No means no!

Giovedì 17 novembre si è tenuto nell’aula magna del liceo D’Oria un incontro su bullismo, cyberbullismo e molestie sessuali.

Di Irene Collufio, Margherita Fazioli, Vittoria Gandolfo, 2B 

Cosa è una molestia sessuale? Si definisce così ogni comportamento indesiderato a sfondo sessuale che offenda la dignità degli uomini e delle donne, inclusi atteggiamenti di tipo fisico, verbale o non verbale. 

Queste violazioni si possono verificare anche mediante i social dove ragazzi o ragazze, spesso di giovane età, vengono attirati, al fine poi di organizzare incontri o stimolare conversazioni di chiaro contenuto sessuale.

Se queste violazioni non vengono subito denunciate agli adulti, magari per vergogna o paura, possono creare seri problemi alle vittime di queste molestie, perché il rischio è di finire in una spirale pericolosa che può sfociare in una violenza sessuale vera e propria. 

Le molestie però non si verificano solamente tramite l’utilizzo dei social, ma in qualsiasi contesto e luogo, sia esso un posto di lavoro, per strada o in ambienti di svago.

Il 31% delle donne tra i sedici e i settant’anni ha subito almeno una forma di violenza fisica o sessuale, di cui il 5,4% è vittima di stupro o tentato stupro.

Un ambito tristemente noto per la frequenza con cui avvengono tali abusi è la discoteca, in cui sono consumati circa il 15% degli stupri. 
 

Uno dei tanti esempi  è quello di una giovane donna di 23 anni che la sera del 2 maggio 2022 è stata violentata da tre ragazzi conosciuti la sera stessa e dopo aver sporto denuncia ha rilasciato un’intervista al giornale Libero.

La ragazza era stata invitata al loro tavolo e alla fine della serata le era stato chiesto di andare in un motel da uno dei ragazzi. La serata si è trasformata in un incubo per la donna, che è stata rinchiusa e violentata per sei ore dai tre seviziatori, che poi sono stati sorpresi dalla polizia alla porta della loro stanza. Successivamente la ragazza ha trovato il coraggio di denunciare ciò che era successo quella notte.

Questo è un avvenimento che fa notizia, ma è necessario ricordare che anche un palpeggiamento rientra nella definizione di violenza sessuale.

Se vi trovate in una situazione di pericolo o vi ci siete trovati e volete denunciare, rivolgetevi al numero 1522, attivo h24, per violenza sessuale e stalking.

Fonti: istat, Libero

 

 

Social, dove non si dà peso alle parole

di Christian Giannini, Alessandro Pastore, Rocco Ciliberti e Leonardo Crucioli 2B

Il 17 novembre scorso si è tenuto a scuola un incontro con un consulente informatico della polizia postale, che ci ha illustrato i problemi legati all’utilizzo dei social network, che spesso, se usati scorrettamente, possono creare effetti negativi tra i ragazzi che si avvicinano a questi in modo sbagliato, recando anche danni psicologici agli altri utenti coinvolti.

I social di per sé sono un fattore positivo, perché permettono a ogni persona di stare connessa con ciò che la circonda e di relazionarsi con gli altri utenti condividendo momenti, emozioni ed esperienze; inoltre, non solo i singoli privati ma anche le grandi aziende e i politici riescono attraverso i social ad interagire meglio soprattutto con le nuove generazioni e in modo più diretto.

Purtroppo, però la rete è un mondo virtuale, con problemi reali che possono derivare da un utilizzo non corretto, ovvero furti d’identità, diffusione illecita di immagini, pedopornografia e cyberbullismo.

Quest’ultimo tipo di abuso è sempre più diffuso tra i giovani e per questo negli ultimi anni c’è stato un impegno notevole per cercare di contrastare il problema.

Alla luce di ciò è entrata in vigore, il 29 maggio 2017, la legge 71, che tutela le vittime di bullismo sui social. Un ruolo da protagonista lo recita in questo anche la scuola, in quanto è prevista l’introduzione della figura di riferimento del referente per il cyberbullismo in ogni istituto.

Tra i rischi per i ragazzi c’è anche il fatto che le nuove generazioni, come spiegato da Scarafia, molte volte tentino di evitare l’aiuto e il dialogo con gli adulti, in primis con i loro genitori, e si spostino sui social network evitando di affrontare il problema direttamente.

Ormai nel mondo, d’altra parte, sono presenti quasi diecimila tipi di social network, ma moltissimi non sono utilizzati dalla maggior parte degli utenti, che preferiscono stare sempre sugli stessi canali condivisi dalla stragrande maggioranza delle persone e come tali considerati più importanti, un po’ come se si andasse sempre negli stessi locali più frequentati, dove si trovano più facilmente amici, conoscenze e relazioni.

