La Casa dello Studente: la verità che ignoriamo.

Visita al Sotterraneo dei tormenti di Corso Gastaldi, per non dimenticare.

Di Vittoria Gandolfo, 2B

Shoah, olocausto, campi di concentramento.

Partigiani, deportazioni, rastrellamenti.

Sembrano tutte parole così lontane dalla nostra realtà, dalla nostra  città, dalla nostra vita, sembrano parole da libri di scuola: ma se fossero più vicine a noi di quanto pensiamo?

Dedica a Stefanina Moro, staffetta partigiana morta a 16 anni per le torture subite nei sotterranei della Casa dello Studente.

Ogni Genovese conosce ed è passato davanti alla Casa dello Studente, che a tutti è nota come convitto per studenti fuori sede dell’Università di Genova: infatti era proprio questo lo scopo iniziale, quando l’edificio è stato costruito nel 1933.

Forse, però, non molti sanno del fine a cui è stata adibita durante la Seconda Guerra Mondiale.

L’edificio che tutti noi siamo abituati a vedere era, infatti, la sede delle prigioni di SS e Gestapo, comandata da Friedrich Engel, detto “Il boia di Genova”.

Ad oggi, infatti, la “Casa dello Studente” è situata in Corso Gastaldi, la strada intitolata al partigiano Aldo Gastaldi, nome di battaglia “Bisagno”, ma fino al dopoguerra il nome della via era “Corso Giulio Cesare”.

Alcuni dei nomi delle persone vittime delle atrocità di cui l’edificio è stato teatro sono Vannuccio Faralli (successivamente sarebbe diventato il primo sindaco di Genova nell’immediato dopoguerra) e Stefanina Moro, staffetta partigiana.

L’orrore di cui sono pregni i muri di quell’edificio è stato portato alla luce, però, solo negli anni ’70, da un gruppo di studenti internazionalisti, ventisette anni dopo la muratura e la “rimozione” di tutto ciò che riguardava le atrocità avvenute.

Targa dedicata a Rudolf Seiffert

Ma perché così tardi? Negli anni successivi alla Liberazione si è voluto dimenticare, rimuovere, pensare al presente e non al passato.

Certamente era scomodo ricordare le SS e la Gestapo che torturano persone innocenti: forse significava fare i conti con una pagina della storia della città, che bruciava ancora troppo. Genova si è distinta durante la Seconda Guerra Mondiale ed è stata insignita della Medaglia d’oro al valor militare per il suo impegno durante la Resistenza. Ma i reati orribili commessi tra quelle mura sono stati addirittura coperti con delle semplici piastrelle e le celle trasformate in magazzini.

Giovedì 20 aprile, in occasione dell’imminente Festa della Liberazione, le classi 2B e 2H del Liceo D’Oria si sono recate a visitare proprio questo lato poco conosciuto della Casa dello Studente, inaugurata nuovamente nel 2008 dopo tre anni di ristrutturazioni.

Come prima parte della visita, le due classi hanno avuto l’occasione di osservare e toccare con mano quattro “cellette”, proprio di fianco alla mensa del convitto: esse sono, quindi al livello del mare, motivo per cui le torture avvenute in questo luogo potevano essere percepite anche dall’esterno, a causa delle urla delle vittime.

All’interno di esse si notano ancora delle scritte o delle incisioni lasciate dai prigionieri, che sfortunatamente non sono completamente leggibili a causa del successivo rivestimento in piastrelle che, staccate dagli studenti, avevano inevitabilmente portato via un po’ di ciò che era scritto su quei muri.

Via dedicata al partigiano Walter Fillak

Successivamente la visita si è spostata nei sotterranei, teatro delle torture più barbare, che non potevano essere udite dall’esterno. Ma perché fare in modo che alcune torture fossero percepibili fin dalla strada e altre no? La risposta è molto semplice.

Era bene che i cittadini sapessero a cosa si andava incontro trasgredendo alle regole, ma di certo non si poteva far sapere che queste orribili torture venivano inflitte anche al vicino di casa, al panettiere del quartiere o all’amico d’infanzia. Era meglio che le persone non fossero completamente a conoscenza dell’entità delle sofferenze, e soprattutto del fatto che tutti, anche loro stessi e le loro famiglie, potessero essere potenziali “criminali”     

Lettera originale di Rudolf Seiffert, a destra la targa dedicata a Walter Fillak nel sotterraneo

Il sotterraneo, detto “sotterraneo dei tormenti” ad oggi si presenta come uno stretto e umido corridoio, che sfocia in una galleria dalle pareti adornate da pannelli riportanti lettere di condannati a morte. 

 Questo “museo permanente” è stato dedicato dagli studenti a Rudolf Seiffert,  operaio internazionalista della “Wemer Werke Siemens”, per rendere onore  “a un tedesco nella casa di tortura dei tedeschi”.

 Gli studenti, negli anni ’70 inoltre sono anche rimasti estremamente colpiti dalla lettera che   l’uomo aveva scritto alla moglie (riportata insieme alla lettere di un altro condannato, Walter Fillak), altro motivo per cui hanno scelto di dedicare questo museo proprio a lui.

Successivamente, le classi hanno assistito a una conferenza tenuta dal professor Francesco de Nicola, riguardante il tema della  resistenza partigiana in ambito letterario.

Il professore, partendo da Il Politecnico di Vittorini, di cui ha fatto vedere agli studenti uno dei primi numeri,   ha anche citato e letto alcuni passi di libri, molti dei quali davvero noti, tra cui “Primavera di Bellezza” e “Una questione privata” di Beppe Fenoglio e  “Il sentiero dei nidi di ragno”, di Italo Calvino, e ancora “L’Agnese va a morire”, “Il partigiano Johnny” e “Uomini e no”

De Nicola ha evidenziato in riferimento a quest’ultimo il richiamo a “Uomini e topi”, di Steinbeck, con cui Elio Vittorini, l’autore, vuole esplicitare quella che secondo lui è la differenza tra chi si comporta come un uomo e chi come un topo.

Ha poi citato un libro forse meno noto, ma non per questo meno bello e importante, Bandiera bianca a Cefalonia di Marcello Venturi, che  racconta il primo episodio di eroica resistenza italiana avvenuto nell’Isola di Cefalonia, all’indomani dell’armistizio.

 

Una persona normalissima che partecipa alla storia del suo presente

Questa la definizione che durante la conferenza Giacomo Lertora, la nostra guida nella visita, ha fornito a proposito dei partigiani, spiegando anche come non siano necessarie “le ragnatele ai polsi o il martello degli dei”. Quest’ultima è un’osservazione davvero interessante, in quanto spesso si pensa di non poter fare la differenza perché, magari, troppo giovani o troppo poco rilevanti. Tuttavia, tutti i partigiani che sono riusciti, davvero, a fare la differenza, erano solo ragazzi, probabilmente neanche abbienti: grazie a loro Genova ora è medaglia d’oro al valor militare. Nonostante tutto quello che è successo nei sotterranei di quell’edificio, se ci fosse stato anche solo un solo partigiano a opporsi a quel regime, sarebbe stato motivo di orgoglio.

