Intervista ad Alberto Paleari, portiere del Genoa su come è cambiato il calcio e la sua vita privata durante la pandemia.
Continue readingIl periodo di pandemia non frena l’attività sportiva pugilistica
di Luisa Gentile, 1 B
A causa della pandemia e dei nuovi lockdown, i nostri ritmi di vita sono cambiati completamente, incluso in questi cambiamenti c’è lo sport particolarmente colpito dalle chiusure di numerosi centri sportivi, palestre e club.
Abbiamo deciso di intervistare Luis Porcu, un ex pugile professionista e responsabile della palestra A.S.D Thunder Boxing di Genova per sapere come

Dopo lo scoppio della pandemia ci sono stati molti cambiamenti nel mondo dello sport e del pugilato, come vi siete organizzati?
“Quando è partito il covid noi non ci aspettavamo una cosa del genere. La pandemia ci ha obbligato a stare fermi e abbiamo potuto lavorare online utilizzando varie piattaforme come Facebook o Instagram o Youtube, abbiamo cercato di rimanere in contatto con i ragazzi che allenavo. Facevamo 3 dirette a settimana su Instagram e cercavamo di dare servizio gratuito alle persone che non avevano la possibilità di allenarsi. Abbiamo fatto una collaborazione con altre due palestre creando una pagina su Instagram dove riuniti facevamo più corsi di diverso genere.
Quando i contagi sono aumentati, il presidente della federazione pugilistica Italiana ha emesso un decreto che stabilisce che chi svolge attività agonistica sia a livello italiano, che regionale, che internazionale, di poter fare attività. Quindi gli agonisti praticano attività a pieno contatto, invece chi era un semplice amatore è stato trasformato in un atleta di gym boxe a contatto leggero dandogli così la possibilità di praticare anche attività motoria e partecipare a campionati Italiani.”
Che cosa è andato perduto?
“Noi abbiamo perso la serenità, anche nell’abbracciarci, si è creata un po’ più di paura, una volta davi la stretta di mano e invece ora è un saluto col pugno.
Ci riteniamo fortunati perché abbiamo la possibilità di allenarci e poter fare attività anche se abbiamo perso la parte del fitness tutor. Purtroppo i bambini si perdono la parte fondamentale della coordinazione perché non possono praticare né a livello amatoriale né agonistico, saranno limitati più avanti a livello sportivo, e questo è un grave danno. Una parte che per noi pesa tantissimo è che abbiamo perso il pubblico che è fondamentale nel mondo della boxe. Solamente in Italia e in varie parti d’ Europa non c’è possibilità di avere il pubblico, invece un mese fa in Australia in un titolo mondiale ci sono stati allo stadio 18 mila persone, in America la stessa cosa, sulle 13 mila persone.”
Avete in mente dei progetti per il futuro? Come vi immaginate questa situazione più avanti? Quali sono le vostre aspettative?
“Penso che il mondo del lavoro, quello del fitness e altri settori lavorativi siano già cambiati e ce ne siamo resi conto e dovremo adattarci a quello che succederà. Per me il futuro sarà nella parte online, con l’affermarsi del tutor online, che ti allontanerà dal contatto fisico reale e si creerà a malincuore una distanza.
La mia aspettativa è che si torni alla normalità a livello sportivo agonistico, in modo che tutti si possano iscrivere e praticare.”
Qualità, praticità ed ecosostenibilità nei progetti di moda di Francesco Bogetti
di Bianca Gasparino, 1 B
Intervista allo stilista genovese e costumista teatrale Francesco Bogetti
In questo periodo di pandemia come si è organizzato il suo lavoro?
“In questo periodo pandemico il mio lavoro è notevolmente cambiato non essendo possibili la
realizzazione di eventi sia pubblici che privati, ai quali eravamo abituati da sempre.
L’impostazione quindi è radicalmente cambiata infatti per quanto riguarda la moda è stata rivalutata la qualità e la praticità, sto infatti creando capi che siano versatili con tessuti che esaltino la nostra pregiatissima industria manifatturiera Italiana dalle lane alle sete. Un ramo che sto sviluppando inoltre è la moda eco sostenibile ovvero la rielaborazione di capi di alta sartoria che tornano ad avere una nuova vita assolutamente splendente.”
In che cosa è cambiato il suo lavoro?
“Come in parte ho già spiegato, il cambiamento è stato radicale, ci si basa su capi iconici,
meno “usa e getta”. Condivido totalmente la dichiarazione in questo periodo di pandemia di
sua maestà Giorgio Armani ”la moda deve rallentare se vuole ripartire, tornando ad essere
umana, è tempo di togliere il superfluo e ridefinire i tempi”. Così come successe dopo la
seconda guerra mondiale quando dalla moda emersero gli stilisti che divennero dei veri e
propri miti, come Christian Dior, Balenciaga o Yves Saint Laurent che crearono capi che
hanno attraversato e attraversano tuttora i tempi.”
Quali progetti sono stati da lei immaginati?
“I progetti sono, come ho già detto, soprattutto basati sul “green” ovvero l’eco sostenibilità,
tema coinvolgente che riguarda tutti e soprattutto le nuove generazioni, molto sensibili a
questo tema.”
Che cosa è andato perduto secondo lei?
