Un Ulisse moderno: Mauro Pagan, uomo dal multiforme ingegno

di Marianna Benvenuto IB

Mauro Pagan, burattinaio veneziano, divide la sua vita tra il teatro e l’impegno come docente al Liceo Classico D’Oria di Genova. Ci racconta come è nata la sua passione per le marionette e parliamo con lui di come il Covid abbia influito sul teatro e sulla vita degli artisti.

Che cosa l’ha spinta diventare attore?

Sono tante le cose che mi hanno portato a fare teatro. Innanzitutto, fu mia mamma. Quando avevo 14 anni vivevo a Venezia e visto che non mi decidevo mai a uscire di casa, mi disse che c’era un piccolo teatro dove facevano corsi di mimo, anche se più che altro era un corso sulla commedia dell’arte. Ricordo che mi misero a fare degli esercizi di mimica. Non mi piaceva recitare con la voce e interpretare dei personaggi che parlano, invece tacere e fare il mimo mi sembrava molto liberatorio ed espressivo. La cosa durò poco poiché ero molto timido e quindi mi estromisi, mi autoesiliai dalla compagnia. Poi sempre a causa di una figura femminile, questa volta fu la mia fidanzata, decisi di alimentare la mia passione per il teatro. Iniziai con una compagnia di universitari, dopodiché venni a Genova a fare la scuola del Teatro Stabile di Genova. Le ragioni più profonde del perché ho iniziato a fare teatro furono il mio desiderio di esprimermi, il desiderio di essere al centro dell’attenzione e soprattutto il desiderio di superare le difficolta dovute alla timidezza.

 Com’è nata la passione per le marionette?

La passione per le marionette è nata nel 1995. Mi accadde di avere una stagione teatrale in cui non avevo nessuna scrittura presso alcun teatro e poiché conoscevo un ragazzo genovese che faceva occasionalmente spettacoli di burattini, mi propose di farne uno insieme. Portammo in scena “Biancaneve e i sette nani” che ebbe molto successo nelle scuole materne di Genova e non solo. Da allora iniziai a dedicarmi completamente ai burattini, perché quell’esperienza mi piacque molto. Inizialmente non avrei mai pensato di fare spettacoli di marionette, ma alla fine mi appassionai proprio alla cosa che disprezzavo.  

Qual è un personaggio che si è divertito ad interpretare? C’è una marionetta a cui è più affezionato?

C’è stato un periodo, fino al 1989, in cui ho fatto il cabaret, anche per la strada e lì ho interpretato vari personaggi da me inventati che mi divertivano molto. Ma forse sono due i personaggi che ho amato interpretare e che sono rimasti nel mio repertorio. Il burattino Ago (inizialmente doveva essere un mago ma la M è caduta per elisione come in greco), un mago molto divertente che viene dalla leggenda di San Giorgio e il Drago. Il secondo si chiama Ferdinando ed è la prima marionetta con i fili che ho costruito. Il nome viene da mio nonno, ma è un personaggio completamente inventato. È una replica di un essere umano che fa vari spettacoli e commedie.

 Qual è stata un’esperienza che l’ha cambiata nel profondo?

Probabilmente la cosa che mi ha cambiato molto è stata quella di fare l’insegnante a scuola. Una cosa che trent’anni fa non avrei mai pensato di fare! Per quanto riguarda il teatro, invece, ci sono state varie esperienze che mi hanno segnato. La prima fra tutte è stata lavorare per una stagione intera con Dario Fo, attore e drammaturgo italiano, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1997. Fu proprio lui che mi ha iniziato ai burattini. All’epoca, infatti io non consideravo i burattini, ero interessato solo al teatro d’attore. Un’altra esperienza che ha portato cambiamento nella mia vita sono stati gli spettacoli insieme al mio collega burattinaio.

 Prima del Covid dove recitava e dove si svolgevano gli spettacoli?

Si svolgevano soprattutto nelle scuole, nelle piazze e nei teatri. Ho lavorato all’Ariston di Sanremo, al Carlo Felice sia nelle opere liriche, facendo il mimo, che portando le marionette all’Auditorium. Qui feci uno spettacolo su Mozart dal titolo “Così fan tutte”.  Ho fatto anche molto teatro di strada, ho iniziato a Parigi dove ho vissuto per due anni.

Come ha influito il Covid sul teatro?

Tutti fermi, un disastro. Personalmente sono stato privilegiato, da quando faccio anche l’insegnate non ho avuto problemi. Purtroppo, dall’inizio della pandemia i miei colleghi sono veramente alla fame, hanno ricevuto pochi aiuti. Alcuni fanno lo streaming, altri propongono i loro spettacoli su piattaforme a pagamento, ma è una situazione davvero molto difficile per tutti gli attori.

In questo periodo di pandemia ha organizzato spettacoli in maniera alternativa?

No, ma l’ultimo spettacolo che ho organizzato è stato proprio al Liceo D’Oria, dove insegno. Il 23 dicembre ho rappresentato una bellissima storia: “il Natale degli animali” per i pochi ragazzi che erano presenti a scuola. Sarebbe bello farne un altro alla fine dell’anno.

C’è uno spettacolo che vorrebbe portare in scena quando sarà terminata la pandemia?

Allora, ti devo dire che proprio ieri mi sono detto perché non dovrei pensare al prossimo spettacolo? Mi piacerebbe fare l’Odissea, uno spettacolo che ovviamente non sarebbe per bambini, ma magari più per i ragazzi delle medie e delle superiori. Sicuramente sarebbe impegnativo e in questo momento è anche molto difficile produrre qualcosa. Organizzare spettacoli significa anche avere delle relazioni con le persone e lavorare insieme. Ma proprio ieri mi domandavo perché non dovrei farlo? Mi darebbe sicuramente l’entusiasmo di cui avrei bisogno in questo periodo dove i rapporti sono così diversi e difficili, indossando queste mascherine che nascondono i nostri visi è come esserci e non esserci.

La lotta dei teatri contro il Covid, tra difficoltà economiche e consapevolezza di svolgere una funzione fondamentale per la società.

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Matteo Barcella IB.

Ogni giorno sentiamo notizie e aggiornamenti sulla situazione Covid19 che stiamo vivendo in questo momento. Una delle più importanti che abbiamo ascoltato è stata la chiusura dei Teatri e come stanno cercando di continuare le loro attività.[btx_image image_id=”74742″ link=”/” position=”left” on_click=”none”][/btx_image] Abbiamo raccolto la testimonianza del Dottor Romeo, direttore della Fondazione Luzzati Teatro della Tosse di Genova.