Durante la spiegazione del professore De Nicola, si è anche parlato di alcune testimonianze di persona che all’epoca dei fatti erano bambini o ragazzi e ricordano che i loro  genitori  passavano velocemente davanti alla Casa dello Studente, o che li tenevano lontani dalle finestre quando sentivano le urla dei condannati. Anna Ponte, nata nel 1919 e catturata nel 1944  con l’accusa di aver portato un cestino di tagliatelle ai partigiani della cascina Menta, è stata imprigionata e torturata per 59 giorni. Anna Ponte ha dovuto trascorrere cinque giorni alla Casa dello Studente, costretta in piedi in una cella umida e fredda, per poi trovarsi ad affrontare altri 54 giorni di prigionia al carcere di Marassi. Sfortunatamente la signora si è spenta il 29 luglio 2020.  La sua storia è raccontata nel libro “Due storie partigiane” di Gianni Repetto.

È necessario concedere il consenso ai cookies statistiche, marketing per visualizzare questo contenuto.

Successivamente, ho anche avuto l’occasione di intervistare Giacomo Lertora, la nostra guida durante questa visita, storico e volontario per il Centro di Documentazione Logos, associazione impegnata sul fronte della divulgazione scientifica e culturale e nell’offerta di occasioni di confronto, approfondimento e dibattito, come le visite alla Casa dello studente o il Darwin Day.

Da quanto tempo si occupa di queste visite? Qual è stato il suo percorso di studi?

Ho fatto il classico anch’io, e sono un dottore in storia: ho iniziato quando ero in quarta o quinta superiore, quindi da circa quindici anni. Naturalmente all’inizio non mi occupavo di svolgere vere e proprie visite guidate, ma aiutavo, ascoltavo, studiavo e approfondivo. 

Ha mai incontrato delle difficoltà durante il suo percorso?

Più che difficoltà, in realtà, è sempre un piacere: guidare questo tipo di visite per me è importante. Non è solo un pezzo di storia, ma un momento di coinvolgimento e partecipazione in quello che riguarda noi, il nostro passato e il nostro futuro, per cui il partigiano ha compiuto una scelta. 

Non ho mai incontrato grandi difficoltà, a parte la quantità di studio: non incontro solitamente persone scontente di quello che vedono. C’è sempre un grande ritorno, dal momento che si riesce a rendere le persone partecipi di qualcosa di così grande.

Di cos’altro si occupa?

Questo è solo volontariato, il mio lavoro è quello del ricercatore storico, ma penso che sia molto importante fare anche qualcosa di questo tipo: non si parla solo di resistenza, per esempio abbiamo anche organizzato una mostra sulla guerra civile di Spagna. Il volontariato è importante perché non si dovrebbe vivere solo in qualità di singolo individuo, per due motivi principali: prima di tutto perché nessuno è da solo, nessuno ce la può fare da solo, inoltre perché vivendo solo in funzione della propria persona non si riuscirà mai a guardare più in là di se stessi.

Cosa consiglia a chi è interessato a impegnarsi in questa attività? Si può contattare qualcuno?

A chi vuole farlo, consiglio di farlo: consiglio di non pensare troppo, semplicemente di provare, leggere, studiare, approfondire.

Come contatto si può scrivere una mail (centrodocumentazionelogos@gmail.com), o comunque rivolgersi ad una delle molte associazioni impegnate in campo storico e culturale simili a Logos.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    

     

Giornalismo: mestiere e metodo

“Fare giornalismo non è solo un mestiere, è un metodo da applicare”

di Benedetta Pittaluga, 2d

Comunicazione, pensiero critico, sintesi, ma anche creatività e capacità di relazione: questo e molto altro è il giornalismo, un mestiere dinamico quanto affascinante. Le classi 2b e 2d del liceo classico Andrea D’Oria di Genova hanno potuto dare uno a sguardo a questa avvincente  professione a Roma presso la sede dell’agenzia di stampa nazionale Dire. Hanno potuto scoprire i segreti e le sfaccettature di un mestiere in continua evoluzione quale è il giornalismo e immergersi in un’atmosfera affascinante visitando la sede principale dell’agenzia grazie ad un interessante e coinvolgente incontro con i giornalisti Marta Nicoletti ed Emanuele Nuccitelli.

 

Comunicazione e sintesi, come esporre i fatti

Per essere un buon giornalista, esporre chiaramente i fatti è un’abilità fondamentale.  Poiché lo scopo principale del giornalismo è informare e fornire spunti di riflessione, bisogna fare in modo che chiunque sia in grado di comprendere lo sviluppo logico dell’articolo ed è necessario che il messaggio che si vuole trasmettere venga inteso dal lettore. Per rendere un testo giornalistico efficace, è essenziale individuare gli elementi centrali dell’argomento che si intende sviluppare, metterli in evidenza ed esporli in maniera chiara. E’ infatti vantaggioso utilizzare un lessico comune, affinché l’articolo venga facilmente interpretato da qualsiasi lettore.

 

Fake news, ricerca online e passaparola: l’importanza delle fonti

Farsi strada tra le fake news non è un’impresa semplice per un giornalista: gli errori di valutazione sono dietro l’angolo e scovare le notizie false non è sempre facile. La precisione riguardo all’attendibilità delle fonti è un elemento fondamentale nel mondo giornalistico e bisogna prestare particolare attenzione alla provenienza delle notizie. Il modo migliore per ovviare a questa problematica è andare alla fonte diretta, evitando forme di passaparola, per esempio su piattaforme social. Inoltre, nella ricerca online è efficace servirsi di siti affidabili da cui acquisire informazioni, come quelli di tipo istituzionale.

 

Team working e spunti di riflessione: il confronto e il pensiero critico

Tra redazione e riunioni in sede e interviste fuori ufficio, il lavoro collettivo e l’apertura al confronto sono capacità fondamentali di un bravo giornalista. Infatti, idee in contrasto tra  loro spesso aprono nuovi orizzonti e offrono una visione più ampia della tematica che si intende sviluppare, permettendo di argomentarla in un modo più efficace. Inoltre, il pensiero critico è un importante elemento che appartiene al mondo del giornalismo: fornire spunti di riflessione attraverso gli articoli è un obiettivo importante che ogni giornalista cerca di raggiungere, inserendo commenti che compaiono tra le righe del testo e offrendo un’ idea personale in merito all’argomento sviluppato.

la redazione della Dire di Roma

 

Inventiva e creatività, anche il giornalista ha estro

Dalle metafore negli articoli del passato alla grafica dei siti online nel presente, la creatività ha sempre voluto la sua parte nel giornalismo. Inizialmente, l’inventiva nel giornalismo aveva la sua maggiore espressione nell’aggiungere quel pizzico di creatività nello scrivere gli articoli, facendo uso di metafore e paragoni che rendevano il tutto più coinvolgente. Ad oggi, invece, in seguito alla continua trasformazione che questa professione sta vivendo, la creatività ha maggiore spazio nell’organizzazione e realizzazione di contenuti multimediali; ne sono esempio i siti online, nei quali la grafica e l’aspetto estetico giocano un ruolo molto importante per catturare l’attenzione del lettore: “Ad oggi nel mondo del giornalismo ci sono molti graphic designers che spaziano principalmente tra siti web, social e contenuti multimediali”, come spiegano i giornalisti della Dire.

