Poesia, dettagli e stupore al Liceo D’Oria

Poesia tra due generazioni: Maria Grazia Calandrone illustra le opere di Wislawa Szymbroska 

Di Vittoria Gandolfo, 2B

Wisława Szymborska

Ero come un chiodo piantato troppo in
superficie nel muro

Tratti dalla poesia “Disattenzione“, questi sono solo alcuni dei versi su cui la scrittrice e poetessa Maria Grazia Calandrone si è soffermata durante il suo incontro, avvenuto l’otto marzo, con le classi 2B e 2D del Liceo D’Oria.

“Disattenzione” è un’opera della poetessa polacca, premio nobel 1996, Wislawa Szymborska (2 luglio 1923, 1º febbraio 2012).

 Già a una prima analisi si può notare come la poetessa, attraverso “Disattenzione”, evidenzi come ormai siamo così abituati al sopraccitato cosmo da non stupirci più, da non farci più domande.

“Ieri mi sono comportata male nel cosmo.” ma cosa significa questa frase? La Szymborska critica aspramente (e sembra quasi che lo faccia anche nei confronti di sé stessa) il comportarsi passivamente, il subire e osservare quello che succede senza interrogarsi su ciò che ci circonda.

La Szymborska riceve il premio nobel

La poetessa, attraverso la sua opera, condanna la, appunto, disattenzione: il non accorgersi delle piccole cose (come il pane in tavola, le nuvole, la pioggia), il passare tutta la giornata senza stupirsi e senza fare domande (Ho passato tutto il giorno senza fare domande,/senza stupirmi di niente.)

La Szymborska evidenzia l’importanza dello stupore, dell’unicità, dell’attenzione ai dettagli. Per la poetessa non esiste l’ordinario, il banale: tutta la sua poesia si sforza di dare importanza alla quotidianità, trascurata e spesso banalizzata dall’impulso di guardare al passato e pensare al futuro, ignorando il presente.

“Disattenzione” è uno straziante grido d’aiuto, un appello a tutti coloro che non riescono a stupirsi, a cercare una motivazione per quello che accade intorno a loro.

Questa poesia non ci esorta, ma ci chiede, ci supplica di riuscire a trovare ancora un qualcosa che ci dia la forza di scavare a fondo alla ricerca di un motivo per andare avanti, senza proseguire per inerzia, seguendo una  schematica routine (ma senza un pensiero che andasse più in là/dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.)

Maria Grazia Calandrone

“Ero come un chiodo piantato troppo in/superficie nel muro” la Calandrone ha spiegato come questa frase, all’apparenza di difficile comprensione, significhi l’essere ignorato dal mondo e dalla società, che vanno avanti e si evolvono senza aspettare chi con disattenzione si è perso nella corsa frenetica contro il tempo, invece di fermarsi e osservare, intervenire, pensare, domandare.

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter
d’occhio.

Di nuovo, l’autrice vuole evidenziare come anche i momenti più brevi (“un batter d’occhio”) possano essere pregni di significato, avvenimenti e cambiamenti: ignorandone anche solo uno, si deve accettare il rischio di non accorgersi di tutto ciò che è successo in quell’attimo considerato insignificante.

Questa poesia è interessante anche dal punto di vista grafico: spazi posizionati a regola arte riescono a far scaturire sensazioni  e riflessioni in maniera totalizzante e devastante: nel suo insieme quest’opera riesce a travolgere il lettore con una veemenza sconvolgente.

Tutto questo però non può essere trasmesso attraverso una lettura superficiale, distratta, disattenta.

 

 

Città inesistenti per spiegare il reale

Le Città Invisibili di Calvino: un classico del secolo scorso ancora lettissimo ai nostri tempi e che ha molto da dirci dopo tutti gli anni trascorsi.

di Emanuele Bennati, Gabriele Pecchi ed Edoardo Musso 1d

A tutti grandi autori dalla mente vulcanica come Calvino, che si é occupato di innumerevoli generi, può accadere di non sapere dove infilare tutte le idee avute in momenti di fervore artistico e poi scartate. Succede che le scrivanie si riempiono di fogli volanti e non si sa più come fare ordine, e fu per mettere a posto il suo studio, ma anche per un’ improvvisa ispirazione che Calvino si mise in testa di scrivere “Le città invisibili“.

Si potrebbe pensare che non sia semplice, ma va detto che molti incipit dei suoi romanzi mai scritti iniziavano proprio con descrizioni di città. Così, unendo i precedenti scritti forse il più letto autore italiano del suo secolo, seppe trarre un unico romanzo. Esso può sembrare artificioso, ma l’abilità dell’ autore fu proprio nel vergarlo con naturalezza. Raggruppò brevi descrizioni dai temi simili secondo un ordine logico e sensato ma che al tempo stesso lasciasse spazio alla magnifica casualità dei romanzi.

