I TESORI IN UN LIBRO

Nella mente delle Città invisibili con Graziano Graziani

di Giorgia Belotti, Rebecca Fineschi, Martina Rosillo, 1D

CHE COS’E’ UNA CITTA’?

Secondo il dizionario il termine città vuol dire un aggregato di costruzioni più o meno pianificato, sorto da un accentramento culturale, economico e amministrativo, ma nelle nostre vite la città è un luogo in cui le persone si  incontrano e creano storie e questo fa diventare la diversità un unico organismo.

Graziano Graziani

Questa l’introduzione della lezione del 17 febbraio che ha dato inizio al progetto “Piccoli Maestri” con Graziano Graziani: giornalista, scrittore, critico teatrale, che si occupa principalmente di teatro, letteratura e politica culturale. È tra i conduttori di «Fahrenheit» e collabora con Radio3 Rai.

Il Piccolo Maestro ci ha parlato di un romanzo, Le città invisibili di Italo Calvino,  che considera imprescindibile.

PERCHÉ  LO RITIENE COSÌ IMPORTANTE?

Già il titolo del romanzo, ha spiegato,  è molto simbolico, va a rappresentare la città come qualcosa che non ha  bisogno di un luogo per esprimersi.

Questo romanzo possiede dei valori che stiamo dimenticando, ma che non dovremmo mai scordare, ricordiamone  alcuni: 

La memoria, con cui Calvino decide di iniziare il racconto, sottolinea il fatto che un tempo zero non esiste, che qualcosa sempre precede l’inizio di ogni nuovo viaggio e questo significa non distruggere quello che il passato ci ha dato, ma conservarlo, capirlo e attualizzarlo, tre semplici passaggi  che ci permettono di essere consapevoli del mondo in cui viviamo.

Il desiderio raccontato da Calvino nella città di Fedora, che è descritta come una città progettata accuratamente ma che alla fine non ha rispettato le aspettative, è  la dimostrazione lampante di che cos’è il desiderio. Esso è qualcosa che cerchiamo costantemente di avere e facciamo di tutto per raggiungerlo, trascorrendo un periodo ricco di forti emozioni, ma che nel momento in cui lo realizziamo tutta la magia, creata dalle aspettativa, svanisce e  la nostra motivazione cade.  

Quindi dobbiamo apprezzare il desiderio più che il godimento dal momento che le cose che desideriamo ad un tale punto da non riuscire più a resistere, poi svaniscono appena le concretizziamo e  di conseguenza anche il godimento si dissolve.

Spesso è proprio questo ad essere più apprezzato rispetto al desiderio anche se è quest’ultimo a trasmetterci più soddisfazioni.

Se avessimo del tempo illimitato quindi non avremmo aspirazioni e di conseguenza non esisterebbero i sogni.

      Alla ricerca della perfezione

Un altro elemento che fa parte della nostra quotidianità è la ricerca continua della perfezione che Italo Calvino ci racconta attraverso una metafora: le città con il deserto vogliono l’acqua e quelle con l’acqua desiderano il deserto infatti, proprio come le città, anche noi sogniamo più di ogni altra cosa quello che non possediamo proprio come ha detto Graziani: “La nostra realtà è costituita da cose che non possiamo toccare, ma che fanno parte del mondo e che sono cento volte più belle di quelle che riusciamo a toccare

Il progetto “Piccoli maestri” promuove l’importanza della lettura in età adolescenziale, per scoprirne la bellezza e per poter ottenere una crescita personale, ricca di consapevolezza: un’occasione appassionante.   

 




 





Come le città definiscono una persona

La città è simbolo della complessità e della diversità umana  

di Stefano Ribaldone e Nicolò Timossi, 1d

Grazie al progetto “Piccoli Maestri” il 17 Febbraio la classe 1d dell’indirizzo umanistico ha incontrato lo scrittore e critico teatrale Graziano Graziani, noto anche come conduttore radiofonico di “Fahrenheit”. Accompagnati dalla sua voce autorevole e coinvolgente gli studenti hanno appreso come la realtà può essere vista da diverse prospettive, attraverso la lettura e comprensione di alcuni passi del romanzo “Le città Invisibili” scritto da Italo Calvino.

Il romanzo si articola in brevi descrizioni di città esotiche, immaginarie, fiabesche, che potrebbero essere città del futuro o essere luoghi di un passato lontano, in cui possiamo però ritrovare qua e là scorci  e sensazioni che ci riportano alla nostra vita reale, alle nostre città.