Come vi siete organizzati, in tempo di covid? Che misure di precauzione avete adottato, per una possibile futura riapertura?  

 In una prima fase, dove potevamo fare spettacolo siamo stati attenti a immaginare delle forme di rappresentazione che potessero essere coerenti con le normative.  Noi lavoriamo principalmente in estate, il primo spettacolo che abbiamo fatto è stato all’aperto, costruendolo drammaturgicamente con la possibilità per il pubblico di muoversi nel rispetto delle norme. Oltre alle cose a cui siamo abitatati, come mascherina, la distanza, abbiamo costruito questo spettacolo in modo tale da far entrare gruppi di 10\15 persone, senza il rischio di creare assembramenti; poi abbiamo immaginato che ogni gruppo potesse fare un itinerario, a Duchessa di Galliera, senza mai incontrare gli altri. Il gruppo ristretto, nel momento in cui si trovava davanti all’attore che recitava, si posizionava su dei bolli appositi. Ogni quindici minuti si facevano entrare gruppi diversi, in modo tale da riuscire a far entrare le persone a giro. Dopo l’estate, quando siamo ritornati in sala, abbiamo garantito le distanze in sala, con un posto occupato e due liberi e anche la sicurezza degli attori, tramite una recitazione frontale.   

Negli spettacoli online, come Onlifenella vostra programmazione, quale è stata la perdita più grande per voi? Quali cambiamenti più significativi? [btx_image image_id=”74748″ link=”/” position=”right”][/btx_image]Lo spettacolo non è  fatto solo da chi recita, non è solo recitazione, ma anche interazione fra la platea e il palcoscenico; vive nello scambio. Il teatro ha due unicità: la compresenza nello spazio e nel tempo. Il fruitore dell’opera e l’artista stanno nello stesso luogo e nello stesso momento. In un film, l’artista immagina quella che può essere la reazione del pubblico, mentre noi viviamo del fatto che l’osservatore modifica l’opera In Onlife abbiamo immaginato una cosa in mezzo fra l’online e la compresenza con il pubblico, in modo che l’online riuscisse a mantenere l’interazione.

Per quanto riguarda l’organizzazione con le compagnie teatrali, avete avuto dei problemi oppure vi sono venuti incontro?   

È un momento difficile, tutti ci sono venuti incontro, le stesse compagnie ci aiutavano, facendo proposte, condividendo la propria creatività con nuove idee. La grande difficoltà, anche economica, la vivono i tecnici; quando facciamo spettacoli online non abbiamo lo stesso ritorno economico che abbiamo in uno spettacolo dal vivo, anche in termini di quantità e di continuità. 

Lo Stato vi ha aiutato con dei sussidi? 

Noi siamo un teatro di interesse culturale, riconosciuti dal Ministero della Cultura, pertanto riceviamo un contributo indipendentemente dalla situazione Covid.  Ci sono stati garantiti dal ministero, nel 2020, gli stessi sussidi che ricevevamo prima, nonostante l’attività si sia ridotta. È arrivato ai lavoratori dello spettacolo è arrivato un piccolo, troppo piccolo, contributo.  L’aiuto che è arrivato alle strutture è stato sufficiente per tenerle in piedi, quello ai lavoratori un po’ meno.  

Sareste pronti a riaprire il Teatro a pieno regime?  [btx_image image_id=”74751″ link=”/” position=”left”][/btx_image]Si saremmo pronti; una riapertura in estate renderebbe le cose più difficili, in quanto l’attività in sala non funziona. Dipende da quello che saranno le restrizioni, finora con un 25% dei posti a sedere. Sarebbe possibile riaprire, ma sarebbero necessari dei sostegni ulteriori perché altrimenti noi non potremmo coprire il costo dello spettacolo con il numero della sala ridotta. Siamo ottimisti, sapendo che la nostra è una funzione fondamentale, deve esistere,  faremo di tutto per aprire, appena possibile.  

Il concerto di Barcellona, dove più di 5000 persone vaccinate hanno partecipato che cosa rappresenta per lei?  

Sono situazioni particolari, dipende dalle normative e da chi dipende la responsabilità. In Italia, finora, penso che sia impossibile; penso che non si debbano bruciare le tappe, aspettando che la situazione si risolva.

Il vostro staff è stato vaccinato?

No, ovviamente il nostro staff non appartiene alla fascia di età del vaccino. Soprattutto per la nostra categoria non viene ritenuta necessaria la vaccinazione.

 

Lo sport si ingegna: l’esperienza di Riccardo Montaldo, fondatore dell’ASD K2

di Chiara Capitanio, 1B

In questo periodo di pandemia di Covid19, molti ragazzi sono stati costretti ad abbandonare il mondo dello sport.  Molte società invece, hanno dovuto rinunciare alle loro attività e alle loro palestre.

Per approfondire l’argomento ho intervistato Riccardo Montaldo, professore di ginnastica e presidente fondatore dell’ASD K2, associazione che coinvolge i ragazzi in attività legate alla montagna.

 

Lo sport professionistico ad alto livello è un’azienda, per esempio il calcio di serie A per lo stato è un bel business, per cui hanno cercato di farlo riprendere il prima possibile. Però è successo per la prima volta nella storia, a parte nelle due guerre mondiali, che è stata spostata l’Olimpiade, Tokyo 2020.  Di conseguenza c’è stato un danno economico enorme.

 Invece lo sport di base ha subito uno stop notevole, che ha portato numerosi ragazzi a smettere di fare attività fisica. Molte società hanno dovuto rinunciare alle palestre delle scuole. Certi sport hanno invece beneficiato della situazione. Vari ragazzi hanno iniziato ad esempio a praticare atletica leggera. Le attività all’aria aperta sono aumentate e molti ragazzi sono venuti con l’ASD K2 in gita. Noi ci siamo anche inventati un gruppo di allenamento all’aperto, lo fanno molte società, è bellissimo allenarsi all’aria aperta e più salutare.

Per quanto riguarda la scuola? Come si è trasformato lo sport?

