“I profeti inascoltati del ‘900”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Una mostra che invita a riflettere sulle voci che hanno animato il secolo scorso 

di Matteo Barcella, 2B

Dal 18 Dicembre 2021 al 31 gennaio 2022 si è tenuta al Salone delle Feste del Palazzo Vincenzo Imperiale di Genova la mostra “I Profeti inascoltati del ‘900”. Attraverso i ritratti degli artisti Dionigi di Francescantonio, Sergio Massone, Vittorio Morani e Lenka Vassallo, sono state rievocate le grandiose e carismatiche personalità di 48 personaggi del secolo scorso.

Fortemente attuali, per le loro idee e per ciò che ci hanno lasciato, soprattutto per le importanti e numerose pubblicazioni, sono emersi George Orwell, Oriana Fallaci e Aldous Huxley. 

George Orwell

  George Orwell alias Eric Arthur Blair, londinese, scrisse i famosissimi romanzi distopici 1984 e La fattoria degli animali. Indimenticabile fu la sua dura critica ai regimi totalitari, la sua lotta anticonformista che lo portò a immaginare “Big Brother” e tutti gli elementi più distruttivi per la società: a partire dal vocabolario che si riduce di anno in anno, alla mistificazione del terribile Ministero della Verità fino all’annientamento del libero pensiero.

Big Brother is watching you – Il Grande Fratello ti sta guardando

Aldous Huxley

 

Di uguale importanza risulta l’intellettuale britannico Aldous Huxley, scrittore de Il mondo nuovo, che ipotizza una società definita solamente secondo una gamma di caste utili solamente in base alla loro capacità di plasmare un nuovo mondo. Il suo  romanzo distopico tocca i temi del DNA e della bioetica, fino all’annullamento dei sentimenti e di tutto quello che rende l’uomo tale: la famiglia, l’amore, la diversità culturale, l’arte, la religione, la letteratura, la filosofia e la scienza.

Oriana Fallaci

Infine Oriana Fallaci, giornalista, inviata speciale e scrittrice, una donna forte e determinata e sicuramente una personalità di spicco del secondo Novecento. 

Le donne non sono una fauna speciale

Memorabile fu l’atto di togliersi il velo, nel 1979, alla fine dell’intervista all’ayatollah Khomeini, dopo la risposta alla domanda sulla necessità del chador per le donne in Iran. 

 

Tutti e tre i personaggi si sono distinti nella scena culturale del Novecento e sono dei profeti che continuiamo ad ignorare. Perché mai dovremmo distruggere ogni fondamento della comunità e della convivenza civile? Perché dovremmo superare così tanto la natura con la scienza? Oppure perché ci ostiniamo a salvaguardare la donna invece di tributarle reale uguaglianza nella società? La risposta è incerta, ma sappiamo che lo scenario è in evoluzione e speriamo che la modernità insieme ad una crescente sensibilizzazione dell’opinione pubblica non ci porti mai nella distopia.  

 

 

 

Un piccolo gesto che può fare la differenza

di  Valentina Testino, 1^D

Di questi tempi ci sono molte associazioni di volontariato costituite principalmente da giovani che aiutano le persone in difficoltà, fanno compagnia alle persone anziane nelle case di riposo o che invece fanno volontariato nei canili, portando i cani a passeggiare e giocare.

Oggi abbiamo intervistato la direttrice del Buon Canile di Davagna, Ilaria, e le abbiamo fatto alcune domande riguardanti la quantità e le mansioni svolte dai ragazzi e questo è quello che abbiamo saputo.

Il canile ha aperto nel 2008 e da quel giorno tantissimi volontari di diverse età sono sempre andati a trovare i cani per farli svagare. Però da qualche anno a questa parte i volontari sono per la maggior parte ragazzi dai quattordici ai diciotto anni, che vanno lì nel pomeriggio e si fermano per qualche ora, svolgendo varie mansioni, come ad esempio: tagliare l’erba, pulire le gabbie e preparare le varie ciotole di cibo a seconda delle esigenze di ogni singolo cane.

Oltre questo i ragazzi vanno a fare delle passeggiate lungo il condotto storico con i cani per farli svagare e divertire. Durante le passeggiate i volontari fanno fare ai cani diversi esercizi, premiandoli infine con dei biscottini; questi esercizi servono per mantenere attivo il cane e per farlo rilassare. Invece per i cani già allenati ci sono dei percorsi ad ostacoli dove possono sia allenarsi che divertirsi.