Uno dei social più usati dai cyberbulli è Whatsapp, un social apparentemente innocuo che lascia spazio ai diffamatori per deridere e prendere di mira le vittime.

Un chiaro esempio di episodio di cyberbullismo su Whatsapp è accaduto quest’anno a Firenze, la vittima è stata una minorenne filmata da un coetaneo a sua insaputa.

Il ragazzo ha scattato delle foto del fondoschiena della vittima che poi ha condiviso ai compagni di classe aggiungendo la scritta “Chi la riconosce?”. Le foto hanno fatto velocemente il giro di molti istituti e in brevissimo tempo la ragazza si è ritrovata decine di commenti e insulti a sfondo sessuale. Quando la ragazza ha provato a spiegare l’accaduto alla preside è stata colpevolizzata dai compagni per quanto accaduto.

I genitori della vittima hanno così deciso di esporre due denunce, una per diffamazione e minacce mentre l’altra per la divulgazione delle immagini.

Il colpevole è stato assegnato alla Caritas per svolgere servizi sociali.

I genitori, distrutti da quanto accaduto, raccontano che il lato peggiore dell’avvenimento è stato sapere che la figlia è stata tradita da un amico, da un ragazzo di cui ci si poteva fidare che frequentava la sua stessa comitiva.

I social sono un’ottima fonte per creare nuove amicizie, conoscere nuove persone e condividere le proprie esperienze ma bisogna imparare a gestirli: essere costantemente in contatto con gente sconosciuta non è sempre sicuro, poiché spesso potremmo trovarci in situazioni spiacevoli con davanti persone diverse da come fingevano di essere dietro uno schermo.

 

(ilfattoquotidiano.it)

Un salto nel passato: casa Manzoni

di  Gloria Oppedisano, 2B

Al centro di Milano, a pochi passi dal Duomo, ben nascosta tra altre abitazioni è possibile scorgere un pezzo di storia resistito agli anni.
Nella grande città, infatti si può visitare la vasta proprietà che è stata un tempo la dimora di
Alessandro Manzoni. La casa, esposta al pubblico, si presenta su più piani e uno di questi è stato dedicato, dal comune, agli approfonditi studi manzoniani. 
Il palazzo conserva ancora la maestosità e il velo di mistero di un tempo, nonostante il continuo cambio di proprietà.
Questa fonte storica, infatti, è passata tramite diversi proprietari, l’ultimo di questi ha poi donato 
la proprietà al comune di  Milano, ritenendola un importante punto di riferimento letterario. 
Cedendo la dimora senza chiedere nulla in cambio, l’ultimo proprietario fece l’unica richiesta di far diventare quel grande spazio una sede di studi.
Il viaggio nel passato viene accompagnato da guide, edotte in merito all’interessante vita dello scrittore.
Ciò che emerge subito, sin dall’entrata, è che Manzoni s’impegnava a tener separate la vita familiare da quella lavorativa, infatti , un piano della casa era riservato solamente alle stanze dei figli e delle mogli,
mentre un altro ancora era interamente dedicato ai suoi ospiti. 
Le pareti delle stanze conservano ancora gli affreschi di un tempo, tutto al suo interno sembra essersi fermato a più di due secoli fa.
Organizzato come un museo, nello spazio interno, è possibile trovare esposti diversi quadri, manoscritti e altre opere d’arte, simboleggianti il chiaro amore dell’uomo per l’arte.
Sono presenti dipinti che ritraggono lui stesso, le mogli, i diversi figli e gli ambienti più frequentati dalla famiglia.

Vivere l’esperienza di entrare nell’abitazione di questa figura così esposta
nella letteratura, permette di conoscere non solo la sua biografia ma anche
la sua persona. Alessandro Manzoni era un essere umano e come tale
possedeva punti di forza e abilità ma anche insicurezze e altrettante
fragilità.
Durante la visita alla casa infatti vengono raccontati dalla guida punti
deboli e fobie con la quale conviveva l’artista. Ad esempio si scopre che
viveva con la costante paura della pioggia, motivazione per cui non usciva
se erano previste perturbazioni. La vera e propria dipendenza del Manzoni
però era la tabacchiera, che portava sempre con sé ,tanto da essere stata
anche raffigurata in diversi ritratti che lo immortalavano. La casa possiede
diverse stanze, infatti gli ospiti cambiavano ala della casa in base
all’argomento di cui trattavano durante il discorso.
Un altro punto emozionante della gita è la visita alla stanza da letto del
Manzoni che rappresenta perfettamente la sua personalità, il vano infatti è
estremamente semplice e sobrio, quasi misero, e contiene solamente i mobili indispensabili come letto e armadio, con al centro un tavolino su cui scriveva.


