“La  caduta dei giganti”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Edoardo Malfettani e Pietro Speroni, 1B

Nella serata di venerdì  5 maggio al liceo classico Andrea D’Oria di Genova, come in tutti i licei classici d’Italia, si è svolta “La notte nazionale dei licei classici” durante la quale gli studenti del liceo si sono esibiti con recitazioni, interpretazioni, canzoni e letture di poesie o di passi di poemi omerici.

Nell’aula della classe 2C le ragazze di 4C, 4H e 4I hanno esposto una presentazione di storia dell’arte riguardante gli affreschi di alcune dimore nobiliari  di Genova, che hanno portato a far comprendere e ammirare di più il patrimonio artistico del capoluogo ligure.

Le studentesse hanno raccontato la loro esperienza all’interno dei palazzi di Genova e la decisione di  collegare mito e arte per rispettare il tema della “notte bianca” ovvero la guerra.

Le tre classi si sono concentrate principalmente su tre affreschi: “La caduta dei giganti”, da cui ha preso il nome la presentazione, “La battaglia di Ercole contro le amazzoni” e “Apollo che saetta i Greci”.

Il tema della “Caduta dei giganti” oltre ad essere presente a Genova nel Palazzo del Principe è presente anche a Mantova, a palazzo Tè. I due affreschi sono stati dipinti nella stessa epoca da due autori diversi: l’affresco di Genova era stato affidato a Perin del Vaga, mentre quello di Mantova a Giulio Romano.

Quest’opera illustra la fase finale dello scontro tra giganti e divinità, quando i Titani vengono scacciati dal Monte Olimpo dai fulmini di Zeus. I due affreschi rappresentano la stessa vicenda in modo diverso: l’opera di Giulio Romano è esclusivamente manierista e rappresenta meglio la storia, mentre quello di Perin del Vaga si concentra esclusivamente sul momento della caduta.

L’opera di Palazzo Tè è un riferimento alla caduta di Roma, mentre l’interpretazione dell’affresco genovese può avere più varianti: la prima vedrebbe Carlo V nelle vesti di Zeus e, la seconda Andrea D’Oria nelle vesti del Dio greco .

La seconda opera presentata si trova nel palazzo della Prefettura, il Palazzo D’Oria-Spinola, affrescato per volontà di Antonio D’Oria, fratello di Andrea. Questo affresco raffigura Ercole che combatte con una clava contro le Amazzoni, un popolo di donne guerriere.

 

“Apollo che saetta i greci” è un affresco che rappresenta una scena dell’Iliade di Omero, l’affresco è rappresentato in una stanza del palazzo della Prefettura. Il dipinto era stato realizzato dal monegliese Luigi Cambiaso.

Le ragazze, al termine della loro relazione, hanno sottolineato quanto abbiano apprezzato l’opportunità di ammirare questi affreschi. Al di là delle competenze specifiche, infatti, hanno trasmesso il loro entusiasmo per l’arte e l’emozione provata nell’immergersi nello studio e nell’osservazione di questi capolavori.

L’orrore della guerra e il desiderio di pace nelle poesie degli studenti del Liceo D’Oria.

 di Simone Zaccarini, 1B 

Il 5 Maggio  2023 presso il Liceo Classico A. D’Oria, si è tenuta la Notte Nazionale del Liceo classico durante la quale si è svolto anche  un concorso poetico.

Il concorso si è tenuto nell’aula utilizzata dalla 3B, al pianterreno. La classe era stata sistemata in modo da avere i banchi disposti in fila lungo le pareti e le poesie incorniciate erano appese ai muri. Tutte le poesie erano inerenti agli orrori della guerra.

Tra le venti poesie in gara, si evidenziava “Verrà un giorno” di Ginevra Venturi. In questo componimento l’autrice sposta l’attenzione sullo stato d’animo delle famiglie coinvolte in una guerra, in cui madri e padri non vogliono soltanto sognare la libertà per loro e per i loro figli, ma sognano un mondo senza il rumore delle bombe, senza la distruzione e la desolazione che queste portano. Infine l’autrice  auspica l’arrivo della pace che porterà prosperità sulle macerie e non più morte e lacrime, ma amore, speranza e libertà.

 Verrà un giorno

Come vorrebbero i bambini avere il pane

Come vorrebbero le madri poterli sfamare

Come vorrebbero i padri non dover loro asciugare le lacrime

Come vorrebbero la notte sognare la libertà.

