La boutique del mistero: trentuno storie di magia quotidiana che raccontano l’oggi

di Matteo Barcella, Samuele Bozzo, Filippo Vassallo, 2B

Anche quest’anno si sono tenuti, da remoto, i Colloqui Fiorentini, l’annuale convegno che propone un intenso studio e approfondimento di un autore della letteratura italiana a cui hanno partecipato più di 1200 studenti provenienti dalle diverse regioni d’Italia. Durante la manifestazione, presieduta dai Direttori Gilberto e Pietro Baroni, sono intervenuti alcuni relatori, giornalisti, scrittori, professori che hanno affrontato con minuziosi approfondimenti le opere, le tematiche e lo stile di uno delle voci della letteratura italiana del Novecento: Dino Buzzati

Dopo una breve introduzione al convegno, con l’intervento del giornalista Davide Perillo i lavori hanno avuto inizio.

Perillo si è soffermato sui 31 racconti scelti e ordinati da Buzzati che compongono La boutique del mistero trentuno storie di magia quotidiana che raccontano l’oggi, connotando nella parola mistero la stratificazione tridimensionale più profonda di un interrogativo o di una paura; di qualcosa che non si può né toccare né vedere. 

Partendo da questa riflessione ha indagato attraverso alcune di queste storie il messaggio che Buzzati ha voluto lasciarci.                                                                   

Nei racconti I sette messaggeri, Inviti superflui, La giacca Stregata, la Goccia emerge sempre la stessa domanda:  La realtà è muta o ha qualcosa da comunicare? Si ferma dove si ferma lo sguardo o reclama qualcosa di più? Diventa qualcosa di sfuggente e alterato e ci fa scorgere solo lo strato più superficiale?

Noi cerchiamo di censurare costantemente l’inquietudine e l’attesa inesorabile che abitano la realtà, ma queste tornano e continuano a bussare alla nostra porta. Come la goccia d’acqua che sale i gradini della scala. La senti? Disteso a letto nel buio, ascolto il suo arcano cammino. Come fa? Saltella? Tic, tic, si ode a intermittenza.

Quanto più semplice e banale di una goccia? Eppure sale le scale e non si sa dove si fermerà. Dunque è naturale ragionare se la realtà è muta o vuole, comunicare con noi; ci dà risposta il docente e scrittore Alessandro D’Avenia, analizzando il simbolismo e il vincolo di ξένια greco, ma la risposta purtroppo è la stessa: portiamo con noi un frammento del coccio che abbiamo spezzato, mentre la realtà conserva la sua precisa corrispondente; cerchiamo in tutti i modi, costernandoci e lottando, di arrivare a unire l’integrità pristina, ma non troviamo mai l’altra faccia, celata nella concentricità della quotidianità.

Come i protagonisti di Qualcosa era successo o Eppure battono alla porta, spesso rifiutiamo il dramma incompreso fino all’ultimo e cerchiamo di “tappare” l’angoscia crescente.

La grande domanda quindi si trasforma in un bivio, possiamo passare il tempo a cercare di fuggire dalla realtà oppure possiamo accettare la sfida che attimo dopo attimo incalza le nostre esistenze. 

Quello che c’è in gioco è, come ne Il Colombre, la perla del mare, la felicità.

Buzzati protagonista dei Colloqui Fiorentini 2022

Sabato 19 marzo si sono conclusi i Colloqui Fiorentini, edizione 2022. “Uno ti aspetta”, il titolo che ha invitato migliaia di studenti di tutta Italia a sviscerare completamente le tematiche e lo stile dei racconti e dei romanzi più celebri dell’autore Dino Buzzati

di Gabriele Coli, Riccardo Olivieri, Elena Papini 2B

Cosa sono i Colloqui Fiorentini

Nel 2002 da un gruppo di docenti nasce un’attività con lo scopo di arricchire l’offerta formativa delle scuole italiane. Infatti, proprio dal 2002 con Eugenio Montale, fino a quest’anno con Dino Buzzati, i Colloqui Fiorentini danno agli studenti di tutta Italia la possibilità di conoscere ed interessarsi allo stile di scrittura di un certo autore e alle sue tematiche principali. Lo studio di preparazione culmina in coinvolgenti convegni e seminari di approfondimento.

I Colloqui propongono  un concorso con premiazione finale secondo 3 diverse sezioni: quella artistica, concentrata sull’aspetto grafico-visivo, quella narrativa, che propone di inventare e scrivere un racconto secondo le tematiche e lo stile dell’autore, e per finire, la sezione delle tesine, che mirano a raccontare un tema dell’autore per sviluppare una ipotesi di interpretazione che nasce da una lettura attenta e personale dei testi.

L’esperienza di quest’anno

I partecipanti di quest’anno hanno dovuto scrivere e presentare entro fine gennaio i loro prodotti finali, disegni, racconti o tesine.