Infine ci sono dei ragazzi che svolgono un ruolo fondamentale per aiutare l’adozione dei cani, ovvero si occupano di gestire la pagina social su Instagram, condividendo foto e video, raccontando la loro storia.

Fare volontariato è un azione che fa stare bene sia noi che il prossimo e ci insegna che un gesto piccolo per noi ma immenso per loro possa fare la differenza. 

                                                                                                                                      

 

 

Per fare volontariato ci vogliono cuore, pazienza e collaborazione

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Luna Frau Caccioppoli, 1 D

“Per fare volontariato serve cuore, pazienza e collaborazione” così dice Antonello Damonte, 59 anni, che oggi abita a Sassari, in Sardegna, ma è nato ad Arenzano.

Ha iniziato a fare volontariato a 32 anni per aiutare la sua città e i suoi concittadini. Si occupava del centro d’ascolto che c’era in quegli anni, dove ogni giorno venivano persone a raccontare i loro problemi. Si occupava dei problemi del territorio, cercando di portare a termine progetti che erano stati proposti durante le “sedute”, come ad esempio i corsi di teatro del Sipario Strappato, ancora oggi in attività, corsi di fotografia e di chitarra. Si occupava anche di tossicodipendenti: se volevano potevano raccontare la loro condizione e i volontari del gruppo di ascolto facevano da mediatori con vari centri di recupero della zona.

Al loro fianco, ad aiutarli, c’era il Dottor Venezia, uno psicologo che li guidava, insegnava loro ad ascoltare, ma soprattutto li sosteneva in caso di problematiche: a volte a qualcuno di loro veniva raccontato qualcosa di molto pesante emotivamente e spesso non sapevano come gestire il carico di emozioni piombate su di loro contemporaneamente, in questi casi bisognava rivolgersi al Dottor Venezia, che avrebbe cercato di aiutarli.

Dopo quindici anni ha deciso di trasferirsi in Sardegna, a Sassari dove ha ricominciato il suo percorso di volontariato, questa volta però nell’AVIS.
L’attività è fondata sulla libera partecipazione sociale e sul volontariato.

Per aderire bisogna donare anonimamente, periodicamente e gratuitamente il proprio sangue, ma anche chi, non è idoneo, può collaborare gratuitamente a tutte le attività di volontariato. Antonello donava il sangue regolarmente già da molto tempo e ha deciso di unirsi anche come volontario.

Il suo compito all’interno della struttura è quello di fare le prenotazioni, che di solito vengono fatte uno o due giorni prima, durante le quali chiede se le persone abbiano preso, nei quindici giorni precedenti, antinfiammatori, antibiotici o antistaminici, perché se li hanno presi, non sono idonei alla donazione. Spesso durante i prelievi parla con le persone interessate per cercare di distrarli e la maggior parte delle volte funziona. A coloro che hanno fatto il prelievo prepara la colazione al fine di recuperare almeno parzialmente le energie e aiutare il corpo a rigenerare il sangue.

Ogni anno va nelle classi di quinta superiore e nelle università del posto a fare divulgazione, spiegando ai ragazzi cosa vuol dire donare il sangue, il perché molte persone lo fanno, come fare per proporsi, cosa significa essere idonei e in salute, poi una dottoressa che lo accompagna spiega nel dettaglio come avviene il prelievo.

Nella vita bisogna fare delle scelte, Antonello ha scelto di aiutare il prossimo. Avrebbe potuto benissimo occupare la parte di tempo che dedica da molti anni al volontariato uscendo con i suoi amici, restando a casa a guardare un film, ma non l’ha fatto. Ha fatto un piccolo sacrificio, che se tutte le persone facessero, il mondo forse sarebbe un posto migliore.

Per mano con i bambini

di Leonardo Crucioli, 1B

Intervista a Margherita Ravello, Volontaria A.V.O. presso l’Istituto Giannina Gaslini di Genova

Il Gaslini è un Istituto di Ricovero e Cura a carattere scientifico. Inizia la sua attività nel 1938 per un atto d’amore e di solidarietà del senatore Gerolamo Gaslini che, in ricordo della figlia Giannina morta in tenera età, si assegna la missione di progettare e realizzare un grande ospedale pediatrico europeo a forte vocazione scientifica per assicurare all’infanzia la migliore assistenza possibile, sostenuta dalla ricerca più innovativa.