Infatti, i gruppi in cui le città sono suddivise sono tutti dai nomi molto evocativi, le città degli scambi, della memoria, dei desideri sono solo alcune. Tutti rimandano ad una qualche attività interna alla mente umana e tipica delle persone in quanto tali, oppure alle relazioni tra di esse. Queste s’ intrecciano nella vita di tutti i concittadini, a volte con l’ essenza stessa del centro che abitano.

Ma al contempo, questi gruppi potrebbero apparire soltanto pochi tra i generi di città immaginarie che ci si potrebbe inventare, e forse non i più importanti. Giusta presa di posizione, ma non è compito dello scrittore decidere quali lo siano, lasciandone la libertà a chi legge, e limitandosi nella sua piccolezza di raccoglitore di idee, a fornire semplici spunti. Non che Calvino non sia un grande autore, intendiamoci. Ma ha voluto semplicemente mostrare le cose come le vedeva lui, senza approfondirle tanto però da chiudere altre altrettanto corrette visioni .    

Calvino alla sua ordinatissima scrivania alle prese con i suoi famigerati romanzi in attesa di essere scritti

Dopo questa premessa, possiamo accingerci all’ approfondimento di come il racconto si sviluppa.

La struttura e i temi del romanzo

Il romanzo è piuttosto insolito nella sua conformazione, tanto che ,fra i più noti, sono solo il celeberrimo “Le mille e una notte” e il Decameron ad assomigliargli. Si tratta di uno stile inusuale per la sua frammentarietà, a discapito della fluire uniforme della storia. Esso si basa su di una cornice narrativa breve e concisa che fa da sfondo a una serie di racconti, descrizioni in questo caso. Anch’ esse sono piuttosto corte, mediamente una pagina, ma legate da temi comuni, e tutte narrate dai personaggi ivi presenti: si tratta di Kublai Khan e Marco Polo, seduti alla corte del primo, sovrano della Mongolia e d’ un vasto impero in Asia. Pur con una localizzazione specifica, i due si trovano in realtà in un luogo senza tempo, senza che ciò venga detto. 

Questo e molte altre informazioni, idee, opinioni, sono le tante cose lasciate alla comprensione del lettore, mantenendo senza fornire spiegazioni un’ aura di mistero e irraggiungibilità intorno ai luoghi della storia, pur associandoli al mondo reale per trasmettere dei messaggi.

I due uomini non sono per nulla i protagonisti del racconto, ma solo dei mezzi per raccontare ciò che Calvino aveva da dire sulle città invisibili. Attraverso il loro discorrere, durante una conversazione sulla decadenza dell’ impero di Kublai, Calvino ci narra del disordine e di quanto sia necessario. O comunque inevitabile, se l’ alternativa è un ordine imposto con la forza. Guerra e povertà in un regno grande quanto il suo non sarebbero contrastabili nemmeno dal più saggio dei governi, e quindi è quasi giusto lasciare il popolo da solo a gestirsi. Il povero sovrano, infatti, non poteva nemmeno sognarsi di vedere anche solo una piccola parte di quanto i suoi domini avevano da offrire, nel bene e nel male. Nell’ epoca in cui viveva, viaggiare era una scelta di vita : solo una limitata parte del mondo poteva offrirsi perfino agli occhi di un così ricco sovrano. 

Di ciò vive il romanzo, una raccolta di racconti meravigliosi per le orecchie stupefatte di Kublai, di descrizioni di luoghi mai visti ma che si potranno soltanto immaginare. Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Baucis_citta-invisibile-495x700.jpg

 

Le città in generale

Le città che Calvino ci presenta sono, come abbiamo detto, ognuna un’ esponente di una particolare categoria. Tutte sono caratterizzate da un passato unico su cui si fonda il loro modo di essere attuale. In ogni angolo di esse si possono trovare tracce di quello che sono state anni, secoli prima. Eppure non sono città morte, sono piene di vita in continuo rinnovamento. Semplicemente rifiutano di essere dimentiche di ciò che le ha portate ad essere come sono attualmente, in meglio e in peggio. Questo per evitare di ripetere eventuali errori e prendere dal passato solo il buono, pur ricordando tutto, senza, per orgoglio o altro, tralasciare i momenti più bui della loro storia. Ciò le spinge verso un miglior futuro nel rispetto delle tradizioni e dei modi d’ essere tipici di ogni città. In ultima istanza, “possedere” il passato non è possibile ne giusto. è bene dimenticare qualcosa, mantenendone però una traccia nella stratificazione delle epoche visibile in ogni città. Genova e Napoli, per dirne due, sarebbero ottimi esempi di città a strati nel mondo reale. Infatti, raccontano il loro passato al forestiero con i monumenti che le adornano e i loro centri storici medievali.