A causa delle restrizioni per il Covid, il convegno e i seminari si sono tenuti in diretta streaming, dal 17 al 19 marzo, e sono state approfondite diverse tematiche riguardanti la produzione di Buzzati. Gli incontri sono stati presentati e accompagnati dal presidente dell’Associazione Diesse, Gilberto Baroni e dal direttore dei Colloqui Fiorentini, Pietro Baroni.

Nella prima giornata, il giornalista Davide Perillo ha introdotto Buzzati toccando i temi più consueti dell’autore e portando i partecipanti a ragionare sulla sua mentalità e sul suo pensiero. La parola mistero ha legato insieme tutti i racconti dell’autore, definendo non qualcosa di incomprensibile, ma una profondità negli aspetti quotidiani della vita, qualcosa che non vediamo e non possiamo toccare, ma che Buzzati ha saputo raccontare. Strettamente connesse al mistero sono l’inquietudine e la magia, presenti nei racconti Il Colombre, La giacca stregata, Una goccia, Eppure battono alla porta.

Il secondo relatore è stato il professor Alessandro D’Avenia, che ha proposto una lettura de “Il deserto dei Tartari”, comparando le parole a disegni meno noti del Buzzati pittore. Ha toccato, in particolar modo, i temi della solitudine, il senso dell’attesa, l’impossibilità di tornare alla vita di prima dopo il drastico cambiamento del protagonista. Il professore ha inoltre evidenziato gli aspetti fortemente autobiografici e quasi profetici del romanzo, analizzando in particolare il finale del libro e l’ultimo disegno dello scrittore prima della sua morte che lascia senza fiato il lettore. 

Gianfranco Lauretano, poeta e scrittore, ha aperto la seconda giornata, proponendo un’accurata analisi testuale del romanzo Un Amore, ma non prima di spiegare in che modo vada letto un libro. Ci sono tre suggerimenti in base ai quali si può davvero studiare un autore:

Sentire un libro, trovarsi nella condizione di volerlo leggere, provare piacere nel leggerlo;

Capirlo, farsi delle domande, capire il pensiero dello scrittore.

Ultima, ma non per importanza, la condizione che molte volte a scuola viene tralasciata, ossia

Decidere, dare un giudizio, riflettere sugli insegnamenti che l’opera trasmette.

Alle parole illuminanti di Lauretano è seguito l’incontro con la giornalista saggista, Lucia Bellaspiga, che ha proposto un intervento creativo e appassionante, in grado di trasmettere la modernità dello scrittore. Lanciando la domanda: Buzzati come avrebbe raccontato il Covid-19? la giornalista ha cercato di immaginare come Buzzati avrebbe scritto della pandemia basandosi sui numerosi racconti e dipinti ed è riuscita a dimostrare come già, a modo suo, Buzzati aveva raccontato l’umanità che si dibatte nella paura, o le scene di catastrofe che portano con sé l’ottusità e la cecità di molti come nel racconto, All’idrogeno o in  Poema a fumetti. Il narratore Buzzati aveva già immaginato l’infodemia o la bolla dell’informazione capace di travolgere tutto.

Il direttore Pietro Baroni ha chiuso i Colloqui offrendo una sintesi efficace dei lavori dei due giorni. Di Buzzati ha sottolineato il rapporto con la speranza, citando in particolare i racconti Uno ti aspetta, I sette messaggeri, Sciopero dei telefoni, Plenilunio, Il califfo ci aspetta. 

L’importanza di questo evento

I Colloqui sono un’attività molto costruttiva e stimolante per gli studenti. Infatti, permettono loro di imparare a conoscere il proprio stile di scrittura, riflettere su tematiche del passato che talvolta si scoprono essere ancora quotidiane, conoscere meglio se stessi ed i propri compagni, approfondendo un solo autore per un lungo periodo di tempo, non leggendo i soliti esempi antologici proposti dai libri di scuola, ma approfondendo l’opera, la vicenda umana di un autore riuscendo, come ha ricordato lo scrittore Lauretano, citando Dostoevskij, a trovare l’uomo nell’uomo.

Un risultato straordinario per il D’Oria

Chi ha scritto questo articolo non è un osservatore esterno: Gabriele Coli, Riccardo Olivieri ed Elena Papini sono gli stessi studenti che, con il racconto “Voci”, si sono classificati primi nella sezione Narrativa, coordinati dalla professoressa Cristina Frisone. Una doppia testimonianza, quindi — di chi ha vissuto i Colloqui dall’interno e ne è uscito vincitore.

Elena di Troia, una ragazza tutta social, imbambolata davanti alla webcam.

