“Tutto passa. Le cose, pure le peggiori, si superano e prendono il posto che meritano nel nostro passato” la vita intima, Niccolò Ammaniti.
Questa settimana, a meno di due mesi dall’uscita, “la vita intima” di Niccolò Ammaniti è il secondo libro più venduto d’Italia. Pubblicato il 17 gennaio scorso da Einaudi al costo di 19€, di certo non ha stupito la critica con la sua vivacità.
In 312 pagine racconta la storia di Maria Cristina Palma, che ha una vita all’apparenza perfetta: è bella, ricca e famosa. Tuttavia nel suo passato c’è un segreto che emerge all’improvviso sconvolgendola del tutto. Affrontare i propri pensieri e le proprie paure richiede una gran coraggio e spaventa la donna. Grazie alla voce dello scrittore capiamo Cristina e le perdoniamo tutto, anche quando sembra impossibile farlo. La protagonista è così viva che sembra quasi strano non esista davvero, un po’ come succede in ogni buon romanzo. Con il nuovo libro Niccolò Ammaniti completa la propria visione del mondo soddisfacente e bizzarra. Passa dal drammatico al divertente, senza tralasciare anche l’aspetto romantico.
Fondamentale appare nel romanzo la dicotomia tra vita pubblica, fatta di apparenza, e vita “intima”, ricca di insicurezze, ossessioni e paure. Quando il passato di Cristina emergerà con un video, questi due aspetti della vita si separeranno e l’equilibrio precario della protagonista verrà meno. Interessante anche il tema della bellezza: a causa del suo avvenente aspetto la donna si troverà svantaggiata. Quando il fascino è la prima caratteristica che notiamo, vedere il resto è più difficile. Sembra quasi che sia una condanna.
La trama è semplice ma è raccontata da un grande scrittore. Il linguaggio è facile e scorrevole. Adatto a chi vuole passare qualche sera spiando all’interno dell’animo di Maria Cristina in compagnia di un tè fumante, per concludere una lunga giornata.
Buona lettura!
Agnese Campus 4d
Due parole sull’autore
Niccolò Ammaniti, classe 1966, è uno degli scrittori italiani più importanti degli ultimi anni. Ha esordito nel 1994 con il romanzo Branchie (1997). Nel 2001 ha pubblicato il suo romanzo più famoso “io non ho paura”, diventato nel 2003 un film di Gabriele Salvatores. Si è poi dedicato al fumetto e il genere ha contribuito a formare lo stile dello scrittore. Ha vinto la 61° edizione del Premio Strega nel 2007 con “come Dio comanda”, che nel 2008 è diventato un film di Gabriele Salvatores. I suoi libri sono tradotti in 44 paesi diversi.
La classe 4ªd nella sala delle riunioni del Corriere della Sera
Il giorno giovedì 2 febbraio le classe 4ªd e 4ªb del liceo classico Andrea D’Oria, che prendono parte al potenziamento umanistico, si sono recate a Milano presso la storica sede del Corriere della Sera di via Solferino 28. La professoressa Daniela Di Pace ha accolto separatamente le classi e ha seguito gli studenti durante la visita.
In primo luogo la classe ha guardato un video in cui il direttore del quotidiano, Luciano Fontana, parlava del prestigio del Corriere della Sera e della sua lunga storia. Infatti il giornale nacque nel 5 marzo del 1876 e fu fondato da Eugenio Torelli. Il nome del quotidiano deriva dal fatto che l’obbiettivo principale era quello di portare notizie, come un corriere che porta i pacchi, prive di opinioni (secondo il modello inglese) che venivano pubblicate verso sera.
Gli studenti hanno visitato la sede che scelse Luigi Albertini, il quale condusse la testata dal 1900 al 1925, e sotto la sua direzione il Corriere della Sera divenne il giornale italiano più importante. Il celebre giornalista introdusse anche le pubblicità sul quotidiano, come succedeva in Francia, e ne ottenne ottimi guadagni. Oggi gli spazi pubblicitari dedicati sono molti. La professoressa ha spiegato che quello più costoso è quello sul retro perché possono vederlo anche coloro i quali non leggono le notizie all’interno.