A scuola è necessario mantenere il distanziamento tra gli studenti e se non è possibile bisogna fare gli esercizi dividendoli in gruppi. Un esempio di sport che si può fare è il tennis-tavolo, perché ogni studente ha la sua racchetta personale. Nelle scuole dove insegno siamo riusciti a farci dare un campetto da hockey uno di atletica vicini agli edifici scolastici, così possiamo fare lezione all’aria aperta.

Come vanno le attività dell’associazione?

Le nostre attività stanno andando molto bene proprio perché facciamo attività in ambiente naturale e molti ragazzi che hanno smesso di fare il loro sport sono venuti a fare molte gite, perché all’aria aperta siamo abbastanza sicuri. Una volta al mese facciamo gite ed escursioni nelle vicinanze, come ad esempio al Forte Ratti o al Forte Begato.

Mantenendo le distanze sui sentieri la mascherina si può togliere, ovviamente la teniamo sempre a portata di mano per i momenti in cui ci raduniamo, o per quando incontriamo altre persone lungo i sentieri che percorriamo.

Il Covid19 ha limitato in modo pesante la possibilità di fare sport per i ragazzi. Le società però si stanno ingegnando per trovare soluzioni creative che permettano di praticarlo, anche se non proprio come si poteva fare prima. Infine altri generi di sport, principalmente quelli individuali ne hanno quasi tratto un beneficio.

 

 

La cultura per ripartire dopo la pandemia: intervista a Serena Bertolucci, Direttore di Palazzo Ducale di Genova

di Vittoria Cappeddu, 1B

Nell’ultimo anno, a causa del lockdown dovuto alla pandemia, abbiamo assistito alla chiusura delle attività non essenziali. Sentiamo continuamente notizie che riguardano la diffusione del virus, i nuovi decreti e le difficoltà attraversate dalle attività economiche.

I musei, come altre attività culturali, in ottemperanza alle disposizioni ministeriali volte al contenimento del Covid19, in quest’ultimo anno sono stati chiusi per parecchi mesi.

Per approfondire come si è organizzato il mondo di arte e cultura e quali nuovi progetti sono stati ideati, ho intervistato Serena Bertolucci, Direttore di   Palazzo Ducale di Genova.

Originaria di Camogli, è alla guida di Palazzo Ducale dal 1° gennaio 2019, dopo essere stata Direttrice di Palazzo Reale e del Polo Museale della Liguria. Convinta che il Ducale sia un luogo da visitare per Genovesi e turisti e non solo un contenitori di eventi, in questi due anni ha dato un nuovo impulso all’attività del Museo con mostre, conferenze, attività didattiche e visite guidate alle stanze del Palazzo in cui lei stessa ha fatto da Cicerone.

Palazzo Ducale, come tutti i musei in Italia, in quest’ultimo anno è stato chiuso per molto tempo ed è tuttora chiuso a causa della pandemia. Avete però saputo cogliere la sfida e siete riusciti a portare la cultura e l’arte alle persone che non potevano uscire di casa. Sono tante le iniziative gradite al pubblico: visite guidate online, “La Mostra Che Non C’è”, e conferenze. Che bilancio può trarre da queste esperienze?

Il riscontro ottenuto è molto bello: solo nel 2020 abbiamo avuto più di 9 milioni di visualizzazioni, un numero enorme rispetto a quello a cui eravamo abituati. Il lavoro fatto è stato faticoso ma abbiamo cercato di abbracciare un pubblico il più misto possibile per rivolgerci a tutti. Queste esperienze ci hanno insegnato molte cose: bisogna osare e saper parlare la lingua di tutti per essere capiti. La fatica è stata tanta ma abbiamo ottenuto tanti risultati per lavorare meglio quando riapriremo.

Nei periodi di apertura di Palazzo Ducale un’iniziativa che ha riscosso molto successo, anche da parte dei mass media, è stata la mostra dedicata alle Ninfee di Monet, che è stata sicuramente una proposta innovativa. Com’è nata l’idea? Pensa che si possano realizzare mostre di questo genere in futuro, visto il successo ottenuto?Genova, nuovi orari della mostra Cinque minuti con Monet a Palazzo Ducale | Liguria Business Journal

L’idea della mostra è nata proprio per il momento che stavamo vivendo. Abbiamo cercato di rendere il distanziamento un valore; infatti solitamente non si può vedere un capolavoro d’arte in solitudine. Quindi è nata l’idea di dedicare cinque minuti a ogni singola persona per recuperare il contatto con la bellezza. I visitatori potevano scegliere di osservare l’opera in silenzio o con la musica. Abbiamo creato un libricino di accompagnamento contenente una ricetta di Cracco ispirata al quadro. Il bello di questa mostra è che il 15% del pubblico è sotto i 15 anni, un numero enorme considerata la chiusura delle scuole. Queste forme di ingresso alla cultura sono sicuramente da valutare.

Per i progetti “La Mostra Che Non C’è” ed “Edipo Io Contagio” avete collaborato  con Il Teatro Nazionale di Genova, il Teatro Carlo Felice e l’Acquario. Avete in mente altre collaborazioni di questo tipo?

Abbiamo in mente moltissime collaborazioni del genere a cui stiamo lavorando, anche a livello nazionale. Stiamo tentando di mettere tante persone all’interno di un progetto perché la logica futura del lavorare nella cultura sarà quella di farlo insieme, per condividere progetti e risorse. Annunceremo presto molte collaborazioni importanti. Recentemente abbiamo annunciato che l’anno prossimo collaboreremo con gli Archivi Disney della Florida: avremo in prestito i primi disegni dei lungometraggi Disney degli anni ’20 e ’30 per parlare dei miti e di come si riflettono anche nelle fiabe fino ad arrivare a cartoni animati come Frozen.

Secondo lei si poteva fare di più per i luoghi di cultura, come musei, cinema e teatri durante la pandemia? Mi riferisco per esempio al decreto di gennaio 2021 che prevedeva l’apertura dei musei in zona gialla ma solo dal lunedì al venerdì.

A mio parere la cultura è stata dimenticata: i luoghi delle cultura sono raramente citati nei decreti. Per molte realtà, più piccole della nostra, è stato economicamente insostenibile.  Essere costretti alla chiusura ha fatto male, anche perché noi crediamo che la cultura sia un servizio essenziale. Nonostante le difficoltà, con molta diligenza ci siamo adattati, prolungando gli orari fino alle 21. I ristori sono stati pochi: questo periodo di difficoltà lascerà sicuramente molte tracce nell’ambiente culturale.