“Sicuramente il rapporto umano nel senso più ampio del termine, in quanto la pandemia ha
privato il contatto diretto con le persone. Per il resto penso che tutto evolverà e da questa
situazione terribile si rinascerà sicuramente diversi e nulla sarà più come prima, e forse non
sarà un male.”
Il Covid ruba la magia del teatro e dell’incontro. Intervista a Rossella Dassu
di Marta Uva, 1B
Il mondo dello spettacolo è stato duramente colpito dal Covid in quest’ultimo anno, come ci testimoniano le parole dell’attrice di teatro e formatrice Rossella Dassu, che ha vissuto in prima persona la crisi di questo mondo ma anche la sua lenta risalita.
In che modo il Covid ha influenzato il tuo mondo dello spettacolo in quest’ultimo anno?

Diciamo che tutta quella che era la mia attività in presenza, di spettacolo e di formazione teatrale, è stata sospesa o modificata in direzione di quella che può essere l’alternativa a distanza e che però ha stravolto tutto il mio lavoro, essendo il video e il teatro due codici e due linguaggi completamente diversi e soprattutto il teatro ha quella peculiarità di accadere in presenza e di costruire tutta la sua natura su questo. Inoltre il Covid mi ha segnata dal punto di vista economico, c’è stato infatti un cambio totale del mio fatturato rispetto agli anni scorsi.
Quali sono state le attività e i progetti che sei riuscita a realizzare in quest’ultimo anno?
Tra Febbraio e Maggio dell’anno scorso, ho potuto realizzare un solo lavoro che mi è stato pagato, in cui insieme ad un’operatrice video abbiamo messo insieme del materiale prodotto in dad per creare un piccolo video relativo al tema dei cambiamenti climatici, realizzato con un’unione di comuni dell’Emilia Romagna con una serie di laboratori che avevano come compito quello di produrre una serie di flash mob. Inizialmente i flash mob dovevano essere realizzati in vari mercati urbani locali, poi con il lockdown ciò non più è stato possibile, ma siamo riusciti a realizzare un materiale video attraverso la piattaforma di Zoom. E’ stato molto bello quando, allo scadere del lockdown, io e la troupe siamo entrati come primi ospiti nelle case delle persone per realizzare le riprese di questo piccolo video. Questo è stato il progetto che più si è avvicinato dal punto di vista poetico a quella che è la mia idea di teatro.
Per il resto c’è stata la fase estiva, in cui sono riuscita a tenere i corsi di teatro, ovviamente rispettando le norme sanitarie e quindi riducendo anche il numero di partecipanti. A Ottobre poi ho fatto un altro lavoro: una passeggiata nel parco archeologico di Nora sul mito di Teseo e Arianna, che avevo progettato come un lavoro da fare in forma sperimentale con il pubblico, ma che poi a causa della chiusura dei teatri e del divieto di qualsiasi forma di spettacolo dal vivo, è diventato un video.
Ho fatto anche diverse letture e presentazioni, per diverse biblioteche e associazioni, ma non è certo come andare in scena.
Hai ricevuto dallo Stato qualche tipo di aiuto economico?
Si, ho ricevuto dei sussidi ma c’è stata molta confusione, specie all’inizio. Per i lavoratori dello spettacolo esiste infatti una formula per quando vanno in scena, l’Agibilità Enpals, dove il nostro contributo viene versato in un fondo separato che è il fondo dello spettacolo. Naturalmente questo cambia a seconda del tipo di lavoro e di contratto, agli attori scritturati tutto l’anno sono pagate molte più giornate lavorative, mentre per i liberi professionisti come me le giornate di spettacolo sono molto poche rispetto a tutte le altre attività di formazione e letture. Inizialmente il numero di giornate versate all’Enpals richiesto era parecchio alto, quindi moltissimi di noi non sono riusciti ad ottenerli. Possiamo dire che il Covid rispetto al mondo dello spettacolo ha tirato fuori numerose criticità, noi attori dello spettacolo siamo infatti una classe poco tutelata e che, specie in questo periodo di pandemia, si è rivelata molto fragile.
Hai già qualche progetto per il futuro prossimo?
Si, ho intenzione di presentare a Luglio un secondo studio sul lavoro che avevo cominciato a Ottobre sul mito di Teseo e Arianna, e la cosa interessante sarà che stavolta avrò la possibilità di confrontarmi con un pubblico. Nel resto dell’estate realizzerò i corsi di formazione finalizzati alla realizzazione di spettacoli che oramai tengo da anni sempre in Sardegna rivolti a tutta la cittadinanza del comune di Pula dove attualmente mi trovo. Per Ottobre ho invece in programma un lavoro con l’Assessorato alla Sanità del Comune di Bologna che fa parte di un progetto con l’obiettivo di ostacolare e agire in modo preventivo su una problematica che si sta dimostrando sempre più importante nella società, la ludopatia infantile, ossia il rapporto “malato” tra un bambino o un adolescente e tutto il mondo di Internet e dei videogiochi. Il lavoro che farò sarà più insolito rispetto al tradizionale spettacolo in cui c’è un attore su un palco e il pubblico che assiste dalle sedie, consisterà infatti in una passeggiata nei Giardini Margherita, uno dei parchi principali di Bologna. Inscenerò la storia di Margherita, una bambina che a causa di internet ha perso un po’ i contatti con il mondo esterno, e che nel parco incontra uno spirito guida che attraverso un percorso di giochi nel parco le fa riscoprire la bellezza dell’ambiente che la circonda. Farò diventare questo percorso una specie di gioco da tavolo interattivo vissuto in prima persona dalla classe che mi seguirà. Ho scelto questo tipo di spettacolo interattivo perché mi sembrava il più adatto all’argomento trattato: non voglio fare uno spettacolo in cui li metto frontali a subire passivamente un’esperienza, che è una cosa che stanno facendo ormai da più di un anno. Io voglio che si muovano, che tocchino la corteccia di un albero, che respirino gli odori, che guardino il cielo, che vivano la natura che li circonda proprio come Margherita.