Dai tempi di Torelli sono cambiati molti aspetti e ora il quotidiano non ha più solo una versione cartacea ma esiste un giornale online e una piattaforma chiamata Corriere TV, che informa attraverso i video.
Dopo la breve digressione riguardo alla storia della testata il direttore, attraverso il video, ha raccontato cosa succede ogni giorno nella sede. Alle sette del mattino i giornalisti iniziano a lavorare per prendere parte alla prima riunione un’ora più tardi. Il direttore si siede all’estremità di un lungo tavolo e si cominciano a scegliere le notizie del giorno confrontandosi anche con gli inviati. Largo spazio è lasciato alla corrispondenza da Roma dalla quale provengono le notizie di politica.
In questa prima fase i giornalisti compilano il “timone”: un foglio che, in modo schematico, aiuta a dividere le notizie e le pubblicità negli spazi disponibili. Durante il corso della giornata i giornalisti si raccolgono altre tre volte per aggiornare il timone e progettare la grafica. Quindi si manda in stampa il giornale verso le undici di sera. Dal 2005 per ogni pagina si stampano quattro lastre in alluminio riciclabile di diverse tinte per renderlo colorato.
Terminato il lavoro per il giornale cartaceo c’è chi però non si riposa: online le notizie devono essere sempre aggiornate. Soprattutto con l’aumento dei costi della carta e il grande numero di abbonamenti digitali degli ultimi anni, l’importanza delle notizie sul web cresce sempre più.
Dopo aver visionato il video la classe si è spostata al piano superiore. Per farlo è passata da uno scalone di marmo con le foto degli scrittori che hanno collaborato con il Corriere. Tra cui i più importanti: Gabriele D’Annunzio, Luigi Pirandello, Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Grazia Deledda, Dino Buzzati e Ada Negri. La classe ha anche avuto la possibilità di visitare la sala dove si svolgono ogni giorno le riunioni tra i giornalisti. Al centro c’era il tavolo storico della sede con il piano inclinato come quello che si trovava al Times di Londra, mentre sulle pareti c’erano incorniciate le prime pagine più importanti della storia del Corriere della Sera.
Tornati al punto di partenza gli studenti hanno potuto fare delle domande a Daniela Di Pace riguardo all’organizzazione del giornale e al mestiere del giornalista. Al termine della visita la professoressa ha consegnato un sacchetto con alcune prime pagine storiche, come quella sulla promulgazione delle leggi razziali.
La visita è stata breve, ma ha permesso alle classi di entrare in un mondo sconosciuto tramite uno dei giornali più celebri d’Italia.
Poesia tra due generazioni: Maria Grazia Calandrone illustra le opere di Wislawa Szymbroska
Di Vittoria Gandolfo, 2B
Wisława Szymborska
Ero come un chiodo piantato troppo in superficie nel muro
Tratti dalla poesia “Disattenzione“, questi sono solo alcuni dei versi su cui la scrittrice e poetessa Maria Grazia Calandrone si è soffermata durante il suo incontro, avvenuto l’otto marzo, con le classi 2B e 2D del Liceo D’Oria.
“Disattenzione” è un’opera della poetessa polacca, premio nobel 1996, Wislawa Szymborska (2 luglio1923, 1º febbraio2012).
Già a una prima analisi si può notare come la poetessa, attraverso “Disattenzione”, evidenzi come ormai siamo così abituati al sopraccitato cosmo da non stupirci più, da non farci più domande.
“Ieri mi sono comportata male nel cosmo.” ma cosa significa questa frase? La Szymborska critica aspramente (e sembra quasi che lo faccia anche nei confronti di sé stessa) il comportarsi passivamente, il subire e osservare quello che succede senza interrogarsi su ciò che ci circonda.
La Szymborska riceve il premio nobel
La poetessa, attraverso la sua opera, condanna la, appunto, disattenzione: il non accorgersi delle piccole cose (come il pane in tavola, le nuvole, la pioggia), il passare tutta la giornata senza stupirsi e senza fare domande (Ho passato tutto il giorno senza fare domande,/senza stupirmi di niente.)
