Tecnologia e lavoro, cosa è cambiato? Attenzione ai “danni collaterali”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Intervista a Marcello Cioli, spedizioniere

di Lorenzo Pittaluga, classe 1B

di 

Tecnologia e lavoro

“Ormai le grandi compagnie marittime tendono ad espandersi sempre di più, mentre le piccole scompaiono”: lo constata Marcello Ciolli, dipendente di una importante compagnia marittima tedesca, forte di più di vent’anni di esperienza lavorativa nel settore.

Da quanti anni fa questo lavoro? In cosa consiste?

Lavoro in ambito marittimo da 22 anni, ho iniziato a lavorare in una compagnia minore nel 2001 , come dipendente del reparto polizze. Il mio lavoro consiste nel organizzare i trasporti di container che poi arriveranno in altri paesi del mondo.

Quali sono i più grandi cambiamenti che ha visto nel corso della sua carriera?

I più grandi cambiamenti che ho visto durante la mia esperienza lavorativa sono sicuramente legati allo sviluppo della tecnologia, che ha portato grandi vantaggi. Ad esempio il passaggio da fax a e-mail, che ha migliorato e velocizzato i tempi di comunicazione, consentendoci di comunicare con altri colleghi molto distanti.

Dato che la quantità di lavoro negli anni è aumentata, anche la produttività del singolo dipendente si è dovuta adattare e quindi con programmi nuovi e più tecnologici si poteva svolgere in cinque minuti un lavoro che  con i vecchi metodi ne avrebbe richiesto almeno trenta.

Quali sono i pro e quali i contro di questo sviluppo tecnologico?

I vantaggi sono sicuramente la maggiore produttività e il minor tempo impiegato nello svolgere il lavoro, mentre lo svantaggio principale è il maggiore stress al quale il dipendente è esposto, poiché a causa di questi nuovi mezzi la competitività in ambito lavorativo è sempre più agguerrita e spietata.

Crede che avverranno altri cambiamenti significativi nei prossimi anni?

Penso che un cambiamento che quasi sicuramente avverrà nei prossimi anni sarà l’ancor più spietata concorrenza in ufficio, poiché ormai le grandi Compagnie Marittime tendono ad espandersi sempre di più, mentre le piccole scompaiono.

La concentrazione del personale potrebbe portare a una immediata “lotta alla sopravvivenza” .Ad esempio io sono arrivato in questa ditta dopo che la mia precedente azienda  è stata comprata ed è  diventata proprietà di questa “big” tedesca..

Le tecnologia tende sempre a migliorare il lavoro, ma talora non tiene conto degli effetti collaterali.

https://www.hapag-lloyd.com/

 

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tecnologia e lavoro

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Sono un “business angel” e la tecnologia mi ha cambiato la vita

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Intervista a Francesco Lato

Di Anna Cugurra 1B

Viviamo in un’epoca nella quale le continue innovazioni tecnologiche stanno modificando la nostra quotidianità e ridisegnando il nostro futuro. Ne parliamo con Francesco Lato, imprenditore e investitore nel mondo delle start-up, al quale la tecnologia ha cambiato la vita.

Ciao Francesco, puoi raccontarci di che cosa ti occupi?

“Mi occupo di aiutare a far nascere nuove aziende tecnologiche, le cosiddette start-up, nelle quali investo. In poche parole, sono un angel”.

Start-up è un termine che sentiamo spesso, puoi spiegare esattamente che cosa sono?

“Spiegato molto brevemente le start-up sono imprese che partono da un problema, cercano una soluzione e quindi scoprono una nuova tecnologia. Capiscono come possono usarla sul mercato e la applicano, con l’aiuto degli investitori”.

Come è nata la tua passione per la tecnologia?

“Ho fatto, come stai facendo tu, il liceo classico e dopo ho continuato con gli studi classici, laureandomi in filosofia. Questo è servito ad aprirmi la mente. Mi piaceva molto la filosofia della scienza, che cercava di capire le origini di questa disciplina. La scienza è un concetto relativamente nuovo, prima c’era la magia. È nata intorno al Seicento con Galileo Galilei, che ha creato la logica della scoperta scientifica e quindi anche le tecnologie.

E questo è molto affascinante perché puoi approcciarti al mondo in un modo diverso, iniziando a vedere ogni fenomeno come fenomeno scientifico: questa mentalità me l’ha data la filosofia.

L’ho applicata subito dopo l’università, lavorando in un’azienda nella quale ci occupavamo di una nuova tecnologia, che permetteva di svolgere operazioni chirurgiche meno dolorose e con molti meno giorni di degenza.

La tecnologia mi ha cambiato la vita”.

Cosa ti attrae del mondo della tecnologia?

“Quello che mi attrae di più è quando una tecnologia può veramente cambiare il futuro. Le start-up devono fare cose gigantesche e tipicamente devono pensare a soluzioni che riguardano problemi che interessano almeno un miliardo di persone”.

Secondo te quali sono i vantaggi e gli svantaggi della tecnologia?

“Tutte le tecnologie hanno sicuramente molti vantaggi e svantaggi.

Facciamo l’esempio delle centrali nucleari che hanno grossi svantaggi perché producono grandi quantità di scorie e comportano molti incidenti sul lavoro. Sempre nell’ambito dell’energia, possiamo parlare del petrolio: sono cento anni che lo usiamo per far funzionare ad esempio auto e aerei però queste energie vengono sfruttate tramite la combustione, cioè vengono bruciate, e creano CO2 o altre sostanze che vengono successivamente disperse nell’atmosfera. Questo sta modificando radicalmente il pianeta e sta creando grossi problemi di cambiamento climatico.

Quando si valutano energie per il futuro bisogna tener conto di tutti questi elementi. Per esempio, l’energia eolica non crea tutti questi problemi, ma ha un forte impatto visivo.