Quali sono gli aspetti del teatro che più sono venuti a mancare in quest’anno di pandemia? Cosa ti è mancato di più?
La cosa a cui è stato più doloroso rinunciare, la cosa che mi manca di più è lo sguardo, l’incontro. Lo sguardo tra l’attore e il suo pubblico, quella magia che nasce quando due persone si trovano a fare qualcosa di inedito, di stravagante, di diverso dall’usuale. Lo sguardo, l’incontro è qualcosa che mi manca anche nella vita. E il teatro è strutturato fondamentalmente sull’incontro. Come disse un grande maestro degli anni ’60, Jerzy Grotowski, “il teatro è quella cosa che succede tra un attore che agisce e uno spettatore che guarda”. Ed è qualcosa di assolutamente impalpabile, non è una pellicola, non è una scultura, non è una tela dipinta. Una volta ho letto da qualche parte che gli attori e le attrici che fanno spettacolo sono gli artisti che più hanno il senso dell’effimero, ed è vero, perché di quello che noi facciamo non resta traccia: il video di uno spettacolo non è uno spettacolo. Lo spettacolo è quell’inafferrabile condizione magica che si crea nel momento in cui tu sei lì, e sai che ciò che farai sarà inevitabilmente modificato dalle reazioni, dai fatti che avvengono davanti a te, nel pubblico: un colpo di tosse ti distrae, uno sguardo attento ti da carica.
In questo difficile periodo in cui il tuo mondo è stato completamente stravolto e sei stata costretta a lavorare prevalentemente davanti a uno schermo, sei comunque riuscita a mantenere viva la tua passione verso il teatro?
In quest’anno il Covid ha molto influenzato la nostra condizione creativa interiore, da un lato si aveva molto più tempo per organizzare progetti e nuove attività, ma allo stesso tempo è difficile mantenere il desiderio di fare quando non hai davanti l’obiettivo da realizzare, è come studiare senza aver nessun esame o interrogazione davanti. La prima fase in particolare è stata molto difficile per il mio spirito creativo e la mia concentrazione, negli ultimi mesi ho invece ritrovato la forza e la capacità di ideare, probabilmente perché si avvicina di nuovo l’idea del debutto. Quindi si, nonostante le difficoltà sto riuscendo a mantenere viva l’artista che è in me.
Rinvii, tagli, sussidi nel 2020: quali conseguenze per lo sport agonistico ? Intervista a Silvia Salis del Consiglio Nazionale del CONI
di Filippo Lussana, 1B
Silvia Salis è un ex martellista genovese, vincitrice di dieci titoli italiani e partecipante a due Olimpiadi (Pechino 2008 e Londra 2012).
Nel 2017 è stata eletta nel Consiglio Nazionale del CONI , il Comitato Olimpico italiano.
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Le Olimpiadi di Tokyo 2020 sono state rinviate: cosa significa per un atleta rischiare di perdere anni di allenamento e di programmazione sia fisicamente che psicologicamente?
Il rinvio di una competizione molto importante dispiace sempre ad un atleta ma in particolare colpisce gli atleti over 30/35, a seconda dello sport, che rischiano di perdere l’ultima occasione per partecipare a un Olimpiade, che già spesso a quell’età è una conquista.
Cosa hanno provato gli atleti che hanno partecipato a competizioni sportive nel 2020 senza la presenza del pubblico? Cosa è cambiato dal punto di vista organizzativo?
Dal punto di vista organizzativo è cambiato tutto: molte gare non si sono potute disputare, le poche che hanno potuto svolgersi hanno riscontrato diverse limitazioni per esempio i casi di positività di membri e dello staff di una squadra. Poi la mancanza del pubblico ha privato gli atleti dell’elemento trascinante di una gara, cioè il tifo e il sostegno dei tifosi.
Ci sono stati sussidi per gli atleti del mondo nello sport?
Sì, ci sono stati sussidi ma per gli operatori delle società sportive. Invece gli atleti professionisti, che avevano contratti, hanno subito un taglio del loro “stipendio”. Infatti i loro contratti sono costituiti da una quota fissa e da una variabile parametrata sulla partecipazione a fare e sui risultati. Ovviamente questa seconda parte è spesso venuta meno.
Lo stop forzato di quest’anno, porterà ad un impoverimento della capacità agonistica nei prossimi anni?
Non è facile poterlo prevedere con certezza attualmente: certamente la pratica di base, specialmente nei ragazzi, ha sofferto lo stop.
Solo gli anni potranno dirci se la situazione attuale peserà nel lungo periodo.
Ci sono sport più e meno colpiti dalla pandemia?