Le città di Calvino hanno inoltre tutte nomi di donne, che le umanizzano. Questo perché come persone, mantengono ricordi della loro vita passata e cambiano il loro “carattere”. Dal momento che sono luoghi della vita delle persone, assumono particolari forme architettoniche a seconda di chi le abita ed è questo che dà loro qualcosa di unico e lo trasmette a chi le abiterà in futuro. Un futuro che si prospetta assai migliore per qualunque città segua uno sviluppo rispettoso del passato, accompagnato dall’ impegno per renderla a tutti gli effetti un luogo perfetto per la vita di comunità, perché una città è “bella” solo se è fatta per supplire alle necessità di tutti.   

 

 

Catturato il figlio del noto trafficante di droga messicano “El Chapo”.

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Niccolò Oddino, 4D

 

Il conteggio dei morti sale già a 29 individui, fino a dove si arriverà? 

Fotografia che ritrae la Guardia Nacional impegnata nelle strade delle città messicane.

E’ notizia degli ultimi giorni, il figlio del noto trafficante di droga messicano conosciuto come “El Chapo”, è stato arrestato nuovamente dalle autorità della città di Culinian. Il suo nome è Ovidio Guzman ed era stato già arrestato nell’ottobre del 2019. Nonostante ciò a causa delle forti rappresaglie degli uomini del cartello, era stato successivamente rilasciato dal governo del presidente Andres Manuel Lopez. In questi ultimi anni a causa della condanna all’ergastolo per il padre, che ora si trova in un carcere di massima sicurezza negli USA, insieme ai suoi due fratelli gestiva il cartello della Sinaloa.

Nel 2019 gli scontri si erano conclusi con la morte di sette agenti e di un civile, ad oggi però la situazione sembra assai più grave. Infatti dopo pochi giorni dall’arresto si possono contare 29 morti. Sembra sia iniziate una vera e propria guerra tra i narcotrafficanti e l’esercito messicano. Sono infatti numerosi ormai i video virali sul web e sui social media che ritraggono gli scontri armati e vari incendi che divampano nelle strade. Il ministro della sicurezza di Sinaloa, perciò attraverso un Twitter ha sconsigliato alla popolazione di uscire dalle proprie abitazioni, visto il momento molto critico.

In questo momento Ovidio Guzman , chiamato anche “El Raton” si trova a Città del Messico dove resterà a disposizione della Femdo, la Procura specializzata in materia di delinquenza organizzata. Rimarrà in detenzione provvisoria per 60 giorni seguendo lo sviluppo del processo di estradizione richiesto dalle autorità statunitensi. Poichè  viene considerato come  uno dei principali produttori e distributori di fentanyl negli Usa.

Sono ormai numerose le voci che affermano che dietro a tutto questo ci sia anche Joe Biden.  Infatti il 9 e 10 gennaio arriverà in Messico al Vertice dei Leader dell’America Settentrionale. Tuttavia quello che ci chiediamo adesso è: “Fino a che punto si spingeranno i narcotrafficanti per intimidire le autorità e  far rilasciare “El Raton?”.

Questo quesito è stato posto anche al criminologo Vincenzo Musacchio, esperto delle dinamiche criminali in America Latina. Neanche lui è riuscito a dare una risposta precisa, ma afferma che rispetto al 2019  questa volta il Messico ha reagito con forza e non si lascerà intimidire dai malviventi.

 

Fonti: Corriere, Il Giornale, Tgcom24 e Rainews.

 


 

UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA

FRANA A ISCHIA 

frana di fango travolge Casamicciola

Il 26 novembre 2022 un fiume violento di detriti misti a una poltiglia limacciosa ha devastato alle cinque di mattina Casamicciola, Comune dell’Isola di Ischia. Si è parlato di una decina di morti, una dozzina di dispersi e moltissimi sfollati che hanno dovuto lasciare la propria casa.

Nonostante negli ultimi tempi il riscaldamento climatico stia cambiando il mondo, è sbagliato, in questo caso, attribuire solo la colpa a questo fenomeno. Come spiega l’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, il problema di queste aree nasce decenni fa. Infatti  nel 2021 ha inserito Casamicciola di Ischia nei territori problematici, ripetendo il nome del Comune ben 7 volte. 