L’idea che scaturisce dalle descrizioni è di un grande disordine, di una moltitudine di persone, immagini e di sensazioni, apparentemente una confusione infernale molto lontana dall’immagine “ordinata “ di una città ideale. La città non è semplicemente un luogo fatto di strutture ed edifici, ma è frutto delle persone con le loro storie, i loro intrecci, la loro memoria. La città è anche luogo di incontro e di nascita di racconti, elementi fondamentali per l’uomo. Secondo Calvino la morte dell’uomo non consiste infatti nel perdere la vita bensì nel non riuscire ad essere compreso e non poter comunicare.   

La riflessione che possiamo trarre da questo incontro è che la realtà in cui viviamo ad uno sguardo attento rivela infiniti particolari, “cose invisibili”,  ma il suo disordine è anche una “ricchezza”. Ogni realtà è diversa, ogni città è diversa e questo influenza il nostro modo di vivere, la nostra educazione e la nostra personalità.

Spesso giudichiamo le persone dalla loro provenienza perché le identifichiamo con la realtà in cui vivono e quando la loro realtà è molto diversa dalla nostra spesso nasce in noi un pregiudizio.

La diversità dovrebbe essere invece sempre vissuta come un valore.

Moroni: “Ecco come lavora un procuratore sportivo grazie alla tecnologia”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Filippo Moreschini, classe 1B

Intervista a Renato Moroni, procuratore che si occupa anche di cessioni di società calcistiche 

Renato Moroni, detto anche Renè dagli amici, è un procuratore sportivo che da vent’anni lavora in Spagna e che occupandosi anche di vendite di società è stato il protagonista del passaggio di mano del Genoa da Preziosi al fondo americano “777 Partners”. In questa intervista ci racconterà come lavora con e senza l’aiuto della tecnologia 

 

Ciao Renato, partiamo proprio dalle basi, tu sei un procuratore sportivo, ma come potremmo spiegare questa professione a qualcuno che non sa bene che cosa sia? 

Il procuratore è la figura che fa gli interessi del proprio assistito, cioè del calciatore, e che si interpone tra il calciatore ed il club. Il procuratore deve aiutare in tutti i modi la trattativa e deve approfittare delle migliori occasioni per spostare il giocatore da un club all’altro. Questa professione è nata a fine anni ‘80; una volta era molto più difficile praticarla a causa di esami, burocrazia e pagamenti che dovevano essere fatti alla FIFA, mentre adesso è molto più facile essere un procuratore sportivo, tanto che nei sei  principali campionati europei ce ne sono addirittura 1500 per federazione.  

Come cercate di lavorare nella tua agenzia di procuratori, la “Be to be sport”? Cercate di lavorare tanto sui giovani? C’è qualche giovane in particolare della vostra “scuderia” che consigliereste, magari, a qualche squadra? 

La “Be to be sport” ha sede in Portogallo, a Lisbona, e lavoriamo a 360°. Non trattiamo solo giocatori ma nel 2012 abbiamo iniziato a vendere anche società: la prima è stata il Cadice,  di cui ci siamo occupati  proprio in quell’anno. Nel frattempo trattiamo anche i giovani, soprattutto i giovani europei, a causa di regolamenti FIFA che limitano il passaggio da squadra a squadra di giocatori extracomunitari, cioè non europei.

Non ho potuto fare  a meno di notare che uno dei vostri assistiti è Kristijan Asllani. Che potenziale ha? E secondo te meriterebbe più minutaggio all’Inter?

Non è più un nostro assistito, però sicuramente è un giocatore con un potenziale importantissimo.

Quella di procuratore sportivo è una professione che  è cambiata tanto grazie alla tecnologia? In che modo? È più facile lavorare all’interno del calciomercato rispetto ad una volta?

Adesso ci sono diverse app per video-visionare i giocatori, come ad esempio WyScout, e ce ne sono altre che permettono di visionarne  diversi dati statistici. Però questo tipo di informazioni, per quanto utili, non bastano, perché, comunque, il calciatore e la stessa famiglia vanno visti e conosciuti dal vivo per evitare problemi di ambientamento e caratteriali nella futura squadra. 