L’adattamento dalle “Troiane” di Euripide del regista Andrea Chiodi è un monito a non rimanere indifferenti al dolore della guerra.

di Marta Uva, 2^B

Sebbene il titolo, “Troiane”, sembri essere molto indicativo, questo spettacolo è molto di più che una lezione di storia del teatro antico, quanto uno squarcio su un dramma che, come ci mostra il regista Andrea Chiodi, purtroppo è ancora a noi vicino. 

Andato in scena al Teatro Eleonora Duse dal 23 al 27 febbraio 2022, con attrice protagonista Elisabetta Pozzi, lo spettacolo è una rivisitazione della tragedia greca di Euripide, risalente al 415 a.C., in cui l’autore immagina i momenti successivi alla guerra di Troia, soffermandosi sulle figure delle donne troiane, che oltre allo straziante dolore per la perdita di figli e mariti devono affrontare la paura di ciò che il destino ha in serbo per loro. Le protagoniste di questo spettacolo sono Ecuba, Cassandra, Andromaca ed Elena: chiuse in una stanza, attendono che Taltibio, il freddo messaggero degli Achei, venga a portar loro notizie e rivivono, attraverso dialoghi tormentosi, i propri drammi. 

La scelta del regista di modernizzare costumi e scenografia, ricchi di particolari anacronistici, ha certamente un motivo, ossia quello di avvicinare alla società odierna il dramma vissuto dalle povere donne in questa tragedia, che altrimenti potrebbe sembrare solo un vecchio testo impolverato. Il regista vuole invece sottolineare che il messaggio di disperazione trasmesso dalle troiane è universale e terribilmente attuale. Quante sono le popolazioni che ancora oggi, a causa di guerre devastanti e immotivate, subiscono ingiustizie, maltrattamenti e sofferenze al punto da potersi immedesimare fin troppo bene nelle parole scritte da Euripide. Inoltre il minimalismo dell’intera scenografia permette allo spettatore di concentrarsi meglio sui dialoghi tra i personaggi, nei quali si coglie l’essenza dello spettacolo, e in più aiuta ad immedesimarsi nel loro stato d’animo: umile, svuotato. 

Il successo dello spettacolo è dovuto soprattutto alla capacità degli attori di tenere il palco e coinvolgere il pubblico nonostante la staticità delle scene. Oltre all’interpretazione intensa e magnetica del personaggio di Ecuba di Elisabetta Pozzi, notevole è la figura indomita di Cassandra, con i suoi deliranti (eppure così razionali) monologhi. Nonostante la rivisitazione in chiave moderna il regista ha mantenuto lo spettacolo pressoché fedele alla tragedia di Euripide. Il personaggio di Elena è stato invece rappresentato in modo insolito, trasformato in una sorta di influencer che davanti alla webcam recita un monologo rivolto a tutti coloro che la criticano per la sua bellezza, causa di tante sofferenze. Sebbene questa scelta del regista possa essere criticata in quanto lontana dalla figura classica di Elena, tuttavia  risulta molto azzeccata, poiché ben rappresenta l’idea di bellezza che viene diffusa oggi tramite i social: una bellezza superficiale, arrogante, esibizionista non curante della realtà che la circonda. 

Dunque lo spettacolo, mescolando armoniosamente classicità e modernità,  coglie nel segno e mantiene  il pubblico attento e coinvolto per tutta la durata.    

Il dolore della tragedia che scandisce i nostri giorni 

Le “Troiane” di Euripide: un corale no alla guerra

 

di Samuele Bozzo, 2B

Se si dovesse utilizzare un aggettivo per descrivere la tragedia di Euripide “Le Troiane”, rappresentata al Teatro Nazionale di Genova tra il 23 e il 27 febbraio 2022, bisognerebbe scegliere, senza dubbio, minimalista.

Il regista  Andrea Chiodi, infatti, ha voluto trasmettere al pubblico un’atmosfera moderna e spoglia, come le mura di Troia alla fine della guerra. Una presenza scenica di oggetti che, accentuati dalle note di “Lascia ch’io pianga la cruda sorte” di Händel, infondono una sensazione di grigiore e lamento.

Unica presenza maschile (se escludiamo il “bambolotto” Astianatte…) è Taltibio, personaggio dinamico, che annuncia ad Ecuba, Cassandra ed Andromaca il doloroso e violento futuro che le aspetta. Elisabetta Pozzi (alias Ecuba) e Federica Fracassi (alias Cassandra) sono capaci di coinvolgere passionalmente il pubblico con una recitazione intensa e penetrante; in particolare, la Fracassi interpreta con grande accuratezza la pazzia e la rabbia razionale  di Cassandra. Interessante, ma, allo stesso tempo, rischiosa, la scelta di rappresentare in chiave moderna Elena (Alessia Spinelli): infatti, mentre gli altri personaggi, seppur rivisitati, comunque, conservano uno stile di recitazione in linea con la tragedia, Elena, invece, recita il suo monologo davanti a un Mac della Apple, truccata e in veste di influencer.