Tutta la proprietà è stata solamente ristrutturata, ma nulla è
stato modificato, questo attribuisce un senso di viaggio nel
tempo all’esperienza. Il viaggio si conclude con una breve
passeggiata nel cuore della città, fino all’imponente Duomo .
Lo stesso percorso che era abitualmente svolto da Manzoni.

Un approdo sicuro a Genova per virare il timone della vita.

di Gabriele Pecchi, 1D

“Siamo convinti che ogni dipendenza, dalle forme più gravi per quanto riguarda l’alcol, alle droghe, prenda piede nei momenti di maggior fragilità quando non si riescono a cogliere i tanti lati positivi della vita, e che getti in un momento di confusione, di incertezza, dal quale si può uscire riscoprendo la gioia semplice della quotidianità”

Queste le parole di Luca, un responsabile del CeIS, il Centro Italiano Di Solidarietà, che porta serenità a chi ne ha bisogno, operando su tutto il territorio italiano nei campi più svariati. Alcuni di essi: l’azzardo patologico, la dipendenza da droghe e alcol, l’immigrazione di minori non accompagnati. 

Come si risolvono?

Con un approccio comunitario, inclusivo, che riaccompagni i giovani, ma non solo, alla scoperta dei propri talenti come espressione del proprio essere, perché si sentano di nuovo se stessi. Nel caso dei giovani migranti senza tutori, la maggior parte dei problemi va prevenuta: lo si fa affidandoli alla custodia del Comune di Genova che a sua volta si occupa di smistarli nelle comunità apposite. Esse li indirizzeranno verso un percorso di studi che li porterà ad una padronanza della lingua italiana e ad un avvicinamento alla vita lavorativa.

Le dipendenze sono molto in aumento in questi anni, secondo gli enti statistici. E questa è anche la visione di molti altri, sebbene non tutti si siano resi conto della gravità di questo problema. Esso è ormai troppo radicalmente intessuto nelle trame della società perché vi si possa prestare la dovuta attenzione. Eppure, secondo le indagini, oltre il 25% degli italiani fra i 15 e i 44 anni di età ha fatto uso di cannabis; il 10%, invece, dichiara di farne uso abituale: un aumento sensibile rispetto al decennio scorso.

Le droghe leggere, o definite tali, secondo la visione del CEIS, non hanno effetti meno deleteri sulla mente umana né consentono un maggiore controllo sull’utilizzo. Le possibilità di sentirsi “inutili” passata l’ euforia e di chiudersi in se stessi isolandosi dal resto della società, lasciandosi emarginare come già essa é portata a fare, non sono affatto minori. L’uso di sostanze in ambito giovanile per sentirsi parte di un gruppo o dimostrare di essere dei “duri” porta solo ad un indebolimento della personalità.

Il numero di morti all’anno per i dannosi effetti che l’utilizzo di sostanze causa, è in sensibile aumento negli ultimi anni. Dopo la rapida discesa che ha seguito il termine dell’ondata degli anni ’90, e un saliscendi di riassestamento nei 5 anni immediatamente successivi, la mortalità da droghe sembra tornare ad essere un problema, anche se non ha mai realmente smesso di esserlo.

La Comunità di Trasta

L’edificio del Timone preso dal sito ufficiale del CeIS

La comunità terapeutica di Trasta o “Il Timone” nasce nel 2021 per ospitare ragazzi di età compresa fra i 14 e i 21 anni, quindi anche oltre la maggiore età. Può ospitare fino a 15 fra ragazzi ragazze e coinvolge 13  operatori, fra cui 7 educatori professionali, una psichiatra e un infermiere. Come molte altre iniziative, si basa su un progetto educativo sviluppantesi lungo un percorso comunitario che dura da due mesi a un anno.

Seguendo i principi del Progetto Uomo, forma la persona a partire dalle relazioni con gli altri e soprattutto con i familiari. Essa costituisce un esempio della lotta contro la mancanza di valori solidi tipica del nostro tempo, che trova la propria dimostrazione nella scarsa educazione alla salute attuata dai genitori medi, la quale, insieme alla pandemia, alla crisi economica ed eventualmente a problemi di varia natura legati alla sfera familiare, costituisce la causa principale della fortissima nuova ondata di diffusione delle sostanze stupefacenti fra i giovani e purtroppo, anche giovanissimi.

Il nome molto evocativo rimanda al timone delle navi e quindi alla ripresa del controllo sulla propria vita, che deriva dall’ abbandono delle cattive abitudini per la propria salute fisica e mentale. In altre parole, all’inizio di una vita nuova che si basi sulla vecchia, traendone solo quello che aveva di buono.