E poi ovviamente ci sono i vantaggi e gli svantaggi economici perché ci sarebbero tante belle tecnologie che si potrebbero usare ma che sono troppo costose e quindi, quando il costo per usare una tecnologia è superiore ai vantaggi che ti dà, oggi non la puoi utilizzare ma magari fra trent’anni sì”.

 Ci sono delle professioni che nel futuro scompariranno a causa della tecnologia?

“Assolutamente sì, anche se bisogna partire dal presupposto che ancora non conosciamo i lavori del futuro perché la tecnologia che starà dietro a quei lavori oggi non è diffusa.

I lavori che spariranno sono quelli più manuali e ripetitivi, cioè tutti quelli che può fare ad esempio un robot addestrato.

Con le auto che cominciano a viaggiare da sole è probabile che i tassisti e gli autisti non esisteranno più.

Molto sta cambiando grazie alla tecnologia dell’intelligenza artificiale, o machine learning, con la quale le macchine imparano da sole e lo fanno molto più velocemente degli uomini. La cosa incredibile e affascinante dell’intelligenza artificiale è che più le macchine fanno, più imparano.

L’intelligenza artificiale impatta anche sui lavori più evoluti; per esempio, riesce a riconoscere le malattie in maniera più precisa e analitica di quanto possa fare un medico.

Da novembre si è diffusa molto una chat dove tutti possono fare delle domande alle quali vengono date tutte le risposte. Alcune persone hanno provato ad usarla per scrivere libri, e ci sono riusciti in pochissimo tempo, circa quattro ore, o articoli. Nel futuro potranno sostituire il lavoro degli uomini perché sono scritte in linguaggio umano, naturale.

 Questo è un esempio di come l’intelligenza artificiale potrà impattare su molti lavori, quindi qualsiasi lavoro verrà fatto in maniera diversa”.

La nostra chiacchierata si conclude con un prezioso suggerimento di Francesco che consiglia la lettura di “2050 Guida (fu)turistica per i viaggiatori nel tempo”. Un libro di Cristina Pozzi, co-fondatrice di Impactscool, dedicato a tutti i curiosi che vogliono essere preparati ad affrontare il viaggio per il futuro.

1440 minuti di occasioni

di Christian Giannini, 2B

Nella giornata dell’8 marzo Maria Grazia Calandrone è stata ospite al liceo D’Oria per discutere insieme alla  II B e alla II D di poesia e commentare la lirica Disattenzione della poetessa polacca Wislawa Szymborska, vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 1996.

La poetica di Wislawa Szymborska è ironica e esprime con simpatia concetti molto profondi utilizzando forme semplici, costringendo il lettore a interrogarsi sul reale significato della poesia.

È proprio la semplicità il punto di forza della sua poetica, come disse Pier Paolo Pasolini “la semplicità deve essere il fine ultimo della poesia perché se si ha la capacità di esprimere i concetti in maniera semplice significa che si hanno le idee chiare e quindi si è riflettuto molto”.

La Szymborska nasce nel 1923 a Karnic in Polonia e nonostante tutto ciò che il ‘900 ha avuto di terribile  da offrirle, lei è riuscita ad apprezzare la bellezza davanti ai suoi occhi.

Questo comportamento potrebbe sembrare ingenuo, ma in realtà è una virtù molto preziosa sintomo di forte coraggio.

Durante l’incontro Maria Grazia Calandrone ha commentato la poesia “Disattenzione”, nella quale l’aspetto dello stupore per le piccole cose è la chiave di lettura.

I versi sono liberi e la punteggiatura è molto utilizzata, ogni strofa è separato da un punto fermo e le pause sono parti fondamentali della poesia.

Lo stato d’animo riportato tra le righe è quello di una persona distratta e assente che vive le giornate senza prestare attenzione a ciò che le accade intorno, la sua mente sembrerebbe quasi troppo impegnata a pensare all’attività quotidiane come “Uscire e tornare da casa”perdendo, come scritto nel testo, quella follia che il mondo ha da offrirci affrontando le giornate in modo ordinario.

La seconda parte della lirica invece esorta il lettore a recuperare tutto ciò che si è perso e quindi a prestare attenzione alle piccole cose che accadono quotidianamente.

Infine possiamo dire che all’interno di questa poesia si cela un insegnamento molto importante, quello di non perdere nemmeno un minuto della nostra giornata poiché quest’ultima è composta da “1440 minuti di occasioni”.

Essere senza esserci

di Vittoria Marfella, 2B

Maria Grazia Calandrone, poetessa e conduttrice radiofonica italiana, durante una recente videoconferenza interattiva con alcune classi del nostro liceo, ha guidato noi studenti ad una profonda riflessione sulla poesia “Disattenzione” di Wislawa Szymborska.  

Wislawa Szymborska
 Wislawa Szymborska

L’autrice è una poetessa polacca, che nel 1996 ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura. Nei suoi testi esprime con straziante semplicità concetti confusi e complessi che colpiscono in modo netto il lettore, stimolandolo alla riflessione.

 La Calandrone si concentra per iniziare sul titolo della lirica: “Disattenzione”, cosa pensa il lettore davanti a un termine di sole 13 lettere che racchiude un infinità di significati?

Le interpretazioni sono soggettive e differenti per ognuno, ma dopo un ragionamento collettivo la definizione più puntuale di disattenzione è stata: “l’assenza nella presenza” , il completo distaccamento dei pensieri dal momento che si sta vivendo, o dall’azione che stiamo svolgendo.

 Leggendo la lirica inizialmente si ritrovano una serie di eventi che si verificano abitualmente ogni giorno, come:

 “ispirare, espirare”,

 “uscire di casa”, 

azioni che, salvo eccezioni svolgiamo tutti quotidianamente.