Oltre che il lavoro di procuratore sportivo, grazie alla tecnologia è cambiato inevitabilmente anche il calcio in generale, secondo te in meglio o in peggio?

Il calcio si sta indirizzando verso una forma di “show-business” e, ad esempio, la VAR è una di quelle forme di tecnologia che non fanno che rendere questo sport qualcosa di più interessante per lo spettatore.

Tu sei nato a Genova, sei da sempre un tifoso genoano (purtroppo) ma da una ventina di anni ti sei trasferito in Spagna, come mai? Per esigenze di lavoro?

Sì, per esigenze di lavoro e mi ero convinto fin da subito per come lavorano con i giovani.  In Spagna, dagli 8 ai 12 anni i ragazzi lavorano tantissimo sulla tecnica: li fanno divertire utilizzando principalmente  il pallone. Poi dai 12 anni iniziano a farli lavorare di più sulla tattica e sulla forza.  

Quella Spagna in cui hai conosciuto Blasquez, uomo di fiducia di “777 Partners”, al quale avevi proposto di acquistare il Genoa, proposta poi ascoltata e messa poco tempo dopo in atto; mi puoi raccontare nei dettagli com’è andata la trattativa?

Blasquez me l’aveva presentato il presidente del Siviglia Josè Castro durante un pranzo e fin da subito siamo diventati amici. Poi questo rapporto di amicizia è andato avanti e ad un certo punto Andres mi ha detto che voleva acquistare un club in Italia e così io gli ho proposto di acquistare il Genoa. La trattativa è durata tanto ma alla fine, per fortuna, è andata in porto.

Sempre in Spagna hai avuto un’esperienza come responsabile marketing del Cadice, me la puoi raccontare?

A Cadice mi sono trovato bene, anche se è stata un’esperienza che è durata poco

Parlando invece della Sampdoria, cosa ne pensi della situazione che sta attraversando a livello sportivo e societario? “Mettendo da parte i colori” non ti sembra ingiusto che una squadra così importante e storica del calcio italiano sia in questa situazione?

Questa situazione è un danno importante per la città di Genova e, paradossalmente, se la Sampdoria dovesse fallire, sarebbe un guaio anche per il Genoa perché dovrebbe gestire le spese dello stadio da solo. Comunque se la Samp dovesse fallire andrebbe in Serie C, e se fosse supportata dalle giuste persone, sicuramente in poco tempo si troverebbe di nuovo in Serie A. Senza dubbio attualmente il problema della Sampdoria è Ferrero.

C’è ancora qualche progetto che vorresti realizzare?

Ti posso anticipare che stiamo cercando di creare con un fondo americano una multiproprietà a livello internazionale tra un club spagnolo di Segunda Division, un club in Portogallo che già possediamo ed un’accademia negli Stati Uniti. Anche con 777 Partners stiamo cercando di creare una multiproprietà, che però comprenderebbe dieci club in giro per il mondo.

 

“Senza parole non si può pensare”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Il Darwin Day al D’Oria: convivenza e violenza nell’evoluzione umana e perché quando mangiamo dobbiamo ringraziare Darwin.

di Serena Biscari, Francesco Ferrando e Filippo Lo Giacco, 2d.

Per festeggiare la nascita del famoso scienziato Charles Darwin, il “Darwin Day”, il 14 febbraio, il liceo Andrea D’Oria di Genova ha ospitato il dottor Domenico Saguato e il professor Silvano Fuso per parlare dell’ evoluzione dell’uomo e dell’alimentazione.   

Domenico Saguato, volontario di Genova Solidale, ha esaminato alcuni testi di antropologia, “Il Paradosso della Bontà di Richard Wrangham e “L’Alba del Linguaggio” di Sverker Johansson,  per analizzare lo sviluppo dell’essere umano. Significativa è la differenza che ha permesso di distinguere gli  ominidi dagli animali cioè la capacità di gestire la violenza. Infatti, nonostante la selezione individuale favorisca i violenti, con gli uomini è accaduto il contrario: gli individui meno violenti riuscivano meglio nella collaborazione e nella convivenza. 

La cooperazione ha poi portato gli uomini alla morale dell’equità, ovvero la capacità di condividere. 

A questo proposito un gruppo di scienziati ha fatto un esperimento che consisteva nel coinvolgere due persone e dare 100€ alla prima e niente alla seconda. Lo scopo dell’esperimento era constatare se le due persone avrebbero condiviso il denaro: se la persona che aveva ricevuto il denaro lo avesse condiviso con l’altra, entrambe avrebbero potuto tenere i soldi; in caso contrario, il denaro doveva essere restituito e nessuno avrebbe avuto nulla. 