Coinvolgente e coerente nella sua modernità, anche la rappresentazione del coro, che in Euripide entrava in scena dalle tende: in scena compare quasi come se fosse una riunione di Meet, infatti, le voci, completamente al femminile, delle donne proiettate sullo sfondo, riempiono la scena e, suscitano la paura e l’insicurezza per il futuro.                                     

La presenza di elementi “freddi” e moderni, come un tavolo in metallo circondato da sedie, gettate per terra dalla violenza della guerra, ha contribuito non passivamente alla disperazione e alla desolazione della scena. Anche le luci, perlopiù grigie o tendenti al rosso, si adattavano a seconda dell’atmosfera teatrale.

A livello scenografico, molto efficace  la scelta di utilizzare il coperchio del bidone dei rifiuti, come scudo di Ettore, per contenere il corpo del piccolo Astianatte al momento della sepoltura.         

Indubbiamente, alcune parti scenografiche possono essere più o meno condivisibili (soprattutto per i puristi del teatro), tuttavia, si può ritenere che il regista e gli attori siano riusciti a trasmettere le emozioni ed il pathos di ciò che sono la guerra e le sue conseguenze, purtroppo ancora profondamente radicate nel genere umano e presenti nella cronaca di questi giorni.      

 

Genova, Teatro Duse: dal 415 a.C. tutto è cambiato ma nulla è diverso da allora.

La disperazione delle donne di Troia rivela la totale insensatezza di ogni guerra

di Vittoria Cappeddu, 2^B

Angoscia e disperazione sono state messe in scena da Andrea Chiodi che, affidandosi al talento di attori straordinari come Elisabetta Pozzi, Graziano Piazza, Federica Fracassi, Francesca Porrini e Alessia Spinelli, ha dato vita ad uno spettacolo che ha riportato alla luce le tematiche della distruzione di Troia rendendole profondamente attuali. troiane, teatro duse, spettacolo

Il regista si è dimostrato fedele alla tragedia originale di  Euripide, “Troiane”, messa in scena al teatro Eleonora Duse di Genova da mercoledì 23 febbraio a domenica 27; la fine della guerra viene vista dal punto di vista delle donne di Troia, che devono essere assegnate come schiave ai Greci.

Le protagoniste, Ecuba, Cassandra e Andromaca, vengono destinate rispettivamente a Odisseo, Agamennone e Pirro.

A questo si aggiungono le previsioni di Cassandra e l’uccisione di Astianatte, che contribuiscono a impregnare la vicenda di dolore. Ecuba ed Elena, nella parte finale, discutono per stabilire chi sia stata la causa scatenante della guerra. 

Gli occhi degli spettatori rimangono incollati sul palco per tutta la durata dello spettacolo: gli attori creano una buona chimica e catturano l’interesse del pubblico con le loro voci cariche di emozione. 

L’attrezzatura scenica suscita molto stupore: sul palco sono presenti pezzi di arredamento e oggetti di età moderna (persino un computer!) che rendono evidente l’intenzione del regista di attualizzare la tragedia. troiane, teatro duse, spettacolo

In ogni spettacolo teatrale il cambio di scena ha certamente una grande importanza perché aiuta a tenere alto l’interesse dello spettatore. La sceneggiatura in questo caso si dimostrata statica e minimalista, il che tuttavia contribuisce a elevare le figure femminili sofferenti. Una sceneggiatura troppo ricca e complessa si sarebbe dimostrata infatti fuori luogo e avrebbe rubato la scena alle profonde emozioni provate dai personaggi. 

Lo stesso si può dire dei costumi, molto semplici e per nulla appariscenti. In questo senso il regista Andrea Chiodi e la costumista Ilaria Ariemme hanno preso una decisione ardita, affidandosi completamente alla capacità degli attori di padroneggiare il palcoscenico.  

Il testo rimane fedele a quello di Euripide ma le attrezzature sceniche sono attuali: il coro è formato dalle voci di alcune donne, presenti solo tramite un video che compare sullo sfondo (accompagnati dal testo greco che scorre nella parte bassa)  mentre la musica e il gioco di luci contribuiscono a creare un’atmosfera inquietante e angosciante. 

Il personaggio più discusso è quello di Elena: chi è rimasto disorientato, chi  stupito. Ciò che è certo è che sicuramente la sua comparsa genera molto scalpore, creando un bel colpo di scena. 

La scelta di modernizzare la tragedia è stata sicuramente ardua: rendere attuale un testo antico non è mai un’iniziativa semplice e spesso si rischia di rovinare il dramma, deludendo le aspettative. Nonostante ciò le conversazioni animate e piacevolmente sorprese degli spettatori all’uscita da teatro hanno reso evidente che l’impresa è andata a buon fine. 