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da “i fuoriluoghi”

La comunità è una delle sei ad ospitare ragazzi stranieri non ancora maggiorenni non accompagnati e spesso senza documenti di nessun tipo. Essi quando arrivano non portano con sé beni di prima necessità come vestiti in buono stato, spazzolini o coperte ed è compito di chi li accoglie fornirgliele. I ragazzi ospitati sono 115 e provengono da vari Paesi, spesso dal Nord Africa o dal Vicino Oriente, che hanno lasciato in fuga da condizioni di povertà estreme o ad esempio dalle guerre di religione.

Nella comunità seguono corsi di lingua italiana per potersi dire cittadini ed entrare a tutti gli effetti a far parte della società che li accoglie. Una volta acquisita una certa dimestichezza perlomeno nella lingua parlata, potranno andare a studiare nelle scuole vere e proprie , acquisendo una propria autonomia.

L’importanza del primo impatto

La comunità ha un effetto molto incisivo sull’educazione, che potrebbe essere molto diversa da quella che questi ragazzi hanno ricevuto in patria, ma riveste un ruolo chiave nel loro comportamento. Non si pensi, avverte il CeIS, che gli immigrati vengano in Italia allo scopo di delinquere: si tratta soltanto di una piccola parte del totale, e comunque si arriva a compiere certi atti solo se non si riceve l’accoglienza desiderata e se non ci si riesce ad integrare. I ragazzi ricevono infatti un’ introduzione alle pratiche agricole, per cominciare.

Collegamenti esterni

Il CeIS di Genova lavora in collaborazione con tutti gli altri CeIS d’Italia che fanno tutti capo alla FICT (Federazione Italiana Comunità Terapeutiche). Il CeIS opera anche al difuori dell’ ambito nazionale, ma solo in collaborazione con altre associazioni.

 

Con l’impegno giusto, niente è impossibile

di Ludovica Martini, 1D

Un viaggio attraverso Casa Betania, un luogo di accoglienza per tutte quelle persone che attraversano momenti difficili nella vita, assieme a Paola Parodi, l’anima del gruppo sorto sulla collina di Crevari.

Com’è nata l’idea del suo progetto?

Quest’idea nasce dall’incontro di due desideri. Da una parte il mio desiderio di fare qualcosa per gli altri e dall’altro il desiderio della signora Betania, l’acquirente di casa Betania, che ha deciso di comprare questo terreno dopo aver venduto la pensione di Villa Azzurra a Vesima.

In che cosa consiste e dove si trova? 

La nostra comunità si trova in una casetta sopra Crevari. Il posto è dotato di un grande prato e una cappella, che è stata costruita al posto del fienile che vi si trovava in precedenza. La comunità di Casa Betania accoglie persone di ogni età che, per diversi motivi personali, hanno bisogno di vivere fuori casa per un breve periodo. L’idea iniziale era principalmente dedicata agli adulti però negli ultimi anni si è riscontrato un enorme quantità di richieste da parte dei giovani.

Quando è nata l’idea?

Fin dall’infanzia ho sempre avuto l’idea di voler vivere insieme ad altre persone per condividere la bellezza dello stare insieme. Quest’iniziativa negli anni è cambiata, è maturata e si è arricchita di nuovi particolari, finché, sei anni fa, non è nata l’idea specifica di Casa Betania dalla congiunzione di due grandi possibilità.

Lo conduce autonomamente oppure si avvale dell’aiuto di altre persone?

Vengo aiutata da diverse persone perché ritengo che sia irrazionale pensare di poter gestire un’attività così impegnativa singolarmente. Infatti riceviamo i nostri fondi da gruppi che si recano a casa Betania e ci fanno alcune offerte. Gli aiuti esterni provengono da volontari come gruppi scout e anziani pensionati. Mentre le decisioni più importanti riguardo la casa vengono presi da un gruppo chiamato “cuore”.

Perché ha deciso di intraprendere quest’iniziativa?

Tutto ha avuto inizio perché ho scelto di cogliere un’occasione inaspettata. Infatti Casa Betania non era compresa nel mio progetto iniziale ma quando mi è stata offerta questa possibilità ho subito deciso di accettare.

Ha altri progetti in serbo per i giovani e quale messaggio ci terrebbe a comunicare loro? 

Vorrei continuare a migliorare le mie attività relative al progetto di Casa Betania come ad esempio ospitare minori di altre etnie, affidati ai tribunali, ma vorrei anche realizzare un progetto relativo al mio lavoro, l’infermiera pediatrica. Un messaggio che vorrei trasmettere ai giovani è quello di credere sempre nei propri sogni perché, nonostante le difficoltà, io sono sicura che con l’impegno giusto niente sia impossibile.

