Non serve parlare, servono parole

di Leonardo Crucioli, 2B

 Maria Grazia Calandrone è una giovane donna, poetessa e conduttrice radiofonica italiana, che ha guidato noi studenti durante una recente conferenza nell’approfondimento delle poesie di Wislawa Szymborska.

Alle spalle della Calandrone troviamo un tragico passato, segnato dall’abbandono dei suoi genitori a pochi mesi dalla nascita, che influirà sulla sua formazione come persona ma anche come poetessa.

La poesia la accompagnerà durante la sua crescita, impiegata prima come un passatempo per sfogarsi, per poi diventare il suo attuale lavoro ma, soprattutto, la sua più grande passione.

La poetessa racconta delle notti trascorse sveglia a scrivere e abbozzare piccole liriche che erano e sono tutt’ora il mezzo più diretto per lei di comunicare.

La sua carriera scritta dalla sua indole, dalla sua passione e dalla sua storia è in continua evoluzione:

inizia da più giovane proponendo alcune liriche a diverse pagine online, che vengono pubblicate da piccoli siti di poesia. Continua a scrivere raccolte e piccole opere  fino ad arrivare a pubblicare romanzi. “Splendidi come vita” ,uno dei suoi ultimi libri , è entrato nella dozzina del prestigioso e molto ambito premio Strega. 

La sua vita lavorativa si espande anche nel mondo televisivo, inizialmente alla radio, per poi passare a veri e propri programmi in onda.

 Ad oggi continua a scrivere e a condurre alcuni canali radiofonici, ma si dedica anche a laboratori di poesia nelle scuole e nei carceri.

“la poesia è musica e bisogna seguire la musica delle parole”

 

Descrive così la poetessa il suo modo di osservare le liriche, parole vicine che trasmettono emozioni come nessun discorso riuscirebbe a comunicare e proprio come musica invadono prima le tue orecchie per poi restare nei tuoi pensieri.

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Cronache di Spogliatoio: per capire il futuro si devono guardare i giovani

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Intervista a Giulio Incagli che racconta se stesso e la storia di Cronache di Spogliatoio, il media con numeri da record

di Pietro Speroni, 1B 

Giulio Incagli, è un imprenditore, amministratore delegato e co-fondatore di Cronache di spogliatoio,  scrittore e giornalista, che ha lavorato anche per La Nazione.

Cronache di Spogliatoio è un media verticale che si pone come obiettivo principale di traghettare l’informazione dai media tradizionali ai nuovi mezzi di comunicazione, i social network, portando così l’informazione a noi ragazzi sempre più lontani da Tv e giornali.

È multipiattaforma perché il brand Cronache comunica su Instagram, su Youtube, su Spotify, su Twitch, su Tik Tok in modo diverso.

L’azienda Cronache di Spogliatoio SRL ha settantadue dipendenti che svolgono determinati lavori, chi il giornalista, chi il videomaker, chi il video editor, chi il project manager (colui che stipula gli accordi con i brand della pubblicità per esempio  Coca-Cola  perché Cronache di Spogliatoio monetizza con i “branded content”, le pubblicità), poi ci sono i volti, coloro che appaiono nei video, nei podcast, nelle live come Giulio Incagli, Stefano Borghi, Riccardo Trevisani, Gianluca Fraula, Giuseppe Pastore, poi c’è il regista, colui che gestisce le dirette.

Cronache di Spogliatoio quindi è un media come Sky, come Dazn, come la Gazzetta dello Sport solo che c’è una differenza, Cronache è formata da ragazzi giovani, senza una carriera giornalistica “alle spalle”.

Come si può diventare un dipendente di Cronache di Spogliatoio?

Per diventare un dipendente di Cronache di Spogliatoio, ovviamente l’età minima è di 18 anni, ci sono due modi: il primo, quello più rapido, è di partecipare alla “Cronache Academy”, la scuola di Cronache, dove si viene preparati al mondo giornalistico e a quello dell’azienda. Finite le “lezioni” i migliori lavoreranno per Cronache, prima con uno stage e poi con un contratto.

La prima “Cronache Academy” è stata creata a settembre 2022 e, adesso, Cronache di Spogliatoio ha assunto quattro ragazzi che vi hanno partecipato.

Invece, il secondo metodo, quello “più lungo”, è che Cronache noti un giornalista e lo assuma.

Il problema del giornalismo è che non esistono oggi molti sbocchi, è molto complicato trovare una collaborazione stabile perché non esistono aziende sane: “La Gazzetta dello Sport” fa fatica perché voi ragazzi a scuola non leggete il giornale, Sky fa fatica perchè  non guardate la televisione, Radio Deejay fa fatica perché  non ascoltate la radio; Cronache di Spogliatoio non fa fatica perché  guardate Instagram, Tik Tok, YouTube.

– Com’è nata la tua passione per il giornalismo? Hai sempre voluto fare il giornalista sportivo?

La mia passione per il giornalismo è nata subito dopo quella per il calcio, sorta da quando sono veramente molto piccolo; la Fiorentina è stata la mia ragione di vita per molti anni da ragazzino.  Poi, piano piano mi sono sempre appassionato quasi più al racconto intorno al calcio che del calcio stesso. Quando ero più piccolo di te collezionavo i DVD che uscivano il lunedì con la “Gazzetta dello Sport” per vedere le gesta dei grandi del “Pallone d’oro” (Johan Cruijff, Roberto Baggio, Ruud Gullit). 

Poi a quattordici anni guardavo Skysport24 tutto il giorno, a ruota.

Un giorno dissi a mio padre che da grande avrei voluto fare il giornalista sportivo e lui mi chiese che lavoro intenedessi fare. Io, convintissimo sul mio futuro, risposi che volevo diventare un giornalista sportivo, perché era la mia passione.

A scuola mi piacevano molto le materie umanistiche (storia, filosofia, letteratura) e quindi a diciotto anni, viste le mie passioni, decisi di fare il giornalista sportivo e mi iscrissi a Lettere moderne.

Poi, dopo che divenni un giornalista, quando avevo vent’anni, nella sala stampa della Fiorentina, alcuni colleghi più esperti che lavoravano per le grandi testate mi dissero che questo lavoro non potevo farlo… Allora mi sono costruito un’azienda per farlo, perché per me c’era solo il piano A:   ho speso quasi  tutto me stesso per me realizzarlo.

– Ti saresti aspettato tutto questo successo di Cronache di Spogliatoio?