Nella maggior parte dei casi chi aveva il denaro dava una parte minima all’altra persona, solitamente questa non la accettava perché non la riteneva equa. Quando hanno sottoposto all’esperimento un uomo facente parte di una popolazione delle isole del Pacifico, abituato a ricevere e condividere gli eccessi di cibo con le altre tribù delle isole circostanti, questo ha accettato i soldi che la maggior parte delle persone coinvolte rifiutava.

Saguato ha menzionato l’importanza del fuoco nello sviluppo del linguaggio: gli ominidi, che vivevano in gruppi e riunendosi intorno ad esso, raccontavano storie inventando così parole astratte.

“senza parole non si può pensare” 

circa mezzo milione di anni fa si sviluppò un vero e proprio linguaggio e nacque la prima forma artistica degli ominidi ovvero il collezionismo, poi dieci mila anni fa nacquero l’agricoltura e la pastorizia e conseguentemente la proprietà privata e di seguito una vera e propria civiltà.

L’evoluzione dell’alimentazione è stata affrontata dal professor Silvano Fuso, divulgatore scientifico e socio effettivo del CICAP (Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze) che ha spiegato come quasi nessuno dei cibi che mangiamo oggi è mai esistito in natura ed è lo scienziato inglese Darwin a dirci tutto questo nell’opera “Variazione degli animali e delle piante allo stato domestico“:

“Certamente l’uomo sceglie individui variabili e coltiva i loro semi, e poi di nuovo ne presceglie la prole che riuscì variata. Ma la variazione iniziale, su cui agisce l’uomo, e senza cui l’uomo a nulla riuscirebbe, è prodotta da lievi cambiamenti nelle condizioni di vita, che spesso avvengono in natura. Laonde si può dire che l’uomo va facendo uno sperimento in proporzioni gigantesche, a cui la natura s’assoggetta continuamente nel lungo corso dei tempi.”

Nel neolitico nasce la semina intenzionale e l’uomo ha selezionato le varie specie di piante di cui era solito nutrirsi e, così facendo, ha condizionato l’evoluzione della flora e così sta facendo ancora oggi con metodi moderni.

Citando metodi recenti troviamo OGM, editing genetico che funziona come un “correttore di bozze” del DNA: interviene in maniera precisa per trovare e correggere gli errori genetici all’interno dell’intero genoma; oppure il CRISPR/Cas9 che si basa sull’impiego della proteina Cas9, una sorta di “forbice” molecolare in grado di tagliare il DNA, che può essere programmata per effettuare specifiche modifiche al genoma di una cellula, sia questa animale, umana o vegetale.      

Il professore ha poi concluso dicendo: “dietro ogni boccone c’è un’enorme evoluzione”, spiegando che molte delle verdure di cui ci nutriamo oggi avevano un aspetto molto differente rispetto a quello attuale, come ad esempio le carote, che erano viola, e solo in tempi recenti sono state fatte diventare arancioni, per dare loro un aspetto più invitante.    

 

Tentando di raggiungere l’invisibile

Le città non sono solo apparenza

di Alice Villa, Lidia Rossi e Alessia Burgos, 1D 

Parlando di “Le città invisibili” di Italo Calvino, riflessioni di ogni tipo possono farsi strada nella mente. Questo perché l’opera, che sembra essere una semplice raccolta di immaginarie città, nasconde un’intensità e profondità sorprendente. 

 

Tra le varie persone che hanno riflettuto su questo romanzo vi è Graziano Graziani, scrittore e regista, che ne mette in luce molti aspetti interessanti. Come non nominare la fascinazione per il lontano, l’esotico, messa in risalto dal periodo storico del racconto, in cui ogni giorno le cartine geografiche dovevano essere modificate. 

“L’esotismo rappresenta un luogo che noi definiamo lontano e, per questo, irraggiungibile”

Se noi, quindi, dovessimo trovare un esempio di città esotica scopriremmo che è diversa per ognuno, in qualche modo condizionata da dove si abita, quindi molto soggettiva. Eppure le città compaiono nel racconto come senza tempo, sparse nel mondo e vive: così vive da riportare un nome di donna. La vita, la danno le persone che vivono in esse, formando una collettività con usanze, pensieri, abitudini comuni.