Per questa domanda occorre fare una distinzione fra atleti agonisti e dilettanti. Sicuramente quest’ultimi hanno sofferto maggiormente la pandemia. Lo sport che probabilmente ha più sofferto è il nuoto perché tutt’ora le piscine sono aperte ai soli agonisti. Inoltre altri sport che si praticano in luoghi chiusi, per esempio quelli nelle piccole palestre, non hanno la possibilità di fare né allenamento, né gare.
“Con la cultura non si mangia, ma senza non si vive”
di Elena Lanza, 1B
Il mondo della cultura è concretamente minacciato in questo momento storico e non solo l’economia ma anche la nostra anima e la nostra forza stanno per incrinarsi.
Soprattutto la cultura, nutrimento della mente rischia di essere sopraffatta da questa tempesta di silenzio inflittale dal Covid -19.
Una fonte interna, un testimone di questo lockdown dell’arte, Marco Cevasco, tecnico di scena in ambito informatico al teatro Carlo Felice, ci testimonia gli aspetti più importanti di questo decadimento spirituale ed intellettuale.

Nei confronti di quale aspetto del suo lavoro prova più nostalgia?
Mi rattrista il non poter inscenare spettacoli in questo periodo, fa parte del mio lavoro e quindi anche della mia quotidianità.
Ne deduco che siano avvenuti molti cambiamenti con l’arrivo della pandemia, come vi siete organizzati al teatro Carlo Felice?
Abbiamo puntato sugli spettacoli in streaming, di opere teatrali e concerti sinfonici, che vengono messi a disposizione sulle nostre piattaforme online. Proprio in questi giorni Andrea Bocelli ha partecipato attivamente con noi in questi termini. Questa soluzione temporanea non solo ci permette di avere comunque degli spettatori, ma anche di risparmiare, visto il momento difficile.
Si sente dunque come parte del meccanismo di una macchina rotta in questo momento, poiché è priva del suo carburante ovvero il pubblico?
Il mio lavoro consiste nel soddisfare il pubblico e, senza di esso, presente in carne e ossa, non ne capti l’emozione e la partecipazione attiva allo spettacolo è nulla. La differenza tra il cinema ed il teatro sta infatti nel coinvolgimento dello spettatore: la magia e quel meraviglioso momento di collettività che si creano durante la visione hanno bisogno della struttura stessa del teatro.
Qual è, secondo lei, la motivazione principale per cui i teatri debbano riaprire il prima possibile? E cosa prova a riguardo?
Tutti i settori sono importanti, però la cultura ci nutre la mente. Il rapporto che si ha con il teatro è un rapporto vero, vivo; le emozioni, sia intese come reazione a un’opera, sia nella vita reale, si possono trasmettere solo dal vivo.
Trova la città di Genova diversa da quella dei suoi ricordi pre-pandemici?
Oggi manca del calore umano, delle dimostrazioni d’affetto. Ormai è un anno che la vita di tutti si è interrotta e questa mancanza si fa sentire più forte che mai. L’effetto della pandemia è quello di una guerra: le conseguenze si paleseranno nei prossimi anni e saranno durature.
Fa parte della cultura e tradizione italiana l’andare a teatro, è una passione sedimentata nel nostro popolo artista ma si sta perdendo; io che ci lavoro mi sento maggiormente disorientato. Stiamo sopravvivendo a questo virus, ma si è perso tantissimo. Per voi il teatro è un momento di svago, è solo uno dei modi per passare il proprio tempo libero, ma affrontare la perdita di tutte queste piccole cose non è vivere.
Potremmo definire Genova come un albero rigoglioso e fruttifero, che è però privo della propria linfa, della sua arte?
Sì, è un’analogia che si sposa alla perfezione con ciò che stiamo vivendo. Sia la pianta, che la società, sono destinate a morire davanti alla mancanza della famosa luce in fondo al tunnel. Come la società resiste alle intemperie della storia, così l’albero resiste all’inverno ma solo per poi arrivare alla primavera. L’arte è fondamentale per la vita di questo albero perché fornisce gli input per poter vivere.
Qual è il suo principale desiderio lavorativo in quest’ottica: quale speranza ha verso il suo futuro, il futuro del teatro e di questa città?
Spero che si ritorni alla normalità il prima possibile e che tutti si possano riappropriare degli spazi che il Covid-19 ha sottratto così a lungo. La passione per il teatro è un’eredità italiana, ma sono in pochi oggi i genitori a tramandarla e la scuola italiana non valorizza affatto materie che un tempo erano fondamentali. Nella quasi totalità delle nostre scuole non c’è educazione all’approccio alla musica, al teatro e spesso all’arte in generale e dunque il nostro pubblico abituale è “over 50”. Temo per il cambio generazionale poiché è probabile che il numero dei clienti diminuisca notevolmente.
E’ in corso un decadimento culturale da questo punto di vista; un abbandono delle tradizioni in favore della globalizzazione. In Italia spesso l’applicazione in ambito artistico è sottovalutata, snobbata addirittura, e di conseguenza i nostri artisti vanno a formarsi all’estero.