La colpa deve essere affidata alla manutenzione minima, spesso inesistente, del territorio, alle infrastrutture umane costruite dove non dovrebbero e purtroppo ai beni architettonici, monumentali e archeologici presenti che subiscono eventi che possono danneggiarli. 

Come ha ricordato Mauro Di Vito, il direttore dell’Osservatorio Vesuviano dell’Istituto nazionale di geofisica e di vulcanologia, eventi franosi come quello accaduto ad Ischia sono “fenomeni naturali che si possono verificare in particolari territori. L’uomo può e deve intervenire per mettere in sicurezza le zone abitate e soprattutto puntando sulla prevenzione.  Ciò da un lato intervenendo con strutture ad hoc e dall’altro imponendo la non urbanizzazione delle aree più a rischio, a partire ad esempio dal divieto di costruzione di strade nelle aree a valle, poiché proprio le strade possono favorire lo scorrimento veloce delle frane con conseguenze disastrose”.

Il WWF chiede che finalmente venga approvata una legge sul consumo del suolo di cui si discute dal 2012. 

Agnese Barbieri 4D

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Proteste nei musei: vandali o paladini del clima?

Attivisti di vari paesi prendono di mira musei per far sentire la loro voce

Da Parigi a Roma passando per Madrid, Firenze, Vienna e la città del Vaticano, si susseguono in questi mesi le manifestazioni degli attivisti di ultima generazione. Per sensibilizzare sul cambiamento climatico hanno deciso di attaccare le opere d’arte conservate nei più importanti musei del mondo con vernici e zuppe preconfezionate. Il 23 ottobre la sorte peggiore tocca al quadro “Il Pagliaio” di Claude Monet a Potsdam. Nei casi precedenti gli attivisti avevano imbrattato soltanto i vetri protettivi dei quadri, qui invece il purè di patate ha colpito direttamente tela e cornice.

Il loro modo di protestare non è gradito da molti, che li hanno accusati di vandalismo, ma loro si sono così difesi: “Il nostro non è vandalismo, ma il grido di allarme di cittadini disperati che non si rassegnano ad andare incontro alla distruzione del Pianeta e, con esso, della propria vita”. Del resto non possiamo negare che essi conoscano bene il significato e il valore delle opere d’arte scelte come bersaglio, come testimonia il parallelismo che hanno instaurato con il Lacoonte. Gli attivisti erano lì il 18 agosto affermando che come il Lacoonte devono tacere perchè mettono in guardia su un futuro catastrofico.

Allora perché imbrattare proprio le opere d’arte, testimonianza di cultura secolare se non millenaria? Dal loro punto di vista è inutile esaltare la bellezza se il mondo viene distrutto.

Le proteste non si sono però limitate ai musei, riversandosi anche sulle strade, dove gli attivisti hanno bloccato il traffico sedendosi sull’asfalto e ostinandosi a non muoversi, resistendo persino all’intervento delle forze dell’ordine.

La domanda sorge spontanea. É il modo giusto di porre l’accento sulla questione? A prescindere da quale sia la risposta e da un qualsiasi giudizio morale artistico la notizia fa discutere.

Musei Vaticani, blitz attivisti di ultima generazione

di Virginia Botti 4D

Sparatoria negli Usa: studente delle elementari ferisce gravemente la maestra

Bambino di sei anni spara in una scuola elementare a Newport News, Virginia. La polizia: “Non è stato un incidente”.

 

All’entrata della scuola elementare il cartello con su scritto “happy new year”

“Uno studente di 6 anni ha sparato ad un’insegnante nella scuola elementare Richneck, pochi giorni dopo dal ritorno degli studenti dalle vacanze” ha dichiarato la polizia. Erano le 14 del 7 gennaio, quando si è diffuso il panico a Newport News, cittadina della Virginia di appena 185 mila abitanti.

Il bambino di 6 anni, quel venerdì pomeriggio, ha sparato con un’arma da fuoco mirando l’addome della maestra, lasciando la donna in pericolo di vita. “Non è stato un incidente” ha affermato il dipartimento di polizia della Newport News; quella stessa mattinata infatti il bambino e l’insegnante si sono resi protagonisti di una discussione accesa, pochi minuti prima che lo studente tirasse fuori la pistola e sparasse.

Attimi di panico anche per i genitori degli studenti, le cui testimonianze sono angosciose. “Mi ha sconvolto sentire quei bambini che urlavano in preda al panico. Tutto quello che sapevano era che c’era qualcuno che sparava nella scuola ma non sapevano dove fosse” ha detto la mamma di uno dei bambini della scuola, terrorizzata quando ha ricevuto la telefonata del figlio da un’altra classe. “Il mio cuore si è fermato” racconta invece Joselin Glover, madre di Carlos, bambino di soli 9 anni. Quella mattina ha ricevuto la nota dalla scuola in cui si diceva che una persona era stata ferita e un bambino fermato; “sono andata nel pallone, terrorizzata dall’idea che quella persona potesse essere il mio bambino”.