Quante persone lavorano a Palazzo Ducale? Nei periodi di chiusura, hanno potuto tutti continuare a lavorare, magari in smartworking?

A Palazzo Ducale lavorano circa 40 persone: abbiamo continuato a lavorare in smart working, ma abbiamo dovuto fare ricorso anche a cassa integrazione perché sono mancati molti fondi al Palazzo. Negli ultimi 12 mesi abbiamo cambiato il nostro programma annuale per ben sei volte ed è costato tantissimo lavoro. Con grande senso del dovere ci siamo adattati tutti e speriamo di riprendere presto.

Pensa che il modo di fare arte e cultura cambierà anche una volta terminata la pandemia?

Spero di sì: il nostro Paese è più indietro rispetto al modo di fare cultura di altri Paesi, in quanto tendiamo a essere più tradizionalisti. In quest’anno vi è stata una grande progressione sull’uso dei linguaggi, del digitale e sull’invenzione di nuovi format per fare cultura. Questa è un’occasione per cambiare; dobbiamo renderci conto che la cultura dovrà mutare per fare un buon servizio al nostro Paese.

Per finire, le chiedo invece qualcosa che la riguarda più personalmente. C’è una mostra in particolare che sogna di poter realizzare?

Sogno di poter realizzare moltissime mostre. Mi piacerebbe realizzare una mostra nella quale si declinano tanti aspetti di un medesimo tema: per esempio, questo autunno terremo una mostra su Escher che uniremo a una mostra su Piranesi, artisti famosi per i loro disegni di scale.

A me sarebbe piaciuto declinarlo con Harry Potter, per avvicinare l’arte alla vita delle persone di tutti i giorni. Vorrei far capire che la cultura non è un fenomeno astratto ma che fa parte della nostra quotidianità anche se a volte non ce ne accorgiamo.

Inoltre mi piacerebbe riportare il Caravaggio di Genova, che si trova a Roma; vorrei poter raccontare ai genovesi che Caravaggio è stato un artista con una storia incredibile.  Credo infatti  che le mostre debbano sempre restituire qualcosa al luogo in cui si svolgono, perché per organizzarle spendiamo molti soldi e molto lavoro.

Paolo Giannone: l’uomo che ha trasformato un archivio di libri in una casa del sapere.

di Greta Mumolo 1B

Visualizza immagine di origineNell’ultimo anno il mondo ha subito un cambiamento radicale a causa della pandemia Covid-19, alla quale si è dovuto adattare. Anche il nostro patrimonio culturale inizialmente si è trovato impreparato di fronte ad una situazione del genere. Tuttavia, con le dovute modifiche, al momento anch’esso è in fase di ripresa. Per far emergere le dinamiche di questi cambiamenti ho intervistato Paolo Giannone, direttore della Biblioteca Universitaria di Genova.

Quali sono le sue mansioni in campo lavorativo?

La mia funzione è quella di gestire tutti gli aspetti organizzativi di un istituto culturale del Ministero dei Beni Culturali. Gestisco attività di contratti, che servono a comprare beni e servizi per il funzionamento della biblioteca. Organizzo il lavoro del personale e mantengo vive le relazioni con altre realtà pubbliche e private del territorio e non solo. Il mio intento è quello di mettere a disposizione altrui la biblioteca, essendo anche una pubblica amministrazione. Inoltre, è mio dovere sviluppare iniziative culturali  affinché  venga conosciuta l’esistenza stessa della biblioteca, la sua funzione e ciò che contiene.

 

Come vi siete organizzati per far fronte alla pandemia? Avete usufruito delle nuove tecnologie?

Dal 9 Marzo al 20 maggio del 2020 non abbiamo potuto erogare servizi in presenza. Tutto il personale ha lavorato da casa sviluppando progetti di telelavoro, che servissero a facilitare e garantire la conservazione del nostro patrimonio.

Abbiamo cercato di pensare già al momento della riapertura per sviluppare altri progetti culturali. Durante questa prima fase le attività che hanno potuto avere una maggiore rilevanza verso l’esterno sono state le iniziative culturali a distanza. Ad esempio la lettura di brani o interviste a personalità del mondo della cultura, per svolgere iniziative che attestassero l’esistenza e la vivacità della biblioteca.

Abbiamo creato ambienti virtuali all’interno dei quali fare esposizioni fotografiche e presentazioni di libri. Invitiamo gli autori e i critici che possono animare un dibattito attorno al libro che viene pubblicato. Inoltre celebriamo anche ricorrenze, l’anno scorso la morte di Sanguineti e quest’anno di Dante. In questo periodo in particolare stiamo ospitando le conferenze della società dantesca ligure.

Un’altra iniziativa in pienissima attività è la così detta Loving books. È un ciclo di otto conferenze di presentazione di libri organizzate dalla nostra biblioteca, che vedrà un susseguirsi di tanti ambiti culturali e conseguenti interventi di autori su questo tipo di iniziative.

 

Il numero di persone che consulta i volumi della vostra biblioteca è aumentato o diminuito rispetto a prima della pandemia?

È fatalmente diminuito. Normalmente diamo la possibilità di consultare i nostri volumi ma anche di venire con propri libri a studiare in biblioteca. A causa della pandemia abbiamo dovuto contingentare gli spazi e limitare la possibilità di affluenza dell’utenza.  Abbiamo quindi dato la priorità a coloro che volessero consultare il nostro patrimonio. Martedì 13 Aprile, invece, le porte della biblioteca sono state nuovamente aperte a tutti.

Disponibilità di posti da Martedì 13 Aprile 2021:

Numero di posti atrio Numero di posti primo piano
Massimo di 10 persone per poter avere informazioni bibliografiche sulla consultazione di libri.
  • 10 posti dedicati alla consultazione di libri;
  • 4 posti dedicati alla consultazione dei libri di pregio o manoscritti che richiedono una vigilanza particolare;
  • 1 posto destinato alla consultazione di microfilm;
  • 2 postazioni per le ricerche su rete;
  • 8 posti destinati allo studio in biblioteca con libri propri.

 


È cambiata la tipologia di utenza che si reca in biblioteca?

È cambiata perché si è dovuta ridurre. Abbiamo favorito l’affluenza di studiosi, ricercatori e docenti universitari, ma non solo accademici, persone che scrivono libri e che quindi hanno potuto accedere al nostro patrimonio bibliografico per poter realizzare le proprie opere.