“Le storie di queste città si svolgono in luoghi senza tempo dove il passato si aggrega al presente e, inevitabilmente, al futuro”

Molto interessante è stata la sua lunga riflessione, riguardo al motivo del perché nascono le città.

“Le città nascono per dare luogo a quello che è nascosto dentro di noi”


Come spiega Graziani, le città non nascono solo e unicamente per donare un posto dove vivere agli uomini, ma hanno anche un senso affettivo non da poco, perché infatti simboleggiano i ricordi, i pensieri, i sogni, le delusioni proprie di tutti noi, che si mantengono vivi tramite un edificio, una via o una piazza. In una città i ricordi e le persone si moltiplicano col tempo, dando luce a una storia, contrastando così il deserto in cui si trova.

“Dentro ogni monumento c’è un passato”

Le città, per quanto straordinarie, sembrano sempre avere un pezzo mancante, il mare vuole la terra, la terra vuole il mare. Questo porta ad un fragile equilibrio di imperfezione. Graziano Graziani ha tenuto a precisare la differenza tra il desiderio e il godimento che caratterizza tutti i nostri desideri e aspirazioni anche all’interno di una città:

“Il desiderio e il godimento spesso vengono confusi ma sono due cose completamente differenti: il desiderio è ciò che non abbiamo ma vogliamo; mentre il godimento è il senso di appagamento per aver ricevuto ciò che volevamo”.

L’uomo è nato per essere ambizioso e puntare al meglio, e come nella vita, grazie al continuo desiderio, la città cresce e cresce ancora, tentando di raggiungere il mare.  

   
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“O si attraversa il mare o si muore, restare non è un’opzione”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Benedetta Lorenzon e Elisa Schena, 2D.

Martedì 7 febbraio, al Liceo Classico Andrea D’Oria di Genova, il dott. Luca Sansone ha presentato agli studenti il libro “Il Mondo in una Scuola” che lo ha visto coinvolto nella scrittura sul tema dei migranti insieme a Ezio Poletti e Bruno Fragiacomo. L’opera propone una raccolta di 110 testimonianze, rilasciate da donne e uomini giunti a Genova e Savona da diversi continenti che hanno frequentato i corsi della Scuola di lingua italiana, organizzati dai Circoli Operai.

Luca Sansone, durante l’incontro, ha affermato che spesso si tende a dimenticare che coloro che compiono viaggi interminabili, vere e proprie odissee da un continente all’altro, con la speranza di una vita migliore, sono persone come noi. Questo libro è nato proprio per sensibilizzare il lettore su questo tema e Sansone ha letto alcune parti delle testimonianze più toccanti che sono state raccolte. Tra la commozione generale, lo scrittore racconta di Mohamed che per riuscire a comprare i biglietti del pullman per lui e la sua famiglia “si è venduto anche le scarpe”. “Ho visto cose che un padre non dovrebbe vedere” afferma un uomo che aveva assistito alla tortura del figlio da parte di aguzzini trafficanti di uomini. In un’altra testimonianza, un giovane, che ha deciso di scappare e quindi di disertare rischiando anche la pena di morte, afferma:

“O si attraversa il mare o si muore, restare non è un’opzione”. 

Alle testimonianze, Luca Sansone accosta i dati impressionanti sul fenomeno dell’immigrazione: sono 281 milioni i migranti complessivi nel mondo e 25000 coloro che sono morti nel Mediterraneo dal 2014. Per dare un’idea dell’enormità di questi numeri Sansone afferma che se tutti i migranti abitassero uno stesso stato, questo sarebbe il quarto al mondo per popolazione e che il numero di morti nel Mediterraneo corrisponde agli iscritti dell’Università di Genova.

Nonostante i migranti siano vittime di storie drammatiche, in Italia si riscontrano ancora fenomeni di astio nei loro confronti. Sansone prova a chiarire i motivi di tale avversione spiegando che certe parti della popolazione provano un timore innato nei confronti di chi è diverso e che, per questo motivo i migranti spesso rappresentano coloro contro cui puntare il dito per qualsiasi ragione. Vengono ritenuti “carichi residuali”, “prede contro cui accanirsi”, “invasori”.   