L’autrice continua riflettendo sul fatto che a nessuna di queste azioni  ha attribuito la minima importanza e nonostante a lei non siano nuove, ogni giorno siano uniche:

“Le nuvole erano come non mai e la pioggia era come non mai poiché dopotutto cadeva con gocce diverse.

La terra girava intorno al proprio asse, ma già in uno spazio lasciato per sempre. “

La Calandrone si è concentrata su questi versi, sottolineando quanto ogni secondo della nostra esistenza sia unico nella sua ordinarietà. Potremmo fermarci e vivere il momento, senza pensare continuamente a quello successivo e stupirci nel vedere che tutto ciò di cui abbiamo bisogno sia proprio lì, ora, sotto i nostri occhi. In conclusione :

“Il savoir-vivre cosmico,

benché taccia sul nostro conto,

tuttavia esige qualcosa da noi:

un po’ di attenzione, qualche frase di Pascal e una partecipazione stupita a questo gioco con regole ignote.”

     


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Non serve parlare, servono parole

di Leonardo Crucioli, 2B

 Maria Grazia Calandrone è una giovane donna, poetessa e conduttrice radiofonica italiana, che ha guidato noi studenti durante una recente conferenza nell’approfondimento delle poesie di Wislawa Szymborska.

Alle spalle della Calandrone troviamo un tragico passato, segnato dall’abbandono dei suoi genitori a pochi mesi dalla nascita, che influirà sulla sua formazione come persona ma anche come poetessa.

La poesia la accompagnerà durante la sua crescita, impiegata prima come un passatempo per sfogarsi, per poi diventare il suo attuale lavoro ma, soprattutto, la sua più grande passione.

La poetessa racconta delle notti trascorse sveglia a scrivere e abbozzare piccole liriche che erano e sono tutt’ora il mezzo più diretto per lei di comunicare.

La sua carriera scritta dalla sua indole, dalla sua passione e dalla sua storia è in continua evoluzione:

inizia da più giovane proponendo alcune liriche a diverse pagine online, che vengono pubblicate da piccoli siti di poesia. Continua a scrivere raccolte e piccole opere  fino ad arrivare a pubblicare romanzi. “Splendidi come vita” ,uno dei suoi ultimi libri , è entrato nella dozzina del prestigioso e molto ambito premio Strega. 

La sua vita lavorativa si espande anche nel mondo televisivo, inizialmente alla radio, per poi passare a veri e propri programmi in onda.

 Ad oggi continua a scrivere e a condurre alcuni canali radiofonici, ma si dedica anche a laboratori di poesia nelle scuole e nei carceri.

“la poesia è musica e bisogna seguire la musica delle parole”

 

Descrive così la poetessa il suo modo di osservare le liriche, parole vicine che trasmettono emozioni come nessun discorso riuscirebbe a comunicare e proprio come musica invadono prima le tue orecchie per poi restare nei tuoi pensieri.

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Cronache di Spogliatoio: per capire il futuro si devono guardare i giovani

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Intervista a Giulio Incagli che racconta se stesso e la storia di Cronache di Spogliatoio, il media con numeri da record

di Pietro Speroni, 1B 

Giulio Incagli, è un imprenditore, amministratore delegato e co-fondatore di Cronache di spogliatoio,  scrittore e giornalista, che ha lavorato anche per La Nazione.

Cronache di Spogliatoio è un media verticale che si pone come obiettivo principale di traghettare l’informazione dai media tradizionali ai nuovi mezzi di comunicazione, i social network, portando così l’informazione a noi ragazzi sempre più lontani da Tv e giornali.

È multipiattaforma perché il brand Cronache comunica su Instagram, su Youtube, su Spotify, su Twitch, su Tik Tok in modo diverso.

L’azienda Cronache di Spogliatoio SRL ha settantadue dipendenti che svolgono determinati lavori, chi il giornalista, chi il videomaker, chi il video editor, chi il project manager (colui che stipula gli accordi con i brand della pubblicità per esempio  Coca-Cola  perché Cronache di Spogliatoio monetizza con i “branded content”, le pubblicità), poi ci sono i volti, coloro che appaiono nei video, nei podcast, nelle live come Giulio Incagli, Stefano Borghi, Riccardo Trevisani, Gianluca Fraula, Giuseppe Pastore, poi c’è il regista, colui che gestisce le dirette.

Cronache di Spogliatoio quindi è un media come Sky, come Dazn, come la Gazzetta dello Sport solo che c’è una differenza, Cronache è formata da ragazzi giovani, senza una carriera giornalistica “alle spalle”.

Come si può diventare un dipendente di Cronache di Spogliatoio?

Per diventare un dipendente di Cronache di Spogliatoio, ovviamente l’età minima è di 18 anni, ci sono due modi: il primo, quello più rapido, è di partecipare alla “Cronache Academy”, la scuola di Cronache, dove si viene preparati al mondo giornalistico e a quello dell’azienda. Finite le “lezioni” i migliori lavoreranno per Cronache, prima con uno stage e poi con un contratto.

La prima “Cronache Academy” è stata creata a settembre 2022 e, adesso, Cronache di Spogliatoio ha assunto quattro ragazzi che vi hanno partecipato.

Invece, il secondo metodo, quello “più lungo”, è che Cronache noti un giornalista e lo assuma.

Il problema del giornalismo è che non esistono oggi molti sbocchi, è molto complicato trovare una collaborazione stabile perché non esistono aziende sane: “La Gazzetta dello Sport” fa fatica perché voi ragazzi a scuola non leggete il giornale, Sky fa fatica perchè  non guardate la televisione, Radio Deejay fa fatica perché  non ascoltate la radio; Cronache di Spogliatoio non fa fatica perché  guardate Instagram, Tik Tok, YouTube.

– Com’è nata la tua passione per il giornalismo? Hai sempre voluto fare il giornalista sportivo?