All’interno di questa prestigiosa struttura prestano la propria opera di volontariato circa 60 associazioni tra cui l’associazione denominata AVO (Associazione Volontari Ospedalieri; http://www.avogenova.org/

Ce ne parla Margherita Ravello, volontaria A.V.O. da molti anni :

Quando ha iniziato questa attività di volontariato?

Ho iniziato vent’anni fa, nel 2001. Ormai mi sono affezionata a questo ambiente e non riuscirei più a farne a meno: infatti quando non sono più potuta andare in ospedale a causa del Covid, ne ho sentito la mancanza. Purtroppo sembra che anche dal 15/01/2022 non potremo più andare a trovare i nostri piccoli a causa del covid.

Dove svolgete la vostra attività?

La nostra associazione svolge attività in tutti i reparti del Gaslini che sono divisi per malattie e sono collegati tra loro tramite tunnel per non far prendere freddo ai bambini.

Quali persone ricevono la vostra assistenza?

Ci rivolgiamo ai bambini malati e alle loro famiglie. Quasi sempre le situazioni sono disastrose a causa della malattia e l’approccio che bisogna usare non è facile perché non bisogna lasciarci sopraffare dalla paura.

Quali attività svolgete?

Per lo più si tratta di attività ludico-creative. Tuttavia, diamo anche supporto nella somministrazione dei pasti o nella sorveglianza dei bimbi di breve termine, quando ad esempio un genitore deve lasciare un attimo il piccolo ricoverato per portare dei documenti o fare una prenotazione.

Qual è stata la ragione che l’ha spinta ad iniziare questa attività?

Mi sono resa conto che avevo a disposizione molto tempo libero e ho deciso di utilizzarlo per aiutare gli altri. Andando avanti con il mio percorso formativo ho scoperto di ricevere molto più di quello che do. Il solo fatto che un bimbo mi prenda per mano o mi sorrida dimostrandomi la sua fiducia mi rende felice.

Si tratta di un’attività retribuita?

Assolutamente no: non percepiamo alcun compenso. Questa è d’altronde un’attività che si svolge per bontà d’animo e amore per gli altri. I soldi non contano.

Quali requisiti bisogna avere per diventare volontari dell’AVO?

 Bisogna fare un corso di formazione e un colloquio. Poi segue un periodo di affiancamento con un tutor. Successivamente bisogna seguire dei corsi di aggiornamento periodici. Facciamo anche delle riunioni di aggiornamento.

Tra i requisiti c’è la maggiore età?

In precedenza si poteva essere arruolati anche minorenni (circa dai 16 anni), ma bisognava essere accompagnati sul luogo di lavoro da persone con maggiore esperienza.

Dopo il Covid non sono stati più arruolati, che io sappia, soggetti minorenni.

C’è stata un’esperienza particolare che vuole raccontarmi?

Un giorno durante le ore di servizio un bimbo malato che stavo accudendo non mi lasciò andare a consegnare i documenti per tenermi la mano e per seguirmi ovunque.

Consiglia ad altri questa esperienza?

Assolutamente sì. Durante il servizio conosci tantissime persone. Alla fine della giornata ti senti utile e appagato. Tuttavia, è un’esperienza che consiglio soltanto a chi non ha paura della malattia o del lutto.

 Ci sono anche aspetti negativi in quest’esperienza?

Purtroppo sì. Quando un bimbo non ce la fa, rimane sempre il ricordo di lui nel tuo cuore, perché un legame con il bambino si crea sempre. Vi è però da dire che quando a distanza di tempo rivedi guarito un bimbo che era gravemente malato provi davvero una gioia immensa.

 

Tutti i numeri del Gaslini 

Il Gaslini è oggi un policlinico (20 padiglioni su 73 mila metri quadri di estensione) con una vocazione ospedaliera e scientifica di livello internazionale. Nell’offerta sanitaria integrata dell’ospedale genovese sono presenti, ai massimi livelli delle competenze e delle pratiche cliniche e scientifiche, tutte le specialità pediatriche e chirurgiche. Di altissimo livello sono anche i laboratori scientifici e le cattedre universitarie convenzionate – molte delle quali con specifiche scuole di specializzazione e corsi di perfezionamento.

Il Gaslini è in grado di effettuare 26.000 ricoveri all’anno e di rendere 550.000 prestazioni ambulatoriali all’anno.