Sansone ha concluso l’incontro consigliando ai ragazzi di evitare di farsi influenzare negativamente da dicerie popolari infondate: “Usate la testa, informatevi e riflettete su ciò che accade e ciò che ci viene raccontato”. A questo ha poi aggiunto la necessità che i giovani aiutino nel concreto coloro che, giunti da altri paesi, hanno bisogno di assistenza.           

Laura Sicignano ai giovani: “Non abbiate paura di sperimentare”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Martedì 17 gennaio 2023, nell’aula magna del Liceo Andrea D’Oria, si è tenuta una conferenza della pluripremiata regista teatrale Laura Sicignano

Di Elena Iannacchino, Irene Collufio e Vittoria Gandolfo, 2B

Il 17 gennaio, nell’aula magna del liceo Andrea D’Oria, Fabio Capocaccia, presidente dell’associazione ex allievi del D’Oria, ha proposto un incontro con la regista, autrice, produttrice, organizzatrice teatrale ed ex studentessa del Liceo Andrea D’Oria Laura Sicignano, che ha raccontato l’inizio della sua carriera e ha presentato due suoi nuovi progetti: Kakuma e I Treni della Felicità.

Kakuma in scena al Teatro Nazionale di Genova

Kakuma è uno spettacolo dedicato all’omonimo campo profughi, situato tra Kenya e Sud Sudan, che ospita oltre 270mila persone, in fuga dai conflitti nei paesi circostanti.

Laura Sicignano ha visitato il campo e ha raccontato:

“Normalmente nessuno va in queste zone, i giornalisti si collegano tramite Skype con i volontari, fortunatamente sono riuscita ad andarci, e a vedere in prima persona come sia la situazione.”

La sua visita al campo, spiega la regista, è stata di breve durata data la difficoltà dello staff ad assicurarle la scorta per lei obbligatoria 

“Nonostante questo ho avuto l’opportunità di intervistare sia i rifugiati sia il personale, proprio perché Kakuma ha come obbiettivo di raccontare non solo il punto di vista dei profughi, ma anche quello di chi ci lavora” 

 

I treni della felicità –“Questa storia nei libri di storia non c’è”

I Treni Della Felicità in atto al Teatro Della Tosse di Genova

 Nell’immediato dopoguerra le donne dell’UDI (Unione Donne in Italia)   organizzarono dei convogli che trasportarono nel nord Italia, principalmente   in Emilia-Romagna, circa 70mila bambini che vivevano in condizioni di   miseria in   tutta la penisola.                                                 

 Il 19 gennaio 1946 partì il primo convoglio da Roma. Fu il sindaco di Modena   a chiamarli “treni della felicità”, perché davano ai bambini una nuova vita e   condizioni migliori per viverla. 

 

 

Lo spettacolo racconta questo periodo dal punto di vista delle donne che hanno accolto i bambini, riflettendo sulla maternità non solo come condizione biologica, ma anche etica. Questa rappresentazione racconta una storia di solidarietà e di speranza che ha permesso all’Italia di rinascere.

 

Laura Sicignano è una pluripremiata regista, attrice, produttrice e fondatrice del teatro Cargo, Teatro Villa del Ponente e Teatro di Villa del Galliera che hanno sede a Genova. Laureata con lode in Storia del Teatro all’università cattolica del Sacro Cuore di Milano nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il titolo di direttrice del teatro stabile di Catania. Il suo primo ruolo riguardava il dietro le quinte degli spettacoli sotto la guida di Ivo Chiesa. Nel 1994 fondò il teatro Cargo in cui ha diretto e prodotti più di 40 opere teatrali. Ha diretto tre festival su tematiche sociali e suoi spettacoli trattano di storie di donne, eroi di cui riporta in vita la memoria e informano il pubblico su situazioni difficili diffuse nei luoghi che visita.

Le abbiamo rivolto qualche domanda:

Lei ha studiato in questa scuola: questo percorso di studi l’ha in qualche modo aiutata a raggiungere i suoi obbiettivi?

Assolutamente si. Ho avuto insegnanti straordinari e insegnanti pessimi, ma sono stati entrambi molto formativi. La prima categoria è stata molto formativa non solo per le nozioni acquisite, ma anche perché mi ha fornito un metodo critico per affrontare le difficoltà e leggere la realtà, anche se magari non ricordo tutto ciò che ho imparato. Gli insegnanti pessimi mi hanno insegnato che la vita è ingiusta e che spesso le cose non vanno come vorremmo. La mia classe si aspettava dei professori ottimi, e abbiamo vissuto questa situazione come un’ingiustizia … purtroppo nella vita succede spesso, quindi anche questa è stata una lezione molto importante. Inoltre ho avuto una classe meravigliosa: siamo stati anche noi, reciprocamente, degli insegnanti, nei nostri conflitti e nelle nostre diversità. 