Bramano un mondo silenzioso,

Senza ceneri e detriti.

Verrà un giorno in cui una nuova luce 

Illuminerà le strade

E lì, sulle antiche macerie, cresceranno erba e fiori, 

prosperità.

Non più morte e lacrime, 

ma amore, speranza e libertà.

 

Tra tutte le poesie, colpisce l’attenzione anche “La guerra degli scacchi” di Elisa Schena.  Questa poesia parla della guerra attraverso il linguaggio degli scacchi. Nelle prime righe viene detto che se non ci fosse la pace, il mondo sarebbe un’enorme scacchiera abitata da impotenti pedine, in cui il genere umano vivrebbe sempre con l’ansia di un re in scacco.

Si  racconta poi come sarebbe il mondo senza la guerra:  la partita sarebbe in un perenne stallo, con il timore di una brusca mossa, dove nessun pedone sarebbe forzato dal re ad avanzare con la paura di ritrovarsi un arrocco alle spalle. Infine l’autrice conclude con una riflessione nella quale afferma che se ci fosse la pace, la scacchiera sarebbe abitata da pedine coscienti delle proprie mosse, munite di consapevolezza della partita.

 La guerra degli scacchi

Se non ci fosse la pace

Il mondo sarebbe una grande

scacchiera popolata da inermi pedine

Se non ci fosse la pace

l’umanità vivrebbe la struggente tensione 

di un re in scacco

Se non ci fosse la guerra 

la partita sarebbe in stallo

segnata dalla paura di una mossa repentina

Se non ci fosse la guerra

nessun pedone sarebbe costretto ad avanzare

temendo un arrocco alle proprie spalle

Se ci fosse la pace 

la scacchiera sarebbe popolata da consapevoli

pedine armate di cognizione della partita.  

  

  

Inno alla Pace al Liceo D’Oria durante la Notte Nazionale del Liceo Classico

Di Isabella Manni, Emma Riciputi e Linda Simonotto, classe 1B

La sera del 5 maggio 2023 si è aperta la IX edizione della Notte Nazionale del Liceo Classico. Dalle  18:00 alle 23:00 nell’Aula Magna e nelle classi del  Liceo Andrea D’Oria, così come in altre centinaia di licei italiani si sono susseguite rappresentazioni teatrali, canzoni e poesie.

La prima esibizione canora della serata è stata eseguita da Giulia Corona di 4 B che ha portato il brano “La guerra di Piero” di Fabrizio De Andrè. Questo brano richiama il tema annunciato per la nona edizione della Notte Nazionale del Liceo Classico, ovvero la guerra. Come dichiarato dall’autore il significato di questa canzone è una vera e propria critica alla guerra e alle sue atrocità. L’ispirazione per questa canzone venne a De André dallo zio, sopravvissuto del campo di concentramento durante la Seconda guerra mondiale.

Successivamente la serata è proseguita con una denuncia alla guerra da parte dei ragazzi di 1 F che hanno rappresentato, attraverso alcuni monologhi, diverse scene e situazioni che sono realmente accadute durante conflitti recenti o meno. La prima rappresentazione è stata messa in atto da parte di tre alunni che hanno declamato alcuni aforismi e  frasi riguardanti la guerra pronunciati nel corso della storia da diversi personaggi famosi, tra cui Cicerone, Annibale ma anche da personaggi più recenti come Martin Luther King e J.F. Kennedy. Una delle frasi che più ha fatto riflettere chi ascoltava è stata pronunciata da Papa Francesco: “Ogni guerra lascia il mondo peggio di come l’ha trovato”. Al termine della piéce teatrale “La guerra è guerra” è stata recitata una poesia sulla luna, la “Luna di Kiev” di Gianni Rodari, simbolo di speranza per chi la guarda da un paese tormentato dalla guerra.

In seguito il pubblico ha assistito a un monologo sulla Shoah: “Canto del popolo Yiddish messo a morte”.

Abbiamo intervistato l’alunna della classe 4F del D’Oria, Beatrice Papei Allori, recentemente insignita dell’onorificenza di “Alfiere della Repubblica” dal presidente Mattarella proprio per il suo impegno nella divulgazione della Shoah, che ha recitato un intenso monologo sulla vita degli ebrei del ghetto, raccontando scene di vita quotidiana in Via Mila, nel Ghetto, durante il periodo della Germania Nazista.