In ambito scolastico, il liceo classico è l’ultimo baluardo della idea pura di cultura: essere acculturato è fondamentale per l’essere umano, vuol dire avere il bagaglio giusto per affrontare la vita. Il futuro del teatro dipende da quanti crederanno nell’importanza della cultura e dell’avere un’identità culturale, perché infondo siamo tutti artisti, anche se in ambiti molto differenti. E’ tutto nelle mani dei futuri politici, insegnanti e genitori.
Le difficoltà del nuoto nella pandemia: situazione drammatica per chi lavora solo in questo settore
di Luca Moresco, 1B

Il nuoto, oltre ad essere lo sport che pratico da più di dieci anni, è stato uno dei settori più colpiti dalla pandemia. Ho deciso di approfondire l’argomento con il mio caro amico Marco Miresse. Marco ha 36 anni, due figlie e lavora come istruttore di nuoto presso le piscine di Albaro di Genova. Ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune mie domande.
A marzo 2020 veniva comunicata la chiusura temporanea delle attività sportive. Ora è passato più di un anno. Ti saresti aspettato che saremmo arrivati a questo punto?
Direi di no, nello sport come per tutto. Non solo da marzo 2020 ma già da prima, da dicembre 2019, quando in tutto il mondo si apprendeva l’esistenza di questo virus non si pensava che potesse arrivare fino all’Italia e non si pensava che potesse durare così tanto. Nessuno se lo aspettava, nello sport come in tutte le attività: scuola, ristorazione, ecc…
Come ha influito il lockdown sulla tua vita, sotto tutti i punti di vista?
Diciamo che non ha influito più di tanto. Io fortunatamente ho anche un altro lavoro e non ho fatto nessun giorno di smart working. Le mie figlie per fortuna non hanno fatto didattica a distanza, a parte il periodo di lockdown totale l’anno scorso. Ha influito più che altro sullo sport, non permettendomi di praticare l’attività né come “amatore” né come istruttore.
Hai un altro impiego oltre al tuo lavoro di istruttore di nuoto?
Sono impiegato in una ditta che si occupa di esportazioni ed importazioni di merci di vario tipo. È proprio grazie a questo impiego che non ho risentito molto della pandemia, ad eccezione del periodo di lockdown totale durante il quale arrivava poca merce dalla Cina. Fortunatamente anche altri miei colleghi istruttori hanno un altro impiego oltre alla piscina, altrimenti la situazione sarebbe drammatica.
Il nuoto è uno dei settori più colpiti dalla pandemia. Come spieghi il fatto che piscine e palestre siano ancora chiuse mentre altre attività sportive, come il calcio e la pallavolo, vadano avanti?
Purtroppo certi sport hanno un giro di soldi talmente grande che nemmeno una pandemia può fermare. Il nuoto non è uno sport così minore rispetto a molti altri ma è rimasto penalizzato. Basti pensare al fatto che le partite di calcio vadano avanti nonostante gli stadi siano vuoti: è evidente che c’è dietro un interesse economico.
Tu hai due bambine che fanno nuoto: che effetto sta avendo su di loro questa chiusura?
In questa situazione la parte di genitore è quella più frustrante. Le mie bimbe andavano a nuoto volentieri, avevano socializzato con i loro coetanei e con l’istruttrice. È stata dura all’inizio far loro capire che non si poteva più andare in piscina a causa del virus. Nonostante questo, loro sono ancora piccole (una ha 6 anni, l’altra 3) e non hanno piena consapevolezza di ciò che sta succedendo, perciò si sono poi abituate a questa situazione. Inoltre frequentando la scuola in presenza hanno modo di uscire e di socializzare. Noi come genitori abbiamo cercato di trovare delle attività all’aperto per farle un po’ sfogare.
Come si stanno attrezzando le piscine per una eventuale riapertura?
C’è molta incertezza riguardo a questo. Incrociando le dita si spera che tra fine maggio e inizio giugno si possa riaprire, il che sarebbe un grande passo avanti, ovviamente con le dovute precauzioni. Non so in che modo, ma sarebbe comunque tutto di guadagnato.
Credi che i corsi per bambini potranno svolgersi nonostante le norme di sicurezza?
Non cambierebbe niente rispetto al periodo precedente alla seconda chiusura, durante il quale dovevamo già rispettare le norme di sicurezza. Abbiamo diminuito il numero di bambini in un corso. Abbiamo indossato le mascherine e le visiere. Abbiamo cercato di far rispettare ai bambini il distanziamento, fuori e dentro l’acqua. Questo è il massimo che possiamo fare.
Pensi che i bambini abbiano difficoltà a rispettare queste norme?
Secondo me un bambino di sei o sette anni non ha la consapevolezza di ciò che sta succedendo. Lo prende anche come un gioco. Un ragazzino di 11 o 12 anni lo percepisce diversamente. Personalmente non ho percepito grandi difficoltà sia per le mie figlie che per i miei allievi. Sta inoltre ai genitori cercare di “stemperare” la situazione, facendo rispettare le norme ma al tempo stesso garantendo una vita normale, che prevede anche uscite all’aria aperta, movimento, attività fisica.

Che consiglio daresti a coloro che sono stati privati del loro sport a causa del Covid?
In generale consiglio di avere pazienza e di tenere duro, e di tenersi sempre allenati, andando in bicicletta o facendo una passeggiata. Io stesso sono passato da fare nuoto, palestra, corsa, bici a vedermi togliere tutte queste cose. Nel mio piccolo cerco di tenermi sempre in attività. Penso che sia importante mantenersi in allenamento, per quanto possibile, perché in questo modo la ripresa delle attività sarà più graduale e quindi meno difficile.