 

Una squadra, uno spirito, una pallina

Le opportunità di un ambiente non molto rappresentato

di Elisa Rizzo, 1D

Una palla, un campo in erba, 11 atleti: quello di cui si parla è l’hockey su prato

Sport poco noto in Italia, ma che ha dato e fatto molto per parecchi giovani, come raccontano Daniele Franza, presidente dell’associazione Genova Hockey 1980, e Sergio Bossi, allenatore della stessa.

A bambini e ragazzi, vengono trasmessi il rispetto, l’ambizione, la voglia di giocare, in un ambiente di amichevole competizione e collaborazione, anche tra società diverse. In un’area con pochi stimoli come quella di Quezzi, o del Lagaccio, l’arrivo di questa società sportiva è riuscito a togliere dalla strada molti giovani.

L’obiettivo è, come sempre, insegnare agli atleti a giocare, ma non solo questo: fare esperienze, conoscenze, e creare un senso di appartenenza in un ambiente protetto, in cui si cresce insieme. 

Si incoraggiano i giocatori a provare ciò che non riesce, a osare, e capire i propri errori, infatti  chi sbaglia impara, chi non sbaglia non ha provato abbastanza; dice Daniele Franza.

 I giocatori imparano anche la disciplina, ed il cruciale rispetto delle regole ( sono comunque in uso bastoni e palline di plastica dura). 

Alcune delle esperienze che affrontano i ragazzi sono quelle di mettersi nei panni di arbitri, allenatori, o di passare di categoria (da under 14, ad under 16 per esempio). 

In Liguria, sono presenti solamente 10 associazioni che praticano questo sport, e quindi c’è una maggiore opportunità di trasferte. E’ in questo genere di situazioni che viene data la possibilità di creare legami e scoprire nuove realtà. C’è ovviamente la partita, ma anche un prima e un dopo, durante il quale i ragazzi hanno modo di confrontarsi non più solo come avversari, ma anche come persone. Il terzo tempo serve a questo: un momento di convivialità tra squadre avversarie.

Daniele Franza ha iniziato a giocare quando aveva solamente 12 anni, e da allora è sempre rimasto fedele a questo sport. Per molti anni praticò nell’associazione Cus di Genova, poi decise di creare qualcosa di diverso: e così nasce la Genova Hockey 1980. Anni dopo, Sergio Bossi ha cominciato, dapprima come genitore, e poi in maniera sempre più sentita, a frequentare l’associazione.

A partire dal quartiere di Quezzi, fino all’apertura della nuova sede dai campi dello Zerbino in corso  Montegrappa, la società sportiva ne ha fatta di strada. La vittoria dei campionati indoor a livello nazionale nel febbraio 2022, ne è la dimostrazione. Ma ancora adesso, lo spirito è quello di tante famiglie che si riuniscono intorno ad una pallina (Sergio Bossi).

La musica da orchestra inizia a gracchiare?

“E’ inutile dire di lasciare spazio ai giovani, se poi noi adulti li lasciamo nel recinto che costruiamo loro”

di Lidia Rossi, 1D 

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La banda municipale di Sestri Ponente nasce il 27 maggio del 1845, ed è l’attuale Filarmonica Sestrese. Ideata dal sindaco Profumo, la sua fondazione è strettamente collegata a quello che Sestri è ancora oggi, ovvero una zona industriale della città. Con lo sviluppo delle aziende ci fu un boom demografico, molte famiglie si stanziarono a Sestri e, dopo la scuola, i ragazzi andavano ad imparare a suonare vari strumenti, trovando in questa realtà, un luogo di crescita culturale e umana. Così nasceva la Filarmonica, un’organizzazione nata per i giovani, che oggi conta più di 250 allievi.

Il 26 novembre, per celebrare il 175° anniversario della prima esecuzione del Canto degli Italiani, la Filarmonica Sestrese e il comune di Genova hanno organizzato il concerto “Genova città dell’Inno”, è stata questa l’occasione per incontrare e parlare con il presidente della Filarmonica Sestrese, Roberto Parodi.

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Come promuovete la vostra associazione?

La prima promozione sono sicuramente le attività che si fanno, evidenziando cosa possiamo proporre ai giovani. Speriamo di invogliarli a impiegare il loro tempo libero nella loro conoscenza, in modo da formare le persone che saranno gli adulti di domani. Crescendo, le cose da fare nel tempo libero aumentano. Nonostante ciò, se affrontata con lo spirito giusto, questa opportunità può dare  grandi soddisfazioni e porta molte esperienze formative.  

I gusti musicali attuali sono molto diversi rispetto al passato. Ci sono stati grandi cambiamenti anche nella scelta degli strumenti da imparare?