La Szymborska evidenzia l’importanza dello stupore, dell’unicità, dell’attenzione ai dettagli. Per la poetessa non esiste l’ordinario, il banale: tutta la sua poesia si sforza di dare importanza alla quotidianità, trascurata e spesso banalizzata dall’impulso di guardare al passato e pensare al futuro, ignorando il presente.
“Disattenzione” è uno straziante grido d’aiuto, un appello a tutti coloro che non riescono a stupirsi, a cercare una motivazione per quello che accade intorno a loro.
Questa poesia non ci esorta, ma ci chiede, ci supplica di riuscire a trovare ancora un qualcosa che ci dia la forza di scavare a fondo alla ricerca di un motivo per andare avanti, senza proseguire per inerzia, seguendo unaschematica routine (ma senza un pensiero che andasse più in là/dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.)
Maria Grazia Calandrone
“Ero come un chiodo piantato troppo in/superficie nel muro” la Calandrone ha spiegato come questa frase, all’apparenza di difficile comprensione, significhi l’essere ignorato dal mondo e dalla società, che vanno avanti e si evolvono senza aspettare chi con disattenzione si è perso nella corsa frenetica contro il tempo, invece di fermarsi e osservare, intervenire, pensare, domandare.
Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti perfino nell’ambito ristretto d’un batter d’occhio.
Di nuovo, l’autrice vuole evidenziare come anche i momenti più brevi (“un batter d’occhio”) possano essere pregni di significato, avvenimenti e cambiamenti: ignorandone anche solo uno, si deve accettare il rischio di non accorgersi di tutto ciò che è successo in quell’attimo considerato insignificante.
Questa poesia è interessante anche dal punto di vista grafico: spazi posizionati a regola arte riescono a far scaturire sensazionie riflessioni in maniera totalizzante e devastante: nel suo insieme quest’opera riesce a travolgere il lettore con una veemenza sconvolgente.
Tutto questo però non può essere trasmesso attraverso una lettura superficiale, distratta, disattenta.
Le Città Invisibili di Calvino: un classico del secolo scorso ancora lettissimo ai nostri tempi e che ha molto da dirci dopo tutti gli anni trascorsi.
di Emanuele Bennati, Gabriele Pecchi ed Edoardo Musso 1d
A tutti grandi autori dalla mente vulcanica come Calvino, che si é occupato di innumerevoli generi, può accadere di non sapere dove infilare tutte le idee avute in momenti di fervore artistico e poi scartate. Succede che le scrivanie si riempiono di fogli volanti e non si sa più come fare ordine, e fu per mettere a posto il suo studio, ma anche per un’ improvvisa ispirazione che Calvino si mise in testa di scrivere “Le città invisibili“.
Si potrebbe pensare che non sia semplice, ma va detto che molti incipit dei suoi romanzi mai scritti iniziavano proprio con descrizioni di città. Così, unendo i precedenti scritti forse il più letto autore italiano del suo secolo, seppe trarre un unico romanzo. Esso può sembrare artificioso, ma l’abilità dell’ autore fu proprio nel vergarlo con naturalezza. Raggruppò brevi descrizioni dai temi simili secondo un ordine logico e sensato ma che al tempo stesso lasciasse spazio alla magnifica casualità dei romanzi.
Infatti, i gruppi in cui le città sono suddivise sono tutti dai nomi molto evocativi, le città degli scambi, della memoria, dei desideri sono solo alcune. Tutti rimandano ad una qualche attività interna alla mente umana e tipica delle persone in quanto tali, oppure alle relazioni tra di esse. Queste s’ intrecciano nella vita di tutti i concittadini, a volte con l’ essenza stessa del centro che abitano.
Ma al contempo, questi gruppi potrebbero apparire soltanto pochi tra i generi di città immaginarie che ci si potrebbe inventare, e forse non i più importanti. Giusta presa di posizione, ma non è compito dello scrittore decidere quali lo siano, lasciandone la libertà a chi legge, e limitandosi nella sua piccolezza di raccoglitore di idee, a fornire semplici spunti. Non che Calvino non sia un grande autore, intendiamoci. Ma ha voluto semplicemente mostrare le cose come le vedeva lui, senza approfondirle tanto però da chiudere altre altrettanto corrette visioni .