La mia passione per il giornalismo è nata subito dopo quella per il calcio, sorta da quando sono veramente molto piccolo; la Fiorentina è stata la mia ragione di vita per molti anni da ragazzino.  Poi, piano piano mi sono sempre appassionato quasi più al racconto intorno al calcio che del calcio stesso. Quando ero più piccolo di te collezionavo i DVD che uscivano il lunedì con la “Gazzetta dello Sport” per vedere le gesta dei grandi del “Pallone d’oro” (Johan Cruijff, Roberto Baggio, Ruud Gullit). 

Poi a quattordici anni guardavo Skysport24 tutto il giorno, a ruota.

Un giorno dissi a mio padre che da grande avrei voluto fare il giornalista sportivo e lui mi chiese che lavoro intenedessi fare. Io, convintissimo sul mio futuro, risposi che volevo diventare un giornalista sportivo, perché era la mia passione.

A scuola mi piacevano molto le materie umanistiche (storia, filosofia, letteratura) e quindi a diciotto anni, viste le mie passioni, decisi di fare il giornalista sportivo e mi iscrissi a Lettere moderne.

Poi, dopo che divenni un giornalista, quando avevo vent’anni, nella sala stampa della Fiorentina, alcuni colleghi più esperti che lavoravano per le grandi testate mi dissero che questo lavoro non potevo farlo… Allora mi sono costruito un’azienda per farlo, perché per me c’era solo il piano A:   ho speso quasi  tutto me stesso per me realizzarlo.

– Ti saresti aspettato tutto questo successo di Cronache di Spogliatoio?

Non vorrei sembrare presuntuoso ma sì, me lo aspettavo, perché Cronache a differenza degli altri progetti nati sui social network è nato “al tavolo” cioè, io e Stefano Bagnasco (il mio socio, la mia guida) ci siamo seduti nel 2017 con l’idea di creare un progetto giornalistico sui social network:  portiamo l’informazione alla generazione Z e seguiamo delle tappe precise e, queste tappe le stiamo continuando a seguire e rispettare. Adesso ho un sogno: vincere il Leone d’oro di Venezia con un documentario.

– Come hai capito l’importanza di cambiare “modo di fare giornalismo”?

Grazie a mio fratello che vedevo sempre su YouTube, ma anche grazie ad un’esperienza personale che ho vissuto in Russia nel  2017 mentre lavoravo per Radio 105.

Nel 2017 vado appunto in Russia alla  FIFA Confederations Cup. Lì conosco tre ragazzi spagnoli che fanno i giornalisti sportivi ad alto livello su YouTube. Questa cosa mi stupisce perché nel 2017 in Italia il giornalismo era solamente cartaceo e non si pensava nemmeno a ciò che sarebbe accaduto nei cinque anni seguenti.

Quando poi sono andato a vedere la pagina, mi si è aperto un mondo: 500 mila followers, video con Xavi e Andrés Iniesta (due dei maggiori esponenti del calcio iberico e mondiale) sponsorizzati dalla birra più famosa di Spagna, Mahou Cinco Estrellas

Allora finita la “spedizione” in Russia sono tornato in Italia e poi sono subito andato in Spagna a studiare questa nuova realtà.  E lì ho capito come si poteva creare Cronache perché avevo “il precedente”:  andavo in giro con un power-point (che spiegava il progetto) a cercare fondi. Erano tutti scettici, ma, alla fine ho trovato Stefano Bagnasco, che è stato il mio “salvatore”.

– Lo sviluppo tecnologico ha influito sull’ampliamento di Cronache?

Lo sviluppo dei device è stato importante ma, soprattutto leggere in anticipo le evoluzioni dei comportamenti è fondamentale; vedendo mio fratello, io vedevo un ragazzo che rideva guardando sul telefono un video su YouTube, mentre io stavo scrivendo per un giornale o lavoravo per la radio e quindi ho capito che questi device avrebbero cambiato radicalmente le abitudini delle persone, perché mio fratello faceva già così, quindi anche noi presto lo avremmo fatto.

Perché per capire il futuro si devono guardare i giovani ma, cosa ancora più fondamentale, si deve guardare all’estero perché in molte cose, tecnologia in primis, sono più “avanti”.

Le tecnologie aiutano molto ma non bisogna dipendere da loro, bisogna anteporre sempre il giornalismo davanti a tutto; infatti, il brand Cronache deve essere sempre più forte delle piattaforme, più forte dei flussi, non deve rimanere una moda, ma entrare nella nuova cultura popolare, in modo che tra dieci anni si parli sempre di Cronache senza adeguarsi solo ai trend del momento, ma valutandone la qualità. 

– Avete avuto dei momenti di difficoltà?

Sì l’incomprensione del progetto era alla base delle prime difficoltà: nessuno ci ascoltava, nessuno ci credeva, nessuno ci dava credito. Ancora oggi, noi paghiamo  gli oneri di essere Cronache, perché, per esempio, Dazn, quando gli fa comodo ci tratta come la pagina instagram con cui collaborare, quando gli fa comodo ci tratta come il “competitor” quindi mette le esclusive ai propri giornalisti di non lavorare con Sky, Mediaset, Prime Video e Cronache di Spogliatoio, solo che gli altri sono dei colossi multimiliardari, noi siamo ancora all’inizio, quindi se mi metti in quel “campionato” fammi allora fatturare come gli altri “partecipanti”, altrimenti non becco lati positivi ma, solamente negativi.

Ma, non meno difficile è stato partire in due e ritrovarsi in più di settanta o, partire con l’idea di diventare giornalista e poi ritrovarsi a fare l’imprenditore o lo psicologo, perché devi gestire i dipendenti, devi trovare i fondi, devi parlare con le banche, devi fare tante cose, come organizzare il lavoro degli altri ma, devi anche fare il giornalista perché alla fine il mio campionato è quello dei giornalisti dove voglio risultare il più preparato, il più empatico e, allo stesso tempo devo riuscire a gestire tutte le altre situazioni con le vesti di imprenditore, però …. lo rifarei tutta la vita, è la cosa migliore del mondo.