 

“Come hai ribadito anche tu, sei stata nominata alfiere della Repubblica dal presidente Mattarella. Cosa hai provato quando hai ricevuto la notizia che avresti di questo incarico importante?”

“Ho ricevuto la notizia da mia madre mentre ero a scuola e non potevo dirlo a nessuno. Le sensazioni che ho provato in quel momento sono indescrivibili: non riuscivo a smettere di tremare.

 

“Sappiamo che ti sei dedicata molto anche in campo letterario e teatrale alla Shoah; hai avuto ispirazione da qualcuno oppure la passione per ricordare ciò che è accaduto ti è venuta dal cuore?”

“Direi che mi è venuta dal cuore, anche perché durante l’estate tra la prima e la seconda media mi sono dedicata alla lettura di testimonianze di sopravvissuti ai campi di concentramento che mi hanno colpito molto, e in seguito ho voluto approfondire l’argomento.

“E’ una domanda forse un po’ scontata:  perché è importante ricordare ciò che è accaduto nel passato?”

“E’ essenziale ricordare il passato per far sì che non si ripetano gli stessi errori. Come possiamo vedere oggi, il pericolo è sempre alle porte e può arrivare in qualsiasi momento, ed è per questo che bisogna farsi trovare pronti. Bisogna sapere cos’è successo perché la conoscenza storica può portare le persone a non commettere gli stessi errori o a commetterli, ma con consapevolezza.”

La lettura delle Argonautiche di Apollonio Rodio conclude la serata del 5 Maggio 2023

di Alice Moretti e Carlotta Berni di 1B

Il 5 maggio 2023 si è svolta la Notte Nazionale del Liceo Classico, ovvero una serata che ha come finalità la promozione della cultura classica, in particolare quella greca e latina. Le attività svolte durante la serata sono diverse come la lettura di poesie, la rappresentazione di scenette teatrali, l’esposizione di svariate mostre e la riproduzione di brani musicali.
La serata al liceo Doria si è conclusa con la lettura di alcuni versi del libro III delle Argonautiche di Apollonio Rodio. Questa lettura non è stata svolta solo al liceo Doria, infatti si è deciso di leggerla in tutte le scuole che partecipavano all’evento.

La scelta del passo delle Argonautiche era in linea con il tema della guerra e della pace, a cui la serata era dedicata. Un argomento molto toccante e attuale a causa delle diverse guerre che si stanno svolgendo al giorno d’oggi. Nelle Argonautiche il tema della guerra è centrale  a causa delle battaglie che Giasone e gli Argonauti dovranno affrontare per ottenere il Vello d’oro in Colchide. L’esposizione è stata effettuata sia in lingua originale, ovvero in greco, che in italiano per trasmettere meglio il messaggio a tutti i presenti. 

Medea

Il passo ritrae Medea nella notte prima della sfida imposta da Eeta a Giasone, durante la quale la ragazza è tormentata da un sogno angosciante. Lei immagina che Giasone non voglia solo sfruttarla per ottenere il vello d’oro, ma per farla sua sposa una volta tornato in Grecia. La fanciulla, una volta sveglia, nega il suo amore e non sa se aiutare Giasone, e perciò tradire la sua famiglia, o se uccidersi. Ma mentre sceglie il veleno per togliersi la vita, dentro di lei nasce una paura irrefrenabile dell’Ade. Dopodiché ella prepara delle pozioni per aiutare Giasone. Questa lettura si può collegare al tema della Notte Nazionale del Liceo Classico perché, dovunque passi, dalla guerra in ogni sua forma scaturiscono tradimenti, sofferenze e dolori. 

 

 

Per non dimenticare la follia atomica

Heisenberg e Bohr, la seconda guerra mondiale e l’atomica nazista

Di Chiara Bottino, Eleonora Capone e Anna Cugurra 1B

Il 5 Maggio del 2023, in tutti i Licei Classici d’Italia, si è svolta la nona edizione della “Notte Nazionale del Liceo Classico”, un’iniziativa che propone al pubblico eventi di tipo culturale, tra cui letture animate, performance, arti visive, letture di poesie, musica e presentazioni. Nelle aule del Liceo Classico Andrea D’Oria alcuni alunni hanno presentato diversi progetti. Il tema proposto su scala nazionale era quello della guerra: abbiamo deciso di approfondire la presentazione di Agnese Dighero e Lucia Ciberti, due studentesse della classe 3F, che hanno esposto la loro ricerca riguardante Heisenberg e Bohr. 