Tutto questo integrato, in un moderno Children’s Hospital, in un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico e in un ospedale di ricerca e insegnamento.

https://www.gaslini.org/istituto-gaslini/chi-siamo/listituzione/

 

Volontariato a 360°

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

 di Matteo Massari, 1B 

“La Dimora accogliente” è una casa famiglia che accoglie minori in stato di abbandono o di grave disagio sociale. La famiglia vive in una casa nell’entroterra ligure, in località Sottocolle, da cui prende il nome il progetto “Casa Sottocolle”, finalizzato a recuperare un terreno adiacente la casa che presenta grandi potenzialità per l’agricoltura, l’apicoltura e l’allevamento di animali da fattoria. Il progetto però è molto più ambizioso: realizzare un’azienda agricola sociale in cui i ragazzi della Casa Famiglia possano imparare un mestiere e lavorare per il loro futuro.

Ne parliamo con Maura Scasso, fondatrice e presidentessa dell’associazione La Dimora Accogliente 

Quali requisiti sono necessari per fare volontariato?

Non bisogna avere particolari competenze, perché ogni volontario può scegliere in che modo aiutare, anche in base alle necessità dell’associazione.

Quali attività di volontariato gestite?

Ci occupiamo di svariati progetti, tra cui la casa famiglia, la consegna di pacchi alimentari a Genova, la gestione di  strutture in cui i detenuti agli arresti domiciliari possono scontare la loro pena, abbiamo una azienda agricola nata per far lavorare i ragazzi che ospitiamo nella casa famiglia e lavoriamo con i ragazzi con  disabilità.

Quali competenze sono necessarie per essere un vostro volontario?

Non sono richieste particolari abilità, però bisogna avere 16 anni.  L’unica caratteristica necessaria è una grande voglia di fare e di mettersi in gioco per gli altri.

Avete delle sedi o delle strutture?

Abbiamo una sede legale, due strutture con i carcerati che scontano i domiciliari, una  casa famiglia e un magazzino solidale. ovvero un magazzino in cui le persone possono prendere vestiti e beni di prima necessità.

Chi viene ospitato nella casa famiglia?

Ospitiamo minori arrivati in Italia senza i genitori, oppure ragazzi i cui genitori hanno problemi come quelli con il gioco d’azzardo oppure che  non possono mantenerli.

Fino a che età i ragazzi possono stare nella casa famiglia?

Possono rimanere fino ai 18 anni quando diventano maggiorenni.

Per informazioni visitare il sito www.ladimoraaccogliente.it o contattare la Presidente Maura Scasso via Facebook o al numero +39 366 208 5789.

 

    

Nel nome di Don Piero

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Elia Noris, 1B

       Intervista ad Enrico Parodi, vicepresidente dell’associazione “ DON PIERO TUBINO “

L’associazione ” DON PIERO TUBINO ” è un’ associazione nata con lo scopo di mantenere viva la memoria di Don Piero Tubino, una figura molto significativa per la città di Genova. 

  • Come è nata la vostra associazione?

L’ associazione è nata un anno dopo la morte di don Piero Tubino, con lo scopo di mantenere viva la memoria di don Piero, che è stato una figura molto significativa per la città di Genova, e di fare in modo che il suo ricchissimo insegnamento continui a portare frutti concreti.

 

  • Chi era Don Piero Tubino? Raccontaci qualcosa di lui.

Don Piero Tubino era un sacerdote, nato nel 1924, che ha dedicato la sua vita per aiutare gli altri. Era il maggiore di tre figli e apparteneva a una famiglia della borghesia genovese. Diventa sacerdote nel 1948 e viene inviato come curato nella parrocchia di Borzoli. Viene, successivamente, chiamato dal cardinale Siri ad occuparsi dell’Auxilium e dopo la nascita della Caritas italiana, ne diviene riferimento e guida nella diocesi. Nel 1983 lancia il “ Progetto monastero “, che diventa la sua casa di elezione in condivisione con i poveri e i più deboli. Nel 2001 viene insignito del “ Grifo d’Oro “, il riconoscimento assegnato ai genovesi che si sono resi preziosi per il bene della loro città. E’ morto il 12 aprile del 2012.

 

  • Come opera la vostra associazione?