 – Quali sono i vostri obiettivi per questo 2023?

Voglio raccontare storie calcistiche nei luoghi dove sono nate o stanno nascendo, quindi ad aprile andrò un mese e mezzo a Napoli e racconterò il terzo scudetto del Napoli attraverso l’occhio dei napoletani, quindi faremo un docufilm di un’ora sul Napoli stando a Napoli con una produzione inglese internazionale. Questo è il mio obiettivo da quando ho creato Cronache.

Per questo sto studiando spagnolo da tre anni perché voglio andare in Sudamerica a raccontare il Superclasico (Boca Juniors vs River Plate), il derby di Bogotà, il derby di Città del Messico: questo è il mio macro obiettivo.

Il format si chiamerà “Barrios” (in spagnolo significa quartiere) e sarà quindi un racconto sui quartieri del mondo con il calcio, raccontando storie, aneddoti e punti di vista delle persone con un  io narrante.

Questo format io lo sto progettando da molto tempo e, se ho capito una cosa da Cronache è proprio questa: se mi pongo un obiettivo, non devo usare la scorciatoia per svolgerlo perché non è interessante, non è stimolante ma, soprattutto dà solamente un risultato a breve termine. Se invece si imbocca  la strada più lunga, si va contro corrente, si si ottiene un prodotto di qualità molto più interessante e stimolante.

– In questi ultimi mesi hai intervistato tre grandi telecronisti: Sandro Piccinini, Riccardo Trevisani e Francesco Repice, quali altri telecronisti di questo calibro vorresti intervistare?

Purtroppo mi sto scontrando con le loro aziende, quindi Dazn e Sky, però i prossimi che vorrei intervistare sono: Stefano Borghi, Flavio Tranquillo, Fabio Caressa, poi vorrei fare la Gialappa’s Band che ha una storia pazzesca, inoltre sono uno dei pochi “gruppi” che fanno comicità sul calcio preparandosi.

Poi vorrei fare un progetto con la musica con Esse Magazine intervistando Ernia, Lazza sul calcio.

– Oltre ai telecronisti Cronache di Spogliatoio intervista (quasi quotidianamente) giocatori italiani o  che giocano in Italia, vorreste “ampliare il campo” anche intervistando giocatori stranieri o che giocano all’estero come Joao Felix? Chi vorreste fosse il primo?

L’internalizzazione di Cronache è un obiettivo che ci poniamo e che speriamo di raggiungere dal 2025 in poi, prima a Madrid in Spagna, poi nel mondo inglese. Personalmente sono un po’ stanco del calcio e basta, vorrei ampliare, mi piacerebbe però intervistare come figura internazionale Josep Guardiola.

– Quali sono state le interviste che ti hanno emozionato di più?

L’intervistaper cui mi sono detto  “Wow che bello” è stata quella con Sandro Piccinini. Come interviste a   calciatori invece sono state tre: la prima quella con Bruno Fernandes: ero molto felice perché sembrava inarrivabile, poi mi è piaciuta molto quella a Gerard Deulofeu, che secondo me è uno dei più vogliosi di migliorare, e un’altra bella è stata quella a casa di Marten De Roon.

– Escluso il giornalista sportivo quale altro lavoro avresti voluto fare?

Il filologo, ovvero colui che studia i testi. O sennò proverei a fare il giornalista generalista e non sportivo.

– Ti piacerebbe fare il telecronista?

Adesso no, l’ho accantonato; ma prima, quando avevo la tua età ci pensavo; poi ho anche avuto la possibilità in radio ma non mi sono piaciuto e quindi non ho continuato.

– Quali cinque derby fuori dall’Italia vorresti vedere? E in Italia?

I cinque derby fuori dall’Italia che vorrei vedere sono: il Superclasico Boca Juniors contro River Plate (derby di Buenos Aires, Argentina), il derby di Casablanca (Marocco) Wydad Athletic Club contro Raja Club Athletic, poi, Galatasaray contro Fenerbahce (derby di Istanbul, Turchia), il derby di Rosario sempre in Argentina (Rosario Central contro Newell’s Old Boys) e infine il derby della Galizia, Celta Vigo contro Deportivo La Coruna.

In Italia vorrei fare un “Derby days”, dopo che ho finito di girare i docufilm per il mondo, ma il derby che mi stimola, al momento è solo quello della Lanterna: Genoa contro Sampdoria.

– Quale consiglio daresti ai futuri giornalisti?

Fatevi domande e mettete alla base della vostra vita la parola curiosità, senza quella parola non potrete fare questo lavoro degnamente, lo farete in fila; dovete essere curiosi di capire, scoprire, di prepararvi, perché preparandosi ci si appassiona di più all’argomento dell’intervista e la si svolge meglio. Dovete essere stimolati, dovete dare da “mangiare” alla vostra curiosità.

Iniziate già da giovani come se foste professionisti, siate critici e pensate a come avreste fatto voi una determinata intervista.

Trasformate le vostre passioni nel vostro lavoro.  

Intervista che a breve sarà anche disponibile sulla pagina Instagram intervistando_calcio

La poetessa delle piccole cose

di Serena Ferrari, classe 2b

 

“Osservare significa essere consapevoli, conoscere la storia, osservare così a fondo la materia da stupirci.

Significa, nonostante tutto, avere il coraggio di intercettare la bellezza nel mondo”

Queste sono le parole pronunciate, a occasione di una conferenza, mirata a ampliare lo studio dei componimenti di Maria Wisława Anna Szymborska, con alcune classi del Liceo Classico A. D’Oria, da Maria Grazia Calandrone, scrittrice, drammaturga, artista visiva, autrice e conduttrice radiofonica italiana.