Non vorrei sembrare presuntuoso ma sì, me lo aspettavo, perché Cronache a differenza degli altri progetti nati sui social network è nato “al tavolo” cioè, io e Stefano Bagnasco (il mio socio, la mia guida) ci siamo seduti nel 2017 con l’idea di creare un progetto giornalistico sui social network:  portiamo l’informazione alla generazione Z e seguiamo delle tappe precise e, queste tappe le stiamo continuando a seguire e rispettare. Adesso ho un sogno: vincere il Leone d’oro di Venezia con un documentario.

– Come hai capito l’importanza di cambiare “modo di fare giornalismo”?

Grazie a mio fratello che vedevo sempre su YouTube, ma anche grazie ad un’esperienza personale che ho vissuto in Russia nel  2017 mentre lavoravo per Radio 105.

Nel 2017 vado appunto in Russia alla  FIFA Confederations Cup. Lì conosco tre ragazzi spagnoli che fanno i giornalisti sportivi ad alto livello su YouTube. Questa cosa mi stupisce perché nel 2017 in Italia il giornalismo era solamente cartaceo e non si pensava nemmeno a ciò che sarebbe accaduto nei cinque anni seguenti.

Quando poi sono andato a vedere la pagina, mi si è aperto un mondo: 500 mila followers, video con Xavi e Andrés Iniesta (due dei maggiori esponenti del calcio iberico e mondiale) sponsorizzati dalla birra più famosa di Spagna, Mahou Cinco Estrellas

Allora finita la “spedizione” in Russia sono tornato in Italia e poi sono subito andato in Spagna a studiare questa nuova realtà.  E lì ho capito come si poteva creare Cronache perché avevo “il precedente”:  andavo in giro con un power-point (che spiegava il progetto) a cercare fondi. Erano tutti scettici, ma, alla fine ho trovato Stefano Bagnasco, che è stato il mio “salvatore”.

– Lo sviluppo tecnologico ha influito sull’ampliamento di Cronache?

Lo sviluppo dei device è stato importante ma, soprattutto leggere in anticipo le evoluzioni dei comportamenti è fondamentale; vedendo mio fratello, io vedevo un ragazzo che rideva guardando sul telefono un video su YouTube, mentre io stavo scrivendo per un giornale o lavoravo per la radio e quindi ho capito che questi device avrebbero cambiato radicalmente le abitudini delle persone, perché mio fratello faceva già così, quindi anche noi presto lo avremmo fatto.

Perché per capire il futuro si devono guardare i giovani ma, cosa ancora più fondamentale, si deve guardare all’estero perché in molte cose, tecnologia in primis, sono più “avanti”.

Le tecnologie aiutano molto ma non bisogna dipendere da loro, bisogna anteporre sempre il giornalismo davanti a tutto; infatti, il brand Cronache deve essere sempre più forte delle piattaforme, più forte dei flussi, non deve rimanere una moda, ma entrare nella nuova cultura popolare, in modo che tra dieci anni si parli sempre di Cronache senza adeguarsi solo ai trend del momento, ma valutandone la qualità. 

– Avete avuto dei momenti di difficoltà?

Sì l’incomprensione del progetto era alla base delle prime difficoltà: nessuno ci ascoltava, nessuno ci credeva, nessuno ci dava credito. Ancora oggi, noi paghiamo  gli oneri di essere Cronache, perché, per esempio, Dazn, quando gli fa comodo ci tratta come la pagina instagram con cui collaborare, quando gli fa comodo ci tratta come il “competitor” quindi mette le esclusive ai propri giornalisti di non lavorare con Sky, Mediaset, Prime Video e Cronache di Spogliatoio, solo che gli altri sono dei colossi multimiliardari, noi siamo ancora all’inizio, quindi se mi metti in quel “campionato” fammi allora fatturare come gli altri “partecipanti”, altrimenti non becco lati positivi ma, solamente negativi.

Ma, non meno difficile è stato partire in due e ritrovarsi in più di settanta o, partire con l’idea di diventare giornalista e poi ritrovarsi a fare l’imprenditore o lo psicologo, perché devi gestire i dipendenti, devi trovare i fondi, devi parlare con le banche, devi fare tante cose, come organizzare il lavoro degli altri ma, devi anche fare il giornalista perché alla fine il mio campionato è quello dei giornalisti dove voglio risultare il più preparato, il più empatico e, allo stesso tempo devo riuscire a gestire tutte le altre situazioni con le vesti di imprenditore, però …. lo rifarei tutta la vita, è la cosa migliore del mondo.

 – Quali sono i vostri obiettivi per questo 2023?

Voglio raccontare storie calcistiche nei luoghi dove sono nate o stanno nascendo, quindi ad aprile andrò un mese e mezzo a Napoli e racconterò il terzo scudetto del Napoli attraverso l’occhio dei napoletani, quindi faremo un docufilm di un’ora sul Napoli stando a Napoli con una produzione inglese internazionale. Questo è il mio obiettivo da quando ho creato Cronache.

Per questo sto studiando spagnolo da tre anni perché voglio andare in Sudamerica a raccontare il Superclasico (Boca Juniors vs River Plate), il derby di Bogotà, il derby di Città del Messico: questo è il mio macro obiettivo.

Il format si chiamerà “Barrios” (in spagnolo significa quartiere) e sarà quindi un racconto sui quartieri del mondo con il calcio, raccontando storie, aneddoti e punti di vista delle persone con un  io narrante.

Questo format io lo sto progettando da molto tempo e, se ho capito una cosa da Cronache è proprio questa: se mi pongo un obiettivo, non devo usare la scorciatoia per svolgerlo perché non è interessante, non è stimolante ma, soprattutto dà solamente un risultato a breve termine. Se invece si imbocca  la strada più lunga, si va contro corrente, si si ottiene un prodotto di qualità molto più interessante e stimolante.

– In questi ultimi mesi hai intervistato tre grandi telecronisti: Sandro Piccinini, Riccardo Trevisani e Francesco Repice, quali altri telecronisti di questo calibro vorresti intervistare?

Purtroppo mi sto scontrando con le loro aziende, quindi Dazn e Sky, però i prossimi che vorrei intervistare sono: Stefano Borghi, Flavio Tranquillo, Fabio Caressa, poi vorrei fare la Gialappa’s Band che ha una storia pazzesca, inoltre sono uno dei pochi “gruppi” che fanno comicità sul calcio preparandosi.

Poi vorrei fare un progetto con la musica con Esse Magazine intervistando Ernia, Lazza sul calcio.