Questa buona riproposizione ha toccatole tematiche fondamentali del dramma (dolore ma anche speranza, specie nelle parole di Ecuba: “Su poveraccia! Alza la testa, tieni dritto il collo!”) offrendo agli spettatori uno spunto di riflessione per interrogarsi su tematiche più che mai attuali. 

 

Nasce la Web Tv del Liceo D’Oria: gli studenti si mettono alla prova

Maria Vittoria Buzzi e Simone Maragliano, 3B

Mercoledì 9 marzo 2022, presso il Liceo classico Andrea D’Oria di Genova, le classi 3B e 4G, hanno partecipato online al contest finale del progetto PNSD “Reti nazionali di scuole per le metodologie didattiche innovative” per l’implementazione delle competenze digitali applicate alla conoscenza e alla valorizzazione del patrimonio culturale del Territorio. Si tratta di un progetto nazionale cui hanno aderito 8 scuole in Italia, tra cui il nostro Liceo.
Nel pomeriggio, al contest è seguito un workshop aperto al pubblico, per la presentazione della Web Tv del liceo D’Oria .

Durante la mattina, le due classi si sono collegate con Meet alla scuola polo IIS Boccardi-Tiberio e alle altre scuole coinvolte nel progetto e hanno presentato i loro lavori innovativi. Nello specifico, il Liceo D’Oria si è impegnato nella realizzazione di una Web Tv del Liceo e nella creazione e programmazione di pagine HTML, mostrando i diversi video realizzati dagli studenti,  focalizzati sulla valorizzazione del patrimonio culturale genovese.

Genova “La Superba” viene rivelata in tutti i suoi aspetti, da quello gastronomico a quello artistico, tramite video servizi caricati sul canale Youtube della Web Tv della Cultura, con l’obbiettivo, caratterizzante l’intero progetto, di sensibilizzare il pubblico sulle modalità innovative con cui il patrimonio culturale genovese, e in generale italiano, può essere valorizzato e fatto “emergere”.

Noemi Chiasserini, speaker del video “Sulle orme di De André”
Giorgia Mori: intervista alla Confetteria Romanengo

Tale obbiettivo può essere raggiunto proprio mediante un utilizzo “smart” della tecnologia digitale, basato principalmente sulla creatività e sull’inventiva degli studenti e delle studentesse, che grazie all’aiuto e ai numerosi consigli dell’ingegnere Marco Penso, che ha tenuto loro un corso di formazione all’uso delle tecnologie per promuovere la cultura, sono riusciti a realizzare contenuti digitali, volti alla divulgazione del vasto patrimonio genovese.

Proprio Penso, nel pomeriggio, durante un workshop aperto al pubblico,  ha illustrato gli obbiettivi a cui aspira la Web Tv del liceo: saper gestire e diffondere efficacemente varie tipologie di contenuto digitale; valorizzare la peculiarità del territorio, utilizzando contenuti e metodi differenziati e , tra gli altri, la padronanza delle tecnologie e delle competenze digitali.

 

 

La web Tv della cultura del Liceo D’Oria

 

Dopo aver fatto riflettere le classi sull’importanza del progetto Web TV, Marco Penso, ingegnere elettronico, Digital Content Curator e formatore dell’associazione diGenova, si è reso disponibile a rispondere ad alcune domande:

“Pensa che il progetto della Web Tv possa aiutare le scuole italiane ad assumere maggiore visibilità?”
“Si, era uno degli obbiettivi fondamentali di questo progetto, permettere alle scuole di comunicare.

A scuola in realtà si fa tantissimo, ma si ha  difficoltà nel comunicarlo: ogni progetto rischia di rimanere confinato in ambiti molto ridotti. Oppure in occasione di eventi particolari, si invita qualcuno, ma – finito quell’evento – tutto sparisce ed è un peccato. L’obbiettivo della Web Tv infatti è anche quello di mantenere una memoria di tutti gli sforzi che sono fatti sia dagli studenti che dagli insegnanti.”

“Potrebbe commentare il lavoro svolto dal Liceo D’Oria?”
“Devo dire che sono rimasto sorpreso di come le competenze digitali siano ormai patrimonio dei giovani, in maniera molto più forte e molto più strutturata di quanto si pensi. Devo dire, quindi, che la facilità con cui sono stati realizzati contenuti di qualità è non tanto merito del corso, ma direi soprattutto della capacità e delle competenze già acquisite dai ragazzi: il che dimostra che basta dare un’indicazione o un indirizzo, senza inserire tante nozioni, e dare loro la possibilità di esprimersi…  è la scoperta che mi ha fatto più piacere in questo corso. Mi sono divertito come loro, se non di più.”
“Pensa che in futuro potrebbe collaborare nuovamente con la nostra scuola?”
“Con molto piacere, proprio perché considero la Web Tv uno strumento che deve vivere nel tempo. E’ un fatto che voi abbiate delle idee innovative e  un modo di vedere le cose che, per quanto noi adulti ci si sforzi, è completamente diverso e fresco. Io mi occupo proprio di innovazioni, quindi non apprezzo solo quelle tecnologiche, ma soprattutto quelle che vengono da un diverso modo di vedere le cose. Credo che questa sia una competenza fondamentale nel mondo moderno: guardare da un altro punto di vista ciò che viene dato per scontato. Spero, quindi, di partecipare ad  altre attività e di continuare a divertirmi e a interessarmi, così come mi avete divertito e interessato voi.”