Ricordiamo i loro nomi per essere stati due dei più grandi fisici nel secolo delle grandi guerre, il Novecento. I due scienziati ricevettero i premi Nobel per la fisica: nel 1922 Bohr per le scoperte sulla struttura dell’atomo e nel 1932 Heisenberg per gli studi sulla meccanica quantistica. 

Bohr fu un’insegnante di Heisenberg, ma non solo, i due erano legati da una particolare amicizia, che durante la guerra dovette lasciare spazio alla rivalità politica, poiché Bohr, dalla Danimarca, decise di trasferirsi in America a causa dell’antisemitismo. In America decise di collaborare alla costruzione delle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

Heisenberg, che aveva approfondito gli studi sull’atomica di Bohr, viveva nella Germania nazista, il suo obbiettivo era quello di progettare la bomba atomica, ma non ci riuscì a causa delle scarse risorse, anche di tipo economico. 

Nel 2002, un’intervista all’unico testimone in vita che partecipò alla costruzione incompiuta della bomba atomica tedesca, Carl Friedric Von Weizsäcker, ha permesso di capire che la progettazione dell’arma atomica era effettivamente possibile.

Nel corso della loro amicizia, Heisenberg e Bohr si scambiarono diverse lettere, ma allo scoppio della guerra interruppero il loro rapporto epistolare, a causa della rivalità politica. 

Un piano impensabile, ideato e attuato dagli americani, per portare allo scoperto gli studi sulla fissione nucleare e sulla realizzazione della bomba atomica tedesca, fece sì che il 3 Maggio 1945, dieci tra i maggiori scienziati tedeschi fossero rapiti e fatti prigionieri per sei mesi in una villa nella campagna inglese chiamata “Farm Hall”. All’interno della villa erano nascosti dei microfoni, che registrarono tutte le conversazioni tra gli scienziati. Recentemente una parte di questi discorsi è stata resa pubblica.

Dopo aver partecipato alla presentazione delle due ragazze di 3F, abbiamo posto loro alcune domande sulla progettazione dell’attività da loro svolta e sulle loro opinioni riguardo all’evento e all’attualità.    

“Siete soddisfatte del lavoro che avete esposto?”  

Lucia: “Sì, siamo molto soddisfatte, è stato molto bello lavorare tra di noi, ci siamo aiutate e abbiamo studiato i materiali insieme, siamo molto felici di questo”

Agnese: “Mi reputo molto soddisfatta, non mi sarei aspettata che andasse così bene”

“In prima superiore avreste mai detto di arrivare in terza e produrre un lavoro di questo genere?” 

Lucia: “Non credo, soprattutto perché ho scelto il percorso dell’artistico espressivo, pensavo magari che avrei fatto qualcosa di più teatrale, ma ho capito che gli interessi mutano e sono molto felice di essermi appassionata alla scienza” .

Agnese: “Assolutamente no, per due motivi: il primo è che in prima superiore di scienze andavo male e non avrei mai pensato in seconda di scoprire questa mia innata passione per la chimica e per la biologia, il secondo è perché non ero molto estroversa e “lanciata”, quindi non mi sarei mai esposta davanti a tanta gente”

“Avete delle considerazioni generali sulla “Notte del Liceo classico” di quest’anno?”  

Lucia: “Io non sono mai venuta purtroppo alla “notte bianca”, questa è la prima volta che partecipo e sicuramente mi ha fatto molto piacere: c’è un bel clima in tutta la scuola”

Agnese: “Io avevo già partecipato l’anno scorso, sempre per presentare un progetto della nostra classe, e mi piace tutti gli anni questo ambiente in cui gli studenti si trovano tutti insieme e ognuno rappresenta la propria sezione e le proprie passioni”

“Perché vi siete appassionate alla scienza?” 

Lucia: “Credo che anche i nostri professori ci abbiano sicuramente aiutato. Se una materia è spiegata bene, è più facile appassionarsi; in generale sono argomenti importanti che ci fanno capire come è fatto il mondo che ci circonda e in qualche modo rispondono a tante domande” 

Agnese: “Io mi ricordo una lezione che verteva sulla mitosi e la meiosi in seconda, lì ho scoperto la mia passione per la scienza, proprio attraverso la riproduzione delle cellule”

“Cosa pensate della guerra?” 