– Oltre ai telecronisti Cronache di Spogliatoio intervista (quasi quotidianamente) giocatori italiani o  che giocano in Italia, vorreste “ampliare il campo” anche intervistando giocatori stranieri o che giocano all’estero come Joao Felix? Chi vorreste fosse il primo?

L’internalizzazione di Cronache è un obiettivo che ci poniamo e che speriamo di raggiungere dal 2025 in poi, prima a Madrid in Spagna, poi nel mondo inglese. Personalmente sono un po’ stanco del calcio e basta, vorrei ampliare, mi piacerebbe però intervistare come figura internazionale Josep Guardiola.

– Quali sono state le interviste che ti hanno emozionato di più?

L’intervistaper cui mi sono detto  “Wow che bello” è stata quella con Sandro Piccinini. Come interviste a   calciatori invece sono state tre: la prima quella con Bruno Fernandes: ero molto felice perché sembrava inarrivabile, poi mi è piaciuta molto quella a Gerard Deulofeu, che secondo me è uno dei più vogliosi di migliorare, e un’altra bella è stata quella a casa di Marten De Roon.

– Escluso il giornalista sportivo quale altro lavoro avresti voluto fare?

Il filologo, ovvero colui che studia i testi. O sennò proverei a fare il giornalista generalista e non sportivo.

– Ti piacerebbe fare il telecronista?

Adesso no, l’ho accantonato; ma prima, quando avevo la tua età ci pensavo; poi ho anche avuto la possibilità in radio ma non mi sono piaciuto e quindi non ho continuato.

– Quali cinque derby fuori dall’Italia vorresti vedere? E in Italia?

I cinque derby fuori dall’Italia che vorrei vedere sono: il Superclasico Boca Juniors contro River Plate (derby di Buenos Aires, Argentina), il derby di Casablanca (Marocco) Wydad Athletic Club contro Raja Club Athletic, poi, Galatasaray contro Fenerbahce (derby di Istanbul, Turchia), il derby di Rosario sempre in Argentina (Rosario Central contro Newell’s Old Boys) e infine il derby della Galizia, Celta Vigo contro Deportivo La Coruna.

In Italia vorrei fare un “Derby days”, dopo che ho finito di girare i docufilm per il mondo, ma il derby che mi stimola, al momento è solo quello della Lanterna: Genoa contro Sampdoria.

– Quale consiglio daresti ai futuri giornalisti?

Fatevi domande e mettete alla base della vostra vita la parola curiosità, senza quella parola non potrete fare questo lavoro degnamente, lo farete in fila; dovete essere curiosi di capire, scoprire, di prepararvi, perché preparandosi ci si appassiona di più all’argomento dell’intervista e la si svolge meglio. Dovete essere stimolati, dovete dare da “mangiare” alla vostra curiosità.

Iniziate già da giovani come se foste professionisti, siate critici e pensate a come avreste fatto voi una determinata intervista.

Trasformate le vostre passioni nel vostro lavoro.  

Intervista che a breve sarà anche disponibile sulla pagina Instagram intervistando_calcio

La poetessa delle piccole cose

di Serena Ferrari, classe 2b

 

“Osservare significa essere consapevoli, conoscere la storia, osservare così a fondo la materia da stupirci.

Significa, nonostante tutto, avere il coraggio di intercettare la bellezza nel mondo”

Queste sono le parole pronunciate, a occasione di una conferenza, mirata a ampliare lo studio dei componimenti di Maria Wisława Anna Szymborska, con alcune classi del Liceo Classico A. D’Oria, da Maria Grazia Calandrone, scrittrice, drammaturga, artista visiva, autrice e conduttrice radiofonica italiana.

 

foto di Maria Grazia Calandrone
foto di Maria Grazia Calandrone

 

Maria Wisława Anna Szymborska, Kórnik, 2 luglio 1923 – Cracovia, 1º febbraio 2012), é considerata come la più importante poetessa polacca degli ultimi anni, nonostante la sua produzione sia costante anche in Italia e nel resto del mondo riscontri un notevole successo.

Ha ricevuto numerosi riconoscimenti assai rilevanti tra cui un premio Nobel per la letteratura nel 1996.

 

Foto di Maria Wisława Anna Szymborska
Foto di Maria Wisława Anna Szymborska

Analizzando la sua poesia “Disattenzione”, sono emerse numerose peculiarità sul pensiero della scrittrice, che emerge in modo chiaro nelle sue poesie.

La sua poetica riflessiva, tratta dalla sua immagine del quotidiano, si interroga sull’immagine e sul ruolo dell’uomo contemporaneo e sviluppa al contempo un’amara e quasi sarcastica visione della realtà, troppo frenetica.

Si è dato particolar rilievo al concetto dello stupore come meccanismo necessario al progresso, che la poetessa stessa riporta nella stessa poesia nelle seguenti righe:

 

“Ieri mi sono comportata male nel cosmo.
Ho passato tutto il giorno senza fare domande,
senza stupirmi di niente.

…”

 

Nel discorso in occasione del conferimento del premio Nobel, lo stupore, essendo esso stesso fonte di ispirazione, viene rimarcato come conseguenza di un’attento e meditato sguardo al mondo che ci circonda e un’accurata riflessione su ciò che non comprendiamo o non abbiamo mai tentato di comprenderlo.

 

Pero esa es otra historia y debe ser contada en otra ocasión: Wislawa ...

 

” L’ispirazione, qualsiasi cosa sia, nasce da un incessante “non so”.
Di persone così non ce ne sono molte. 

Per questo apprezzo tanto due piccole paroline: “non so”.

Piccole, ma alate.

Se Isaak Newton non si fosse detto “non so, le mele nel giardino sarebbero potute cadere davanti ai suoi occhi come grandine e lui, nel migliore dei casi, si sarebbe chinato a raccoglierle, mangiandole con gusto.”

 

Questo deve fare soprattutto il poeta, interrogarsi: sbagliare, farlo di nuovo, farlo meglio e condividere il suo pensiero oggettivo, che poi sarà frutto di ulteriore dibattito con il passare del tempo e che non sarà mai comunque del tutto sufficiente.

 

“Anche il poeta, se è vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso “non so”.

Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta di una risposta provvisoria e del tutto insufficiente.

Perciò prova ancora una volta e un’altra ancora…”

 

Maria Wisława Anna Szymborska viene chiamata ancora oggi “la poetessa delle piccole cose”: dimostra con la sua poetica che per vivere non abbiamo bisogno di oggetti materiali.