La mancanza del calore dei tifosi al traguardo che ti annuncia la vittoria: il mondo dello sci in tempo di pandemia.
Di Filippo Vassallo, 1b
Intervista a Matteo Franzoso
Gruppo sciatori Fiamme Gialle
Durante quest’anno di emergenza sanitaria come è cambiato il tuo mondo sportivo degli allenamenti e delle gare?
Quest’anno è stata una stagione strana anche a causa di un mio infortunio in novembre, ma all’epoca gli allenamenti e le gare erano ancora abbastanza liberi. Poi ho ripreso a febbraio. Per lo svolgimento delle gare non è, in effetti, cambiato molto a parte i tantissimi tamponi che dobbiamo fare per essere controllati. Si usa sempre la mascherina tranne che proprio per la gara. I tamponi utilizzati sono quelli “rapidi” poiché dovendosi spostare di giorno in giorno per le stesse gare bisogna avere gli esiti immediatamente. Poi anche la programmazione può subire improvvisi cambiamenti; se un atleta risulta positivo si sospende la gara e si posticipa. Il problema, comunque, è stato più sentito per gli allenamenti in palestra perché sono tutte chiuse. Quindi è stato difficile organizzarmi per gli allenamenti in door; mentre sulle piste è stato quasi meglio nel senso che il tracciato era tutto per noi sportivi e non c’era nessun altro.
Certo per esempio nella gara della Coppa del Mondo è stato triste senza pubblico, senza spettatori, senza tifo. Certo a livello organizzativo senza pubblico sono riusciti a fissare la Due Piste Mondiali a Cortina sia maschile che femminile negli stessi giorni e nello stesso posto: cosa impensabile se ci fosse stata la presenza di un pubblico!
Tu come ti sei organizzato per far fronte a questo cambiamento, hai cambiato le tue abitudini di vita?
Si è ridotta tantissimo la socializzazione anche durante le gare con le altre squadre non ci sono più occasioni di confronto per evitare situazioni considerate a rischio.
Pensa che ci hanno tolto i pulmini per non stare a contatto durante i viaggi quindi alternativa è la macchina o i mezzi pubblici. Andare sempre in auto è stato innanzi tutto un costo e poi un problema perché i viaggi sono anche abbastanza lunghi per raggiungere i luoghi di montagna e arrivi stanco del viaggio.
Secondo te cos’è andato perduto?
Ho perso, sicuramente, un po’ di quotidianità come tutti e per esempio dopo le gare o gli allenamenti si deve tornare in albergo in camera con il tuo compagno di stanza e non si può fare altro, neppure andare a confrontarci sugli allenamenti della giornata in una altra stanza con gli altri amici atleti. Questo serve per tutelare la squadra dall’eventuale positività al Covid-19 di uno di noi, infatti si andrebbe in quarantena solo in due.
Ho perso tutto il pubblico ed il suo tifo; il calore delle persone durante gare ed allenamenti è perduto non c’è più!!!
Per esempio ieri ho vinto una gara, ma arrivando in fondo senza pubblico non ho capito com’era andata la competizione. Arrivato in fondo c’erano solo i miei compagni che erano rimasti un po’…. sai sono arrivato in fondo e li ho battuti …. quindi non hanno mostrato entusiasmo e io ho pensato “mah come sono andato?” ed invece avevo vinto!
Nonostante io sia presente sui Social il calore che si riceve dal pubblico in gara all’arrivo o dai bordi della pista è ineguagliabile. Apprezzo tantissimo i messaggi che ricevo, ma il rapporto con gli spettatori dal vivo è unico.
Sono stati immaginati nuovi progetti nel tuo ambito?
C’è un forte volontà di pianificare il “dopo Covid-19”, ma per ora è tutto in stand-by sicuramente ci sono i progetti, ma non riuscendo ad avere una pianificazione dei tempi è difficile ancora immaginare di realizzarli. 
Un Ulisse moderno: Mauro Pagan, uomo dal multiforme ingegno
di Marianna Benvenuto IB
Mauro Pagan, burattinaio veneziano, divide la sua vita tra il teatro e l’impegno come docente al Liceo Classico D’Oria di Genova. Ci racconta come è nata la sua passione per le marionette e parliamo con lui di come il Covid abbia influito sul teatro e sulla vita degli artisti.
Che cosa l’ha spinta diventare attore?
Sono tante le cose c
he mi hanno portato a fare teatro. Innanzitutto, fu mia mamma. Quando avevo 14 anni vivevo a Venezia e visto che non mi decidevo mai a uscire di casa, mi disse che c’era un piccolo teatro dove facevano corsi di mimo, anche se più che altro era un corso sulla commedia dell’arte. Ricordo che mi misero a fare degli esercizi di mimica. Non mi piaceva recitare con la voce e interpretare dei personaggi che parlano, invece tacere e fare il mimo mi sembrava molto liberatorio ed espressivo. La cosa durò poco poiché ero molto timido e quindi mi estromisi, mi autoesiliai dalla compagnia. Poi sempre a causa di una figura femminile, questa volta fu la mia fidanzata, decisi di alimentare la mia passione per il teatro. Iniziai con una compagnia di universitari, dopodiché venni a Genova a fare la scuola del Teatro Stabile di Genova. Le ragioni più profonde del perché ho iniziato a fare teatro furono il mio desiderio di esprimermi, il desiderio di essere al centro dell’attenzione e soprattutto il desiderio di superare le difficolta dovute alla timidezza.