Da sinistra, l’Ing. Marco Penso di diGenova, Simone Maragliano e Maria Vittoria Buzzi di 3B

Si conclude così una giornata all’insegna della condivisione di un percorso iniziato grazie ad una scuola trasversale e alla disponibilità di persone competenti e abili a incentivare giovani studenti a “mettersi in gioco” . 

“I profeti inascoltati del ‘900”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Una mostra che invita a riflettere sulle voci che hanno animato il secolo scorso 

di Matteo Barcella, 2B

Dal 18 Dicembre 2021 al 31 gennaio 2022 si è tenuta al Salone delle Feste del Palazzo Vincenzo Imperiale di Genova la mostra “I Profeti inascoltati del ‘900”. Attraverso i ritratti degli artisti Dionigi di Francescantonio, Sergio Massone, Vittorio Morani e Lenka Vassallo, sono state rievocate le grandiose e carismatiche personalità di 48 personaggi del secolo scorso.

Fortemente attuali, per le loro idee e per ciò che ci hanno lasciato, soprattutto per le importanti e numerose pubblicazioni, sono emersi George Orwell, Oriana Fallaci e Aldous Huxley. 

George Orwell

  George Orwell alias Eric Arthur Blair, londinese, scrisse i famosissimi romanzi distopici 1984 e La fattoria degli animali. Indimenticabile fu la sua dura critica ai regimi totalitari, la sua lotta anticonformista che lo portò a immaginare “Big Brother” e tutti gli elementi più distruttivi per la società: a partire dal vocabolario che si riduce di anno in anno, alla mistificazione del terribile Ministero della Verità fino all’annientamento del libero pensiero.

Big Brother is watching you – Il Grande Fratello ti sta guardando

Aldous Huxley

 

Di uguale importanza risulta l’intellettuale britannico Aldous Huxley, scrittore de Il mondo nuovo, che ipotizza una società definita solamente secondo una gamma di caste utili solamente in base alla loro capacità di plasmare un nuovo mondo. Il suo  romanzo distopico tocca i temi del DNA e della bioetica, fino all’annullamento dei sentimenti e di tutto quello che rende l’uomo tale: la famiglia, l’amore, la diversità culturale, l’arte, la religione, la letteratura, la filosofia e la scienza.

Oriana Fallaci

Infine Oriana Fallaci, giornalista, inviata speciale e scrittrice, una donna forte e determinata e sicuramente una personalità di spicco del secondo Novecento. 

Le donne non sono una fauna speciale

Memorabile fu l’atto di togliersi il velo, nel 1979, alla fine dell’intervista all’ayatollah Khomeini, dopo la risposta alla domanda sulla necessità del chador per le donne in Iran. 

 

Tutti e tre i personaggi si sono distinti nella scena culturale del Novecento e sono dei profeti che continuiamo ad ignorare. Perché mai dovremmo distruggere ogni fondamento della comunità e della convivenza civile? Perché dovremmo superare così tanto la natura con la scienza? Oppure perché ci ostiniamo a salvaguardare la donna invece di tributarle reale uguaglianza nella società? La risposta è incerta, ma sappiamo che lo scenario è in evoluzione e speriamo che la modernità insieme ad una crescente sensibilizzazione dell’opinione pubblica non ci porti mai nella distopia.  

 

 

 

Un piccolo gesto che può fare la differenza

di  Valentina Testino, 1^D

Di questi tempi ci sono molte associazioni di volontariato costituite principalmente da giovani che aiutano le persone in difficoltà, fanno compagnia alle persone anziane nelle case di riposo o che invece fanno volontariato nei canili, portando i cani a passeggiare e giocare.

Oggi abbiamo intervistato la direttrice del Buon Canile di Davagna, Ilaria, e le abbiamo fatto alcune domande riguardanti la quantità e le mansioni svolte dai ragazzi e questo è quello che abbiamo saputo.