Se non riusciamo a cogliere la bellezza e la felicità nelle piccole cose, non la troveremo neanche in quelle grandi.

Da Genova a Rapallo, passando per la Dinamo Kiev

“Ma la tecnologia è solo uno dei “ferri” del mestiere”

Intervista a Diego Longo

di Giovanni Porceddu, 1B

 

Allenatore genovese classe ‘76, Diego Longo adesso vive a Rapallo, dopo una vita all’estero fra Romania, Qatar, Grecia, Arabia Saudita, Ucraina ed Albania. 16 anni con Razvan Lucescu, la vittoria della AFC Champions League e la separazione. Venti giorni dopo, la chiamata del secondo allenatore più vincente della storia del calcio.

Mister Longo in questi mesi risiede a Rapallo e collabora con la PSM, ma solo la scorsa stagione sfiorava la qualificazione alla Conference League con il Kukesi, piccola squadra albanese che puntava alla salvezza. Ha allenato e vinto in molti paesi europei, arrivando in Champions League con la Dinamo Kiev. In quel girone, stagione ‘20/’21, c’erano la Juve di Ronaldo e il Barcellona di Messi.

Di seguito le battute che mi ha concesso sulle panchine del campo Macera di Rapallo:

Il “Macera” di Rapallo

“Perché ha deciso di fare l’allenatore?”

“Sin da ragazzino avevo questo sogno, quindi ho sempre cercato di studiare in questa direzione. Poi quando ne ho avuto la possibilità ho iniziato a lavorare. Prima con le scuole calcio e i settori giovanili e poi con gli adulti, attraverso tanti studi e tanti corsi. Sono arrivato dove era il mio sogno: allenare in Champions League e nei campionati maggiori.”

“Come è arrivato a Razvan Lucescu e poi a suo padre Mircea?”

“Razvan stava iniziando la sua carriera da allenatore e cercava un assistente. Ci siamo conosciuti tramite una persona che mi ha consigliato a lui e ci siamo piaciuti subito. Dopo pochi giorni eravamo in campo e abbiamo iniziato a lavorare insieme. Siamo stati insieme 16 anni, fino a che l’ultimo anno abbiamo vinto Champions League asiatica, campionato e coppa araba e ci siamo divisi. Volevo cominciare a fare il primo allenatore, ma dopo venti giorni Mircea è andato alla Dinamo Kiev e mi ha chiesto di dargli una mano.”

“E’ stato più soddisfacente vincere la Champions League asiatica o ricevere la chiamata da Mircea Lucescu, il secondo allenatore più vincente della storia del calcio?”

“Sono due obiettivi entrambi soddisfacenti. Vincere la Champions è un sogno che si avvera. Il livello è sempre al top, si gioca contro avversari forti, davanti ad ottantamila persone. Ma la chiamata probabilmente è stata la soddisfazione professionale più grande. Essere chiamato da un allenatore del genere, tra l’altro subito dopo aver concluso il percorso con suo figlio, mi ha fatto molto piacere, perché significa che in quel momento ha considerato che il mio lavoro avesse valore.”

“La tecnologia aiuta o non aiuta il suo mestiere?”

“Come in tutti i campi, la tecnologia aiuta se viene utilizzata per ciò che serve. Nel calcio la utilizzo parecchio per l’analisi di dati e video e il calcolo dei carichi di allenamento. Poi uso i GPS metabolici, che permettono di conoscere come si muove un giocatore in campo, quanto accelera, quanto decelera e quanta forza mette nella frenata. Questo aiuta perché si riesce a preparare il singolo giocatore di conseguenza. “

“La tecnologia però non è fantasia. Quanto è importante la fantasia nel suo mestiere?”

“La fantasia è importante, più della tecnologia. Perché permette poi di sognare, che è la cosa più importante, in qualunque mestiere. Se uno ha un sogno, con lavoro, voglia e abnegazione riesce a raggiungerlo. Ma se uno non ha la fantasia e la creatività di iniziare a sognare, si accontenta. Secondo me il peggio che possa accadere è accontentarsi, bisogna sempre provarci. E poi, dal punto di vista pratico, quando sono in campo ho bisogno di inventare soluzioni dal nulla: quando mi serve un cambio o quando devo motivare un giocatore.”

“Un giorno la tecnologia potrà sostituire, almeno in parte, il lavoro dell’allenatore?”

“No, perchè il calcio è uno sport di situazione, di improvvisazione. Può succedere qualunque cosa e non è prevedibile. Tu prepari la partita in un certo modo e dopo cinque minuti prendi gol. Oppure un giocatore ha un crollo emotivo e reazioni inaspettate. Un computer non riuscirebbe ad avere l’empatia e la capacità di analizzare mentalmente quel giocatore e di farlo riprendere in breve tempo. La tecnologia è solo un mezzo. Nel golf si usano vari ferri per i diversi colpi. A me piace dire che la tecnologia è uno dei ferri che abbiamo a disposizione.”

“Pensa invece che la tecnologia possa sostituire il ruolo dell’arbitro?”

“No, neanche in questo caso. Perchè l’arbitro ha il polso della situazione, sa cosa sta succedendo e riesce a sentire il momento della partita. A volte deve richiamare un giocatore, a volte dargli un cartellino mentre altre volte fare una battuta per stemperare gli animi, cosa che una macchina non potrebbe fare. Però è vero che gli arbitri possono essere aiutati dalla tecnologia, per vedere un fuorigioco o sapere se la palla ha varcato o meno la linea.”

“La tecnologia sta snaturando il mondo del calcio sotto il punto di vista dell’arbitraggio. E’ favorevole al nuovo fuorigioco semi-automatico?”

“Io sono favorevole a tutto ciò che può aiutare l’essere umano. Se il fuorigioco semi-automatico aiuta l’arbitro a sbagliare meno e gli toglie delle responsabilità, io sono favorevole.”

“E’ una tecnologia che punisce anche pochi millimetri. Pensa che si tratti di un vantaggio effettivo?”

“Il fuorigioco c’è o non c’è, come quando arrivi in ritardo. Se sei dieci secondi in ritardo non puoi dire che lo sei di poco, sei in ritardo. Se c’è un fuorigioco, è fuorigioco. Se c’è un colpo di mano, è fallo, se la palla sfiora o colpisce tutta la mano. Ci sono delle regole e vanno seguite. Così non ci possono essere poi fraintendimenti o discussioni. Un fuorigioco di un millimetro è come uno di venti metri.”