Com’è nata la passione per le marionette?

La passione per le marionette è nata nel 1995. Mi accadde di avere una stagione teatrale in cui non avevo nessuna scrittura presso alcun teatro e poiché conoscevo un ragazzo genovese che faceva occasionalmente spettacoli di burattini, mi propose di farne uno insieme. Portammo in scena “Biancaneve e i sette nani” che ebbe molto successo nelle scuole materne di Genova e non solo. Da allora iniziai a dedicarmi completamente ai burattini, perché quell’esperienza mi piacque molto. Inizialmente non avrei mai pensato di fare spettacoli di marionette, ma alla fine mi appassionai proprio alla cosa che disprezzavo.
Qual è un personaggio che si è divertito ad interpretare? C’è una marionetta a cui è più affezionato?
C’è stato un periodo, fino al 1989, in cui ho fatto il cabaret, anche per la strada e lì ho interpretato vari personaggi da me inventati che mi divertivano molto. Ma forse sono due i personaggi che ho amato interpretare e che sono rimasti nel mio repertorio. Il burattino Ago (inizialmente doveva essere un mago ma la M è caduta per elisione come in greco), un mago molto divertente che viene dalla leggenda di San Giorgio e il Drago. Il secondo si chiama Ferdinando ed è la prima marionetta con i fili che ho costruito. Il nome viene da mio nonno, ma è un personaggio completamente inventato. È una replica di un essere umano che fa vari spettacoli e commedie.
Qual è stata un’esperienza che l’ha cambiata nel profondo?
Probabilmente la cosa che mi ha cambiato molto è stata quella di fare l’insegnante a scuola. Una cosa che trent’anni fa non avrei mai pensato di fare! Per quanto riguarda il teatro, invece, ci sono state varie esperienze che mi hanno segnato. La prima fra tutte è stata lavorare per una stagione intera con Dario Fo, attore e drammaturgo italiano, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1997. Fu proprio lui che mi ha iniziato ai burattini. All’epoca, infatti io non consideravo i burattini, ero interessato solo al teatro d’attore. Un’altra esperienza che ha portato cambiamento nella mia vita sono stati gli spettacoli insieme al mio collega burattinaio.
Prima del Covid dove recitava e dove si svolgevano gli spettacoli?
Si svolgevano soprattutto nelle scuole, nelle piazze e nei teatri. Ho lavorato all’Ariston di Sanremo, al Carlo Felice sia nelle opere liriche, facendo il mimo, che portando le marionette all’Auditorium. Qui feci uno spettacolo su Mozart dal titolo “Così fan tutte”. Ho fatto anche molto teatro di strada, ho iniziato a Parigi dove ho vissuto per due anni.

Come ha influito il Covid sul teatro?
Tutti fermi, un disastro. Personalmente sono stato privilegiato, da quando faccio anche l’insegnate non ho avuto problemi. Purtroppo, dall’inizio della pandemia i miei colleghi sono veramente alla fame, hanno ricevuto pochi aiuti. Alcuni fanno lo streaming, altri propongono i loro spettacoli su piattaforme a pagamento, ma è una situazione davvero molto difficile per tutti gli attori.
In questo periodo di pandemia ha organizzato spettacoli in maniera alternativa?
No, ma l’ultimo spettacolo che ho organizzato è stato proprio al Liceo D’Oria, dove insegno. Il 23 dicembre ho rappresentato una bellissima storia: “il Natale degli animali” per i pochi ragazzi che erano presenti a scuola. Sarebbe bello farne un altro alla fine dell’anno.
C’è uno spettacolo che vorrebbe portare in scena quando sarà terminata la pandemia?
Allora, ti devo dire che proprio ieri mi sono detto perché non dovrei pensare al prossimo spettacolo? Mi piacerebbe fare l’Odissea, uno spettacolo che ovviamente non sarebbe per bambini, ma magari più per i ragazzi delle medie e delle superiori. Sicuramente sarebbe impegnativo e in questo momento è anche molto difficile produrre qualcosa. Organizzare spettacoli significa anche avere delle relazioni con le persone e lavorare insieme. Ma proprio ieri mi domandavo perché non dovrei farlo? Mi darebbe sicuramente l’entusiasmo di cui avrei bisogno in questo periodo dove i rapporti sono così diversi e difficili, indossando queste mascherine che nascondono i nostri visi è come esserci e non esserci.
La lotta dei teatri contro il Covid, tra difficoltà economiche e consapevolezza di svolgere una funzione fondamentale per la società.
di Matteo Barcella IB.
Ogni giorno sentiamo notizie e aggiornamenti sulla situazione Covid19 che stiamo vivendo in questo momento. Una delle più importanti che abbiamo ascoltato è stata la chiusura dei Teatri e come stanno cercando di continuare le loro attività.[btx_image image_id=”74742″ link=”/” position=”left” on_click=”none”][/btx_image] Abbiamo raccolto la testimonianza del Dottor Romeo, direttore della Fondazione Luzzati Teatro della Tosse di Genova.