Assolutamente sì; le persone cambiano e l’orchestra si è adeguata al cambiamento. Prendendo d’esempio l’ultimo concerto, la scelta dei brani è focalizzata sulla ritmica. Inoltre da qualche anno abbiamo inserito il corso di chitarra, di basso elettrico, di pianoforte e di canto moderno, proprio per lasciare ai giovani più libertà di scelta.

Un progetto molto interessante è l’orchestra giovanile: come funziona, a che fascia di età è rivolta?

Nata da un’idea di Andrea Linovi, nostro primo clarinetto, l’orchestra giovanile vorrebbe collegare diverse provenienze; infatti la Filarmonica partecipa a questa attività insieme al Liceo Pertini Musicale, alcuni ragazzi del conservatorio Paganini e un ragazzo del conservatorio di Milano. E’ un’organizzazione autonoma, e così i ragazzi sono liberi di scegliere i brani. Ritengo che dare responsabilità ai giovani sia il primo passo per farli crescere; è inutile dire di lasciare spazio ai giovani, se poi noi adulti li lasciamo nel recinto che costruiamo loro.

Il pensiero attuale è molto più aperto rispetto ai secoli scorsi, ciò ha portato a dei cambiamenti nel mondo dell’orchestra?

Sicuramente rispetto al passato il fattore di genere è molto meno importante, e ciò ha permesso di far avvicinare le ragazze a nuovi strumenti. Mentre prima il violino e i legni erano predominanti, ora molte giovani donne si appassionano agli ottoni. 

 

Come giocarsi le carte giuste

DECK, insieme per il recupero dei giovani “difficili”

di Rebecca Fineschi,1D

Sara Carboni, psicologa del CEIS, ci spiega come funziona il progetto Deck, un percorso di cura e  recupero per giovani “difficili” che manifestano comportamenti antisociali e sono autori di reato, un fenomeno che crea un crescente allarme sociale e che richiede un approccio di contrasto innovativo ed efficace. Il DECK ha avuto una fase di preparazione sin dal 2019. Le attività sono partite ad ottobre 2021 ed ha una durata totale di 40 mesi. Ad oggi siamo ad un terzo dell’attuazione del progetto 

Di che cosa si occupa la vostra associazione?

E’ una cooperativa sociale che ha anche una fondazione chiamata “Centro di solidarietà Bianca Costa Bozzo Onlus”, ed è la fondazione che partecipa al DECK e che si occupa di vari rami in particolare si rivolge ai problemi di dipendenze, soprattutto tossicodipendenze, ma anche di altre attività dalla prevenzione al trattamento di stranieri e dei minori non accompagnati.

Com’è nata l’idea di questo progetto e come è stato realizzato?

Una delle aree di cui ci occupiamo è quella penale minorile, in questo caso esistono tanti progetti a cui partecipano sempre più cooperative o enti che si mettono insieme e creano un unico progetto. L’obiettivo è quello di riuscire a uniformare tutti questi progetti che ci sono nella regione e cercare di creare un metodo che sia uguale per tutti, di presa in carico dei ragazzi che hanno dei procedimenti penali.

Per attuare questo progetto è stato istituito un bando nazionale dall’ impresa sociale con i bambini, attraverso dei fondi. Hanno partecipato tanti enti che hanno proposto vari progetti e ne sono stati approvati solo una parte tra cui anche il nostro. Questo è un progetto che coinvolge tutte le province della Regione, da La Spezia fino ad Imperia, Ventimiglia.

Da chi è formato il gruppo?

Abbiamo organizzato quattro equipe: una che opera su Genova, una sul Tigullio, una su La Spezia e una sul Ponente. Si lavora tutti insieme e a seconda della residenza del ragazzo ricade la presa in carico dall’equipe del territorio. Esse sono formate da molti professionisti, ci sono: educatori, psicologi, criminologi, operatori del Ministero della Giustizia (in quanto il progetto fa parte dell’area penale), l’ufficio del servizio sociale minorile, la procura, e i servizi sociali territoriali. Questi ultimi, invece, si occupano di segnalarci il ragazzo perché i ragazzi possono essere presi in carico se hanno una misura o penale o amministrativa oppure se sono ancora in attesa di giudizio.

I nostri partners sono: Agora, ALPIM, Cooperarci, il Biscione, Il sentiero di Arianna, IS.FOR.COOP, Gulliver, Jobel, Progetto Città, Veneranda Compagnia di Misericordia 

Partner istituzionali: Regione Liguria, Ufficio Scolastico Regionale per la Liguria, Ufficio Servizio Sociale per minorenni, Comune di Genova, Comune di Ventimiglia, Comune de La Spezia 

Che attività vengono svolte per i ragazzi?