 

Rompere la distanza e cogliere l’aspetto umano, saper condurre un’intervista

La sala di registrazione per videointerviste

“Quando bisogna fare un’intervista è necessario cercare di creare un rapporto di confidenza con la persona che si ha davanti e mettersi sul suo stesso piano, rompendo quel muro di ghiaccio tra intervistatore e intervistato”.

Per realizzare un’intervista ben fatta è vantaggioso eliminare la distanza tra il giornalista e il suo interlocutore, in modo da creare un’atmosfera di sicurezza con lo scopo di trasmettere fiducia all’intervistato. In questo modo, l’interpellato si sentirà più a suo agio e libero di esporsi, e allo stesso tempo l‘intervistatore potrà cogliere e apprezzare il suo aspetto umano. Tuttavia, il giornalista non deve essere troppo diretto ma dare tempo al suo interlocutore di aprirsi. Inoltre, deve saper avere tatto, per esempio nella situazione in cui l’intervistato viva una condizione di sofferenza o di difficoltà, per esempio, anche nel caso più comune di un atleta che per svariati motivi non è soddisfatto della sua prestazione: “Quando una persona soffre o è in difficoltà bisogna avere tatto e cercare di trasmetterle fiducia”.

Dinamismo e talvolta imprevedibilità, la giornata tipo del giornalista

“Il nostro mestiere è in parte programmabile, in parte si costruisce ogni giorno”. La giornata lavorativa di un giornalista è spesso caratterizzata da un’incontrastata imprevedibilità, come raccontano i giornalisti della Dire: ”La sera prima si prepara l’agenda del giorno dopo, ad ogni redattore vengono assegnati i propri appuntamenti, impegni e avvenimenti da approfondire e argomentare; verso le 21.00 circa ognuno saprà che cosa farà nella giornata seguente”. Inoltre, solitamente ci sono tre riunioni durante la giornata nelle quali i giornalisti si confrontano ed espongono le proprie idee: ”Solitamente nella riunione di mezzogiorno si fa il punto della situazione, ognuno riporta i temi della giornata”. Per quanto riguarda l’orario di lavoro, esiste un’organizzazione di turni; tendenzialmente la giornata lavorativa ha una durata di circa sette ore, ma può facilmente  subire variazioni, in base all’evoluzione degli avvenimenti e ai fatti della giornata.

 

Passione, impegno, determinazione: come diventare un buon giornalista

“Per chi desidera diventare un buon giornalista, esistono le università di scienze della comunicazione e di editoria e giornalismo, ma è consigliabile prima frequentare un corso di studi che interessi e poi specializzarsi in giornalismo”. I giornalisti della Dire consigliano ai giovani studenti che immaginano di lavorare in futuro nel giornalismo di impostare il proprio percorso in questo modo, studiando qualcosa che possa interessare per poi portare le proprie competenze in ambito giornalistico, ad esempio alla scuola di giornalismo della Rai, situata a Perugia, che offre buone possibilità per entrare in questo mondo lavorativo, specialmente con buone opportunità di stage presso realtà importanti dell’informazione.

Con questo incontro, i giornalisti dell’agenzia di stampa nazionale Dire, invitano tutti coloro che desiderano essere in futuro dei buoni giornalisti a essere determinati e a non scoraggiarsi:

Il giornalismo non sta morendo, si sta trasformando, per raggiungere il proprio obiettivo, è necessario avere la giusta dose di impegno e determinazione, ma l’ingrediente più importante di tutti è la passione, se non se ne ha una giusta quantità, è difficile arrivare dove si desidera”.

 

 

 

Perché in ambito sanitario la tecnologia da sola non basta  

Intervista a Silvia Di Maio, anestesista dell’Ospedale Galliera

di Emma Riciputi, 1B 

Se la tecnologia è ormai entrata a far parte del nostro quotidiano, in particolar modo nello svolgimento delle attività lavorative e delle professioni intellettuali, il suo sviluppo non può che condizionare in modo rilevante la vita di molte persone, anche in ambito sanitario.

Ce lo spiega la dottoressa Silvia Di Maio, anestesista all’Ospedale Galliera di Genova.

Da quanto tempo svolge il lavoro di anestesista in ambito ospedaliero?

“Da circa venti anni svolgo le mie mansioni, principalmente in sala operatoria”. 

Quali strumentazioni vengono utilizzate nel suo lavoro? 

“In particolare, vengono adoperati ventilatori, monitor che misurano i parametri vitali, macchine per emodialisi, macchine scalda paziente, programmi informatici per le terapie, per i dati clinici e per gli esami diagnostici”. 

Come si è evoluta nel corso degli anni la tecnologia nell’ambito della sua professione?

“Sicuramente molto: i presidi sono più affidabili e performanti, con la conseguenza che minore è la probabilità di compiere errori e maggiore la semplificazione delle esigenze del clinico”.

 Con l’impatto tecnologico, i cambiamenti sono stati solamente positivi o ve ne sono anche di negativi?

“Moltissimi sono positivi: una maggiore precisione nella gestione della medicina; una minore incidenza degli errori umani e l’attivazione di procedure più veloci e tracciabili. Tuttavia, si sono registrati costi elevati, anche perché non tutto ciò che l’industria propone risulta poi realmente necessario. Inoltre, le informazioni possono risultare di difficile comprensione per l’essere umano, se elaborate in tempi stretti e tutte contemporaneamente. Un’enorme quantità di dati può determinare una distrazione dall’analisi clinica del paziente”.

Il progresso tecnologico ha influenzato il rapporto medico-paziente? 

“Certamente. A prima vista sembrerebbe in modo negativo, perché nel momento in cui scrivo al computer non riesco neppure a guardare in faccia chi mi racconta l’anamnesi. Quindi, sicuramente si è realizzato un allontanamento del medico dal paziente. Tuttavia, la tecnologia ha migliorato molto la ‘presa in carico’ del malato, in quanto la sua visita sarà sempre tracciabile, consentendo di fruire in modo veloce e funzionale delle informazioni che lo riguardano”. 

I nuovi sistemi hanno avuto un impatto sulla dimensione organizzativa dell’attività medica?