 

foto di Maria Grazia Calandrone
foto di Maria Grazia Calandrone

 

Maria Wisława Anna Szymborska, Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1º febbraio 2012), é considerata come la più importante poetessa polacca degli ultimi anni, nonostante la sua produzione sia costante anche in Italia e nel resto del mondo riscontri un notevole successo.

Ha ricevuto numerosi riconoscimenti assai rilevanti tra cui un premio Nobel per la letteratura nel 1996.

 

Foto di Maria Wisława Anna Szymborska
Foto di Maria Wisława Anna Szymborska

Analizzando la sua poesia “Disattenzione”, sono emerse numerose peculiarità sul pensiero della scrittrice, che emerge in modo chiaro nelle sue poesie.

La sua poetica riflessiva, tratta dalla sua immagine del quotidiano, si interroga sull’immagine e sul ruolo dell’uomo contemporaneo e sviluppa al contempo un’amara e quasi sarcastica visione della realtà, troppo frenetica.

Si è dato particolar rilievo al concetto dello stupore come meccanismo necessario al progresso, che la poetessa stessa riporta nella stessa poesia nelle seguenti righe:

 

“Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.

…”

 

Nel discorso in occasione del conferimento del premio Nobel, lo stupore, essendo esso stesso fonte di ispirazione, viene rimarcato come conseguenza di un’attento e meditato sguardo al mondo che ci circonda e un’accurata riflessione su ciò che non comprendiamo o non abbiamo mai tentato di comprenderlo.

 

Pero esa es otra historia y debe ser contada en otra ocasión: Wislawa ...

 

” L’ispirazione, qualsiasi cosa sia, nasce da un incessante “non so”.
Di persone così non ce ne sono molte. 

Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”.

Piccole, ma alate.

Se Isaak Newton non si fosse detto “non so, le mele nel giardino sarebbero potute cadere davanti ai suoi occhi come grandine e lui, nel migliore dei casi, si sarebbe chinato a raccoglierle, mangiandole con gusto.”

 

Questo deve fare soprattutto il poeta, interrogarsi: sbagliare, farlo di nuovo, farlo meglio e condividere il suo pensiero oggettivo, che poi sarà frutto di ulteriore dibattito con il passare del tempo e che non sarà mai comunque del tutto sufficiente.

 

“Anche il poeta, se è vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso “non so”.

Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta di una risposta provvisoria e del tutto insufficiente.

Perciò prova ancora una volta e un’altra ancora…”

 

Maria Wisława Anna Szymborska viene chiamata ancora oggi “la poetessa delle piccole cose”: dimostra con la sua poetica che per vivere non abbiamo bisogno di oggetti materiali.

Se non riusciamo a cogliere la bellezza e la felicità nelle piccole cose, non la troveremo neanche in quelle grandi.

Da Genova a Rapallo, passando per la Dinamo Kiev

“Ma la tecnologia è solo uno dei “ferri” del mestiere”

Intervista a Diego Longo

di Giovanni Porceddu, 1B

 

Allenatore genovese classe ‘76, Diego Longo adesso vive a Rapallo, dopo una vita all’estero fra Romania, Qatar, Grecia, Arabia Saudita, Ucraina ed Albania. 16 anni con Razvan Lucescu, la vittoria della AFC Champions League e la separazione. Venti giorni dopo, la chiamata del secondo allenatore più vincente della storia del calcio.

Mister Longo in questi mesi risiede a Rapallo e collabora con la PSM, ma solo la scorsa stagione sfiorava la qualificazione alla Conference League con il Kukesi, piccola squadra albanese che puntava alla salvezza. Ha allenato e vinto in molti paesi europei, arrivando in Champions League con la Dinamo Kiev. In quel girone, stagione ‘20/’21, c’erano la Juve di Ronaldo e il Barcellona di Messi.

Di seguito le battute che mi ha concesso sulle panchine del campo Macera di Rapallo:

Il “Macera” di Rapallo

“Perché ha deciso di fare l’allenatore?”

“Sin da ragazzino avevo questo sogno, quindi ho sempre cercato di studiare in questa direzione. Poi quando ne ho avuto la possibilità ho iniziato a lavorare. Prima con le scuole calcio e i settori giovanili e poi con gli adulti, attraverso tanti studi e tanti corsi. Sono arrivato dove era il mio sogno: allenare in Champions League e nei campionati maggiori.”

“Come è arrivato a Razvan Lucescu e poi a suo padre Mircea?”

“Razvan stava iniziando la sua carriera da allenatore e cercava un assistente. Ci siamo conosciuti tramite una persona che mi ha consigliato a lui e ci siamo piaciuti subito. Dopo pochi giorni eravamo in campo e abbiamo iniziato a lavorare insieme. Siamo stati insieme 16 anni, fino a che l’ultimo anno abbiamo vinto Champions League asiatica, campionato e coppa araba e ci siamo divisi. Volevo cominciare a fare il primo allenatore, ma dopo venti giorni Mircea è andato alla Dinamo Kiev e mi ha chiesto di dargli una mano.”

“E’ stato più soddisfacente vincere la Champions League asiatica o ricevere la chiamata da Mircea Lucescu, il secondo allenatore più vincente della storia del calcio?”

“Sono due obiettivi entrambi soddisfacenti. Vincere la Champions è un sogno che si avvera. Il livello è sempre al top, si gioca contro avversari forti, davanti ad ottantamila persone. Ma la chiamata probabilmente è stata la soddisfazione professionale più grande. Essere chiamato da un allenatore del genere, tra l’altro subito dopo aver concluso il percorso con suo figlio, mi ha fatto molto piacere, perché significa che in quel momento ha considerato che il mio lavoro avesse valore.”

“La tecnologia aiuta o non aiuta il suo mestiere?”