La nostra associazione opera per mantenere viva la memoria di don Piero attraverso documenti e materiali di chi lo ha conosciuto, vissuto e lavorato con lui, approfondendo la sua testimonianza con incontri di studio e di preghiera e promuovendo la realizzazione concreta delle sue intuizioni, raccogliendo fondi e favorendo iniziative di aiuto e sostegno ai più deboli.

 

  • Qual è il vostro obbiettivo?

Il nostro obbiettivo è quello di aiutare le persone più bisognose attraverso varie iniziative e vari progetti, stabiliti anno per anno. All’interno del monastero si trovano un dormitorio, un appartamento per le ragazze madri, un presidio per la raccolta degli abiti usati e un centro di ascolto.

In particolare come associazione vogliamo animare la cappella del Monastero in modo che sia sempre un luogo di preghiera e di incontro come ai tempi in cui vi abitava don Piero. Curare la raccolta di scritti e documenti su don Piero, continuare a promuovere la carità, sviluppare l’attenzione alle nuove povertà, dare aiuto e sostegno nelle emergenze e educare alla pace.

Don Piero era andato in aiuto in Irpinia e in Friuli, dopo il terremoto e nei Balcani, alla fine della guerra che li aveva devastati.

 

  • Avete dei progetti particolari che intendete realizzare ?

Sì. Il progetto “ Borse di studio “ con cui vogliamo finanziare tre borse di studio l’anno, permettendo a giovani studenti universitari di trasformare in progetto una loro idea sulla riflessione della povertà a Genova, per avviare, poi, dei progetti pilota.

 

 

 

 

Il progetto Sunrise: salvare ragazze costrette alla prostituzione e alla tratta.

Intervista a Don Valentino Porcile

di Tommaso Agostini, 1B

Don Valentino Porcile, parroco di Sturla, sacerdote dal 1991, ora cinquantacinquenne, è  responsabile di diversi progetti di attivismo e volontariato, tra cui “Rete genitore bambino e Sunrise”.  Il progetto si occupa di salvare ragazze costrette alla prostituzione e soggette a tratta. La rete nasce nel 2001 e solo dal 2008 diventa effettivamente un “progetto” : prima si trattava di una serie di interventi senza un piano specifico a monte. L’annessione a Sunrise avviene a partire dal 2013.

“Qual è stato il primo intervento del progetto?”

“Il nostro primo intervento iniziò nel 2001, in seguito alle chiamate di due ragazze quattordicenni obbligate a prostituirsi. Quando le abbiamo trovate, erano in via della Maddalena, nel centro storico di Genova. Come sempre, quando incontriamo delle ragazze, diamo loro il numero nazionale contro la tratta e le aiutiamo con l’intervento di assistenti sociali.

A quel punto iniziamo il nostro progetto di reintroduzione. Il primo passo è un percorso sanitario in cui  le ragazze si possono appoggiare al sistema sanitario, accertandosi di non avere malattie e con un controllo della loro salute in generale. Per seconda inizia l’assistenza scolastica, per permettere alle ragazze di imparare l’Italiano, dato che provengono principalmente dal centro Africa o dall’Europa dell’est. Per terzo inizia il progetto per l’assistenza lavorativa, che permette loro di reintrodursi nella società attraverso l’apprendimento di un mestiere.

“Dove vengono ospitate le persone da voi aiutate ?”

“Durante e dopo il percorso di reintroduzione, le persone che aiutiamo vengono ospitate in un alloggio protetto. Gli alloggi sono in totale due. Un altro è ora in costruzione e i lavori termineranno nel 2022. La loro localizzazione però per ragioni di sicurezza deve rimanere segreta. Gli alloggi sono gestiti dai responsabili del progetto, tra cui vi sono io stesso. I responsabili sono sei e per gli stessi motivi non posso dirti il loro nome.”

“Quanti anni hanno le ragazze che aiutate?”

“Aiutiamo ragazze di tutte le età , anche se per la maggior parte sono maggiorenni. Ma, come è capitato nel caso delle due ragazze di via della Maddalena, ci sono talora anche minorenni. Succede anche che queste giovani donne abbiano dei figli e in quel caso naturalmente si trasferiranno negli alloggi con le madri. L’esempio più recente è quello di una ragazza che quando ha ricevuto il nostro aiuto stava aspettando un bambino.”

“Quali caratteristiche devono avere i volontari?”