“Sì, le procedure si sono velocizzate e al contempo sono divenute meno invasive e meno pericolose. Velocizzare significa poter curare più persone nello stesso tempo rispetto al passato, riducendo sia l’aggressività degli interventi che i relativi costi”.

Durante l’emergenza Covid l’evoluzione della tecnologia è stata utile?  

“La pandemia ha fatto comprendere quanto la tecnologia sia fondamentale in ambito sanitario. Nella fase iniziale, ad esempio, la mancanza dei ventilatori ha determinato l’impossibilità di trattare nell’immediato i pazienti più gravi. Successivamente, una volta forniti i ventilatori, si è evidenziato che mancavano gli operatori capaci ad utilizzare tali attrezzature. La tecnologia, perlomeno nella sanità, da sola non basta. Inoltre, essa dipende dalla corrente elettrica: in caso di blackout, fortunatamente, subentra altra tecnologia, i cosiddetti gruppi elettrogeni, delle specie di pile giganti che mantengono accesa la strumentazione vitale per i pazienti.

Tali effetti positivi permangono anche oltre il periodo emergenziale.

La sanità pubblica si è arricchita di molte apparecchiature, sono stati assunti molti medici e molti infermieri e, infine, sono migliorate le conoscenze di alcuni reparti specialistici, quali la terapia intensiva, l’anestesiologia e la rianimazione, prima di allora poco diffuse. Posso dire, dal punto di vista personale di aver vissuto l’emergenza sul luogo di lavoro in maniera molto intensa, con non poche difficoltà, ma sempre con il fine ultimo di far stare bene le persone”.

Se dovesse descrivere il suo lavoro di anestesista…

“Per me l’anestesia è come un volo aereo, in cui le fasi iniziali e finali (l’addormentamento ed il risveglio del paziente) sono molto delicati se confrontate con il “volo” che rappresenta invece il mantenimento del paziente in uno stato di sonno profondo e indolore”.

 

 







 

Un processo creativo diverso grazie alla tecnologia

Intervista a Daniele Malcontenti, responsabile tecnico delle luci al Carlo Felice

di Lisa Poverelli, 1B

un effetto speciale a forma di luna 

In che modo la tecnologia ha cambiato anche le professioni legate alla creatività?

Ce lo spiega Daniele Malcontenti, responsabile del reparto elettricisti teatrali del teatro Carlo Felice.

L’elettricista teatrale è il vero e proprio tecnico delle luci, colui che monta gli impianti e segue in consolle l’intero spettacolo. 

Ricopre un ruolo creativo all’interno della produzione; necessariamente deve essere un esperto di tecniche recitative e di arti figurative ed avere quelle competenze che gli consentano di leggere una sceneggiatura, interpretarla e “sentirla”, così da renderla al meglio sul palcoscenico e trasmettere emozioni tramite luci e colori.  

Cosa è cambiato nel suo lavoro con l’arrivo delle nuove tecnologie?

Con l’arrivo delle nuove tecnologie ci sono stati nuovi effetti speciali e nuovi tipi di illuminazione molto più interessanti e coinvolgenti. Se per preparare una scena prima ci volevano sette giorni perché era un processo molto più basato sulla manualità,  adesso ci vogliono solamente due giorni. Gli effetti vengono gestiti dal computer .

Ci sono dei vantaggi nell’utilizzo delle nuove tecnologie?

Sì,  e molti.  Per esempio non dobbiamo più lavorare manualmente, ma ci basta programmare la console sia per gli effetti che per le luci. Risparmiamo molta più energia con le nuove tecnologie rispetto a prima. Si producono effetti molto più interessanti, che attraggono il pubblico.

Ci sono degli svantaggi con le nuove tecnologie? 

Purtroppo sì, perché è molto più bassa la qualità: il pubblico non lo nota, ma noi lavoratori più anziani che sapevamo cavarcela anche prima dell’arrivo delle nuove tecnologie ce ne accorgiamo. In precedenza usavamo cinquecento proiettori, mentre adesso ne usiamo tre grandi, ma non creano la stessa luce e gli stessi colori ben scanditi.

Quali sono le nuove tecnologie usate?

Come nuova tecnologia vengono usati i proiettori motorizzati perché al suo interno ci sono varie gelatine di colori e disegni diversi che vengono comandati dalla console luci. Con i proiettori tradizionali a ogni scena dovevamo inserire  noi la gelatina colorata davanti ai proiettori. La console luce serve, appunto, per comandare i proiettori e la loro intensità luminosa, per proiettare effetti speciali, come la neve, la luna…   

 

console luci

La tecnologia arriva anche al pentagramma

Intervista a Roberto Tiranti, cantante e insegnante di canto.

di Eleonora Capone 1B

 

Se al giorno d’oggi la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nella nostra società e in molte professioni è diventata un elemento indispensabile, quale può essere il suo impatto nel mondo della musica?

E’ un elemento irrinunciabile? Come ha cambiato il lavoro dei professionisti del settore? A che cosa serve? la tecnologia nella musica?

Lo abbiamo chiesto a Roberto Tiranti, cantante e insegnante.

Roberto, quanto utilizzo fai della tecnologia nel tuo lavoro?

È ovvio che un musicista deve essere autonomo, con poco e niente e deve essere in grado di fare il proprio mestiere…”

Tiranti spiega che, nonostante il grande ausilio che la tecnologia può dare anche nel suo campo, una voce di per sé basta all’arte del canto e un qualunque strumento musicale può essere il suo accompagnamento. È anche vero che ormai la tecnologia è fondamentale negli studi di registrazione e soprattutto per la  divulgazione ad ampio raggio: “Nello studio di registrazione è importante conoscere i software adeguati per acquisire l’audio e poi per cantare sopra i pezzi registrati ed è importante anche conoscere i mezzi legati alla divulgazione per poi condividere su internet…Direi che oggi non si può più fare a meno della tecnologia”.

Senza tecnologia cosa credi che mancherebbe?

Senza l’attuale tecnologia oggi, nel mondo della musica si potrebbero utilizzare tecnologie sorpassate, cioè analogiche e non sarebbe un problema farlo, se non che i formati ormai sono tutti digitali, dunque il prodotto finito da immettere sul mercato o comunque l’elaborazione dell’audio passa sempre per il digitale e viene spesso ridotto ad un file mp3. L’abolizione delle tecnologie rischierebbe quindi  solo di diventare un grosso limite.

Durante il periodo di lockdown del 2020 ci sono state grandi limitazioni che hanno investito la vita di ognuno di noi e talvolta si è tentato di attutire questo impatto mediante l’utilizzo della tecnologia.  

Come sono state percepite queste limitazioni nel mondo musicale, come è stata utilizzata la tecnologia?