Calvino alla sua ordinatissima scrivania alle prese con i suoi famigerati romanzi in attesa di essere scritti
Dopo questa premessa, possiamo accingerci all’ approfondimento di come il racconto si sviluppa.
La struttura e i temi del romanzo
Il romanzo è piuttosto insolito nella sua conformazione, tanto che ,fra i più noti, sono solo il celeberrimo “Le mille e una notte” e il Decameron ad assomigliargli. Si tratta di uno stile inusuale per la sua frammentarietà, a discapito della fluire uniforme della storia. Esso si basa su di una cornice narrativa breve e concisa che fa da sfondo a una serie di racconti, descrizioni in questo caso. Anch’ esse sono piuttosto corte, mediamente una pagina, ma legate da temi comuni, e tutte narrate dai personaggi ivi presenti: si tratta di Kublai Khan e Marco Polo, seduti alla corte del primo, sovrano della Mongolia e d’ un vasto impero in Asia. Pur con una localizzazione specifica, i due si trovano in realtà in un luogo senza tempo, senza che ciò venga detto.
Questo e molte altre informazioni, idee, opinioni, sono le tante cose lasciate alla comprensione del lettore, mantenendo senza fornire spiegazioni un’ aura di mistero e irraggiungibilità intorno ai luoghi della storia, pur associandoli al mondo reale per trasmettere dei messaggi.
I due uomini non sono per nulla i protagonisti del racconto, ma solo dei mezzi per raccontare ciò che Calvino aveva da dire sulle città invisibili. Attraverso il loro discorrere, durante una conversazione sulla decadenza dell’ impero di Kublai, Calvino ci narra del disordine e di quanto sia necessario. O comunque inevitabile, se l’ alternativa è un ordine imposto con la forza. Guerra e povertà in un regno grande quanto il suo non sarebbero contrastabili nemmeno dal più saggio dei governi, e quindi è quasi giusto lasciare il popolo da solo a gestirsi. Il povero sovrano, infatti, non poteva nemmeno sognarsi di vedere anche solo una piccola parte di quanto i suoi domini avevano da offrire, nel bene e nel male. Nell’ epoca in cui viveva, viaggiare era una scelta di vita : solo una limitata parte del mondo poteva offrirsi perfino agli occhi di un così ricco sovrano.
Di ciò vive il romanzo, una raccolta di racconti meravigliosi per le orecchie stupefatte di Kublai, di descrizioni di luoghi mai visti ma che si potranno soltanto immaginare.
Le città in generale
Le città che Calvino ci presenta sono, come abbiamo detto, ognuna un’ esponente di una particolare categoria. Tutte sono caratterizzate da un passato unico su cui si fonda il loro modo di essere attuale. In ogni angolo di esse si possono trovare tracce di quello che sono state anni, secoli prima. Eppure non sono città morte, sono piene di vita in continuo rinnovamento. Semplicemente rifiutano di essere dimentiche di ciò che le ha portate ad essere come sono attualmente, in meglio e in peggio. Questo per evitare di ripetere eventuali errori e prendere dal passato solo il buono, pur ricordando tutto, senza, per orgoglio o altro, tralasciare i momenti più bui della loro storia. Ciò le spinge verso un miglior futuro nel rispetto delle tradizioni e dei modi d’ essere tipici di ogni città. In ultima istanza, “possedere” il passato non è possibile ne giusto. è bene dimenticare qualcosa, mantenendone però una traccia nella stratificazione delle epoche visibile in ogni città. Genova e Napoli, per dirne due, sarebbero ottimi esempi di città a strati nel mondo reale. Infatti, raccontano il loro passato al forestiero con i monumenti che le adornano e i loro centri storici medievali.