“Nella storia del progetto abbiamo avuto solo un volontario maschio. E anche tra i responsabili io sono l’unico uomo. Questo perché le ragazze preferiscono una figura femminile al loro fianco. Le nostre volontarie sono tutte maggiorenni con un’età per la maggior parte compresa tra i venticinque ed i trent’anni e hanno diversi ruoli. Per esempio supponi che domani una nuova ragazza contatti i responsabili e chieda cosa può fare. Può magari impegnarsi come insegnante oppure aiutare le altre ragazze nelle sette comunità della rete.”

“Qual è la storia del progetto?”

“Nasce nel 2001, quando abbiamo aiutato le due ragazze in via della Maddalena. Inizialmente doveva durare solo sei mesi poi però decidemmo – visto il “successo” ottenuto – di continuare. Ora sono circa vent’anni che il progetto prosegue. 

“Quali sono i passaggi da fare per collaborare al progetto?”

“Per entrare a far parte del progetto bisogna in primis contattare uno dei sei responsabili. Per mettersi in contatto si può inviare una e-mail o contattarci anche dal sito.

https://www.retegenitorebambino.it/contatti/.

Il PCTO di Farmacia per gli studenti del IV anno

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Un ciclo di lezioni su temi di grande attualità. 

di Francesco Edoardo Ricci, IV B

Nella settimana dal 13 al 17 dicembre gli studenti dei licei liguri hanno avuto la possibilità di partecipare  a un ciclo di lezioni online tenute da docenti e ricercatori del Dipartimento di Farmacia dell’ Università di Genova: lo scopo era quello di capire cosa uno studente può aspettarsi iscrivendosi a questo corso universitario.

Come ogni anno infatti, per gli studenti delle scuole superiori, nell’ambito del PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento), è prevista dal piano di studi l’opportunità  di conoscere e di acquisire competenze differenti al fine di sapersi orientare nelle scelte di vita future, educative o professionali, attraverso attività, progetti e laboratori formativi, sempre tenendo in considerazione una realtà in continua e rapida evoluzione.

A tal fine sono stati presentati e discussi argomenti di grande attualità. In primis, come nasce un farmaco, quali sono le motivazioni che spingono alla sua realizzazione, come viene somministrato, in quali dosi, qual è la sua forma farmaceutica. Il concetto di domesticazione è fondamentale: l’uomo sin dall’antichità ha selezionato piante e animali che riteneva  utili per scopi alimentari e curativi ; il farmaco nasce sempre da una necessità, la sua forma farmaceutica e il suo dosaggio  devono essere tali da raggiungere al meglio il fine per cui sono stati creati con effetti collaterali minimi: La scoperta delle vescicole fosfolipidiche  negli anni Sessanta ha permesso di migliorare moltissimo la forma farmaceutica cosi da rendere più efficaci i farmaci.

Attualissima la lezione sulla sperimentazione animale dei farmaci poiché pone anche un quesito etico: l’uso degli animali , regolato dalla direttiva CEE 22/9/2010 sulla protezione degli animali utilizzati a fini sperimentali, è indispensabile, ma può essere accompagnato (per poterli limitare ) da metodi complementari (per quanto non sostitutivi) come la sperimentazione in vitro o in silicio . Ci è stata illustrata l’importanza della sperimentazione dei farmaci sulle donne, in quanto i farmaci reagiscono diversamente a seconda del genere: nel  1993 il  CIOMS (Council for International Organizations of Medical Sciences) raccomandò alla comunità scientifica l’importanza di non escludere le donne in età fertile  dalla sperimentazione.

Si è parlato dei coronavirus (virus sferici con genoma a singolo filamento di RNA positivo) e di come si sviluppano, della  loro replicazione, di come avviene la risposta immunitaria dell’ organismo ospite  e di come si  manifesta l’infezione (dalla fase di infiammazione delle vie respiratorie superiori  fino alla cytokine storm,la sindrome da distress respiratorio acuto)

Altro argomento di grande interesse è stato quello riguardante l’utilizzo delle droghe a fini terapeutici, argomento di dibattito scientifico ed etico: in particolare si è parlato dell’utilizzo della cannabis terapeutica, dal 2016  diventato legale anche  nel nostro paese, sotto prescrizione medica. Spesso c’è confusione in quanto essa si suddivide in due tipologie, l’ FM1 e l’FM2 ; questi due preparati presentano concentrazioni di cannabis ( THC ) differente e hanno pertanto differenti funzioni: uno è uno psicoattivo utilizzato anche per alleviare dolore e disturbi d’insonnia  e l’altro , più leggero, non ha effetti sulla psiche e viene utilizzato per esempio per curare lo stress.