La tecnologia utilizzata nel periodo covid esisteva già, certamente, ma grazie ad essa siamo riusciti a rimanere a casa con la possibilità di condividere la musica con il mondo e anche di fare musica a distanza con altri artisti; tutto sommato ci siamo sentiti grazie alla tecnologia anche meno soli, in un certo senso di stare uniti nello stare divisi e questo è importante. Diciamo che la musica però ha bisogno di essere condivisa, dunque passata la pandemia abbiamo ricominciato  sempre di più a suonare insieme dal vivo…”

È fondamentale capire però, nonostante i grandi vantaggi che porta la tecnologia, se ci sono anche degli svantaggi, cosa ne pensi?

La tecnologia può essere un’arma a doppio taglio: dà a tutti la possibilità di fare musica, ma questi “tutti” si meritano una produzione musicale? Adesso la tecnologia consente a tutti di produrre e diffondere musica, anche se non sempre a un livello e valore artistico accettabile. Comunque non posso fare altro che parlare bene della tecnologia, perché ne usufruisco davvero tanto!”

Cosa pensa un musicista delle diffusissime applicazioni per fare musica?

Gli sviluppi degli strumenti musicali sono molteplici: da cantante posso dire che non ho una grande simpatia per l’autotune, per esempio. Capisco che in determinati generi musicali sia parte dell’arrangiamento sonoro dell’artista, però se ne è fatto un grande abuso. L’autotune è nato nel 1997, da allora ha preso piede ed è stata la copertura utilizzata da cantanti non molto bravi, per sopperire ai propri difetti, finché non è arrivata la trap che ne fa uso come se fosse uno strumento vero e proprio.

In tema di tecnologia sicuramente non ho simpatia per le scorciatoie che usa, quando, ad esempio, dà la possibilità a chi non è molto preparato di sembrarlo. Avremo sicuramente ulteriori sviluppi e grandi novità per il futuro della musica. Chissà cosa succederà un domani, cosa arriverà dopo i sintetizzatori e i campionatori, vediamo, noi siamo aperti a tutto…”

https://www.indielife.it/2019/03/21/come-la-tecnologia-ha-cambiato-larte-e-la-musica/

 

L’impatto della tecnologia nel mondo dell’animazione digitale

Intervista a Luca Cantani, della Jellyfish Pictures

Di Alessia Grandicelli 1B

Oggi la tecnologia ha un ruolo fondamentale nelle nostre vite. Non è possibile descrivere il nostro tempo senza parlare di tecnologia, perché essa porta moltissimi vantaggi non solo nella nostra vita quotidiana, ma anche nel mondo del lavoro. Abbiamo chiesto di parlarcene a Luca Cantani, impiegato nella Jellyfish Pictures, che pratica un lavoro strettamente collegato al mondo della tecnologia, quello dell’animatore digitale.

Il lavoro dell’animatore consiste nel dare vita a cose, animali o persone, che non sono realmente presenti, tramite programmi su computer, o tramite sistemi speciali, chiamati controlli, attaccati al corpo che permettono di muovere in digitale parti del corpo.

Molti pensano che il lavoro dell’animatore sia nato con la tecnologia, ma non è affatto così. Oggi è estremamente collegato ad essa, ma all’inizio i personaggi da animare erano disegnati interamente a mano. Questo perché l’animazione è nata nei primi anni del ‘900, prima dei computer e di tutti i programmi che abbiamo oggi a disposizione.

Ma non è necessario andare così indietro per trovare dei cambiamenti. Basta tornare a qualche anno fa per notare delle differenze, anche se piccole. Luca Cantani, che fa questo lavoro da un po’ di anni, ha rivelato che da quando fa l’animatore la qualità è progressivamente migliorata. Inoltre prima solo alcune parti erano animate, ora in alcuni casi è tutto digitale, sfondo compreso.

Potranno esserci ulteriori cambiamenti? Secondo Cantani potrebbero esserci dei miglioramenti dal punto di vista tecnico:  in particolare grazie al  motore rendering, utilizzato nei film e nei videogiochi per finalizzare le immagini. Attualmente il processo di finalizzazione nei film è molto lungo, al contrario dei videogiochi che usano un diverso motore rendering che calcola le immagini in tempo reale, diminuendo le tempistiche e i costi. Cantani crede che se fosse usato lo stesso motore dei videogiochi anche per i film si tratterebbe di un grande passo avanti e non esclude che possa presto accadere.

A questo punto viene spontaneo chiedersi se la tecnologia rappresenti una minaccia per i lavoratori. Abbiamo visto che la tecnologia ha preso velocemente piede nel mondo dell’animazione, siamo partiti con il disegno a mano per arrivare ai computer avanzati. Tuttavia questo non spaventa Luca Cantani che crede che la tecnologia continuerà ad essere solamente un aiuto e non una minaccia. Sostiene, infatti, che alcune cose possono essere fatte solo da noi umani. Ad esempio, se animare un leone richiede un certo procedimento e  determinate indicazioni che non possono essere assimilate e replicate dai computer.

Ma le intelligenze artificiali hanno mai causato gravi problemi all’interno delle aziende che si occupano di animazione? C’è mai stato qualche malfunzionamento o qualche attacco hacker? Cantani ritiene che sia molto difficile che si verifichino attacchi hacker, questo perché tutti i computer aziendali sono ben protetti e si adottano numerose precauzioni. Innanzitutto si fanno molte copie di uno stesso lavoro, per essere certi che non vada perso. In secondo luogo non si può usare il proprio computer, ma bisogna collegarsi a quello aziendale che, nel caso di Luca, si trova a Londra. Sta quindi alla discrezione del singolo non rivelare il progetto fino all’uscita.

La tecnologia è quindi importantissima e non deve essere vista come una minaccia, bensì come uno strumento che affianca e non sostituisce il nostro lavoro.

“Affidandosi troppo alla tecnologia si rischia di perdere la bellezza del gioco”.

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Chiacchierando di calcio e innovazioni con Edoardo Gorini, allenatore del Cittadella. 

 

Di Francesco Giovanni Repetto 1B

La tecnologia negli ultimi anni sta diventando sempre più importante e sta assumendo un ruolo da protagonista nel mondo del lavoro. I nuovi strumenti non solo aiutano nel lavoro manuale, ma permettono anche di studiare e realizzare al meglio progetti complessi. Avviene anche nel mondo dello sport e naturalmente nel mondo del calcio.

Abbiamo raggiunto Edoardo Gorini, allenatore del Cittadella, squadra che milita in serie B, a Terni, la squadra era appena arrivata in albergo pronta per la partita del giorno dopo, contro la Ternana. Gli abbiamo chiesto di spiegare come la tecnologia ha radicalmente cambiato il modo di giocare.

Buonasera Mister, intanto grazie per avere accettato questa intervista.

Buonasera, grazie a te.

Direi di incominciare subito con la prima domanda: le nuove tecnologie hanno cambiato i metodi di allenamento?