Le città di Calvino hanno inoltre tutte nomi di donne, che le umanizzano. Questo perché come persone, mantengono ricordi della loro vita passata e cambiano il loro “carattere”. Dal momento che sono luoghi della vita delle persone, assumono particolari forme architettoniche a seconda di chi le abita ed è questo che dà loro qualcosa di unico e lo trasmette a chi le abiterà in futuro. Un futuro che si prospetta assai migliore per qualunque città segua uno sviluppo rispettoso del passato, accompagnato dall’ impegno per renderla a tutti gli effetti un luogo perfetto per la vita di comunità, perché una città è “bella” solo se è fatta per supplire alle necessità di tutti.
Il conteggio dei morti sale già a 29 individui, fino a dove si arriverà?
Fotografia che ritrae la Guardia Nacional impegnata nelle strade delle città messicane.
E’ notizia degli ultimi giorni, il figlio del noto trafficante di droga messicano conosciuto come “El Chapo”, è stato arrestato nuovamente dalle autorità della città di Culinian. Il suo nome è Ovidio Guzman ed era stato già arrestato nell’ottobre del 2019. Nonostante ciò a causa delle forti rappresaglie degli uomini del cartello, era stato successivamente rilasciato dal governo del presidente Andres Manuel Lopez. In questi ultimi anni a causa della condanna all’ergastolo per il padre, che ora si trova in un carcere di massima sicurezza negli USA, insieme ai suoi due fratelli gestiva il cartello della Sinaloa.
Nel 2019 gli scontri si erano conclusi con la morte di sette agenti e di un civile, ad oggi però la situazione sembra assai più grave. Infatti dopo pochi giorni dall’arresto si possono contare 29 morti. Sembra sia iniziate una vera e propria guerra tra i narcotrafficanti e l’esercito messicano. Sono infatti numerosi ormai i video virali sul web e sui social media che ritraggono gli scontri armati e vari incendi che divampano nelle strade. Il ministro della sicurezza di Sinaloa, perciò attraverso un Twitter ha sconsigliato alla popolazione di uscire dalle proprie abitazioni, visto il momento molto critico.
In questo momento Ovidio Guzman , chiamato anche “El Raton” si trova a Città del Messico dove resterà a disposizione della Femdo, la Procura specializzata in materia di delinquenza organizzata. Rimarrà in detenzione provvisoria per 60 giorni seguendo lo sviluppo del processo di estradizione richiesto dalle autorità statunitensi. Poichè viene considerato come uno dei principali produttori e distributori di fentanyl negli Usa.
Sono ormai numerose le voci che affermano che dietro a tutto questo ci sia anche Joe Biden. Infatti il 9 e 10 gennaio arriverà in Messico al Vertice dei Leader dell’America Settentrionale. Tuttavia quello che ci chiediamo adesso è: “Fino a che punto si spingeranno i narcotrafficanti per intimidire le autorità e far rilasciare “El Raton?”.
Questo quesito è stato posto anche al criminologo Vincenzo Musacchio, esperto delle dinamiche criminali in America Latina. Neanche lui è riuscito a dare una risposta precisa, ma afferma che rispetto al 2019 questa volta il Messico ha reagito con forza e non si lascerà intimidire dai malviventi.
Il 26 novembre 2022 un fiume violento di detriti misti a una poltiglia limacciosa ha devastato alle cinque di mattina Casamicciola, Comune dell’Isola di Ischia. Si è parlato di una decina di morti, una dozzina di dispersi e moltissimi sfollati che hanno dovuto lasciare la propria casa.
Nonostante negli ultimi tempi il riscaldamento climatico stia cambiando il mondo, è sbagliato, in questo caso, attribuire solo la colpa a questo fenomeno. Come spiega l’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, il problema di queste aree nasce decenni fa. Infatti nel 2021 ha inserito Casamicciola di Ischia nei territori problematici, ripetendo il nome del Comune ben 7 volte.
La colpa deve essere affidata alla manutenzione minima, spesso inesistente, del territorio, alle infrastrutture umane costruite dove non dovrebbero e purtroppo ai beni architettonici, monumentali e archeologici presenti che subiscono eventi che possono danneggiarli.