Da questa esperienza è emerso che la facoltà propone un corso di studi di grande attualità e strettamente legato ad aspetti pratici della vita quotidiana: noi tutti , per esempio,  facciamo più o meno uso di medicinali, naturali o non, e tuttavia riteniamo la cosa banale, ma all’origine di un farmaco vi è uno studio approfondito che indubbiamente ha consentito nell’arco della storia dell’uomo un miglioramento della qualità della vita ed un suo allungamento non privo di risvolti anche di tipo etico.

 

 

Un mostro chiamato anoressia.

Gloria Oppedisano, 1B

“Non sei abbastanza (bella, magra, brava …)“. Quante volte quelle maledette voci nella tua testa hanno ripetuto questa frase? Ogni singola volta che hai visto l’immagine di una persona che sembra migliore, più bella, più sicura, quest’eco, fastidiosa e dolorosa, ti è rimbombata nella mente.

Il mondo dei social network mette in vetrina a ciclo continuo l’esibizione di fisici, impeccabili per gli stereotipi odierni. E passiamo la vita rincorrendo la perfezione, senza renderci conto che i canoni di bellezza condivisi da una società cambiano costantemente. Tenere il passo con la moda è per noi un’esigenza, ma non è un ritmo sano quello che scandisce le nostre vite, spesso anzi è paragonabile ad un lento scivolo verso i DCA, i disturbi del comportamento alimentare. La pressione mediatica è solo una delle tante situazioni che ha come decorso malsano un disturbo alimentare.

Ma il detonatore, per la nostra generazione, è stato il lockdown. Con la prima quarantena, nel 2020, i casi di disordini nelle diete dei ragazzi sono cresciuti notevolmente.

Stare tutto il giorno a casa da soli, probabilmente su Tiktok o Instagram , ha portato ad un costante confronto con influencer apparentemente senza difetti. Per la paura di iniziare a trascurare il proprio fisico, rovinandosi la linea, molti adolescenti, oltre all’allenamento eccessivo, hanno anche drasticamente diminuito l’apporto calorico. Il fatto di non avere niente da fare tutto il giorno permetteva ai giovani di aver più tempo per osservarsi e , naturalmente, più ci si scruta più si trovano difetti. In quei giorni infernali, in cui un virus sconosciuto e spaventoso invadeva il paese, i ragazzi non avevano supporto morale e fisico, non potevano abbracciare gli amici o confidarsi e hanno accumulato frustrazioni e fragilità. In un’emergenza globale così tragica come la pandemia del covid19, i complessi di un adolescente venivano molto sottovalutati e passavano necessariamente in secondo piano. E’ così che molti teenager, senza contatti reali con i loro pari e difficoltà comunicative con i genitori, si sono ritrovati soli, faccia a faccia con un mostro vorace, capace di divorare ogni sicurezza.

I disturbi alimentari più conosciuti sono anoressia e bulimia, ma spesso si presentano assieme alternando episodi  tra l’una e l’altra.

Cos’è l’anoressia?                                 

Il luogo comune più diffuso associato all’anoressia è pensare che sia anoressica una persone che non vuole mangiare. Spesso le persone si rifugiano inconsapevolmente in questa malattia perché è basata sul controllo in generale, solo in maniera più specifica sul controllo del cibo.

Illudendosi di gestire la  situazione, si pensa di governare anche i problemi non legati all’alimentazione. Ma l’ingranaggio si rivela una macchina mortale. Meno si mangia più ci si sente euforici, ma si diventa più fragili emotivamente. Più si dimagrisce, più ci si vede sbagliati e in sovrappeso.

Una persona anoressica non ammette di esserlo, segue le voci dei demoni che ha dentro. Quei mostri interni sono ,in realtà, la suppurazione di sofferenze, traumi e vecchie cicatrici emotive che  l’animo sensibile non è riuscito ad affrontare e superare da solo.

Una persona anoressica pesa il cibo, conosce perfettamente a memoria le calorie degli elementi che ingerito, perché sa anche come smaltirlo. I modi principali per bruciare il cibo assunto sono tre: il rigetto autoindotto, l’assunzione di lassativi e l’esercizio fisico ossessivo. Quando queste persone pensano di non essere riuscite a bruciare tutte le calorie desiderate, si puniscono, spesso infliggendosi tagli e ferite, ma anche con morsi o rinunciando ai pasti seguenti.