Anche gli abitanti del quartiere hanno sentito lo sparo, come Daniel Smith, 51 anni, che vive vicino alla scuola elementare.
L’uomo è rimasto sorpreso dalla notizia: “Solitamente siamo un quartiere calmo, nessuno infastidisce nessuno e ci proteggiamo a vicenda” ha dichiarato.

La situazione a Newport News ha lasciato molte persone scosse e ancora troppi punti interrogativi. “Una giornata buia per Newport News” ha affermato il sindaco Philip Jones, entrato in carica solo tre giorni prima dell’accaduto. “Impareremo da quello che è successo e torneremo più forti” ha aggiunto poi con aria fiduciosa.

 

Paola Zunino – 4D

L’Inter e quel fastidioso mal di piccole

L’ennesima battuta d’arresto dopo una vittoria mette l’Inter in guardia dalla perseveranza. 

di Lorenzo Manenti, 3D

 

Se l’affermazione di cui Sant’Agostino e Cicerone si contendono l’attribuzione è vera, l’Inter di Simone Inzaghi deve iniziarsi a preoccupare seriamente. I due giganti filosofi dell’antichità dicevano: “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”. 

Poche parole, soltanto sei, che certificano perfettamente il periodo della squadra nerazzurra, capace di portare in paradiso i propri tifosi con partite e momenti di calcio straordinari per poi rigettarli nell’inferno calcistico con batoste e figuracce. 

Quella di La Spezia per l’Inter è l’ennesima sconfitta di questo campionato. Sono già otto, il dato impressiona; ma ad impressionare ancora di più sono le squadre che sono riuscite a vincere contro i nerazzurri: Udinese, Empoli, Bologna e Spezia sono riuscite a strappare la vittoria contro la squadra allenata da Inzaghi che ha anche collezionato pareggi a Genova con la Samp e all’U-Power Stadium, casa del Monza. Un cammino troppo incostante. 

Un’incostanza palesata più volte

L’Inter è capace di abbagliare, di stordire per una lucente bellezza. Ma poi di fare arrabbiare, di far sorgere degli interrogativi subito dopo che questi si erano sciolti. Ad una grande prestazione segue sempre una batosta. Capitò con l’Empoli, vittorioso a San Siro dopo che i nerazzurri in Arabia avevano schiantato un Milan in crisi. Capitò con il Bologna, nettamente superiore e meritatamente vincente contro un’Inter che veniva dalla vittoria col Porto. É capitato anche ieri sera, a La Spezia, con il rigore di Nzola a ributtare l’Inter nel vortice dopo la tranquillità che aveva trasmesso la vittoria in casa col Lecce. In questo caso, come temevano Sant’Agostino e Cicerone, si tratta di perseveranza. Perseveranza di un errore commesso. La soluzione per interrompere questa continua assunzione o distribuzione di colpe sta nel trovare l’errore che l’Inter commette. Quale sia, però, è molto difficile dirlo. 

Inzaghi sbaglia la formazione? Non c’è un leader ben preciso all’interno del gruppo? Il ritorno di Brozovic sta mettendo in difficoltà gli equilibri del centrocampo? C’è, non credo, svogliatezza nelle partite di campionato, visto che ormai questo obiettivo diventa irraggiungibile?

L’occasione per ribaltare la perseveranza nell’errore non ci sarà nell’immediato, visti i due impegni non proprio definibili come “squadra in lotta per la salvezza” che attendono la formazione di Inzaghi: Porto in Champions, Juventus in campionato. Sarà però l’occasione per confermare un dato, una verità, ovvero che l’Inter sia una squadra forte e che quindi questo clamore da parte di chi sta fuori per il mal di piccole sia totalmente giustificabile.

 

Orsolini festeggia il gol dell’1-0 del Bologna contro l’Inter



Ars oratoria: tecnica ed emozione

di Matteo Barcella e Samuele Bozzo, III^B

Oggi, l’arte del saper parlare e discutere in pubblico rappresenta, per noi studenti, un requisito fondamentale della vita scolastica e non solo. Ogni giorno, nelle interrogazioni e nelle esposizioni ci “alleniamo” a sostenere un discorso davanti al nostro piccolo pubblico, costituito dall’insegnante e dal resto della classe. E’ nel quotidiano, infatti, che apprendiamo gli strumenti necessari al dialogo interpersonale e facciamo uso delle nostre capacità per sostenere le argomentazioni.