“Cosa pensa degli errori e delle problematiche che continuano ad esserci durante le partite con le nuove tecnologie?”

“Ci sono ancora dei limiti sull’utilizzo della tecnologia, ma credo che sia la strada giusta. Attraverso gli errori si migliorerà e tra qualche anno si riusciranno ad avere situazioni sempre più chiare. Il calcio però è uno sport situazionale e la tecnologia non può prevedere e stabilire tutto. Ci sta che ci sia qualche errore. Basta che non siano fatti in mala fede.”

“Pensa che il VAR debba essere utilizzato più spesso, anche per situazioni meno importanti come un semplice cartellino giallo?”

Una sala VAR di Serie A

“No, credo che altrimenti si spezzetterebbe troppo il gioco e si perderebbe intensità. Invece il calcio è intensità, non puoi fermarlo troppe volte. Preferisco che ci sia qualche piccolo errore o qualche cartellino in più o in meno, ma che si giochi con intensità perché altrimenti poi diventa noioso. A me il calcio piace quando è veloce, e penso sia così per tutti.”

“In definitiva direbbe che la tecnologia ha migliorato o peggiorato il mondo del calcio?”

“Dico che la tecnologia lo ha già migliorato, in parte, ma mi sembra che attraverso la buona volontà ed il buon senso di tutti lo migliorerà ancora di più.”

Mister Longo si rivela dunque favorevole e soddisfatto dell’impatto avuto dalla tecnologia sul calcio fino ad oggi. Non per tutti però si può dire lo stesso: non pochi allenatori, opinionisti ed appassionati infatti criticano le nuove tecnologie ed il loro utilizzo. Ad onor del vero, la loro applicazione, soprattutto nelle partite di massimo livello, ha suscitato spesso molto scalpore, allontanandosi da ciò che è l’obiettivo dell’introduzione di queste novità: oggettività nelle valutazioni e chiarezza nei confronti di giocatori, società e tifosi.

La tecnologia ci offre gli strumenti per “vedere” l’invisibile

Intervista al fisico genovese Daniele Grosso

di Simone Zaccarini, classe 1B

Daniele Grosso è un fisico specializzato in Fisica Medica, ha conseguito il Dottorato in Fisica e  svolge la sua  attività nei tre settori di interesse dell’Ateneo genovese: Ricerca, Didattica e la cosiddetta “terza missione”, cioé la diffusione delle conoscenze nella comunità di riferimento. 

Al momento sta lavorando ad un progetto per il monitoraggio della densità della struttura ossea attraverso valutazioni effettuate mediante tecniche di machine learning su immagini radiografiche.

Dal 2010 fino alla conclusione, ha contribuito a due progetti, gestiti dal Professor Mauro Taiuti, per il monitoraggio ambientale:  il primo, Arion, per proteggere i delfini in via di estinzione presenti nell’area marina protetta di Portofino, il secondo, whalesafe, per proteggere i capodogli che transitano al largo della costa di Savona, di fronte a Bergeggi.

Si occupa anche di didattica, sia come docente, sia supportando la didattica nei laboratori.

Per quanto riguarda le attività di Terza missione, le ricadute sulla società del lavoro di ricerca e didattica svolte in Ateneo, si può dire che se ne è occupato fin dall’ inizio. Sia perché la Fisica Medica ha proprio questo obiettivo, sia perché i progetti ARION e whalesafe erano volti alla tutela dell’ambiente e del territorio e pensati per ridurre l’impatto delle attività antropiche

I primi due anni della specializzazione in Fisica medica erano svolti in comune con la specializzazione in Fisica ambientale e, sebbene i suoi interessi prevalenti fossero verso la prima, ora è interessato anche alla seconda.

Che ruolo svolge la tecnologia nel tuo lavoro?

La tecnologia ha un ruolo fondamentale per tutto il settore della fisica applicata: ci offre gli strumenti per “vedere” l’invisibile e verificare ipotesi per discriminare quelle teorie che sopravvivono alla verifica sperimentale.

In particolare, l’informatica e l’elettronica sono stati e sono estremamente importanti per il mio lavoro, ma più recentemente ho iniziato ad esplorare anche il mondo affascinante della criogenia e la complessità e varietà delle tecnologie necessarie per le missioni spaziali.

I sistemi di controllo, la telematica, l’automazione e la robotica, il machine learning e la IA, sono strumenti di lavoro ma anche una continua fonte di sfide e una palestra per mettere a frutto tutte le proprie competenze.

Daniele lavora con un computer portatile, un eBook reader ed un tablet, su cui usa moltissimi software per lo più open source, spessissimo linux. A questi si aggiungono molti strumenti di misura, arduino, e macchine costose e meno diffuse, presenti in laboratorio o che loro stessi costruiscono o migliorano.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Tantissimi! Sono una persona curiosa e mentre vorrei continuare a cercare di aiutare i medici a curare le persone, ad esempio a contrastare nuove possibili pandemie con la telemedicina,  vorrei fare qualcosa per l’ambiente, per cui sono interessato al monitoraggio ambientale e mi piacerebbe trafficare con i dati disponibili su atmosfera, mare e terra e raccoglierne altri, per capire come vanno le cose e come possiamo impegnarci per migliorarle.

Sono poi da sempre affascinato dallo spazio, sia dal punto di vista dell’ astrofisica che dall’esplorazione spaziale. Mi piace condividere quello che ho imparato, quindi adoro insegnare, a tutti i livelli, dalla robotica (è un ottimo modo per parlare di matematica, fisica, elettronica, informatica e di tante altre cose interessanti) alla fisica.

Lavorando con gli insegnanti così come con gli studenti, organizzo e svolgo spesso corsi, seminari e campi, estivi e invernali, ho l’opportunità di trasmettere  la mia passione e scambiare idee e progetti e qualche volta incontro persone con cui condivido parte di questo cammino.

Quando,  a conclusione della nostra intervista, gli ho chiesto quale possa essere il ruolo della tecnologia nelle professioni del futuro, la risposta  di Daniele mi ha illuminato:

Viviamo un momento veramente interessante. Le nanotecnologie, la bioingegneria, la robotica, l’intelligenza artificiale. Le tecnologie per l’energia, l’ambiente e lo spazio… c è solo l’imbarazzo della scelta (una scelta che, avendo tanti interessi, è molto difficile anche per me).

In ogni caso, ho giornate piene, non mi annoio, questo è certo! 

Per fortuna ci sono tante persone interessanti, curiose e con una mente aperta nel mondo della Scienza e della tecnologia e questo rende la strada che ho scelto, ancora più stimolante.”

