano? Questa crisi abbastanza generalizzata ha salvato alcuni settori che hanno visto incrementare fatturato ed attività: sanità, settore alimentare, la logistica, intesa come movimentazione delle merci da dove vengono prodotte al consumatore. Pertanto aziende come Amazon (https://www.agi.it/economia/news/2020-04-22/fase-2-coronavirus-amazon-spedizioni-8411103/) hanno richiesto molti più persone del solito per attività di magazzinaggio, confezionamento, spedizioni, trasporto su gomma, autisti e corrieri. Questa pandemia infine ha aguzzato l’ingegno. Ad esempio alcuni ristoranti che per la pandemia erano obbligati a restare chiusi si sono riciclati diventando consegnatari di cibi da asporto e hanno aumentato fino al 30% il loro fatturato rispetto allo scorso anno. Questo ha dimostrato, come insegna Steve Jobs, https://www.millionaire.it/7-frasi-steve-jobs-ripetere/ inventore della Apple, che sempre di più il lavoro non va cercato, ma inventato.
E noi Italiani siamo un popolo creativo, un popolo che ha sempre saputo rialzarsi. Anche in questa occasione riusciremo a risollevare il capo: lo stiamo facendo poco per volta, un passo dietro l’altro, a distanza, con le mascherine sotto le quali, se si guarda bene, il sorriso è sempre pronto a nascere.