Da oratori inesperti, imparando gradualmente a perfezionarci, progrediamo nell’ars dicendi anche grazie al confronto con gli altri.  E lo facciamo indipendentemente dal nostro futuro lavorativo. Infatti, anche se non ne saremo strettamente legati, la capacità di saper parlare in pubblico sarà lo strumento con cui potremo illustrare e argomentare le nostre opinioni nei più svariati campi. Esprimendo il nostro pensiero con efficacia, ci avvaliamo frequentemente di varie tecniche che permettono al pubblico di ricevere un buon ascolto e poter diventare favorevole alla nostra tesi. 

Fondando lo studio dell’arte di eloquio sulla dimensione retorica di Roma antica, grazie alla lezione della Professoressa Gabriella Moretti, docente di Lingua e Letteratura latina all’Università degli Studi di Genova, abbiamo potuto analizzare alcune metodologie ricorrenti nell’oratoria latina.  

Nella performance di un interlocutore è ineludibile ricorrere all’actio, l’insieme del linguaggio del corpo-  eloquentia corporis – comprensiva di emozioni e sistemi di persuasione.  

 “ lactio, che manifesta l’emozione dell’animo, influenza tutti, perché le emozioni sono eguali per tutti, e si riconoscono negli altri in base agli stessi segni con cui si manifestano in ognuno di noi.” Cicerone, De oratore, 3, 223.

Un tipico esempio di orazione latina dove le tecniche teatrali dell’actio sono particolarmente

Rilievo raffigurante la laudatio funebris

evidenziate è la retorica epidittica della laudatio funebris 

“Non si potrebbe trovare facilmente uno spettacolo più esaltante per un giovane che aspiri alla fama e alla virtù. Chi non verrebbe stimolato dalla vista delle immagini di uomini celebri per la loro eccellenza, radunati tutti insieme come se fossero vivi e ancora respirassero? Quale spettacolo potrebbe essere più glorioso?” Polibio,   6, 53, 9-10

Ecco che l’ostensione della salma del patrizio al Rostro diveniva il mezzo della commiseratio; infatti, niente attraeva maggiormente il popolo romano quanto essere partecipi delle emozioni suscitate dall’orazione funebre.  

da “La Repubblica” Processo strage di Viareggio, sulle sedie vuote i volti delle 32 vittime.

Anche oggi, usare il corpo o le immagini per ricevere il sostegno dell’opinione pubblica, è uno strumento utilizzato dagli avvocati e permette loro di avere una voce forte, anche mediatica, durante le indagini. Ad esempio, usare il corpo per scoprire il reato ha permesso a Ilaria Cucchi, sorella di Stefano Cucchi, di portare avanti le indagini sulla morte del fratello, riuscendo, alla fine, a ottenere giustizia. Anche per il processo della strage di Viareggio, l’ostensione delle immagini, nell’aula di tribunale, ha contribuito ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Le 32 magliette raffiguranti i volti dei deceduti appoggiate sulle seggiole non sono passate inosservate: hanno generato una forte empatia, non solo nei familiari, ma anche nei giudici e in chiunque si confrontasse con la tragedia.         

Così accadeva persino in Senato o nella Curia, dove l’impiego delle emozioni era fondamentale per assicurarsi la maggioranza. Esso avveniva non solo con la gestualità e le espressioni del volto, ma anche mediante maschere solcate con espressioni facciali di diversi stati d’animo.  

Ne è un esempio il senatore Aquilio Regolo, noto delatore, solito indossare un calco con un trucco molto carico sugli occhi e sopracciglia. Forse lo scopo di tale interpretazione era farsi scudo della superstizione per scaricare sull’avversario lo sguardo del pubblico. A seconda della parte rappresentata in tribunale, accusato o accusatore, Aquilio Regolo si segnava rispettivamente il sopracciglio sinistro o destro.   

 

La poesia: sesto senso.

Parlando di Wislawa Szymborska e di poesia                                                                      con la “piccola maestra” Maria Grazia Calandrone 

 

di Pietro Barosso, Martina Cao, Egle Gatto, classe 2B

“Ci dobbiamo stupire di ogni cosa che vediamo”

Wislawa Szymborska

Sono le parole di Maria Grazia Calandrone, scrittrice e poetessa italiana contemporanea, a commento della lirica Disattenzione della poetessa polacca Wislawa Szymborska, vincitrice del premio Nobel per la letteratura nel 1996.

Maria Grazia, nell’ambito dell’iniziativa “I Piccoli Maestri”, ha incontrato nella giornata dell’8 marzo, le classi 2B e 2D del Liceo D’Oria per commentarla e per riflettere insieme sul significato di scrivere e leggere poesia oggi.