Lucia: “Reputo la guerra un crimine contro l’umanità e credo che sia triste vedere l’uomo che non impara mai dai propri errori e assistere a queste continue guerre, non solo in Ucraina” .

Agnese: “Sì, sono d’accordo, soprattutto perché la guerra viene vista come se fosse un combattimento tra territori, quando in realtà la guerra è tra esseri umani”

“Cosa  pensate invece di quei conflitti di cui ormai non si sente più parlare?”

Lucia: “Il fatto che ci sono guerre, la cui esistenza è di poco conto per fare notizia, è davvero brutto: sembra che non ci sia solidarietà  tra esseri umani”

Agnese: “Penso sia terribile che alcune guerre che vanno avanti da tempo vengono “normalizzate”, temo che anche nel caso in cui la guerra in Ucraina dovesse andare avanti per molto tempo ancora,  succederanno eventi altrettanto terribili”

Abbiamo chiesto a due spettatori, studenti di prima superiore, Giovanni e Annalisa, cosa  pensassero della “Notte bianca” e del progetto su Heisenberg e Bohr.

Entrambi erano entusiasti dell’esperienza: hanno apprezzato molto la presentazione delle ragazze di 3F, ben esposta, nonostante la tematica fosse ardua.

Abbiamo inoltre posto alcune domande al Professore Walter Bennucci, che ha assistito alla presentazione.

”Cosa  pensa della Notte Bianca?”

“Mi sembra una bellissima iniziativa  che non solo valorizza i talenti presenti nella nostra scuola, ma la apre alla città e la mette in rete con gli altri Licei Classici genovesi ed italiani”

“E’ soddisfatto di come l’evento è stato organizzato?”

”Il grande impegno che i nostri studenti dedicano alla buona realizzazione della serata, sia per quanto riguarda gli aspetti organizzativi, sia per quelli delle molteplici performance musicali e teatrali, ci riempie di orgoglio. Un pensiero ed un ringraziamento va ovviamente ai numerosi docenti che hanno aiutato le studentesse e gli studenti e che, spronati solo dalla passione per il proprio lavoro, hanno dedicato tempo e fatica alla buona riuscita della serata.”

Crediti foto: profilo Twitter @DoriaNotte

“Cosa  pensa riguardo al lavoro delle studentesse di 3F su Heisenberg e Bohr?”

“L’idea di Agnese e Lucia di portare in scena il rapporto tra i due genii della fisica, Bohr e Heisenberg, nasce da una loro passione personale per le materie scientifiche, ma non si ferma qui. Il loro interesse anche per ciò che risiede nell’animo umano le ha portate ad esaminare diverso materiale epistolare, recentemente reso pubblico, che i due premi Nobel si sono scambiati durante il primo dopo guerra e che testimoniano che la loro esistenza fu segnata dalle scelte fatte durante quel terribile periodo per l’umanità che fu la Seconda Guerra Mondiale. Un’amicizia, se pur fraterna, può vacillare di fronte a due scelte così opposte  e cioè mettere il proprio sapere al servizio degli alleati o del Terzo Reich, ma alla fine sembra che con l’affievolirsi del tuono delle armi, arrivi forse una riconciliazione.”     

Dalla desolazione alla speranza: il messaggio della 5F per la notte bianca del liceo classico

Di Francesco Repetto e Giovanni Porceddu, 1B

 

Durante la IX edizione della notte nazionale dei licei classici il Liceo D’Oria di Genova ha ospitato diversi spettacoli e approfondimenti sul tema della guerra, scelto come filone conduttore dell’evento. Nella seconda parte di serata la classe 5F ha letto delle poesie di Ungaretti e di Pasolini: “Sono una creatura”, “San Martino del Carso”, “Veglia”, “Fratelli”, “Soldati” e “La Resistenza e la sua luce”.

La classe ha voluto mettere in evidenza la desolazione della guerra raccontata dal poeta soldato e la speranza di una pace raccontata da Pasolini.

Ungaretti racconta in prima persona l’orrore della guerra sottolineandone la desolazione e il dolore, descritti nella poesia “San Martino del Carso”, in cui rappresenta un paesino abbandonato a causa della guerra e lo paragona al suo cuore, vuoto e straziato per la perdita dei compagni.