Come ha ricordato Mauro Di Vito, il direttore dell’Osservatorio Vesuviano dell’Istituto nazionale di geofisica e di vulcanologia, eventi franosi come quello accaduto ad Ischia sono “fenomeni naturali che si possono verificare in particolari territori. L’uomo può e deve intervenire per mettere in sicurezza le zone abitate e soprattutto puntando sulla prevenzione. Ciò da un lato intervenendo con strutture ad hoc e dall’altro imponendo la non urbanizzazione delle aree più a rischio, a partire ad esempio dal divieto di costruzione di strade nelle aree a valle, poiché proprio le strade possono favorire lo scorrimento veloce delle frane con conseguenze disastrose”.
Il WWF chiede che finalmente venga approvata una legge sul consumo del suolo di cui si discute dal 2012.
Attivisti di vari paesi prendono di mira musei per far sentire la loro voce
Da Parigi a Roma passando per Madrid, Firenze, Vienna e la città del Vaticano, si susseguono in questi mesi le manifestazioni degli attivisti di ultima generazione. Per sensibilizzare sul cambiamento climatico hanno deciso di attaccare le opere d’arte conservate nei più importanti musei del mondo con vernici e zuppe preconfezionate. Il 23 ottobre la sorte peggiore tocca al quadro “Il Pagliaio” di Claude Monet a Potsdam. Nei casi precedenti gli attivisti avevano imbrattato soltanto i vetri protettivi dei quadri, qui invece il purè di patate ha colpito direttamente tela e cornice.
Il loro modo di protestare non è gradito da molti, che li hanno accusati di vandalismo, ma loro si sono così difesi: “Il nostro non è vandalismo, ma il grido di allarme di cittadini disperati che non si rassegnano ad andare incontro alla distruzione del Pianeta e, con esso, della propria vita”. Del resto non possiamo negare che essi conoscano bene il significato e il valore delle opere d’arte scelte come bersaglio, come testimonia il parallelismo che hanno instaurato con il Lacoonte. Gli attivisti erano lì il 18 agosto affermando che come il Lacoonte devono tacere perchè mettono in guardia su un futuro catastrofico.
Allora perché imbrattare proprio le opere d’arte, testimonianza di cultura secolare se non millenaria? Dal loro punto di vista è inutile esaltare la bellezza se il mondo viene distrutto.
Le proteste non si sono però limitate ai musei, riversandosi anche sulle strade, dove gli attivisti hanno bloccato il traffico sedendosi sull’asfalto e ostinandosi a non muoversi, resistendo persino all’intervento delle forze dell’ordine.
La domanda sorge spontanea. É il modo giusto di porre l’accento sulla questione? A prescindere da quale sia la risposta e da un qualsiasi giudizio morale artistico la notizia fa discutere.
Musei Vaticani, blitz attivisti di ultima generazione
Bambino di sei anni spara in una scuola elementare a Newport News, Virginia. La polizia: “Non è stato un incidente”.
All’entrata della scuola elementare il cartello con su scritto “happy new year”
“Uno studente di 6 anni ha sparato ad un’insegnante nella scuola elementare Richneck, pochi giorni dopo dal ritorno degli studenti dalle vacanze” ha dichiarato la polizia. Erano le 14 del 7 gennaio, quando si è diffuso il panico a Newport News, cittadina della Virginia di appena 185 mila abitanti.
Il bambino di 6 anni, quel venerdì pomeriggio, ha sparato con un’arma da fuoco mirando l’addome della maestra, lasciando la donna in pericolo di vita. “Non è stato un incidente” ha affermato il dipartimento di polizia della Newport News; quella stessa mattinata infatti il bambino e l’insegnante si sono resi protagonisti di una discussione accesa, pochi minuti prima che lo studente tirasse fuori la pistola e sparasse.
Attimi di panico anche per i genitori degli studenti, le cui testimonianze sono angosciose. “Mi ha sconvolto sentire quei bambini che urlavano in preda al panico. Tutto quello che sapevano era che c’era qualcuno che sparava nella scuola ma non sapevano dove fosse” ha detto la mamma di uno dei bambini della scuola, terrorizzata quando ha ricevuto la telefonata del figlio da un’altra classe. “Il mio cuore si è fermato” racconta invece Joselin Glover, madre di Carlos, bambino di soli 9 anni. Quella mattina ha ricevuto la nota dalla scuola in cui si diceva che una persona era stata ferita e un bambino fermato; “sono andata nel pallone, terrorizzata dall’idea che quella persona potesse essere il mio bambino”.