La speranza è quella di poter nuovamente espandere i nostri servizi agli studenti.

Stiamo cercando anche di ampliare un altro tipo di utenza, ovvero il numero di persone che utilizzano la biblioteca nel momento in cui sviluppiamo iniziative culturali. L’anno scorso, quando si potevano fare questo tipo di iniziative, abbiamo ospitato il festival della scienza, le performance  di mimi e ballerini e concerti di musica classica, che abbiamo poi registrato e condiviso online.

Inoltre, abbiamo cercato di ampliare le relazioni con soggetti pubblici e privati che consentono alla biblioteca di raggiungere più persone attraverso quello che realizzano a livello artistico.

 

Pensa che in qualche modo la pandemia abbia fatto avvicinare più persone al mondo della cultura?

Io sospetto di sì. Mi pare, infatti, di sentir parlare di più di aspetti culturali. Trovo che il mondo della cultura abbia avuto una buonaVisualizza immagine di origine reazione nei confronti della pandemia. Si è organizzato per cercare di raggiungere un interlocutore, non più di persona, ma attraverso i social.

Nonostante i social non facilitino la relazione diretta tra le persone, un evento registrato e mandato in rete può essere fluito in tempi  asincroni. Una conferenza o un concerto che non vengono registrati ma vengono realizzati al momento, invece, hanno una durata e un’utenza limitata.

La speranza è che il fatto di aver progressivamente aumentato le iniziative culturali faccia sì che le persone non vedano solo quell’iniziativa per cui si sono rivolti al canale YouTube dell’Università di Genova, ma vedano anche altri eventi che possono essere di proprio interesse.

Avete dovuto ricorrere a maggiori risorse economiche, di personale e di spazi per far fronte alla pandemia?

Abbiamo dovuto destinare le risorse a nostra disposizione per elaborare una reazione organizzata alla pandemia. Siamo dovuti intervenire con lavori strutturali all’interno della biblioteca, per garantire che non ci fosse il circolo di aria condizionata e che ci fosse un flusso di ricambio di aria verso l’esterno. È cambiato il tipo di acquisto di servizi e di beni, funzionali a garantire un’adeguata sanificazione della struttura e comportamenti coerenti con la prevenzione della pandemia.

Lo stato vi ha dato degli incentivi?

Il nostro ministero ha stanziato delle risorse e ha direttamente distribuito, specialmente nella prima fase di contagio, quelli che per la normativa della sicurezza si chiamano “dispostivi di prevenzione individuale”. Ovvero guanti, mascherine e gel.

“A muro sul 19” | Roberto Maragliano racconta la resilienza della pallavolo contro il Covid

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Samuele Bozzo I B

Presso il Palazzetto “Lino Maragliano”  ho incontrato Roberto Maragliano, figlio del fondatore della polisportiva AVB, che il prossimo anno celebrerà il 50° anniversario dalla nascita, e vice presidente della società Normac AVB . Attualmente si occupa dell’organizzazione di eventi sportivi all’interno del Comune di Genova e farà parte del comitato organizzativo di GENOVA 2024 “Capitale Europea dello Sport”.

 

Quando a Marzo 2020 la pandemia ha imposto la chiusura di tutte le attività sportive, quali sono state le maggiori difficoltà che la Normac AVB ha dovuto affrontare?

La società ha cercato, da subito, di organizzare dei programmi per dare continuità al lavoro svolto negli anni. Abbiamo incontrato problemi dal punto di vista organizzativo: a causa dei continui cambiamenti dei DPCM non sapevamo quali attività si potessero svolgere. Una volta appresi gli aspetti legislativi, abbiamo cercato di far ripartire gli allenamenti per tutti i gruppi; per conservare l’attaccamento delle ragazze al mondo della pallavolo si è iniziato con lo svolgimento delle attività online per poi proseguire in presenza dopo l’apertura delle palestre.

 

Quindi, come siete riusciti a garantire gli allenamenti del settore agonistico?

A causa delle limitazioni anti-Covid, abbiamo dovuto abbandonare due palestre su tre: se l’attività principale, al Palazzetto “Lino Maragliano”, ha potuto riprendere, le due palestre, utilizzate soprattutto per il giovanile, nell’I.C. Molassana e nell’I.C. San Gottardo, sono state adibite ad aule scolastiche  per i ragazzi. La società ha dovuto riorganizzare gli allenamenti, aggiungendo la giornata di sabato e restringendo gli orari. Nonostante ciò, siamo riusciti a garantire lo svolgimento delle attività a tutte le ragazze.

 

Cosa è più complicato da gestire per garantire la sicurezza delle ragazze e degli allenatori?

Superate le difficoltà organizzative della prima fase, ho partecipato al corso per diventare Covid-manager. Grazie a ciò, sono riuscito ad istruire e responsabilizzare i dirigenti e gli allenatori della società circa le nuove misure di prevenzione. Questo ci ha permesso di seguire un giusto equilibrio tra il protocollo di sicurezza che avevamo stilato e le nostre attività sportive.

 

Il protocollo di sicurezza cosa pensi abbia maggiormente limitato rispetto a prima?

Il protocollo di sicurezza ha certamente limitato la “spensieratezza” nei vari gruppi, riducendo la socializzazione ed impedendo gli abbracci e le strette di mano tra le ragazze.  Azioni che, purtroppo, sono venute a mancare anche al di fuori della palestra.

 

Pensi che tutte queste limitazioni che stiamo vivendo anche in ambito sportivo possano avere un risvolto positivo per la crescita di noi ragazzi?

Palazzetto dello Sport di Prato

Sì, sicuramente. Mi è capitato di notare una maggiore consapevolezza nelle ragazze di quattordici e quindici anni circa l’atteggiamento da seguire all’interno della palestra: si igienizzano spesso, mantengono le distanze  e rispettano le regole di prevenzione.          Con le limitazioni si sono auto responsabilizzate e, a mio parere, in questo particolare momento storico, per i ragazzi è molto importante sentirsi responsabili attenendosi a tutte le regole.

Quali progetti state sognando o preparando per il futuro delle vostre ragazze?