Sì, sicuramente le nuove tecnologie hanno influito molto su metodi e modalità: per esempio noi facciamo uso del GPS per  cercare di monitorare i movimenti e l’intensità dell’allenamento. Usiamo la tecnologia anche per l’analisi di una partita sia relativamente al gioco della propria squadra che a quello degli avversari; abbiamo sicuramente un grande numero di dati per gestire l’allenamento e le condizioni fisiche dei nostri calciatori.

Riuscite anche a prevenire parte degli infortuni con la tecnologia?

Si, è esatto.

Prima ha detto che le nuove tecnologie vi aiutano sul piano tattico dell’allenamento, invece sul piano fisico? Sono arrivati nuovi macchinari?

Per quanto ci riguarda, noi utilizziamo solo il GPS,  per monitorare le distanze e la quantità di allenamento per ogni singolo giocatore. I dispositivi servono anche a prevenire gli infortuni, poi è chiaro, non è che si possa prevedere tutto. Un altro strumento che usiamo per esempio è il drone, per quanto riguarda la parte tattica. Perciò si tratta di tutta una serie di strumenti che aiutano a fare al meglio gli allenamenti riducendo i rischi, certo non fanno miracoli, ma danno un grosso aiuto. Poi c’è la valutazione della persona e dell’occhio umano che fanno la loro parte.

Voi tracciate i rendimenti dei vostri giocatori, lo fate anche con quelli a cui il club è interessato per il mercato?

Per il mercato un po’ meno, nel senso che c’è un’infinità di dati che possono aiutare nel capire le caratteristiche di un giocatore, ma nessuno è determinante; vale soprattutto il fattore umano, almeno per quanto ci riguarda. Sappiamo però che altre società, in particolare quelle americane, fanno grande uso di dati, ma per noi conta molto di più il giudizio finale sul valore complessivo di una persona che deriva dall’occhio degli osservatori.

La stagione scorsa ha debuttato in Serie B il VAR. Cosa ne pensa e com’è stata la sua esperienza diretta?

[VAR è l’acronimo di Video Assistant Referee, un assistente che collabora con l’arbitro in campo per chiarire situazioni dubbie (quelle specificatamente previste dal regolamento), avvalendosi dell’ausilio di filmati e di tecnologie che consentono di rivedere più volte l’azione, a velocità variabile, da diverse angolazioni].

Secondo me è molto utile, forse deve ancora essere perfezionato, però lo ritengo uno strumento necessario. Magari crea un po’ di suspense in più durante la partita per noi e i tifosi, ma alla fine parlandone anche con lo staff abbiamo constatato che ha diminuito gli errori arbitrali e forse ha addirittura aggiunto un po’ di spettacolo alla partita.

 

Quando è scoppiata la pandemia lei e lo staff come avete gestito i giocatori a distanza con l’aiuto della tecnologia?

Durante la quarantena non siamo riusciti a realizzare tanto, gli allenamenti erano individuali e noi non li abbiamo seguiti in “DAD” perché era  troppo complicato: abbiamo semplicemente comunicato ad ogni atleta un programma personalizzato da seguire e poi ci siamo affidati alla loro professionalità. Abbiamo a che fare con professionisti: non rispettare gli allenamenti si sarebbe tradotto in un danno per loro stessi.

Pensa che il nostro campionato di Serie B debba essere finanziato di più dalla FIGC, anche per permettere l’arrivo di nuove tecnologie, come magari succede in Inghilterra con la Championship, dove vediamo trasferimenti con importanti somme di denaro?

Penso che ci sia già stato un miglioramento anche grazie all’arrivo, nell’anno calcistico in corso, di piazze importanti che hanno attirato molti tifosi.  Dopo il COVID, vedo molta voglia di venire allo stadio, rispetto agli anni scorsi noto un’affluenza molto maggiore. Penso che la Serie B sia già un campionato molto importante, ma il dislivello economico con l’Inghilterra è dovuto ai numerosi sponsor e ai diritti TV che per loro sono presenti in misura maggiore.

Da esperto, come pensa che cambierà il mondo del calcio in funzione delle nuove tecnologie?

La tecnologia porta sempre nuovi spunti che possono aiutare molto il calcio, io la concepisco  come un aiuto a velocizzare i tempi e a risparmiarli per potersi occupare di cose più importanti e più specifiche.

Nel calcio del futuro arriveranno altre innovazioni (già quella del fuorigioco semiautomatico è una novità positiva), che aiuteranno a sbagliare di meno. Tuttavia non si può essere, uso un termine esagerato, “schiavi della tecnologia”, perché altrimenti si rischia di perdere la bellezza del calcio, dove l’errore umano può far arrabbiare quando lo si subisce, ma è pur sempre parte del gioco.

Grazie ancora per il suo tempo, e buona fortuna per la partita di domani!

Grazie! Buon lavoro.

 

P.S. Il Cittadella ha vinto il giorno dopo 1-2 contro la Ternana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche monitorare l’ambiente è diventato più facile e più rapido

Intervista a Veronica Parodi, funzionario dell’Arpal

di Linda Manni, 1B 

 

La tecnologia è sempre più presente nella nostra quotidianità ed ha migliorato tanti aspetti della nostra vita. Grazie alle nuove tecnologie possiamo essere sempre connessi ovunque ci troviamo e in qualsiasi momento.

Veronica Parodi, che si occupa del monitoraggio ambientale, ma soprattutto di quello marino per l’Agenzia Regionale per l’Ambiente (ARPAL), ci spiegherà in che modo le nuove tecnologie hanno cambiato il suo lavoro e quali sono stati i vantaggi e gli svantaggi di questa importante innovazione.

boa con strumenti per misurazioni

In che cosa consiste il tuo lavoro?

Mi occupo di monitoraggio ambientale ed in particolare di monitoraggio dell’ambiente marino. Il mio lavoro consiste nel raccogliere ed analizzare diversi dati riferiti ad indicatori che aiutano a valutare lo stato dei nostri mari e delle nostre coste da un punto di vista ecologico”.

 

 

 

In che modo le nuove tecnologie hanno trasformato il tuo lavoro?

Grazie alle nuove tecnologie il lavoro è diventato più facile e più rapido, infatti è possibile, grazie a diversi strumenti, ottenere informazioni precise e ripetute nel tempo su diversi parametri fisico-chimici che riguardano l’ambiente. Ad esempio ci sono sonde che registrano la temperatura, la quantità di nutrienti presenti nei nostri mari o che sono in grado di determinare la presenza di microplastiche e nanoplastiche che hanno dimensioni rispettivamente minori di 5 mm e di 1 µm. Esistono robot marini come i ROV ad esempio, che riescono a fotografare e raccogliere filmati dei fondali marini a profondità altrimenti irraggiungibili per l’uomo”.

ROV per rilievi sui fondali

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi delle nuove tecnologie?