La poesia presentata dalla Calandrone, infatti, mostra come lunicità di ogni singolo momento che si vive all’interno della giornata sia assolutamente particolare e caratterizzata da una miriade di sfaccettature differenti e da aspetti del tutto singolari che necessitano di essere colti.

I dettagli sono fondamentali per la stesura di una poesia o di una prosa, ma lo sono altrettanto nella vita quotidiana in cui ogni attimo, seppur simile a quello precedente, va osservato attentamente, senza tralasciare alcuna riflessione che  la visione di questo attimo porta a compiere.

Per la poetessa polacca quindi non esiste l’ordinario, né l’ovvio o il normale, ed è proprio per questo che bisogna lottare con ciò che lo sembra in apparenza. Infatti il tema centrale della sua poesia è la quotidianità del mondo reale, che viene sempre affrontata e descritta come una quotidianità dilatata, indagata, ribaltata nei suoi luoghi comuni, che rinnova il nostro stupore nato dalla contemplazione dei gesti che paiono piccoli e insignificanti.

I suoi componimenti sono permeati da un radicato e assoluto senso di meraviglia che, attraverso l’incontro con la vita comune, offre intuizioni geniali portando la sua poetica al più alto livello lirico. Una vera e propria ricerca filosofica del senso del vivere, attraverso gli oggetti, i gesti, le cose semplici e comuni.

A sottolineare l’importanza dell’attenzione al dettaglio è sicuramente un secondo aspetto che è fondamentale nel componimento di una poesia: la concretezza.

L’essere concreti, e quindi vicini a ciò che si vive nella propria esperienza, è la fonte di ispirazione principale per uno scrittore, ma soprattutto per un poeta che ha l’ulteriore compito di rendere il più chiaro possibile il proprio testo al lettore che deve essere in grado di interpretare il pensiero dell’autore, spesso anche con “adattamenti” alla propria vita personale, ritrovando alcune riflessioni dell’io lirico come proprie.

La poesia è una musica di parole, trasmette sensazioni, è necessario farla suonare con un ritmo come fosse una vera e propria danza”-

Maria Grazia Calandrone

Maria Grazia Calandrone riporta, con questa frase, al sentimento spoglio e travolgente che la poesia con la sua struttura stessa è in grado di infondere nel lettore, la rabbiosa impetuosità di Eugenio Montale, la vigorosa brevità di Giuseppe Ungaretti e il persistente stupore di Wislawa Szymborska.

Le poesie della Szymborska affrontano questioni esistenziali e si sforzano di fare luce sulle domande più antiche e radicate dell’esistenza umana.
Una poesia minimalista, priva di artifici retorici, che -partendo da episodi e sentimenti comuni – porta il lettore ad assimilarli e affrontarli con uno sguardo più consapevole e profondo.

La sua scrittura è leggera, semplice solo in apparenza, diviene il frutto di una padronanza assoluta della lingua e della metrica, del suono e della musicalità delle parole. I suoi termini sono infatti materia viva e palpitante,  sono l’espressione diretta della voce stessa della poetessa, al fine di dare maggiore importanza al vero protagonista della sua opera, ossia il lettore e la sua intima e personale esperienza umana.

Sensazioni, trasmesse unicamente da parole, spazi bianchi, inseriti e accuratamente posizionati per far sprigionare, nella nostra mente, un’infinita varietà di riflessioni, per  cercare di capire cosa abbia spinto il poeta a scegliere fra migliaia proprio quell’argomento che, curiosamente, troviamo tanto vicino, la sensazione totalmente personale che ogni singola parola fa scaturire in noi e, non da ultimo, il tentativo labirintico di carpire il vero significato della parola, incastonata come una gemma nei versi della poesia.

Di fatto, come ricorda la scrittrice, “La poesia non deve necessariamente essere compresa, né tantomeno va cercato il suo “vero” significato: la poesia è la parola del mistero, non si riesce mai, o quasi, ad esprimere completamente ciò che si intende dire”-

La Calandrone ha voluto concludere riportando una citazione del poeta svedese Tomas Tranströmer, a cui quando veniva chiesto cosa pensasse delle traduzioni delle sue poesie rispondeva –“La traduzione delle mie poesie va bene, la poesia è già di per sé la traduzione di una lingua invisibile”.

La città perfetta è vuota

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme.

di Ludovica Martini, Laura Odino e Elisa Rizzo, 1D.