Una volta che i servizi ci hanno segnalato il ragazzo da prendere in carico, si fa una prima valutazione del caso quindi si conosce il ragazzo, la famiglia e si cerca di capire quale piano sia possibile attivare per lui a seconda dei suoi bisogni. Ognuno ha un proprio piano riabilitativo. La fase di osservazione, quindi, è quella di orientamento e definiamo un piano da seguire, poi si sceglie un educatore che lo affiancherà per tutto il percorso e che lo accompagnerà nelle sue attività. Possiamo valutare a seconda della persona che abbiamo davanti che attività fargli fare, potrebbe essere un sostegno alla ripresa degli studi, se c’è un abbandono scolastico, lavorando insieme alla scuola per riuscire a reinserirlo. Oppure un ragazzo che non va a scuola e non ha intenzione di riprendere gli studi, lo si aiuta per avvicinarlo al mondo del lavoro; si fanno delle esperienze. Inoltre facciamo delle attività all’aperto come: pratiche di tutela e di valorizzazione dell’ambiente, pulizia dei sentieri o degli spazi urbani oppure gite. 

A volte il Ministero chiede che vengano svolte attività socialmente utili per coloro che hanno commesso reati penali, come il volontariato in modo da rimediare in qualche modo rendendosi utili alla società.

Una delle attività più importanti è il sostegno alla famiglia che è un aspetto su cui gli altri progetti non hanno spesso molte risorse e molti fondi; perciò, noi ci stiamo lavorando tanto perché vediamo che sostenere la famiglia ha una ricaduta positiva anche sul ragazzo. Un’altra azione interessante è quella del lavoro tra pari, uno dei nostri obbiettivi è anche quello di utilizzare dei ragazzi che hanno avuto a loro volta dei procedimenti penali in passato, in modo che aiutino ragazzi che adesso hanno dei procedimenti penali.

Il filo conduttore del DECK sono le carte poiché è come se fosse un gioco di ruoli: we care per il piano riabilitativo, io studio, io lavoro, la nostra terra per attività all’aperto, lavoro coi pari, gruppi di parola…Abbiamo scelto la metafora del gioco di carte per dare una nota accattivante ed è come se tante volte i ragazzi avessero una sola carta, quella della devianza. Tutto ciò per far capire loro che ci sono strade alternative e ciò è possibile lavorando insieme un passo alla volta.

Che storia l’ha maggiormente colpita?

Adesso stiamo lavorando su un ragazzo di 15 anni che aveva un reato di lesioni e percosse nei confronti della mamma, che ha avuto un procedimento e una messa alla prova ed è stato collocato fuori dalla famiglia in una comunità fuori Genova. Abbiamo attivato un operatore che gli potesse dare una mano; ha ripreso la scuola su quel territorio dove è in comunità, svolge delle attività socialmente utili, farà attività all’aperto come gite e camminate. Noi su Genova sosteniamo i genitori, dato che il reato è avvenuto all’interno della famiglia. Chiaramente c’erano dei sensi di colpa per aver denunciato un figlio perché l’iniziativa è partita da loro, in quanto spaventati dalla reazione. Stiamo programmando il suo rientro e intanto stiamo fornendo un aiuto per i genitori che non sanno dove “mettere il limite”, cosa si può fare e cosa no, insomma tutte regole che prima non aveva. Questo è un esempio del nostro lavoro di equipe e coordinamento svolto per queste problematiche su tutto il territorio.

Andrea Doria e la sua più grande ricchezza: Il Palazzo del Principe.

Uno dei monumenti più importanti della storia di Genova

di Anna Viola Coppo,1D

Genova ha contribuito alla crescita dell’economia italiana, non solo nel secolo scorso ma, grazie al commercio via mare, sono innumerevoli i monumenti che attestano la sua grandezza nei tempi passati. Tanti sono i palazzi che definiscono Genova e la rendono maggiormente bella, ma il più importante è proprio il Palazzo del Principe dell’ammiraglio Andrea Doria. La proprietà è ancora oggi della nobile famiglia Doria Pamphilj, che cura diligentemente i restauri della struttura.

Dentro a questo meraviglioso monumento, voluto da Andrea Doria, si possono trovare ben 19 stanze. È sede di straordinari dipinti, statue e quadri che caratterizzano l’epoca in cui è stato edificato, cioè il ‘500.  Il più importante ciclo pittorico si trova nel piano nobile ed è ispirato alla Metamorfosi di Ovidio ed è volto a celebrare il committente.