I vantaggi delle nuove tecnologie sono legati alla possibilità di raggiungere un livello di approfondimento e di conoscenza maggiore delle problematiche ambientali. Inoltre, soprattutto negli ultimi anni, complice anche il periodo della pandemia, hanno permesso una comunicazione immediata fra le persone, si pensi ad esempio a quanto è facile ormai organizzare una videoriunione fra colleghi che si trovano fisicamente molto lontani fra loro! Gli svantaggi possono essere legati ad un rischio di isolamento e di mancanza di contatti umani e sociali nel caso se ne abusi e, se potrebbero finire per creare disoccupazione in alcuni settori”.

Come si può considerare l’innovazione tecnologica?

L’innovazione tecnologica è una grande opportunità. Bisogna, però, conoscere le nuove tecnologie per saperle utilizzare senza diventarne schiavi”.

In che modo internet ha cambiato il mondo del lavoro?

Internet ha cambiato profondamente il mondo del lavoro: da un lato ha contribuito a creare nuove opportunità e sviluppato settori inesistenti fino a pochi anni fa. Ha velocizzato alcune attività, ci permette di risparmiare molto tempo di accorciare le distanze, di comunicare con persone che vivono dall’altra parte del mondo e di garantire a tutti un accesso all’informazione”.

Da Genova a Rapallo, passando per la Dinamo Kiev: intervista a Diego Longo, allenatore 

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Ma la fantasia conta più della tecnologia

di Giovanni Porceddu , classe 1B

 

Allenatore genovese classe ’76, Diego Longo adesso vive a Rapallo, dopo una vita all’estero fra Romania, Qatar, Grecia, Arabia Saudita, Ucraina ed Albania. 16 anni con Razvan Lucescu, la vittoria della AFC Champions League e la separazione. Venti giorni dopo, la chiamata del secondo allenatore più vincente della storia del calcio.

Mister Longo in questi mesi risiede a Rapallo e collabora con la PSM, ma solo la scorsa stagione sfiorava la qualificazione alla Conference League con il Kukesi, piccola squadra albanese che puntava alla salvezza. Ha allenato e vinto in molti paesi europei, arrivando in Champions League con la Dinamo Kiev. In quel girone, stagione ‘20/’21, c’erano la Juventus di Ronaldo e il Barcellona di Messi.

Di seguito le parole che mi ha concesso sulle panchine del campo Macera di Rapallo:

“Perché ha deciso di fare l’allenatore?”

“Sin da ragazzino avevo questo sogno, quindi ho sempre cercato di studiare in questa direzione. Poi, quando ne ho avuto la possibilità ho iniziato a lavorare. Prima con le scuole calcio e i settori giovanili e poi con gli adulti, attraverso tanti studi e tanti corsi. Sono arrivato dove era il mio sogno: allenare in Champions League e nei campionati maggiori.

“Come è arrivato a Razvan Lucescu e poi a suo padre Mircea?”

“Razvan stava iniziando la sua carriera da allenatore e cercava un assistente. Ci siamo conosciuti tramite una persona che mi ha consigliato a lui e ci siamo piaciuti subito. Dopo pochi giorni eravamo in campo e abbiamo iniziato a lavorare insieme. Siamo stati insieme 16 anni, fino a che l’ultimo anno abbiamo vinto Champions League asiatica, campionato e coppa araba e ci siamo divisi. Volevo cominciare a fare il primo allenatore, ma dopo venti giorni Mircea è andato alla Dinamo Kiev e mi ha chiesto di dargli una mano.

“E’ stato più soddisfacente vincere la Champions League asiatica o ricevere la chiamata da Mircea Lucescu, il secondo allenatore più vincente della storia del calcio?”

“Sono due cose entrambe soddisfacenti. Vincere la Champions è un sogno che si avvera. Il livello è sempre al top, giochi contro avversari forti davanti ad ottantamila persone. La chiamata probabilmente è stata la soddisfazione professionale più grande. Essere chiamato da un allenatore del genere, tra l’altro dopo essere andato via dal figlio, mi ha fatto molto piacere, perché significa che in quel momento ha considerato che avessi valore”.

“La tecnologia aiuta o non aiuta il suo mestiere?”

“Come in tutti i campi, la tecnologia aiuta se la utilizzi per quello che ti serve. Io nel calcio la utilizzo parecchio per l’analisi di dati e video e il calcolo dei carichi di allenamento. Poi uso i GPS metabolici, che permettono di conoscere come si muove un giocatore in campo, quanto accelera, quanto decelera e quanta forza mette nella frenata. In questo campo è un aiuto concreto  perché permette di preparare il singolo giocatore di conseguenza. 

“La tecnologia però non è fantasia. Quanto è importante la fantasia nel suo mestiere?”

“La fantasia è importante, più della tecnologia. Perché  permette poi di sognare, che è la cosa più importante, in qualunque mestiere. Se uno ha un sogno, con lavoro, voglia e abnegazione riesce a raggiungerlo. Ma se uno non ha la fantasia e la creatività di iniziare a sognare, si accontenta. Secondo me la cosa peggiore che si possa fare è accontentarsi, bisogna sempre provarci. E poi, dal punto di vista pratico, quando sono in campo ho bisogno di inventare soluzioni dal nulla: quando mi serve un cambio o quando devo motivare un giocatore.

Un giorno la tecnologia potrà sostituire, almeno in parte, il lavoro dell’allenatore?”

“No, perché il calcio è uno sport di situazione, di improvvisazione. Può succedere qualunque cosa e non è prevedibile. Tu prepari la partita in un certo modo e dopo cinque minuti prendi gol. Oppure un giocatore ha un crollo emotivo e reazioni inaspettate. Un computer non riuscirebbe ad avere l’empatia e la capacità di analizzare mentalmente quel giocatore e di farlo riprendere in breve tempo. La tecnologia è solo un mezzo. Nel golf si usano vari ferri per i diversi colpi. A me piace dire che la tecnologia è uno dei ferri che abbiamo a disposizione.”

“Pensa invece che la tecnologia possa sostituire il ruolo dell’arbitro?”

“No, neanche in questo caso. Perché l’arbitro ha il polso della situazione, sa cosa sta succedendo e riesce a sentire il momento della partita. A volte deve richiamare un giocatore, a volte dargli un cartellino mentre altre volte basta fare una battuta per stemperare gli animi, cosa che una macchina non sarebbe certo in grado di valutare . Però è vero che gli arbitri possono essere molto aiutati dalla tecnologia, per vedere un fuorigioco o sapere se la palla ha varcato o meno la linea.

“La tecnologia sta snaturando il mondo del calcio sotto il punto di vista dell’arbitraggio. E’ favorevole al nuovo fuorigioco semi-automatico?”

“Io sono favorevole a tutto quello che può aiutare l’essere umano. Se il fuorigioco semi-automatico aiuta l’arbitro a sbagliare meno e gli toglie delle responsabilità, io sono favorevole.