C’è qualche messaggio in particolare che spera di trasmettere con con i suoi spettacoli? Le sue opere sono rivolte a un pubblico in particolare?

Non penso che sia scopo dell’arte trasmettere messaggi, ma penso che un’opera d’arte debba arrivare a tutti, penso che debba avere una molteciplità di livelli di lettura. A un livello magari più basso riesce ad arrivare anche a un pubblico più semplice, mentre un pubblico più sofisticato riesce a cogliere altri livelli di lettura, ma l’arte deve comunque arrivare a tutti: che sia un pubblico colto, non colto, di giovani, di adulti. Per fare la “prova del nove”, scelgo un pubblico ristretto di giovani e giovanissimi che vengano a vedere la prima: se si mostrano interessati, ho vinto, mentre se si annoiano, ho fallito.

C’è qualche consiglio che vorrebbe dare a ragazzi che desiderano intraprendere la sua stessa carriera?

Un mio consiglio è mettersi alla prova, anche con gli amici, senza paura. Questo è un lavoro in cui bisogna sbagliare tantissimo, prima di ottenere un risultato. Inoltre bisogna fare gavetta, infilarsi in realtà professionali, osservare  e curiosare: è un lavoro in cui si impara facendo e guardando gli altri, un lavoro al tempo stesso molto intellettuale e molto pratico. Bisogna buttarsi, sporcarsi le mani, senza paura.

 

 

 

Da Genova a Kakuma per dare un senso al proprio viaggio

La regista Laura Sicignano parla di sé e del suo ultimo lavoro, in prima nazionale il 24 gennaio a Genova.  

di Giovanni Catelani, Dario Donato, Federico Frau, 2d

Il giorno 17 Gennaio, l’ex studentessa del Liceo classico “Andrea D’Oria” e ora affermata regista Laura Sicignano è tornata sui “banchi di scuola” per raccontare due nuovi spettacoli con cui riprenderà ad esibirsi a Genova, dopo una lunga parentesi in Sicilia, da direttrice del “Teatro Stabile” di Catania. 

Ritrovando il suo vecchio liceo, Laura si è lasciata trasportare dalla memoria,  ricordando gli anni di grande crescita personale, trascorsi in questo luogo, e ripercorrendo il suo passato a partire dalla “nascita” della sua vocazione, iniziata come una semplice attrazione per l’arte e sviluppatasi poi in un vero e proprio lavoro, alimentato dalla passione.

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La regista, infatti, negli anni ha collaborato con colleghi del calibro di Tonino Conte e Ivo Chiesa, per poi fondare, nel 1994, una propria compagnia teatrale, riconosciuta  dallo stesso Ministero della Cultura, chiamata “Il Teatro Cargo”  in onore dell’ex cantiere navale di Voltri in cui è stata direttrice, regista e autrice di numerose produzioni. Ha inoltre organizzato festival su tematiche di impegno civile e ha curato le stagioni nel Teatro del Ponente e nel suggestivo Teatro settecentesco di Villa Galliera, vinto in appalto e ristrutturato dalla  compagnia stessa. 

Dopo i ricordi, la regista ha presentato i suoi due nuovi lavori: uno di questi, scritto e da lei diretto, è “KAKUMA, fishing in the desert“, un connubio tra poesia e reportage, per dare voce a un non luogo e alla storia di eroi dimenticati. 

Kakuma è un enorme campo profughi nel Kenya centrale, che ospita più di 170 mila migranti provenienti da tutta l’Africa che fuggono dalla guerra o per ragioni climatiche. Questo centro accoglie ogni anno decine di migliaia di persone bisognose di una nuova casa e di una nuova vita.