Anche gli abitanti del quartiere hanno sentito lo sparo, come Daniel Smith, 51 anni, che vive vicino alla scuola elementare. L’uomo è rimasto sorpreso dalla notizia: “Solitamente siamo un quartiere calmo, nessuno infastidisce nessuno e ci proteggiamo a vicenda” ha dichiarato.
La situazione a Newport News ha lasciato molte persone scosse e ancora troppi punti interrogativi. “Una giornata buia per Newport News” ha affermato il sindaco Philip Jones, entrato in carica solo tre giorni prima dell’accaduto. “Impareremo da quello che è successo e torneremo più forti” ha aggiunto poi con aria fiduciosa.
L’ennesima battuta d’arresto dopo una vittoria mette l’Inter in guardia dalla perseveranza.
di Lorenzo Manenti, 3D
Se l’affermazione di cui Sant’Agostino e Cicerone si contendono l’attribuzione è vera, l’Inter di Simone Inzaghi deve iniziarsi a preoccupare seriamente. I due giganti filosofi dell’antichità dicevano: “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.
Poche parole, soltanto sei, che certificano perfettamente il periodo della squadra nerazzurra, capace di portare in paradiso i propri tifosi con partite e momenti di calcio straordinari per poi rigettarli nell’inferno calcistico con batoste e figuracce.
Quella di La Spezia per l’Inter è l’ennesima sconfitta di questo campionato. Sono già otto, il dato impressiona; ma ad impressionare ancora di più sono le squadre che sono riuscite a vincere contro i nerazzurri: Udinese, Empoli, Bologna e Spezia sono riuscite a strappare la vittoria contro la squadra allenata da Inzaghi che ha anche collezionato pareggi a Genova con la Samp e all’U-Power Stadium, casa del Monza. Un cammino troppo incostante.
Un’incostanza palesata più volte
L’Inter è capace di abbagliare, di stordire per una lucente bellezza. Ma poi di fare arrabbiare, di far sorgere degli interrogativi subito dopo che questi si erano sciolti. Ad una grande prestazione segue sempre una batosta. Capitò con l’Empoli, vittorioso a San Siro dopo che i nerazzurri in Arabia avevano schiantato un Milan in crisi. Capitò con il Bologna, nettamente superiore e meritatamente vincente contro un’Inter che veniva dalla vittoria col Porto. É capitato anche ieri sera, a La Spezia, con il rigore di Nzola a ributtare l’Inter nel vortice dopo la tranquillità che aveva trasmesso la vittoria in casa col Lecce. In questo caso, come temevano Sant’Agostino e Cicerone, si tratta di perseveranza. Perseveranza di un errore commesso. La soluzione per interrompere questa continua assunzione o distribuzione di colpe sta nel trovare l’errore che l’Inter commette. Quale sia, però, è molto difficile dirlo.
Inzaghi sbaglia la formazione? Non c’è un leader ben preciso all’interno del gruppo? Il ritorno di Brozovic sta mettendo in difficoltà gli equilibri del centrocampo? C’è, non credo, svogliatezza nelle partite di campionato, visto che ormai questo obiettivo diventa irraggiungibile?
L’occasione per ribaltare la perseveranza nell’errore non ci sarà nell’immediato, visti i due impegni non proprio definibili come “squadra in lotta per la salvezza” che attendono la formazione di Inzaghi: Porto in Champions, Juventus in campionato. Sarà però l’occasione per confermare un dato, una verità, ovvero che l’Inter sia una squadra forte e che quindi questo clamore da parte di chi sta fuori per il mal di piccole sia totalmente giustificabile.