“E’ una tecnologia che punisce anche pochi millimetri. Pensa che si tratti di un vantaggio effettivo?”

“Il fuorigioco c’è o non c’è, come quando arrivi in ritardo. Se sei dieci secondi in ritardo non puoi dire che lo sei di poco, sei in ritardo. Se c’è un fuorigioco, è fuorigioco. Se c’è un colpo di mano, è fallo, se la palla sfiora o colpisce tutta la mano. Ci sono delle regole e vanno seguite. Così non ci possono essere poi fraintendimenti o discussioni. Un fuorigioco di un millimetro è come uno di venti metri.”

“Cosa pensa degli errori e delle problematiche che continuano a verificarsi durante le partite con le nuove tecnologie?”

“Ci sono ancora dei limiti sull’utilizzo della tecnologia, ma credo che sia la strada giusta. Attraverso gli errori si migliorerà e tra qualche anno si riusciranno ad avere situazioni sempre più chiare. Il calcio però è uno sport situazionale e la tecnologia non può prevedere e stabilire tutto. Ci sta che ci sia qualche errore. Basta che non siano fatti in mala fede.”

“Pensa che il VAR debba essere utilizzato più spesso, anche per situazioni meno importanti come un semplice cartellino giallo?”

“No, credo che altrimenti si spezzetterebbe troppo il gioco e si perderebbe intensità. Invece il calcio è intensità, non puoi fermarlo troppe volte. Preferisco che ci sia qualche piccolo errore o qualche cartellino in più o in meno, ma che si giochi con intensità perché altrimenti poi diventa noioso. A me il calcio piace quando è veloce, e penso sia così per tutti.”

“In definitiva direbbe che la tecnologia ha migliorato o peggiorato il mondo del calcio?”

“Dico che la tecnologia lo ha già migliorato, in parte, ma mi sembra che attraverso la buona volontà ed il buon senso di tutti lo migliorerà ancora di più.”

Un allenatore che dunque si rivela contento del ruolo assunto dalla tecnologia sul mondo del calcio fino ad oggi. Eppure non per tutti è così: molti allenatori, commentatori o semplici appassionati ritengono eccessivo l’impatto tecnologico su questo sport. 

Le letture digitali sostituiranno mai i libri?

Emanuela Gasperini 1B

Intervista a Mauro Morellini, titolare del marchio Morellini Editore

Mauro Morellini, nato a Bologna e residente ora tra Milano e Genova, ha fondato nel 2004 la casa editrice omonima e nel 2019 l’Associazione Labò. Nel 2016 ha scritto “Jubileo a Roma for dummies”, e nel 2015 per l’Expo a Milano ha scritto “Expo Milano 2015 for Dummies” e molti altri sempre legati all’aspetto turistico. Gli piace scrivere sia al computer che con carta e penna però preferisce usare “la maniera classica” per qualcosa di natura creativa e se deve fare un testo di  altra natura allora utilizza il computer. Ho deciso di intervistarlo perché il mondo dell’editoria mi ha sempre affascinata e spero che questo articolo vi piaccia

-Com’è nata l’idea di fondare una casa editrice? E se tornasse indietro lo rifarebbe?- 

Io sono nato in una famiglia che lavorava nel settore e da ragazzo pensavo di fare qualcosa di molto diverso, ma mi ci sono ritrovato per caso perché è un settore che appassiona moltissimo. è un mestiere non facile, ma impegnativo però dà una grande soddisfazione.

-Prima di fondare la sua casa editrice, che porta il suo stesso nome, qual’ era la sua professione?-

Lavoravo sempre nell’editoria, da ragazzo mi sono occupato di editoria scolastica e successivamente ho lavorato diversi anni in un gruppo che è stato il primo a portare in Italia la vendita di libri su Internet nel 1988 e si chiamava Internet Books , prima ancora che arrivasse Amazon

– E la tecnologia come ha modificato il suo mestiere?-

Il nostro settore è stato probabilmente il primo ad usare quello che si chiama oggi Smart working. Con l’arrivo del computer molte funzioni sono state migliorate e molte delle persone che lavorano nell’editoria, lavorano da casa. C’è stata quindi una prima rivoluzione quarant’anni fa. Io in particolare uso molto la tecnologia perché abbiamo progettato un sistema che unisce al libro cartaceo degli approfondimenti in digitale e si chiama Extended Book. La nostra azienda s’è quindi adattata a questa nuova modalità di attingere alle informazioni

– Qual’è la sua opinione sulle Letture digitali?- 

Penso che sono molte comode, il libro come oggetto è una cosa molto bella però se si tratta di romanzi credo che sia molto comodo girare con un lettore digitale. Mi capita a volte che ho dei romanzi che leggo sia su cartaceo che su Kindle. Se un romanzo è immersivo, alla fine non ti accorgi di quello che stai leggendo ma chiaramente ci sono altri tipi di libri in cui la forma fisica è importante come un catalogo d’arte

– Secondo lei quali sono gli svantaggi delle letture digitali?-

Beh, è più difficile fissare la memoria perché ci manca la percezione di ricordare la posizione di un passo che ci ha colpito. Quindi se bisogna fissare qualcosa mnemonicamente è meglio il cartaceo

– La produzione di libri e giornali è la principale causa della deforestazione, almeno così ho trovato in una mia ricerca, secondo lei le letture digitali possono contrastare il disboscamento?-

Innanzitutto esiste da diversi anni una certificazione che si chiama FSC che starebbe per Forest Stewardship Council e significa che la carta che noi editori utilizziamo proviene da foreste create oppositamente per produrre carta da libri. Sicuramente la crescita del digitale contribuisce ma c’è anche un altro elemento importante per cui viene usata la carta: gli imballaggi di cartone, che stanno diventando sempre di più perché anche l’E-Commerce sta crescendo, e ovviamente i prodotti arrivano attraverso gli imballaggi che sono di cartone e se da una parte la digitalizzazione produce meno carta, dall’altra con gli imballaggi se ne produce ancora di più. 

– Ultima domanda: per lei in futuro ci saranno più libri o letture digitali?- 

Beh, in generale noi stiamo usando molto più il digitale della carta quindi già oggi il consumo di informazioni che abbiamo ha superato quello della carta. Anche per una questione di tempo le letture digitali sono più comode, per esempio  se siamo in una coda e stiamo aspettando prendiamo una lettura digitale che può essere il Kindle o il telefono o anche per cercare qualcosa sono sempre a disposizione ma i libri no 

 

L’intervista è terminata con i miei ringraziamenti e con suggerimenti di libri da leggere, il signor Morellini si è dimostrato molto gentile e i suoi interventi sono stati brillanti e interessanti e sempre grazie a lui credo ancora  in maniera più chiara di amare questo mondo ricco di libri e storie, e ora anche letture digitali!