“Come in tutti i campi, la tecnologia aiuta se viene utilizzata per ciò che serve. Nel calcio la utilizzo parecchio per l’analisi di dati e video e il calcolo dei carichi di allenamento. Poi uso i GPS metabolici, che permettono di conoscere come si muove un giocatore in campo, quanto accelera, quanto decelera e quanta forza mette nella frenata. Questo aiuta perché si riesce a preparare il singolo giocatore di conseguenza. “

“La tecnologia però non è fantasia. Quanto è importante la fantasia nel suo mestiere?”

“La fantasia è importante, più della tecnologia. Perché permette poi di sognare, che è la cosa più importante, in qualunque mestiere. Se uno ha un sogno, con lavoro, voglia e abnegazione riesce a raggiungerlo. Ma se uno non ha la fantasia e la creatività di iniziare a sognare, si accontenta. Secondo me il peggio che possa accadere è accontentarsi, bisogna sempre provarci. E poi, dal punto di vista pratico, quando sono in campo ho bisogno di inventare soluzioni dal nulla: quando mi serve un cambio o quando devo motivare un giocatore.”

“Un giorno la tecnologia potrà sostituire, almeno in parte, il lavoro dell’allenatore?”

“No, perchè il calcio è uno sport di situazione, di improvvisazione. Può succedere qualunque cosa e non è prevedibile. Tu prepari la partita in un certo modo e dopo cinque minuti prendi gol. Oppure un giocatore ha un crollo emotivo e reazioni inaspettate. Un computer non riuscirebbe ad avere l’empatia e la capacità di analizzare mentalmente quel giocatore e di farlo riprendere in breve tempo. La tecnologia è solo un mezzo. Nel golf si usano vari ferri per i diversi colpi. A me piace dire che la tecnologia è uno dei ferri che abbiamo a disposizione.”

“Pensa invece che la tecnologia possa sostituire il ruolo dell’arbitro?”

“No, neanche in questo caso. Perchè l’arbitro ha il polso della situazione, sa cosa sta succedendo e riesce a sentire il momento della partita. A volte deve richiamare un giocatore, a volte dargli un cartellino mentre altre volte fare una battuta per stemperare gli animi, cosa che una macchina non potrebbe fare. Però è vero che gli arbitri possono essere aiutati dalla tecnologia, per vedere un fuorigioco o sapere se la palla ha varcato o meno la linea.”

“La tecnologia sta snaturando il mondo del calcio sotto il punto di vista dell’arbitraggio. E’ favorevole al nuovo fuorigioco semi-automatico?”

“Io sono favorevole a tutto ciò che può aiutare l’essere umano. Se il fuorigioco semi-automatico aiuta l’arbitro a sbagliare meno e gli toglie delle responsabilità, io sono favorevole.”

“E’ una tecnologia che punisce anche pochi millimetri. Pensa che si tratti di un vantaggio effettivo?”

“Il fuorigioco c’è o non c’è, come quando arrivi in ritardo. Se sei dieci secondi in ritardo non puoi dire che lo sei di poco, sei in ritardo. Se c’è un fuorigioco, è fuorigioco. Se c’è un colpo di mano, è fallo, se la palla sfiora o colpisce tutta la mano. Ci sono delle regole e vanno seguite. Così non ci possono essere poi fraintendimenti o discussioni. Un fuorigioco di un millimetro è come uno di venti metri.”

“Cosa pensa degli errori e delle problematiche che continuano ad esserci durante le partite con le nuove tecnologie?”

“Ci sono ancora dei limiti sull’utilizzo della tecnologia, ma credo che sia la strada giusta. Attraverso gli errori si migliorerà e tra qualche anno si riusciranno ad avere situazioni sempre più chiare. Il calcio però è uno sport situazionale e la tecnologia non può prevedere e stabilire tutto. Ci sta che ci sia qualche errore. Basta che non siano fatti in mala fede.”

“Pensa che il VAR debba essere utilizzato più spesso, anche per situazioni meno importanti come un semplice cartellino giallo?”

Una sala VAR di Serie A

“No, credo che altrimenti si spezzetterebbe troppo il gioco e si perderebbe intensità. Invece il calcio è intensità, non puoi fermarlo troppe volte. Preferisco che ci sia qualche piccolo errore o qualche cartellino in più o in meno, ma che si giochi con intensità perché altrimenti poi diventa noioso. A me il calcio piace quando è veloce, e penso sia così per tutti.”

“In definitiva direbbe che la tecnologia ha migliorato o peggiorato il mondo del calcio?”

“Dico che la tecnologia lo ha già migliorato, in parte, ma mi sembra che attraverso la buona volontà ed il buon senso di tutti lo migliorerà ancora di più.”

Mister Longo si rivela dunque favorevole e soddisfatto dell’impatto avuto dalla tecnologia sul calcio fino ad oggi. Non per tutti però si può dire lo stesso: non pochi allenatori, opinionisti ed appassionati infatti criticano le nuove tecnologie ed il loro utilizzo. Ad onor del vero, la loro applicazione, soprattutto nelle partite di massimo livello, ha suscitato spesso molto scalpore, allontanandosi da ciò che è l’obiettivo dell’introduzione di queste novità: oggettività nelle valutazioni e chiarezza nei confronti di giocatori, società e tifosi.

La tecnologia ci offre gli strumenti per “vedere” l’invisibile

Intervista al fisico genovese Daniele Grosso

di Simone Zaccarini, classe 1B

Daniele Grosso è un fisico specializzato in Fisica Medica, ha conseguito il Dottorato in Fisica e  svolge la sua  attività nei tre settori di interesse dell’Ateneo genovese: Ricerca, Didattica e la cosiddetta “terza missione”, cioé la diffusione delle conoscenze nella comunità di riferimento. 

Al momento sta lavorando ad un progetto per il monitoraggio della densità della struttura ossea attraverso valutazioni effettuate mediante tecniche di machine learning su immagini radiografiche.