Il canile ha aperto nel 2008 e da quel giorno tantissimi volontari di diverse età sono sempre andati a trovare i cani per farli svagare. Però da qualche anno a questa parte i volontari sono per la maggior parte ragazzi dai quattordici ai diciotto anni, che vanno lì nel pomeriggio e si fermano per qualche ora, svolgendo varie mansioni, come ad esempio: tagliare l’erba, pulire le gabbie e preparare le varie ciotole di cibo a seconda delle esigenze di ogni singolo cane.

Oltre questo i ragazzi vanno a fare delle passeggiate lungo il condotto storico con i cani per farli svagare e divertire. Durante le passeggiate i volontari fanno fare ai cani diversi esercizi, premiandoli infine con dei biscottini; questi esercizi servono per mantenere attivo il cane e per farlo rilassare. Invece per i cani già allenati ci sono dei percorsi ad ostacoli dove possono sia allenarsi che divertirsi.

Infine ci sono dei ragazzi che svolgono un ruolo fondamentale per aiutare l’adozione dei cani, ovvero si occupano di gestire la pagina social su Instagram, condividendo foto e video, raccontando la loro storia.

Fare volontariato è un azione che fa stare bene sia noi che il prossimo e ci insegna che un gesto piccolo per noi ma immenso per loro possa fare la differenza. 

                                                                                                                                      

 

 

Per fare volontariato ci vogliono cuore, pazienza e collaborazione

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Luna Frau Caccioppoli, 1 D

“Per fare volontariato serve cuore, pazienza e collaborazione” così dice Antonello Damonte, 59 anni, che oggi abita a Sassari, in Sardegna, ma è nato ad Arenzano.

Ha iniziato a fare volontariato a 32 anni per aiutare la sua città e i suoi concittadini. Si occupava del centro d’ascolto che c’era in quegli anni, dove ogni giorno venivano persone a raccontare i loro problemi. Si occupava dei problemi del territorio, cercando di portare a termine progetti che erano stati proposti durante le “sedute”, come ad esempio i corsi di teatro del Sipario Strappato, ancora oggi in attività, corsi di fotografia e di chitarra. Si occupava anche di tossicodipendenti: se volevano potevano raccontare la loro condizione e i volontari del gruppo di ascolto facevano da mediatori con vari centri di recupero della zona.

Al loro fianco, ad aiutarli, c’era il Dottor Venezia, uno psicologo che li guidava, insegnava loro ad ascoltare, ma soprattutto li sosteneva in caso di problematiche: a volte a qualcuno di loro veniva raccontato qualcosa di molto pesante emotivamente e spesso non sapevano come gestire il carico di emozioni piombate su di loro contemporaneamente, in questi casi bisognava rivolgersi al Dottor Venezia, che avrebbe cercato di aiutarli.

Dopo quindici anni ha deciso di trasferirsi in Sardegna, a Sassari dove ha ricominciato il suo percorso di volontariato, questa volta però nell’AVIS.
L’attività è fondata sulla libera partecipazione sociale e sul volontariato.

Per aderire bisogna donare anonimamente, periodicamente e gratuitamente il proprio sangue, ma anche chi, non è idoneo, può collaborare gratuitamente a tutte le attività di volontariato. Antonello donava il sangue regolarmente già da molto tempo e ha deciso di unirsi anche come volontario.

Il suo compito all’interno della struttura è quello di fare le prenotazioni, che di solito vengono fatte uno o due giorni prima, durante le quali chiede se le persone abbiano preso, nei quindici giorni precedenti, antinfiammatori, antibiotici o antistaminici, perché se li hanno presi, non sono idonei alla donazione. Spesso durante i prelievi parla con le persone interessate per cercare di distrarli e la maggior parte delle volte funziona. A coloro che hanno fatto il prelievo prepara la colazione al fine di recuperare almeno parzialmente le energie e aiutare il corpo a rigenerare il sangue.

Ogni anno va nelle classi di quinta superiore e nelle università del posto a fare divulgazione, spiegando ai ragazzi cosa vuol dire donare il sangue, il perché molte persone lo fanno, come fare per proporsi, cosa significa essere idonei e in salute, poi una dottoressa che lo accompagna spiega nel dettaglio come avviene il prelievo.

Nella vita bisogna fare delle scelte, Antonello ha scelto di aiutare il prossimo. Avrebbe potuto benissimo occupare la parte di tempo che dedica da molti anni al volontariato uscendo con i suoi amici, restando a casa a guardare un film, ma non l’ha fatto. Ha fatto un piccolo sacrificio, che se tutte le persone facessero, il mondo forse sarebbe un posto migliore.

Per mano con i bambini

di Leonardo Crucioli, 1B

Intervista a Margherita Ravello, Volontaria A.V.O. presso l’Istituto Giannina Gaslini di Genova

Il Gaslini è un Istituto di Ricovero e Cura a carattere scientifico. Inizia la sua attività nel 1938 per un atto d’amore e di solidarietà del senatore Gerolamo Gaslini che, in ricordo della figlia Giannina morta in tenera età, si assegna la missione di progettare e realizzare un grande ospedale pediatrico europeo a forte vocazione scientifica per assicurare all’infanzia la migliore assistenza possibile, sostenuta dalla ricerca più innovativa.