 
“Di queste case                                             
non è rimasto
che qualche
brandello di muro                                     
Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto
Ma nel cuore
nessuna croce manca
È il mio cuore
il paese più straziato”     

Lo stile di Pasolini nel raccontare la guerra si differenzia molto da quello di Ungaretti. “La Resistenza e la sua luce” è contraddistinta da un tono speranzoso e da un verso ricorrente: “…ed era pura luce”. La luce di cui parla è la luce della liberazione, della pace. La luce sono i partigiani, nell’oscurità della guerra. La luce poi si trasforma in un’alba incerta, un’alba dopo una lunga notte, un faro per un popolo in balìa della tempesta che è la guerra, come recita un canto partigiano: “il sol dell’avvenir”. Sole che per Pasolini rappresenta la giustizia.  Nemmeno un poeta del suo calibro riesce a trovare le parole per descriverla e definirla, ma riesce solamente ad esternare il desiderio proprio e di tutti gli italiani di ritrovarla.

 
“…Quella luce era speranza di giustizia
non sapevo quale: la Giustizia.”

 

Dopo la lettura delle poesie la professoressa Raffaella Pansardi, che ha diretto e aiutato i ragazzi nell’organizzare l’esposizione, ci ha concesso una breve intervista.

 

“Quali sono i messaggi che vogliono trasmettere queste poesie?”

“Ungaretti è stato il poeta soldato e ha descritto la terribilità della guerra. Eppure, è riuscito a resistere alla violenza tramite la fratellanza. Il messaggio che ci vuole dare ancora oggi è quello di restare tutti uniti per la speranza.”

 

“Come possono essere sfruttati dalle nuove generazioni?”

“Queste poesie sono dei classici che vanno letti perché sono sempre attuali. Come scrive Calvino, i classici ci dicono sempre qualcosa di nuovo: ogni volta che li leggo ho delle sensazioni e ricevo dei messaggi nuovi.”

 

“I giovani di oggi percepiscono i fatti e i sentimenti descritti in queste poesie come vicini o lontani?”

“Queste poesie per i miei alunni sono belle e attuali anche perché questa scrittura è veramente vicina a noi, rispetto al complicato italiano di Dante e Petrarca e di tutti gli autori che hanno studiato prima di arrivare, in quinta, finalmente all’epoca moderna. I ragazzi hanno amato molto Ungaretti perché le sue poesie sono sempre nuove: ha la capacità di risemantizzare le parole e renderle di nuovo vitali.”

 

“Cosa si prova a trasmettere agli alunni questi insegnamenti e vedere una risposta del genere?”

“È una gioia incredibile vedere che ciò che ho amato passa nei miei ragazzi. Lo noto quando i loro occhi si illuminano. Anch’io frequentavo il D’Oria; ciò che la mia prof. Cesari mi ha insegnato lo riporto a loro rielaborandolo personalmente. Questo significa “tramandare con differenze” e questa tradizione è legata da un filo d’amore.”

 

 

 

 

Per non essere “indifferenti”: la testimonianza di Giordano Bruschi, partigiano “Giotto”

Pagine dell’Internazionalismo dalla Resistenza Europea alla Casa dello Studente.

Classi 1F (con il particolare contributo di Lia Lenoci) e 4G (con il particolare contributo di Marie Nai Fovino, Ginevra Sivori e Nicoleta Zamaru).

La locandina dell'iniziativa

Nella mattinata dello scorso 18 aprile, come altre classi del nostro Liceo (si veda l’articolo del 22 aprile 2023 La Casa dello Studente: la verità che ignoriamo di Vittoria Gandolfo, 2aB), ci siamo recati alla Casa dello Studente di Corso Gastaldi, Museo della Resistenza Europea, per partecipare a una delle iniziative organizzate dal Centro di documentazione Logos in collaborazione con altre associazioni (vedi locandina).

 

La Casa, inaugurata nel novembre del 1934 dal vice segretario del Partito Nazionale Fascista, come luogo di residenza “d’élite” per gli studenti universitari, il 2 ottobre del 1943 viene occupata dalle SS, che vi stabiliscono il proprio quartier generale, vi costruiscono quattro celle di reclusione “per gli arrestati in attesa di interrogatorio”, e ne adibiscono i sotterranei a luogo di tortura dei sospettati di attività “sovversive”, ossia di una qualsiasi collaborazione con la Resistenza.