Dal 2010 fino alla conclusione, ha contribuito a due progetti, gestiti dal Professor Mauro Taiuti, per il monitoraggio ambientale:  il primo, Arion, per proteggere i delfini in via di estinzione presenti nell’area marina protetta di Portofino, il secondo, whalesafe, per proteggere i capodogli che transitano al largo della costa di Savona, di fronte a Bergeggi.

Si occupa anche di didattica, sia come docente, sia supportando la didattica nei laboratori.

Per quanto riguarda le attività di Terza missione, le ricadute sulla società del lavoro di ricerca e didattica svolte in Ateneo, si può dire che se ne è occupato fin dall’ inizio. Sia perché la Fisica Medica ha proprio questo obiettivo, sia perché i progetti ARION e whalesafe erano volti alla tutela dell’ambiente e del territorio e pensati per ridurre l’impatto delle attività antropiche

I primi due anni della specializzazione in Fisica medica erano svolti in comune con la specializzazione in Fisica ambientale e, sebbene i suoi interessi prevalenti fossero verso la prima, ora è interessato anche alla seconda.

Che ruolo svolge la tecnologia nel tuo lavoro?

La tecnologia ha un ruolo fondamentale per tutto il settore della fisica applicata: ci offre gli strumenti per “vedere” l’invisibile e verificare ipotesi per discriminare quelle teorie che sopravvivono alla verifica sperimentale.

In particolare, l’informatica e l’elettronica sono stati e sono estremamente importanti per il mio lavoro, ma più recentemente ho iniziato ad esplorare anche il mondo affascinante della criogenia e la complessità e varietà delle tecnologie necessarie per le missioni spaziali.

I sistemi di controllo, la telematica, l’automazione e la robotica, il machine learning e la IA, sono strumenti di lavoro ma anche una continua fonte di sfide e una palestra per mettere a frutto tutte le proprie competenze.

Daniele lavora con un computer portatile, un eBook reader ed un tablet, su cui usa moltissimi software per lo più open source, spessissimo linux. A questi si aggiungono molti strumenti di misura, arduino, e macchine costose e meno diffuse, presenti in laboratorio o che loro stessi costruiscono o migliorano.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Tantissimi! Sono una persona curiosa e mentre vorrei continuare a cercare di aiutare i medici a curare le persone, ad esempio a contrastare nuove possibili pandemie con la telemedicina,  vorrei fare qualcosa per l’ambiente, per cui sono interessato al monitoraggio ambientale e mi piacerebbe trafficare con i dati disponibili su atmosfera, mare e terra e raccoglierne altri, per capire come vanno le cose e come possiamo impegnarci per migliorarle.

Sono poi da sempre affascinato dallo spazio, sia dal punto di vista dell’ astrofisica che dall’esplorazione spaziale. Mi piace condividere quello che ho imparato, quindi adoro insegnare, a tutti i livelli, dalla robotica (è un ottimo modo per parlare di matematica, fisica, elettronica, informatica e di tante altre cose interessanti) alla fisica.

Lavorando con gli insegnanti così come con gli studenti, organizzo e svolgo spesso corsi, seminari e campi, estivi e invernali, ho l’opportunità di trasmettere  la mia passione e scambiare idee e progetti e qualche volta incontro persone con cui condivido parte di questo cammino.

Quando,  a conclusione della nostra intervista, gli ho chiesto quale possa essere il ruolo della tecnologia nelle professioni del futuro, la risposta  di Daniele mi ha illuminato:

Viviamo un momento veramente interessante. Le nanotecnologie, la bioingegneria, la robotica, l’intelligenza artificiale. Le tecnologie per l’energia, l’ambiente e lo spazio… c è solo l’imbarazzo della scelta (una scelta che, avendo tanti interessi, è molto difficile anche per me).

In ogni caso, ho giornate piene, non mi annoio, questo è certo! 

Per fortuna ci sono tante persone interessanti, curiose e con una mente aperta nel mondo della Scienza e della tecnologia e questo rende la strada che ho scelto, ancora più stimolante.”

 

 

La poetessa “disattenta”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Maria Grazia Calandrone analizza Wislawa Szymborska e la sua poesia “Disattenzione”

 

Maria Grazia Calandrone durante l’incontro con la nostra classe ha anticipato l’analisi della
poesia “Disattenzione” di Wisława Szymborska con una descrizione della poetessa, del
suo stile e dei suoi temi principali.
Calandrone ci fa riflettere sul fatto che Szymborska scriva in modo apparentemente
semplice riuscendo però ad esprimere concetti molto complessi. Quest’ultima racconta
infatti con ironica leggerezza i dolori e le incertezze proprie del secolo scorso, di fronte ai
quali tuttavia manifesta un atteggiamento di stupore per la bellezza del mondo.
Calandrone evidenzia il coraggio di WS che si permette di essere libera nella sua poesia
definita “universale” in quanto accoglie anche “Tutto quanto è inanimato”.
Calandrone successivamente analizza la poesia “Disattenzione”: qui Szymborksa accusa sé
stessa di aver trascorso tutta una giornata nella totale disattenzione di ciò che la circonda.
Ella infatti compie le sue azioni quotidiane meccanicamente, dando per scontate molte
situazioni che ci aiutano e ci proteggono.
Maria Grazia Calandrone evince due punti fondamentali in questa poesia: in primo luogo
l’universo ci chiede di essere osservato anche nei minimi dettagli; dobbiamo approfondire
e stupirci.
In secondo luogo la poetessa esalta il sentimento del tempo: ciò che perdiamo oggi non
torna più.
Szymborksa ci invita quindi a scavalcare il dolore, a trovare dentro di noi la forza
necessaria anche attraverso la leggerezza dell’ironia.
Il messaggio finale della poesia è molto positivo perché ci dice che quando noi poniamo
attenzione agli altri e alla concretezza delle cose compiamo un atto d’amore che verrà sicuramente ricambiato.

Rocco Ciliberti