Non tutte le stanze sono state create da Andrea, in seguito ne sono state aggiunte altre dal successore. Un esempio è la parte della Galleria che e’ stata aggregata come sala di rappresentanza da Giovanni da visitgenoa.itAndrea. La galleria è una delle prime che viene realizzata a Genova ed è di ispirazione Romana, è decorata interamente con stucchi ricoperti con delle foglie d’oro e con delle parti ad affresco. Nella parte di quest’ultimo ci sono anche opere che riportano allo stile Barocco del XVII secolo, come ad esempio delle sculture di Filippo Parodi e soprattutto le tele di Domenico Piola che   rappresentano il matrimonio tra la famiglia Doria e la famiglia Pamphilj.                                                                                                                                                                   
 Il Palazzo è anche importante per la collezione di Arazzi: alcuni rappresentano episodi storici e mitologici che fanno parte della storia di Alessandro Magno, altri raccontano la battaglia di Lepanto a cui Giovanni Andrea ha partecipato. Gli Arazzi sono singolari perché Giovanni Andrea li commissionò per difendersi dalle accuse che gli erano state mosse, cioè di non aver seguito lo schieramento durante la battaglia ed aver facilitato il nemico. 


da foursquareDi fronte al porticato si protende uno splendido giardino all’ italiana che volge verso il mare. Appena si incontra, si comprende il motivo per cui questo è uno dei monumenti storici più belli di Genova. Questo meraviglioso spazio all’aperto si distingue per le statue, per i fiori colorati, per la fontana del Nettuno e per quelle dei delfini e del Satiro, che caratterizzano la bellezza del giardino.  Passeggiando e esplorando ciascun angolo delle piccole vie di questo immenso giardino si ha la sensazione di sentirsi quasi parte della famiglia Doria, che un tempo viveva nel palazzo e che si dilettava a passare le giornate negli interni e negli esterni del bellissimo complesso. Ogni cosa lì presente va ad abbellire anche lo spazio più vuoto e remoto del giardino, togliendo il fiato al visitatore incantato.

                                                                                                        

 

 

 

 

 

 

Condivisione e socialità: questa è musica!

di Alice Villa,1D

Intervista a Francesca Montaldo: socia fondatrice dell’All Voices Academy 

Nella società di oggi si sono persi molti punti di riferimento per i giovani. Tanti sono quelli che non sanno a cosa aggrapparsi per trovare un piccolo “approdo sicuro” dove sentirsi a casa.

A Genova non ci sono tanti luoghi simili, ma uno di questi è presente in Via Frugoni 20r, sede dell’All Voices Academy.

L’ingresso della scuola
Ingresso all Voices Academy
il passo carrabile e pedonale

Questa è una scuola di musica adatta a tutte le età, ma in particolare un buon 70 % è occupato da ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni.

Diverse sono le attività della scuola, che vanno dall’apprendere come suonare uno strumento musicale, al canto, al musical.   Negli spazi ampi e ben distribuiti si possono trovare altri servizi: per esempio una sala massaggi con masso terapeuta e lo psicologo al Lunedi.

Come racconta Francesca Montaldo, l’ambiente dell’All Voices Academy non è soltanto un luogo dove ci si reca per le lezioni e poi si torna a casa:

L’All Voices Academy è un ambiente dove la socialità, l’accoglienza, la condivisione, l’integrazione e l’inclusione convivono assieme. Anche considerando semplicemente gli spazi della scuola possiamo trovare queste caratteristiche: ogni luogo è privo di barriere architettoniche al fine che anche i disabili possano raggiungere ogni ambiente della nostra scuola. Altro elemento importante è l’area relax e ristoro, dove sono presenti delle macchinette per mangiare, il microonde, il lavandino, il frigorifero, proprio al fine di poter rimanere a scuola a mangiare in caso di necessità, e nel caso anche portarsi dei libri e poter studiare”.

La scuola presenta anche molte possibilità di partecipazione e integra i ragazzi in attività sociali e di gruppo: la musica d’insieme ne è un esempio, come anche il Perfect Life Choir, che spesso si esibisce in manifestazioni pubbliche. Questo dà la possibilità ai ragazzi che partecipano alle singole attività di poter socializzare, imparare e migliorarsi attraverso l’utilizzo della voce e degli strumenti musicali, fondamentali per esprimere pienamente la propria personalità.

Francesca ci fa anche notare una caratteristica importante della scuola, ossia che è sede del Trinity College Of London.

All’interno della struttura vengono presentate anche lezioni di inglese, musical in lingua, English In Real Life dove si tengono dibattiti in lingua e Campus estivi in montagna, durante i quali si allestisce un intero musical in inglese.

Per cui l’All Voices Academy non è soltanto una scuola, ma è anche un punto di ritrovo fondamentale per i giovani di ogni età.

 

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