 

 

La poetessa “disattenta”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Maria Grazia Calandrone analizza Wislawa Szymborska e la sua poesia “Disattenzione”

 

Maria Grazia Calandrone durante l’incontro con la nostra classe ha anticipato l’analisi della
poesia “Disattenzione” di Wisława Szymborska con una descrizione della poetessa, del
suo stile e dei suoi temi principali.
Calandrone ci fa riflettere sul fatto che Szymborska scriva in modo apparentemente
semplice riuscendo però ad esprimere concetti molto complessi. Quest’ultima racconta
infatti con ironica leggerezza i dolori e le incertezze proprie del secolo scorso, di fronte ai
quali tuttavia manifesta un atteggiamento di stupore per la bellezza del mondo.
Calandrone evidenzia il coraggio di WS che si permette di essere libera nella sua poesia
definita “universale” in quanto accoglie anche “Tutto quanto è inanimato”.
Calandrone successivamente analizza la poesia “Disattenzione”: qui Szymborksa accusa sé
stessa di aver trascorso tutta una giornata nella totale disattenzione di ciò che la circonda.
Ella infatti compie le sue azioni quotidiane meccanicamente, dando per scontate molte
situazioni che ci aiutano e ci proteggono.
Maria Grazia Calandrone evince due punti fondamentali in questa poesia: in primo luogo
l’universo ci chiede di essere osservato anche nei minimi dettagli; dobbiamo approfondire
e stupirci.
In secondo luogo la poetessa esalta il sentimento del tempo: ciò che perdiamo oggi non
torna più.
Szymborksa ci invita quindi a scavalcare il dolore, a trovare dentro di noi la forza
necessaria anche attraverso la leggerezza dell’ironia.
Il messaggio finale della poesia è molto positivo perché ci dice che quando noi poniamo
attenzione agli altri e alla concretezza delle cose compiamo un atto d’amore che verrà sicuramente ricambiato.

Rocco Ciliberti

Niccolò Ammaniti torna dopo otto anni dall’ultimo romanzo con una nuova storia: riuscirà ancora ad emozionare i lettori? Ecco un breve panoramica sul libro.

Il nuovo, grande romanzo di Niccolò Ammaniti: ecco la nostra intervista!

“Tutto passa. Le cose, pure le peggiori, si superano e prendono il posto che meritano nel nostro passato” la vita intima, Niccolò Ammaniti.

Questa settimana, a meno di due mesi dall’uscita, “la vita intima” di Niccolò Ammaniti è il secondo libro più venduto d’Italia. Pubblicato il 17 gennaio scorso da Einaudi al costo di 19€, di certo non ha stupito la critica con la sua vivacità.

In 312 pagine racconta la storia di Maria Cristina Palma, che ha una vita all’apparenza perfetta: è bella, ricca e famosa. Tuttavia nel suo passato c’è un segreto che emerge all’improvviso sconvolgendola del tutto. Affrontare i propri pensieri e le proprie paure richiede una gran coraggio e spaventa la donna. Grazie alla voce dello scrittore capiamo Cristina e le perdoniamo tutto, anche quando sembra impossibile farlo. La protagonista è così viva che sembra quasi strano non esista davvero, un po’ come succede in ogni buon romanzo. Con il nuovo libro Niccolò Ammaniti completa la propria visione del mondo soddisfacente e bizzarra. Passa dal drammatico al divertente, senza tralasciare anche l’aspetto romantico.

Fondamentale appare nel romanzo la dicotomia tra vita pubblica, fatta di apparenza, e vita “intima”, ricca di insicurezze, ossessioni e paure. Quando il passato di Cristina emergerà con un video, questi due aspetti della vita si separeranno e l’equilibrio precario della protagonista verrà meno. Interessante anche il tema della bellezza: a causa del suo avvenente aspetto la donna si troverà svantaggiata. Quando il fascino è la prima caratteristica che notiamo, vedere il resto è più difficile. Sembra quasi che sia una condanna.

La trama è semplice ma è raccontata da un grande scrittore. Il linguaggio è facile e scorrevole. Adatto a chi vuole passare qualche sera spiando all’interno dell’animo di Maria Cristina in compagnia di un tè fumante, per concludere una lunga giornata.

Buona lettura!

Agnese Campus 4d

 

 

 


Due parole sull’autore

Niccolò Ammaniti, classe 1966, è uno degli scrittori italiani più importanti degli ultimi anni. Ha esordito nel 1994 con il romanzo Branchie (1997). Nel 2001 ha pubblicato il suo romanzo più famoso “io non ho paura”, diventato nel 2003 un film di Gabriele Salvatores. Si è poi dedicato al fumetto e il genere ha contribuito a formare lo stile dello scrittore. Ha vinto la 61° edizione del Premio Strega nel 2007 con “come Dio comanda”, che nel 2008 è diventato un film di Gabriele Salvatores. I suoi libri sono tradotti in 44 paesi diversi.

 

I Segreti del Corriere della Sera: cosa si cela dietro le porte delle sede storica di via Solferino?

La classe 4ªd nella sala delle riunioni del Corriere della Sera

Il giorno giovedì 2 febbraio le classe 4ªd e 4ªb del liceo classico Andrea D’Oria, che prendono parte al potenziamento umanistico, si sono recate a Milano presso la storica sede del Corriere della Sera di via Solferino 28. La professoressa Daniela Di Pace ha accolto separatamente le classi e ha seguito gli studenti durante la visita.

In primo luogo la classe ha guardato un video in cui il direttore del quotidiano, Luciano Fontana, parlava del prestigio del Corriere della Sera e della sua lunga storia. Infatti il giornale nacque nel 5 marzo del 1876 e fu fondato da Eugenio Torelli. Il nome del quotidiano deriva dal fatto che l’obbiettivo principale era quello di portare notizie, come un corriere che porta i pacchi, prive di opinioni (secondo il modello inglese) che venivano pubblicate verso sera.

Gli studenti hanno visitato la sede che scelse Luigi Albertini, il quale condusse la testata dal 1900 al 1925, e sotto la sua direzione il Corriere della Sera divenne il giornale italiano più importante. Il celebre giornalista introdusse anche le pubblicità sul quotidiano, come succedeva in Francia, e ne ottenne ottimi guadagni. Oggi gli spazi pubblicitari dedicati sono molti.  La professoressa ha spiegato che quello più costoso è quello sul retro perché possono vederlo anche coloro i quali non leggono le notizie all’interno.