Dopo la fine della guerra, questa “pagina” della storia della Casa fu fisicamente nascosta: l’accesso al “Sotterraneo dei tormenti” fu sigillato e murato, e le celle piastrellate e adibite a dispensa della mensa della Casa tornata all’originaria funzione di residenza studentesca. A “riscoprire” questa pagina furono gli studenti internazionalisti del “Comitato Direttivo della Casa dello Studente” nel 1972.

 

 

 

 

 

La scoperta delle celle e del “Sotterraneo dei tormenti” , Il Lavoro, 19 novembre 1972.

Oggi il sotterraneo e le celle ospitano una mostra permanente, pensata e allestita dal Centro di documentazione Logos con il patrocinio dell’ANPI di Genova, e sono stati adibiti a Museo della Resistenza Europea. Per una panoramica più ampia della storia della Casa e del Museo rimandiamo al già citato articolo della nostra compagna della classe 2B, che li ha visitati il 20 aprile.

 

Con questo articolo vorremmo condividere alcune delle nostre impressioni sulla visita e l’esperienza dell’incontro con uno dei protagonisti di questa pagina della storia, Giordano Bruschi, il partigiano “Giotto”, che, con una estrema lucidità e forza d’animo nonostante i suoi 98 anni, ci ha parlato della propria esperienza, ha riflettuto con noi sulla propria scelta e su quella di altri partigiani, e soprattutto ci ha stimolati a ragionare sull’attualità del messaggio lanciato da questi protagonisti del loro tempo alle successive generazioni.

Gli alunni della classe 4G con Giordano Bruschi, partigiano “Giotto” davanti alle celle.

Fra le altre testimonianze di combattenti, Giotto ci ha raccontato la storia della staffetta partigiana Stefanina Moro. Era una ragazza di soli 16 anni. Suo padre Ottavio le insegnò i valori tipicamente antifascisti di libertà, uguaglianza, solidarietà. Stefanina venne catturata a Cornigliano dai fascisti  e torturata, ma ha continuato a non parlare, pur di proteggere i propri compagni. Venne quindi portata alla Casa dello Studente, dove subì torture indicibili. Ormai moribonda, fu portata all’ospedale di Asti, dove muore il 9 ottobre 1944, a pochi giorni di distanza dal padre partigiano, anche lui ucciso mentre combatteva per la medesima causa.

Prima dell’incontro con il partigiano Giotto, i giovani volontari del Centro di documentazione Logos e GenovaSolidale ci hanno raccontato la storia dell’edificio e ci hanno poi fatto entrare 10 per volta nelle 4 celle che “ospitavano” le persone che attendevano di essere interrogate.

Ospitare in realtà non è il verbo adatto per descrivere la permanenza nelle celle perché la guida ci ha detto che in quelle stanzette di pochi metri quadri ci stavano in 10, e quelle persone non avevano neanche spazio per sedersi: quando siamo entrati dentro eravamo tutti stupiti che degli esseri umani abbiano potuto sopravvivere in quelle condizioni.

Sui muri delle celle c’erano scritte di speranza e ricordi per lasciare un segno e non morire nell’indifferenza, perché chi era recluso in quel luogo conosceva già il proprio tragico destino.

Infatti nelle celle le urla che provenivano dai sotterranei, dove i prigionieri venivano torturati, erano amplificate e molti rivelavano le informazioni anche prima di essere toccati per paura del dolore. Solo i più forti resistevano e non parlavano.

 

Il “Sotterraneo dei tormenti” con la mostra permanente.

Quando tutti hanno visitato le celle ci siamo spostati nel “Sotterraneo dei tormenti”, un luogo freddo e pieno di inquietudine. Lungo le pareti sono appesi pannelli su cui sono riportati i testi di alcune delle lettere scritte dai partigiani per i loro cari – nonostante la brutalità della situazione erano piene di speranza –, su altri pannelli invece sono riportate alcune testimonianze delle terribili cose che succedevano nel sotterraneo. 