Con la prima Serie B2: la Normac AVB contro l'Acqua Calizzano Carcare - Genova24.itsquadra, speriamo di riuscire a raggiungere la B1. Attualmente siamo alle fasi eliminatorie dei playoff. Penso che riusciremo a tagliare questo grande traguardo. A livello giovanile, ci auguriamo di dare continuità agli anni passati riuscendo a vincere nei campionati provinciali o regionali e cercando di portare un maggior numero di bambine in palestra: purtroppo la pandemia ha ridotto del 50% le iscrizioni! Nelle prossime settimane, apriremo un corso per i bambini più piccoli all’interno del campo da calcio della Canova, all’aperto. In futuro, abbiamo intenzione di dare inizio anche ad un corso per adulti: vogliamo trasmettere alle famiglie solidarietà e aggregazione, le principali ragioni per cui la società ha avuto origine.

 

 

 

 

 

Il teatro cammina tra i boschi e la natura diventa protagonista: Marta Mingucci racconta il suo “Natura Teatro”

di Elena Papini, 1B

Cosa accade quando due grandi passioni si incontrano?

Fonte: https://www.martamingucci.com

Marta Mingucci è la NaturalistAttrice che ha saputo unire l’amore per la natura a quello per la recitazione nel progetto “Natura Teatro”. Ha iniziato così a ideare e a recitare spettacoli legati a tematiche ambientali e spesso li ha portati fuori dai teatri, nelle piazze e nei sentieri dei boschi.

Questa caratteristica è quella che forse le ha permesso di adattarsi meglio di altri, cercando di sopravvivere alle restrizioni che il mondo del teatro sta vivendo a causa della pandemia.

In questa intervista ci racconta del suo progetto in questo momento di grande difficoltà per tutto il mondo dello spettacolo.

 

Quando e da cosa è nato il progetto “Natura Teatro”?

E’ nato non tutto insieme… Nel senso che io sono sempre stata appassionata del mondo naturalistico -quindi dell’ambiente, della natura- fin da piccola e l’altra mia passione era il disegno, la pittura e infatti ho fatto la scuola d’arte.

Però poi ho frequentato l’università di scienze naturali e durante l’università mi sono imbattuta nel teatro, pensando che non potesse fare per me; in realtà dopo mi sono appassionata, ho iniziato a lavorare anche con una compagnia. Quindi negli anni dell’università, scientifica, già lavoravo nell’ambito teatrale con una compagnia e quindi diciamo che le cose andavano avanti in modo parallelo e sono andate avanti in modo parallelo per tanti anni, nel senso che facevo educazione ambientale e progetti anche con le scuole a livello scientifico da una parte teatro e spettacoli dall’altra.

Poi pian piano si sono fuse in modo abbastanza naturale negli ultimi anni e quindi poi hanno preso questo nome “Natura Teatro”, gliel’ho dato io.

Fonte: https://www.martamingucci.com

Ho trovato il modo di mettere un po’ di teatralità nelle escursioni che organizzo, nei trekking, nei progetti di educazione ambientale, e di portare la natura in tutti gli spettacoli che faccio: gli insetti, le piante, i boschi. Quindi gli spettacoli, anche in teatro, sono a tema ambientale oppure comunque sono rappresentazioni all’aperto, anche magari narrazione di fiabe però in natura.

 

 

A chi sono rivolti i suoi spettacoli?

Io dico sempre: a tutti, nel senso che a me piace molto avere un pubblico misto perché anche con gli spettacoli più semplici c’è un diverso livello di reazione, di risata… i bambini piccoli ridono, reagiscono per certe cose, quelli più grandi per altre e gli adulti per altre ancora e quindi si crea una tridimensionalità di reazioni; quindi sì lavoro dalle scuole, ultimamente anche con gli asili, fino agli adulti.

Quanto è stato grande l’impatto della pandemia sulla sua attività teatrale?

Enorme! Gigantesco! Perché ovviamente siamo tutti praticamente fermi. Sono riuscita a fare qualcosa d’estate: ho curato una rassegna di teatro di narrazione a Camogli insieme a Franco Picetti, un cantastorie, che probabilmente quest’estate ripeteremo… quindi quello mi ha consentito di portare quasi tutti i miei spettacoli, essendo una rassegna, davanti al pubblico. Però sì, gli altri anni lavoravo di più, soprattutto d’estate… Quest’anno è stato un po’ così…

Come e quando organizzava i suoi spettacoli prima del Coronavirus e come è cambiata l’organizzazione durante la pandemia?

Allora prima, in tutta Italia e qualche volta anche all’estero – dove mi chiamavano fondamentalmente, per fortuna ho sempre lavorato un po’ in contesti vari, ho portati gli spettacoli nei teatri, nelle sale per le scuole – perché a volte le scuole non hanno i teatri – nei festival di strada o festival di teatro però fatti nelle strade, nelle piazze. In più quelli in natura erano già in natura. Adesso tanti attori, anche miei amici e colleghi, stanno provando a tramutare i loro spettacoli in esibizioni da poter fare all’esterno. Io facendolo già da prima in qualche modo sono agevolata… E ora quei pochi spettacoli che sono richiesti sono quelli all’esterno, per gli ovvi motivi del momento.

Ha qualche progetto particolare per il futuro?

Ci sono un po’ di cose, però sono ancora tutte in forse… C’è un progetto, non so neanche se ne posso parlare siccome non è ancora ufficiale. È un progetto molto bello, in un vivaio abbandonato in provincia di Roma; è un vivaio storico molto grande, abbandonato quindi ci sono queste piante che hanno ripreso la loro selvaticità anche se sono piante che sono state coltivate. Questa è una cosa intrigante per me.

Poi c’è un progetto qui, sul territorio, con gli asili, quindi con bimbi davvero piccini; anche questo è intrecciato tra la scoperta dell’ambiente, del bosco, del mare intorno a casa, quindi sul territorio, e il racconto di storie, di fiabe, di leggende legate a quest’ambiente.

Maurizio Felugo, presidente della Pro Recco pallanuoto, racconta come genio e capacità siano le armi di sopravvivenza per lo sport nel tempo del Covid

di Manuela Mazzotti 1B

Nell’ultimo anno abbiamo assistito ad eventi che non ci saremmo mai aspettati che accadessero: la chiusura di ogni attività non di prima necessità e l’obbligo di restare a casa. La chiusura ha coinvolto anche il settore dello sport: milioni di atleti hanno dovuto rivedere le proprie abitudini in modo tale da attenersi alle regole imposte dal governo. Spezia: Felugo entra a far parte del Cda del club - Liguria - ANSA.itDurante un’intervista da remoto ho avuto il piacere e l’onore di parlare con Maurizio Felugo, ex-pallanuotista di ruolo centrovasca. Dopo una lunga carriera, segnata da importanti vittorie come l’oro ai mondiali e l’argento alle olimpiadi, è diventato il presidente della Pro Recco pallanuoto nel 2016, dove ha giocato dal 2006 al 2015. Maurizio Felugo non occupa un ruolo solo all’interno della società della Pro Recco ma è anche il presidente della società calcistica Arzachena e membro del CdA dello Spezia.