E’ molto difficile visitare Kakuma dal vivo,” racconta la regista genovese “solitamente i giornalisti si limitano a parlare con la troupe del campo in videochiamata e, nella mia breve permanenza nel campo, non sono riuscita a visitarlo completamente, essendo sempre stata scortata da diverse guardie. Nonostante ciò sono riuscita a raccogliere diverse testimonianze di rifugiati. La cosa che ho apprezzato maggiormente del campo è lo scambio culturale che avveniva quotidianamente tra i diversi popoli: in ogni luogo di Kakuma traspariva una estrema multiculturalità, con diverse lingue, usanze e tradizioni. Penso che anche il nostro paese possa trarre insegnamento da ciò.”

Continua parlando di cosa vuole rappresentare con questo spettacolo e cosa rappresenta per lei il teatro.

Il nostro obbiettivo è che lo spettatore esca dal teatro maggiormente informato e formulando un pensiero, perché credo che oltre ad emozionare una opera debba trasmettere anche qualcosa. Allo stesso tempo abbiamo cercato di mantenere il lato artistico del teatro: raccontiamo della fragilità umana, della paura, della tristezza, del coraggio e della speranza, di ciò che ci rende umani.

Da giovane volevo fare questo lavoro per rappresentare il mondo in maniera alternativa, perché la realtà non mi piaceva. Questo è vero, ogni spettacolo fa parte di un mondo diverso, ma esso mantiene sempre difetti e problemi: perciò penso che ogni opera, anche in una minima parte, sia lo specchio del mondo reale.” 

 

Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Nazionale di Genova, debutta in prima nazionale dal 24 al 29 gennaio 2023 nella Sala Mercato, in piazza Gustavo Modena: un’ora di emozioni e colori, da non perdere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4D Consoli Chiara – La Fragilità del Calcio

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Il calcio, sport nazionale e mondiale, tanto da fare i mondiali persino in Qatar, notoriamente uno dei pochi paesi, dove il calcio non è uno sport osannato.

Immagine tratta da “Il Mattino” – Sinisa e Gianluca durante una partita

Immagine tratta da “Il Mattino” – Sinisa e Gianluca durante una partita

Il calcio, sport nazionale e mondiale, tanto da fare i mondiali persino in Qatar, notoriamente uno dei pochi paesi, dove il calcio non è uno sport osannato. Uno sport che ci fa essere per 90 minuti, avversari, persino con gli amici, se non tifano la nostra stessa squadra del cuore.

Il calcio fa sognare milioni di persone. I calciatori, moderni gladiatori schierati in campo per la vittoria sull’avversario. Ai nostri occhi possono sembrare invincibili ed inossidabili, come ad esempio Zlatan Ibrahimovic, che a 41 anni, gioca ancora nel Milan.

La realtà però è differente, infatti, proprio in questo ultimo periodo sono venuti a mancare alcuni dei più grandi protagonisti di questo sport, da Sinisa Mihajlovic a Pelè, e per ultimo Gianluca Vialli.

Tanti altri calciatori si sono ammalati di malattie incurabili, Gianluca Signorini, Fulvio Bernardini e Stefano Borgonovo di SLA; anche se questi sono solo i più famosi, esiste uno studio, dove oltre trenta calciatori italiani, in tutte le categorie, sono morti a causa di questa malattia. Le cause non sono certe, si parla di sforzo fisico eccessivo, Doping nel mondo del calcio e pesticidi presenti sull’erba dei campi da calcio.

Il caso di Sinisa Mihajlovic

Non è solo questa, però, la causa di morte di questi atleti. Sinisa Mihajlovic, rese pubblica la sua malattia, la leucemia, in una conferenza stampa durante il ritiro con il Bologna nel 2019. Riuscì a vincere la sua prima battaglia, tornando così alla guida della squadra; ma nel marzo del 2022, lasciò il suo incarico di allenatore, per curarsi nuovamente. Sinisa muore il 16 dicembre 2022, all’età di 53 anni. Gianluca Vialli, era affetto da tumore al pancreas, come anche Pelè. Pelè è stato il più grande campione di tutti i tempi, è mancato all’età di 82 anni.

Il caso di Gianluca Vialli

Vialli per un certo periodo, ha tenuto nascosta la sua malattia, nel 2017, ha deciso di renderla pubblica, per sensibilizzare le persone su questa malattia, ed aiutare, chi come lui, ne è affetto.  Gianluca viene a mancare il 6 gennaio 2023.

Dietro al carrozzone del calcio, con ingaggi astronomici e maratone televisive, ci sono storie di uomini normali, che possono diventare un esempio anche nelle  difficoltà che tutti noi possiamo avere.