Orsolini festeggia il gol dell’1-0 del Bologna contro l’Inter
Oggi, l’arte del saper parlare e discutere in pubblico rappresenta, per noi studenti, un requisito fondamentale della vita scolastica e non solo. Ogni giorno, nelle interrogazioni e nelle esposizioni ci “alleniamo” a sostenere un discorso davanti al nostro piccolo pubblico, costituito dall’insegnante e dal resto della classe. E’ nel quotidiano, infatti, che apprendiamo gli strumenti necessari al dialogo interpersonale e facciamo uso delle nostre capacità per sostenere le argomentazioni.
Da oratori inesperti, imparando gradualmente a perfezionarci, progrediamo nell’ars dicendi anche grazie al confronto con gli altri. E lo facciamo indipendentemente dal nostro futuro lavorativo. Infatti, anche se non ne saremo strettamente legati, la capacità di saper parlare in pubblico sarà lo strumento con cui potremo illustrare e argomentare le nostre opinioni nei più svariati campi. Esprimendo il nostro pensiero con efficacia, ci avvaliamo frequentemente di varie tecniche che permettono al pubblico di ricevere un buon ascolto e poter diventare favorevole alla nostra tesi.
Fondando lo studio dell’arte di eloquio sulla dimensione retorica di Roma antica, grazie alla lezione della Professoressa Gabriella Moretti, docente di Lingua e Letteratura latina all’Università degli Studi di Genova, abbiamo potuto analizzare alcune metodologie ricorrenti nell’oratoria latina.
Nella performance di un interlocutore è ineludibile ricorrere all’actio, l’insieme del linguaggio del corpo- eloquentia corporis – comprensiva di emozioni e sistemi di persuasione.
“ l‘actio, che manifesta l’emozione dell’animo, influenza tutti, perché le emozioni sono eguali per tutti, e si riconoscono negli altri in base agli stessi segni con cui si manifestano in ognuno di noi.” Cicerone, De oratore, 3, 223.
Un tipico esempio di orazione latina dove le tecniche teatrali dell’actio sono particolarmente
Rilievo raffigurante la laudatio funebris
evidenziate è la retorica epidittica della laudatiofunebris:
“Non si potrebbe trovare facilmente uno spettacolo più esaltante per un giovane che aspiri alla fama e alla virtù. Chi non verrebbe stimolato dalla vista delle immagini di uomini celebri per la loro eccellenza, radunati tutti insieme come se fossero vivi e ancora respirassero? Quale spettacolo potrebbe essere più glorioso?” Polibio, 6, 53, 9-10
Ecco che l’ostensione della salma del patrizio al Rostro diveniva il mezzo della commiseratio; infatti, niente attraeva maggiormente il popolo romano quanto essere partecipi delle emozioni suscitate dall’orazione funebre.
da “La Repubblica” Processo strage di Viareggio, sulle sedie vuote i volti delle 32 vittime.
Anche oggi, usare il corpo o le immagini per ricevere il sostegno dell’opinione pubblica, è uno strumento utilizzato dagli avvocati e permette loro di avere una voce forte, anche mediatica, durante le indagini. Ad esempio, usare il corpo per scoprire il reato ha permesso a Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi, di portare avanti le indagini sulla morte del fratello, riuscendo, alla fine, a ottenere giustizia. Anche per il processo della strage di Viareggio, l’ostensione delle immagini, nell’aula di tribunale, ha contribuito ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Le 32 magliette raffiguranti i volti dei deceduti appoggiate sulle seggiole non sono passate inosservate: hanno generato una forte empatia, non solo nei familiari, ma anche nei giudici e in chiunque si confrontasse con la tragedia.
Così accadeva persino in Senato o nella Curia, dove l’impiego delle emozioni era fondamentale per assicurarsi la maggioranza. Esso avveniva non solo con la gestualità e le espressioni del volto, ma anche mediante maschere solcate con espressioni facciali di diversi stati d’animo.
Ne è un esempio il senatore Aquilio Regolo, noto delatore, solito indossare un calco con un trucco molto carico sugli occhi e sopracciglia. Forse lo scopo di tale interpretazione era farsi scudo della superstizione per scaricare sull’avversario lo sguardo del pubblico. A seconda della parte rappresentata in tribunale, accusato o accusatore, Aquilio Regolo si segnava rispettivamente il sopracciglio sinistro o destro.