Il mondo dello sport, in particolare la Pro Recco pallanuoto era pronta a cambiamenti così grandi? E come ha reagito?

Nessuno si aspettava di avere uno shock del genere, soprattutto il mondo dello sport. Siamo passati da una totale libertà di viaggiare in Europa e nel mondo, assistendo a competizioni con tifosi, a non poter neanche fare degli allenamenti di contatto tra di noi. Ci è voluto un po’, però credo che in questo anno gli atleti abbiano avuto un comportamento veramente eccezionale nel cercare di adeguarsi e di stare il più attenti possibile sia fuori che dentro l’acqua. Gli atleti hanno cercato di dare il massimo negli allenamenti per crescere e migliorare, sfruttando anche le poche partite che ci è concesso fare.

La società si è subito messa a lavoro per cercare di far allenare gli atleti?

Ovviamente quando l’anno scorso si è deciso di chiudere tutto , lo stop è stato totale, così abbiamo cercato di fare come tanti altri: abbiamo programmato attività da remoto, dove gli atleti si allenavano dal punto di vista fisico con esercizi di corpo libero. Una volta finito il lockdown e arrivata la stagione più calda abbiamo fatto ciò che si poteva fare rispettando le norme, come allenamenti in mare o in piscina o ancora passeggiate. Abbiamo cercato di fare il massimo per mantenere il nostro livello di condizione.

E questo anche per quanto riguarda la prima squadra?Pro Recco Waterpolo 1913 - Wikipedia

Soprattutto per loro perché ovviamente le competizioni più importanti le fanno i grandi. Da una parte è stato il dispiacere più grosso non poter difendere il nostro scudetto, il campionato, la coppa dei campioni ma ancora più grave è stato non essere riusciti ad allenare il settore giovanile per un lungo periodo.

A fine lockdown 2020 il governo ha concesso la riapertura di palestre e piscine. In questo caso la società come si è organizzata, anche a livello di sicurezza?

Abbiamo ricevuto input abbastanza chiari, per esempio è stato proibito ancora oggi fare allenamenti tra squadre, ma soltanto partite ufficiali solo dopo il controllo della negatività di tutti gli atleti. Ciò comporta un grande sforzo sia economico che organizzativo. Il numero di partite è stato ridotto proprio per cercare di evitare il più possibile di aver momenti in cui anche una partita di pallanuoto possa diventare causa di contagio, di conseguenza abbiamo cercato di fare il massimo viaggiando il meno possibile, quindi con concentramenti nello stesso posto con più partite. Fino ad oggi, possiamo dire che siamo riusciti ad andare comunque avanti.

Con la riapertura di centri sportivi di conseguenza sono ripartiti i campionati di alcune categorie. Tutte le squadre hanno ripreso a giocare o solo alcune? E che misure ha dovuto la società adottare per permettere lo svolgimento delle competizioni?

Questa è una occasione che è stata concessa solo ai campionati più grandi. La ripresa delle partite è stata concessa ai campionati fino alla serie B e a tutti gli atleti di livello nazionale, il che allarga molto la forbice per quanto riguarda i settori giovanili perché anche la nazionale giovanile è considerata di interesse nazionale. Ovviamente le piscine in questo periodo sono state utilizzate esclusivamente per attività agonistiche e di conseguenza tutta la parte commerciale e tutta la parte che è la linfa vitale per un impianto è assolutamente proibita, infatti tantissime piscine e impianti sono chiusi.

Per la prima squadra, le loro abitudini sono cambiate radicalmente?

Direi di sì, perché i ragazzi sono abituati a mantenere la distanza, usare la mascherina fino a pochi secondi prima di entrare in acqua e nello spogliatoio non si cambiano più nelle panche o non stanno più delle ore sotto le docce; è tutto concentrato e calcolato in modo che tra di loro ci sia una certa distanza. La prima squadra è totalmente e completamente controllata da tamponi quasi settimanali cercando di preservare il più possibile lo svolgimento delle attività e la continuità soprattutto.Coppa Italia pallanuoto, sarà Pro Recco-Brescia la finale. Battute Ortigia e Sport Management

Secondo un suo parere la prima squadra ha risentito della mancanza del pubblico nei palazzetti?

Ovviamente gli atleti si sono adeguati immediatamente ma all’inizio è stato un elemento di sorpresa quasi veramente scioccante; credo che adesso, non solo nella pallanuoto ma in tutti gli sport, si sia arrivati al un punto in cui è abbastanza normale vedere la piscina completamente vuota e sentire molto di più le urla e i suggerimenti di allenatori e giocatori.

A livello di società sono stati ipotizzati dei progetti per continuare a migliorare la sicurezza degli atleti?

Assolutamente sì, si è cercato di preservare gli ambienti igienizzando la vasca, quindi anche l’acqua, e soprattutto tutta la parte di accesso all’impianto e agli spogliatoi  Tutto ciò è un enorme sacrificio e sforzo economico. E’ veramente un periodo in cui si è fatto il più possibile per salvaguardare la salute degli atleti.

Progetti in previsione di un eventuale nuova chiusura di palestre e piscine?

Questo purtroppo siamo tutti in attesa di capire cosa succederà, ci auguriamo tutti di tornare ad una pseudo-normalità il più presto possibile, soprattutto nel poter disputare più incontri anche per il settore giovanile, perché allenarsi è già importante ed è molto bello però ci si allena per giocare e per competere e se ciò manca è veramente difficile andare avanti.

Secondo il suo parere si poteva fare di meglio per garantire un allenamento continuo?

Direi che per quello che è stato fatto nella pallanuoto, abbiamo dato il massimo in un momento di grade difficoltà e se devo essere sincero, la società ha trovato una grande compattezza per andare avanti e più di così non credo che si potesse fare.

Per concludere la pandemia ha lasciato un segno sugli atleti e una volta finita, la situazione ritornerà come quella pre-covid?