Cosa è invece la bulimia?

Anoressia - Cooperativa ONLUS Ippogrifo | Psicologo MonzaLa bulimia è una conseguenza della fame portata dall’anoressia: dopo giorni senza mangiare il necessario, la fame raggiunge livelli altissimi e sovrasta il controllo. La persona, così affamata, mangia tutto quello che si trova davanti, per poi finire ad essere divorato dai sensi di colpa e quindi vomitare tutto.

Se la vita di chi soffre di un disturbo dell’alimentazione è complessa, altrettanto lo è quella di chi lo circonda. I primi ad essere in difficoltà sono sicuramente i genitori, che non sanno come reagire e come aiutare i propri figli. Con l’avanzamento del disturbo, il soggetto si chiude in se stesso, tagliando completamente i rapporti sociali con chi ha intorno. Il dialogo si riduce fino a diventare inesistente, anche con la famiglia.

I  disturbi alimentari rovinano i soggetti che ne soffrono, è un’esperienza che segna a vita,  inoltre il fisico subisce  conseguenze a lungo termine, che si aggiungono a quelle momentanee come la perdita di capelli, la scomparsa del ciclo mestruale e  delle unghie delle mani.

Uscire da questo inferno è possibile: il primo passo è rendersi conto dell’esistenza di un problema reale, il secondo passo è chiedere aiuto. Ma le persone a cui viene confessato il disagio devono impegnarsi a capire la situazione e  a non sminuirla.

Esistono professionisti a cui ci si deve rivolgere, soprattutto se non si sa come reagire. Anche se durante la quarantena è sembrato così, non si è mai soli.

Se siete in difficoltà chiedete aiuto.

 

La pace è il futuro

di Matilde Tesini , 1B

Intervista a Bruno Scaltriti, presidente della Comunità di Sant’Egidio.

La comunità di Sant’Egidio nasce  a Roma per iniziativa di Andrea Riccardi, il fondatore,  che comincia a riunire un gruppo di liceali per ascoltare e mettere in pratica il Vangelo. La loro esperienza si concentra in attività a favore dei poveri, in particolare i bambini e gli anziani. Dalla seconda metà degli anni ’70 la comunità  si diffonde in altre città italiane e poi in Europa, Africa, America, Asia. La comunità di Sant’ Egidio ha dato vita a numerose opere di sostegno ai poveri, tra queste vi sono mense per i poveri, centri nutrizionali per minori.

La comunità si impegna a dare una casa a chi non ce l’ha, inoltre gestisce case famiglia per bambini e anziani.

 

Comunità di Sant’Egidio
La pace è  il futuro.

Ce ne parla Bruno Scaltriti, responsabile della Comunità di Sant’Egidio di Parma.

Quando hai iniziato a svolgere attività di volontariato ?

“Ho iniziato all’età di diciassette anni, grazie alla “scuola della pace” .

Ero in quarta liceo e mi è stato proposto di incontrare alcuni bambini di famiglie povere nel Cinghio , il quartiere più periferico della città di Parma . Tuttavia superato il “Limes”, che significa  il confine,  ho trovato tanta gioia nei visi di quei bambini , che mi ha contagiato.

Perciò ho continuato a seguire questa mia ” vocazione”, iniziando ad aiutare anche anziani e persone senza dimora”.

 

Cosa spinge una persona a diventare volontario?

“La consapevolezza che c’è molta più gioia nel dare che nel ricevere .

Infatti la parte motivazionale è fondamentale, in quanto l’ impegno non si affievolisce con il passare del tempo.”

 

Quali attività svolgi all’interno della comunità di Sant’Egidio?

“Sono responsabile di qualsiasi attività che abbia a che fare con la comunità , ma in particolare mi dedico ai senza dimora presenti in stazione. Ho molto a cuore questa attività , perché è un modo per non far sentire sole queste persone, che sono meno fortunate di noi.”

 

Vuoi fare un appello ai giovani ?

“Pensate a voi stessi, aiutando gli altri. Infatti le più grandi malattie di questo secolo sono l ‘individualismo  e la solitudine e un rimedio efficace ad entrambe è proprio il volontariato”.

Proteste per la pace.