Come vi siete organizzati, in tempo di covid? Che misure di precauzione avete adottato, per una possibile futura riapertura?
In una prima fase, dove potevamo fare spettacolo siamo stati attenti a immaginare delle forme di rappresentazione che potessero essere coerenti con le normative. Noi lavoriamo principalmente in estate, il primo spettacolo che abbiamo fatto è stato all’aperto, costruendolo drammaturgicamente con la possibilità per il pubblico di muoversi nel rispetto delle norme. Oltre alle cose a cui siamo abitatati, come mascherina, la distanza, abbiamo costruito questo spettacolo in modo tale da far entrare gruppi di 10\15 persone, senza il rischio di creare assembramenti; poi abbiamo immaginato che ogni gruppo potesse fare un itinerario, a Duchessa di Galliera, senza mai incontrare gli altri. Il gruppo ristretto, nel momento in cui si trovava davanti all’attore che recitava, si posizionava su dei bolli appositi. Ogni quindici minuti si facevano entrare gruppi diversi, in modo tale da riuscire a far entrare le persone a giro. Dopo l’estate, quando siamo ritornati in sala, abbiamo garantito le distanze in sala, con un posto occupato e due liberi e anche la sicurezza degli attori, tramite una recitazione frontale.
Negli spettacoli online, come Onlife, nella vostra programmazione, quale è stata la perdita più grande per voi? Quali cambiamenti più significativi? [btx_image image_id=”74748″ link=”/” position=”right”][/btx_image]Lo spettacolo non è fatto solo da chi recita, non è solo recitazione, ma anche interazione fra la platea e il palcoscenico; vive nello scambio. Il teatro ha due unicità: la compresenza nello spazio e nel tempo. Il fruitore dell’opera e l’artista stanno nello stesso luogo e nello stesso momento. In un film, l’artista immagina quella che può essere la reazione del pubblico, mentre noi viviamo del fatto che l’osservatore modifica l’opera. In Onlife abbiamo immaginato una cosa in mezzo fra l’online e la compresenza con il pubblico, in modo che l’online riuscisse a mantenere l’interazione.
Per quanto riguarda l’organizzazione con le compagnie teatrali, avete avuto dei problemi oppure vi sono venuti incontro?
È un momento difficile, tutti ci sono venuti incontro, le stesse compagnie ci aiutavano, facendo proposte, condividendo la propria creatività con nuove idee. La grande difficoltà, anche economica, la vivono i tecnici; quando facciamo spettacoli online non abbiamo lo stesso ritorno economico che abbiamo in uno spettacolo dal vivo, anche in termini di quantità e di continuità.
Lo Stato vi ha aiutato con dei sussidi?
Noi siamo un teatro di interesse culturale, riconosciuti dal Ministero della Cultura, pertanto riceviamo un contributo indipendentemente dalla situazione Covid. Ci sono stati garantiti dal ministero, nel 2020, gli stessi sussidi che ricevevamo prima, nonostante l’attività si sia ridotta. È arrivato ai lavoratori dello spettacolo è arrivato un piccolo, troppo piccolo, contributo. L’aiuto che è arrivato alle strutture è stato sufficiente per tenerle in piedi, quello ai lavoratori un po’ meno.
Sareste pronti a riaprire il Teatro a pieno regime? [btx_image image_id=”74751″ link=”/” position=”left”][/btx_image]Si saremmo pronti; una riapertura in estate renderebbe le cose più difficili, in quanto l’attività in sala non funziona. Dipende da quello che saranno le restrizioni, finora con un 25% dei posti a sedere. Sarebbe possibile riaprire, ma sarebbero necessari dei sostegni ulteriori perché altrimenti noi non potremmo coprire il costo dello spettacolo con il numero della sala ridotta. Siamo ottimisti, sapendo che la nostra è una funzione fondamentale, deve esistere, faremo di tutto per aprire, appena possibile.
Il concerto di Barcellona, dove più di 5000 persone vaccinate hanno partecipato che cosa rappresenta per lei?
Sono situazioni particolari, dipende dalle normative e da chi dipende la responsabilità. In Italia, finora, penso che sia impossibile; penso che non si debbano bruciare le tappe, aspettando che la situazione si risolva.
Il vostro staff è stato vaccinato?
No, ovviamente il nostro staff non appartiene alla fascia di età del vaccino. Soprattutto per la nostra categoria non viene ritenuta necessaria la vaccinazione.


Fa parte della cultura e tradizione italiana l’andare a teatro, è una passione sedimentata nel nostro popolo artista ma si sta perdendo; io che ci lavoro mi sento maggiormente disorientato. Stiamo sopravvivendo a questo virus, ma si è perso tantissimo. Per voi il teatro è un momento di svago, è solo uno dei modi per passare il proprio tempo libero, ma affrontare la perdita di tutte queste piccole cose non è vivere.
Sì, è un’analogia che si sposa alla perfezione con ciò che stiamo vivendo. Sia la pianta, che la società, sono destinate a morire davanti alla mancanza della famosa luce in fondo al tunnel. Come la società resiste alle intemperie della storia, così l’albero resiste all’inverno ma solo per poi arrivare alla primavera. L’arte è fondamentale per la vita di questo albero perché fornisce gli input per poter vivere. 