Una città per vedere, una per ricordare, ed un’altra per desiderare, di questo parla l’intellettuale Graziano Graziani nel suo incontro organizzato dall’associazione “I piccoli maestri”. In un inziale brusio di sottofondo di banchi in movimento e sedie scricchiolanti lo scrittore introduce i ragazzi della 1D del Liceo A. D’Oria a “Le città invisibili” di Italo Calvino. 

Il romanzo, nelle intenzioni di Calvino che lo scrisse, e nell’interpretazione dello stesso Graziani che lo ha raccontato, si dimostra essere la  cornice di un dipinto allegorico, la premessa che permette ad entrambi di esprimere le proprie riflessioni sulla vita. Il discorso si apre con un’idea diversa della città: se per alcuni è un semplice insieme di edifici, o per altri un’opera d’arte, per Graziani è il modo per dare un luogo all’invisibile. La sua interpretazione, però, va oltre: spesso gli agglomerati urbani europei nascono da semplici piazze, luoghi di ritrovo per la comunità, che sono diventati gli spazi conosciuti oggi, tra un mercato e l’aggiunta di un monumento. Le città si “stratificano” nel tempo, crescono su livelli successivi che si sovrappongono epoca dopo epoca: i monumenti e le statue di diversi periodi “si accumulano” per dare forma all’architettura delle nostre città attuali.  Graziani paragona “la stratificazione di epoche” de “Le città invisibili” a quella delle nostre città italiane odierne. Lo scrittore spiega anche come questa stratificazione renda talvolta certi monumenti o edifici obsoleti o addirittura disdicevoli per il tempo in cui viviamo: basti pensare ad esempio agli edifici risalenti a periodi storici che ora rinneghiamo o a statue dedicate a figure divisive o scomode del passato.

Da https://www.artfritz.ch/MUSE/magritte-bruxelles/index.html

Non pensiamo però che le città siano solo sterili superfici di pietre stratificate nel tempo; le città sono anche e soprattutto le persone che le attraversano ogni giorno, per andare in direzioni diverse, oppure per ritrovarsi nello stesso punto, a volte senza saperlo. Ognuno indaffarato nelle proprie faccende, ognuno preso dalle proprie chimere. Ognuno impegnato a scrivere la sua storia. Questo è ciò che rende una città viva: le storie di coloro che la abitano. Tante piccole vicende, che si intrecciano, che si fondono, che si ramificano come gli affluenti di uno stesso fiume. Se ci pensiamo spesso le storie si assomigliano tra loro, perché riconoscerci nei racconti altrui ci avvicina. In questo modo la città diventa un essere vivo, dal cuore pulsante , intriso di desiderio e speranza, come gli esseri umani che la popolano: non a caso per Calvino la città prende il nome di una donna.

Ad esempio, la città del desiderio si chiama infatti con un nome femminile, Despina. Si raggiunge in due modi a seconda di come si viaggia: via terra o via mare. Il cammelliere, che distingue una sagoma all’orizzonte di una nave desidera il mare e vorrebbe andare via dall’arido deserto. Al contrario il navigante, che distingue in lontananza la gobba di un cammello, desidera la terra e vorrebbe allontanarsi dall’umido mare. Calvino pensa che ogni città prenda la sua forma dal deserto a cui si oppone. Il tema dell’incompletezza e dell’insoddisfazione dell’uomo, che lo porta a desiderare qualcosa di migliore e diverso,  è universale e senza età: è stato già trattato da diversi autori in letteratura ed è estremamente attuale anche nella nostra società. La stessa etimologia della parola “desiderio” deriva dal latino “de sidera”, dalle stelle. Le stelle e in generale il cielo, da sempre, danno conforto agli uomini nei momenti di difficoltà e ci fanno avere una vita meno nostalgica: basti pensare che per tradizione e per religione si pensa che i morti vadano in cielo .

Graziani ha tenuto a precisare la differenza che esiste tra desiderio e godimento.  Il desiderio consiste nel volere qualcosa intensamente ed essere pronti ad affrontare difficoltà per realizzarlo. Il desiderio è un qualcosa che crea una ragione di vita.  Come per Leopardi ne “Il sabato del villaggio”, la gioia vera si vive nell’attesa e non nella realizzazione. Il desiderio ha infatti un potere trasformativo, che una volta esaudito svanisce. Il godimento consiste invece nel soddisfare un piacere.

E così, quel trambusto iniziale di banchi in movimento e sedie traballanti è andato a “vaporizzarsi” come un desiderio compiuto, quando, il 17 Febbraio, Graziano Graziani ha iniziato a incantare tutti con le sue parole.

Da https://www.raicultura.it/letteratura/articoli/2020/03/ESL-Article-Item-09c33f96-04fc-4c4e-885a-0bf1dbe2b863.html