All’interno di questa prestigiosa struttura prestano la propria opera di volontariato circa 60 associazioni tra cui l’associazione denominata AVO (Associazione Volontari Ospedalieri; http://www.avogenova.org/

Ce ne parla Margherita Ravello, volontaria A.V.O. da molti anni :

Quando ha iniziato questa attività di volontariato?

Ho iniziato vent’anni fa, nel 2001. Ormai mi sono affezionata a questo ambiente e non riuscirei più a farne a meno: infatti quando non sono più potuta andare in ospedale a causa del Covid, ne ho sentito la mancanza. Purtroppo sembra che anche dal 15/01/2022 non potremo più andare a trovare i nostri piccoli a causa del covid.

Dove svolgete la vostra attività?

La nostra associazione svolge attività in tutti i reparti del Gaslini che sono divisi per malattie e sono collegati tra loro tramite tunnel per non far prendere freddo ai bambini.

Quali persone ricevono la vostra assistenza?

Ci rivolgiamo ai bambini malati e alle loro famiglie. Quasi sempre le situazioni sono disastrose a causa della malattia e l’approccio che bisogna usare non è facile perché non bisogna lasciarci sopraffare dalla paura.

Quali attività svolgete?

Per lo più si tratta di attività ludico-creative. Tuttavia, diamo anche supporto nella somministrazione dei pasti o nella sorveglianza dei bimbi di breve termine, quando ad esempio un genitore deve lasciare un attimo il piccolo ricoverato per portare dei documenti o fare una prenotazione.

Qual è stata la ragione che l’ha spinta ad iniziare questa attività?

Mi sono resa conto che avevo a disposizione molto tempo libero e ho deciso di utilizzarlo per aiutare gli altri. Andando avanti con il mio percorso formativo ho scoperto di ricevere molto più di quello che do. Il solo fatto che un bimbo mi prenda per mano o mi sorrida dimostrandomi la sua fiducia mi rende felice.

Si tratta di un’attività retribuita?

Assolutamente no: non percepiamo alcun compenso. Questa è d’altronde un’attività che si svolge per bontà d’animo e amore per gli altri. I soldi non contano.

Quali requisiti bisogna avere per diventare volontari dell’AVO?

 Bisogna fare un corso di formazione e un colloquio. Poi segue un periodo di affiancamento con un tutor. Successivamente bisogna seguire dei corsi di aggiornamento periodici. Facciamo anche delle riunioni di aggiornamento.

Tra i requisiti c’è la maggiore età?

In precedenza si poteva essere arruolati anche minorenni (circa dai 16 anni), ma bisognava essere accompagnati sul luogo di lavoro da persone con maggiore esperienza.

Dopo il Covid non sono stati più arruolati, che io sappia, soggetti minorenni.

C’è stata un’esperienza particolare che vuole raccontarmi?

Un giorno durante le ore di servizio un bimbo malato che stavo accudendo non mi lasciò andare a consegnare i documenti per tenermi la mano e per seguirmi ovunque.

Consiglia ad altri questa esperienza?

Assolutamente sì. Durante il servizio conosci tantissime persone. Alla fine della giornata ti senti utile e appagato. Tuttavia, è un’esperienza che consiglio soltanto a chi non ha paura della malattia o del lutto.

 Ci sono anche aspetti negativi in quest’esperienza?

Purtroppo sì. Quando un bimbo non ce la fa, rimane sempre il ricordo di lui nel tuo cuore, perché un legame con il bambino si crea sempre. Vi è però da dire che quando a distanza di tempo rivedi guarito un bimbo che era gravemente malato provi davvero una gioia immensa.

 

Tutti i numeri del Gaslini 

Il Gaslini è oggi un policlinico (20 padiglioni su 73 mila metri quadri di estensione) con una vocazione ospedaliera e scientifica di livello internazionale. Nell’offerta sanitaria integrata dell’ospedale genovese sono presenti, ai massimi livelli delle competenze e delle pratiche cliniche e scientifiche, tutte le specialità pediatriche e chirurgiche. Di altissimo livello sono anche i laboratori scientifici e le cattedre universitarie convenzionate – molte delle quali con specifiche scuole di specializzazione e corsi di perfezionamento.

Il Gaslini è in grado di effettuare 26.000 ricoveri all’anno e di rendere 550.000 prestazioni ambulatoriali all’anno.

Tutto questo integrato, in un moderno Children’s Hospital, in un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico e in un ospedale di ricerca e insegnamento.

https://www.gaslini.org/istituto-gaslini/chi-siamo/listituzione/