Sicuramente ha insegnato tanto ai ragazzi e lo sta ancora facendo perché ci si è resi conto di cosa vuol dire aver la fortuna di fare uno sport come il nostro e improvvisamente trovarsi a dover star per mesi in casa; ciò ha valorizzato la consapevolezza di quanto sia bello fare l’atleta a questi livelli e di quanto bisogna essere orgogliosi di essere pallanuotisti specialmente in una società come la Pro Recco. Mi auguro che il discorso dei vaccini, con l’olimpiade anche alle porte, possa garantirci un ritorno alla normalità nel più breve tempo possibile digerendo un po’ tutta la pressione che c’è dietro le partite dal punto di vista sanitario e che si possa tornare soltanto a giocare senza preoccuparsi del lavoro e della fatica che c’è intorno.

Nando Sessa, l’immortalità del teatro

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Riccardo Olivieri 1B

La chiusura dei teatri a causa della pandemia ed il loro valore nella società, il punto di vista di Nando Sessa, regista di alcuni grandi interpreti del teatro tra cui Renato de Carmine, Michele Placido, Edoardo Siravo, Katia Ricciarelli, Gianfranco D’Angelo e direttore artistico della Muse Art Produzioni.

Quando è iniziata la crisi del teatro?

Abbiamo avuto una crisi del teatro un ventennio dopo il secondo conflitto, non per una questione di cambio generazionale ma per una sorta di neorivoluzione che ha portato le popolazioni mondiali a vivere il teatro attraverso corridoi molto veloci, quelli dell’ aver poco tempo per se stessi e per la propria crescita culturale. La crisi esisteva già prima della pandemia. “

 Cosa comporta la chiusura dei teatri?

La chiusura definitiva dei teatri comporterebbe una catastrofe, tutto in qualche modo passa, ma il teatro non morirà mai. Più volte ci sono stati dei rallentamenti, ma il teatro non è mai morto”

Che valore hanno i teatri in una comunità?

Il valore e lo scopo che i teatri hanno fin dal tempo dei Greci non è certo quello dello svago, il teatro è stato ed è una forma di comunicazione, di aggregazione, di scambio culturale, racconta storie del momento e non, ed è un metodo di conservazione dei valori culturali umani e sociali. Se i teatri non avessero un’utilità fondamentale non li avremmo ereditati per così tanto tempo, sono immortali. “

Come è stata gestita la pandemia nei teatri?

Non ci sono responsabili, solo vittime, poiché nessuno poteva sapere cosa fare in questa inaspettata situazione. Il paese è stato generoso verso i grandi teatri nazionali, non ha fatto altrettanto per i piccoli teatri e le produzioni private. Purtroppo si è guardato solo verso gli uomini di teatro ma non verso il pubblico.”

Qual è la differenza tra lo spettacolo dal vivo e quello a distanza, tramite TV, internet?

La differenza è incommensurabile. Manca l’emozione tra l’attore che recita ed il pubblico che è immedesimato nel buon scritto di un autore costruito dalla composizione delle scene. Inoltre la televisione degli ultimi anni non ha saputo leggere bene il teatro tramite i potenti mezzi della ripresa audiovisiva perché ha cercato di mettere più a nudo la volontà testuale dei registi tradendola e non traducendola; ha accelerato il processo di distanziamento tra chi emoziona e chi deve emozionarsi.  Forse la mia è un idea troppo tradizionale, però in passato molti grandi sono riusciti a trasmettere le emozioni del teatro in televisione con la semplicità, non capisco perché oggi non ci si riesca.”

 

 

Dino Meneghin: il coronavirus non una semplice partita, ma un campionato intero da vincere con un ultimo tiro sul suono della sirena

di Edoardo Carpaneto, 1^B

La pallacanestro, così come la maggior parte di tutti gli altri sport, è stata duramente colpita dalla pandemia del coronavirus.

Nessuno, quindi, meglio dell’ex cestista italiano Dino Meneghin ci può descrivere il mondo dello sport nel nostro territorio in questo tempo.

Dino, settantenne e padre di Andrea, anch’egli ex giocatore di basket, è oggi un dirigente sportivo, ma è stato forse il più forte ed importante giocatore italiano, uno dei più vincenti e rappresentativi, probabilmente il migliore della sua generazione. Ha vinto 12 scudetti e con la maglia della Nazionale addirittura un Campionato Europeo nel 1983.

La sua squadra, l’Olympia, ha ritirato la sua maglia, la numero 11, come massima onorificenza.

Nessun altro giocatore, quindi, indosserà più quella canottiera con quel numero sulla schiena.

La sua forza, tuttavia, anche morale, non l’ha abbandonato dopo aver appeso le “scarpe al chiodo”, anzi.

Da dirigente, infatti, è stato chiamato a prendere decisioni importanti tra cui spicca sicuramente quella di insistere affinché chiudessero i palazzetti dello sport e cessasse la stagione cestistica per limitare le conseguenze dei rischi connessi al contagio da Covid.

Dino Meneghin, infatti, proprio perché l’emergenza coronavirus non ha consentito di dare certezze sulla ripresa dei campionati, ha ritenuto opportuno annullare la stagione 2020 per preservare la salute degli attori principali, ossia gli atleti, i massaggiatori ed i tifosi.

Il suo, quindi, è stato un messaggio forte, per sottolineare che la vita è più importante dello sport, per offrire a tutti la possibilità di salvarsi.

Allo stesso tempo Meneghin è molto realista ed ha invitato tutti gli addetti a non fare progetti fantasiosi perché non vede nessuna luce in fondo al tunnel.

La vita, naturalmente, è profondamente cambiata anche per lui, perché se per fortuna lui e la sua famiglia non hanno subito le gravi conseguenze del contagio, ha comunque perso due suoi cari amici, dei quali non ha – come tutti – potuto celebrare i funerali.

Dino Meneghin, tuttavia, non è uomo da lasciarsi andare al facile pessimismo e ritiene che il coronavirus, per quanto non sarà una semplice partita da vincere, ma un campionato intero, alla fine verrà battuto, magari proprio con un ultimo tiro sul suono della sirena, ma verrà sconfitto.

L’ex cestista, infatti, è convinto che torneremo tutti ad abbracciarci, augurandosi un ritorno alla vita normale: «non eccezionale, ma semplicemente la vita di tutti i giorni».