Dai tempi di Torelli sono cambiati molti aspetti e ora il quotidiano non ha più solo una versione cartacea ma esiste un giornale online e una piattaforma chiamata Corriere TV, che informa attraverso i video.

Dopo la breve digressione riguardo alla storia della testata il direttore, attraverso il video, ha raccontato cosa succede ogni giorno nella sede. Alle sette del mattino i giornalisti iniziano a lavorare per prendere parte alla prima riunione un’ora più tardi. Il direttore si siede all’estremità di un lungo tavolo e si cominciano a scegliere le notizie del giorno confrontandosi anche con gli inviati. Largo spazio è lasciato alla corrispondenza da Roma dalla quale provengono le notizie di politica.

In questa prima fase i giornalisti compilano il “timone”: un foglio che, in modo schematico, aiuta a dividere le notizie e le pubblicità negli spazi disponibili. Durante il corso della giornata i giornalisti si raccolgono altre tre volte per aggiornare il timone e progettare la grafica. Quindi si manda in stampa il giornale verso le undici di sera. Dal 2005 per ogni pagina si stampano quattro lastre in alluminio riciclabile di diverse tinte per renderlo colorato.

Terminato il lavoro per il giornale cartaceo c’è chi però non si riposa: online le notizie devono essere sempre aggiornate. Soprattutto con l’aumento dei costi della carta e il grande numero di abbonamenti digitali degli ultimi anni, l’importanza delle notizie sul web cresce sempre più.

Dopo aver visionato il video la classe si è spostata al piano superiore.  Per farlo è passata da uno scalone di marmo con le foto degli scrittori che hanno collaborato con il Corriere. Tra cui i più importanti: Gabriele D’Annunzio, Luigi Pirandello, Eugenio Montale, Giuseppe Ungaretti, Grazia Deledda, Dino Buzzati e Ada Negri. La classe ha anche avuto la possibilità di visitare la sala dove si svolgono ogni giorno le riunioni tra i giornalisti. Al centro c’era il tavolo storico della sede con il piano inclinato come quello che si trovava al Times di Londra, mentre sulle pareti c’erano incorniciate le prime pagine più importanti della storia del Corriere della Sera.

Tornati al punto di partenza gli studenti hanno potuto fare delle domande a Daniela Di Pace riguardo all’organizzazione del giornale e al mestiere del giornalista. Al termine della visita la professoressa ha consegnato un sacchetto con alcune prime pagine storiche, come quella sulla promulgazione delle leggi razziali.

La visita è stata breve, ma ha permesso alle classi di entrare in un mondo sconosciuto tramite uno dei giornali più celebri d’Italia.

Agnese Campus 4d

 

Poesia, dettagli e stupore al Liceo D’Oria

Poesia tra due generazioni: Maria Grazia Calandrone illustra le opere di Wislawa Szymbroska 

Di Vittoria Gandolfo, 2B

Wisława Szymborska

Ero come un chiodo piantato troppo in
superficie nel muro

Tratti dalla poesia “Disattenzione“, questi sono solo alcuni dei versi su cui la scrittrice e poetessa Maria Grazia Calandrone si è soffermata durante il suo incontro, avvenuto l’otto marzo, con le classi 2B e 2D del Liceo D’Oria.

“Disattenzione” è un’opera della poetessa polacca, premio nobel 1996, Wislawa Szymborska (2 luglio 1923, 1º febbraio 2012).

 Già a una prima analisi si può notare come la poetessa, attraverso “Disattenzione”, evidenzi come ormai siamo così abituati al sopraccitato cosmo da non stupirci più, da non farci più domande.

“Ieri mi sono comportata male nel cosmo.” ma cosa significa questa frase? La Szymborska critica aspramente (e sembra quasi che lo faccia anche nei confronti di sé stessa) il comportarsi passivamente, il subire e osservare quello che succede senza interrogarsi su ciò che ci circonda.

La Szymborska riceve il premio nobel

La poetessa, attraverso la sua opera, condanna la, appunto, disattenzione: il non accorgersi delle piccole cose (come il pane in tavola, le nuvole, la pioggia), il passare tutta la giornata senza stupirsi e senza fare domande (Ho passato tutto il giorno senza fare domande,/senza stupirmi di niente.)

La Szymborska evidenzia l’importanza dello stupore, dell’unicità, dell’attenzione ai dettagli. Per la poetessa non esiste l’ordinario, il banale: tutta la sua poesia si sforza di dare importanza alla quotidianità, trascurata e spesso banalizzata dall’impulso di guardare al passato e pensare al futuro, ignorando il presente.

“Disattenzione” è uno straziante grido d’aiuto, un appello a tutti coloro che non riescono a stupirsi, a cercare una motivazione per quello che accade intorno a loro.

Questa poesia non ci esorta, ma ci chiede, ci supplica di riuscire a trovare ancora un qualcosa che ci dia la forza di scavare a fondo alla ricerca di un motivo per andare avanti, senza proseguire per inerzia, seguendo una  schematica routine (ma senza un pensiero che andasse più in là/dell’uscire di casa e del tornarmene a casa.)

Maria Grazia Calandrone

“Ero come un chiodo piantato troppo in/superficie nel muro” la Calandrone ha spiegato come questa frase, all’apparenza di difficile comprensione, significhi l’essere ignorato dal mondo e dalla società, che vanno avanti e si evolvono senza aspettare chi con disattenzione si è perso nella corsa frenetica contro il tempo, invece di fermarsi e osservare, intervenire, pensare, domandare.

Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti
perfino nell’ambito ristretto d’un batter
d’occhio.

Di nuovo, l’autrice vuole evidenziare come anche i momenti più brevi (“un batter d’occhio”) possano essere pregni di significato, avvenimenti e cambiamenti: ignorandone anche solo uno, si deve accettare il rischio di non accorgersi di tutto ciò che è successo in quell’attimo considerato insignificante.

Questa poesia è interessante anche dal punto di vista grafico: spazi posizionati a regola arte riescono a far scaturire sensazioni  e riflessioni in maniera totalizzante e devastante: nel suo insieme quest’opera riesce a travolgere il lettore con una veemenza sconvolgente.

Tutto questo però non può essere trasmesso attraverso una lettura superficiale, distratta, disattenta.

 

 

Città inesistenti per spiegare il reale

Le Città Invisibili di Calvino: un classico del secolo scorso ancora lettissimo ai nostri tempi e che ha molto da dirci dopo tutti gli anni trascorsi.

di Emanuele Bennati, Gabriele Pecchi ed Edoardo Musso 1d

A tutti grandi autori dalla mente vulcanica come Calvino, che si é occupato di innumerevoli generi, può accadere di non sapere dove infilare tutte le idee avute in momenti di fervore artistico e poi scartate. Succede che le scrivanie si riempiono di fogli volanti e non si sa più come fare ordine, e fu per mettere a posto il suo studio, ma anche per un’ improvvisa ispirazione che Calvino si mise in testa di scrivere “Le città invisibili“.

Si potrebbe pensare che non sia semplice, ma va detto che molti incipit dei suoi romanzi mai scritti iniziavano proprio con descrizioni di città. Così, unendo i precedenti scritti forse il più letto autore italiano del suo secolo, seppe trarre un unico romanzo. Esso può sembrare artificioso, ma l’abilità dell’ autore fu proprio nel vergarlo con naturalezza. Raggruppò brevi descrizioni dai temi simili secondo un ordine logico e sensato ma che al tempo stesso lasciasse spazio alla magnifica casualità dei romanzi.

Infatti, i gruppi in cui le città sono suddivise sono tutti dai nomi molto evocativi, le città degli scambi, della memoria, dei desideri sono solo alcune. Tutti rimandano ad una qualche attività interna alla mente umana e tipica delle persone in quanto tali, oppure alle relazioni tra di esse. Queste s’ intrecciano nella vita di tutti i concittadini, a volte con l’ essenza stessa del centro che abitano.

Ma al contempo, questi gruppi potrebbero apparire soltanto pochi tra i generi di città immaginarie che ci si potrebbe inventare, e forse non i più importanti. Giusta presa di posizione, ma non è compito dello scrittore decidere quali lo siano, lasciandone la libertà a chi legge, e limitandosi nella sua piccolezza di raccoglitore di idee, a fornire semplici spunti. Non che Calvino non sia un grande autore, intendiamoci. Ma ha voluto semplicemente mostrare le cose come le vedeva lui, senza approfondirle tanto però da chiudere altre altrettanto corrette visioni .    

Calvino alla sua ordinatissima scrivania alle prese con i suoi famigerati romanzi in attesa di essere scritti

Dopo questa premessa, possiamo accingerci all’ approfondimento di come il racconto si sviluppa.

La struttura e i temi del romanzo

Il romanzo è piuttosto insolito nella sua conformazione, tanto che ,fra i più noti, sono solo il celeberrimo “Le mille e una notte” e il Decameron ad assomigliargli. Si tratta di uno stile inusuale per la sua frammentarietà, a discapito della fluire uniforme della storia. Esso si basa su di una cornice narrativa breve e concisa che fa da sfondo a una serie di racconti, descrizioni in questo caso. Anch’ esse sono piuttosto corte, mediamente una pagina, ma legate da temi comuni, e tutte narrate dai personaggi ivi presenti: si tratta di Kublai Khan e Marco Polo, seduti alla corte del primo, sovrano della Mongolia e d’ un vasto impero in Asia. Pur con una localizzazione specifica, i due si trovano in realtà in un luogo senza tempo, senza che ciò venga detto. 

Questo e molte altre informazioni, idee, opinioni, sono le tante cose lasciate alla comprensione del lettore, mantenendo senza fornire spiegazioni un’ aura di mistero e irraggiungibilità intorno ai luoghi della storia, pur associandoli al mondo reale per trasmettere dei messaggi.

I due uomini non sono per nulla i protagonisti del racconto, ma solo dei mezzi per raccontare ciò che Calvino aveva da dire sulle città invisibili. Attraverso il loro discorrere, durante una conversazione sulla decadenza dell’ impero di Kublai, Calvino ci narra del disordine e di quanto sia necessario. O comunque inevitabile, se l’ alternativa è un ordine imposto con la forza. Guerra e povertà in un regno grande quanto il suo non sarebbero contrastabili nemmeno dal più saggio dei governi, e quindi è quasi giusto lasciare il popolo da solo a gestirsi. Il povero sovrano, infatti, non poteva nemmeno sognarsi di vedere anche solo una piccola parte di quanto i suoi domini avevano da offrire, nel bene e nel male. Nell’ epoca in cui viveva, viaggiare era una scelta di vita : solo una limitata parte del mondo poteva offrirsi perfino agli occhi di un così ricco sovrano. 

Di ciò vive il romanzo, una raccolta di racconti meravigliosi per le orecchie stupefatte di Kublai, di descrizioni di luoghi mai visti ma che si potranno soltanto immaginare. Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Baucis_citta-invisibile-495x700.jpg

 

Le città in generale

Le città che Calvino ci presenta sono, come abbiamo detto, ognuna un’ esponente di una particolare categoria. Tutte sono caratterizzate da un passato unico su cui si fonda il loro modo di essere attuale. In ogni angolo di esse si possono trovare tracce di quello che sono state anni, secoli prima. Eppure non sono città morte, sono piene di vita in continuo rinnovamento. Semplicemente rifiutano di essere dimentiche di ciò che le ha portate ad essere come sono attualmente, in meglio e in peggio. Questo per evitare di ripetere eventuali errori e prendere dal passato solo il buono, pur ricordando tutto, senza, per orgoglio o altro, tralasciare i momenti più bui della loro storia. Ciò le spinge verso un miglior futuro nel rispetto delle tradizioni e dei modi d’ essere tipici di ogni città. In ultima istanza, “possedere” il passato non è possibile ne giusto. è bene dimenticare qualcosa, mantenendone però una traccia nella stratificazione delle epoche visibile in ogni città. Genova e Napoli, per dirne due, sarebbero ottimi esempi di città a strati nel mondo reale. Infatti, raccontano il loro passato al forestiero con i monumenti che le adornano e i loro centri storici medievali.

Le città di Calvino hanno inoltre tutte nomi di donne, che le umanizzano. Questo perché come persone, mantengono ricordi della loro vita passata e cambiano il loro “carattere”. Dal momento che sono luoghi della vita delle persone, assumono particolari forme architettoniche a seconda di chi le abita ed è questo che dà loro qualcosa di unico e lo trasmette a chi le abiterà in futuro. Un futuro che si prospetta assai migliore per qualunque città segua uno sviluppo rispettoso del passato, accompagnato dall’ impegno per renderla a tutti gli effetti un luogo perfetto per la vita di comunità, perché una città è “bella” solo se è fatta per supplire alle necessità di tutti.