Come ci spiega la guida, quando il  sotterraneo e le celle furono riportati alla luce si posero le basi per la creazione di un luogo di memoria, che non fosse dedicato solo alla Liguria o all’Italia ma che fosse dedicato ai movimenti di resistenza contro la barbarie sorti in tutta l’Europa in guerra. Proprio per questo nel 1974 la Casa dello Studente fu dedicata a Rudolf Seiffert, un operaio tedesco che organizzò nella fabbrica in cui lavorava un gruppo di resistenza contro il governo nazista e fu per questo ghigliottinato nel 1945. La volontà è quella di ricordare una pagina, spesso dimenticata ma essenziale, della resistenza e dell’internazionalismo in Europa: l’opposizione tedesca al nazismo, che solo tra il 1933 ed il 1939 portò alla reclusione nei campi di concentramento circa un milione di tedeschi. Lo spirito che anima questa scelta e il progetto stesso del Museo è il medesimo che emerge dalle lettere esposte: “… al momento di morire, proclamo che non porto alcun odio verso il popolo tedesco …” (lettera alla moglie di Misaak Manouchian, 38 anni – Francia); “… a guerra terminata, vi esprimo il mio ultimo desiderio: dovete adottare un orfano tedesco al mio posto.” (lettera ai genitori di Christian UlriK Hansen, 23 anni – Danimarca). 

La società odierna non ha ancora imparato dagli errori del passato, è ingiusta, non ha limite alla crudeltà, per questo bisogna ricordare.

La visita del figlio di Seiffert alla Casa dello Studente il 25 aprile del 2011.

Una testimonianza molto toccante è la lettera scritta da Seiffert poco prima della sua decapitazione: il figlio decise di donare una riproduzione dell’originale di questa lettera nel 2011 al Museo.

Ci ha molto colpito anche l’ultimo messaggio di Paul Camphin, 21 anni, francese, che scrive : “… non rimpiango nulla, solo di non aver fatto abbastanza; se dovessi ricominciare una seconda  vita, la ricomincerei simile alla prima …”.

 Ciò che si può notare leggendo i testi è l’orgoglio dei condannati: nonostante la morte imminente, essi erano felici di aver perseguito i propri ideali, di aver combattuto e di non essere rimasti “indifferenti”.

È questo il titolo di un articolo del 17 febbraio 1917 scritto da Antonio Gramsci ne “La città futura”, di cui ci ha parlato Giordano Bruschi. 

Proprio in questo articolo, Gramsci fu il primo a utilizzare il termine “partigiano” per identificarsi e per definire coloro che parteggiano, che fanno il proprio dovere e che si propongono di lottare per un cambiamento. Con il termine “indifferenti”, Gramsci definisce, invece, coloro che non schierandosi e rimanendo apparentemente neutrali non si assumono alcuna responsabilità e vogliono mostrarsi come eterni innocenti, ma di fatto, non agendo, contribuiscono alla conservazione delle contraddizioni del mondo in cui vivono.

Cosa c’è da sapere per salvare una vita.

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Gloria Oppedisano, 2B

Nel 2022 il numero registrato di persone morte per omissione di soccorso, in caso d’incidente stradale, era di oltre 40 persone.  Il 21 aprile scorso gli studenti del secondo anno  del liceo Andrea D’Oria di Genova hanno avuto la possibilità  di seguire un corso di pronto soccorso svolto da una collaboratrice della Croce Rossa Italiana.

La prima certezza che abbiamo acquisito è che intervenire, pur sbagliando, è legalmente più giusto di non reagire affatto o  addirittura scappare.

Cosa c’è da sapere di fondamentale in caso di necessità di soccorso?

Innanzitutto gli organi principali sono tre e costituiscono “il triangolo della vita”. Sono i polmoni, il cuore e il cervello. Bisogna assicurarsi che questi continuino a funzionare regolarmente o la situazione si aggraverà.

Il primo gesto fondamentale ed estremamente semplice è quello di chiamare il 112, numero riconosciuto a livello europeo per la sicurezza. La centralina del 112 è geolocalizzata per aiutare i mezzi ad arrivare nel punto esatto in caso di confusione da parte del soccorritore. La  chiamata, a seconda dell’esigenza, verrà trasferita al numero specializzato in materia, come ad esempio il 118 per i problemi fisici. La chiamata  generalmente ha una lunga durata, almeno fino all’arrivo dell’ambulanza col personale medico. In città un’ambulanza ci deve mettere dai 5 agli 8 minuti per arrivare nel luogo richiesto, mentre per eccezioni di zone più isolate si va da un minimo di 12 ad un massimo di 18 minuti. Durante l’attesa dalla centralina arriveranno domande continue sul paziente: una delle prime sarà se le tre funzioni vitali, coscienza,  respiro e circolazione, sono mantenute ed in seguito alla risposta verranno fornite informazioni e consigli su come comportarsi.

I battiti cardiaci normali sono tra i 60 e i 70 al minuto, la coscienza è verificabile attraverso diversi stimoli rivolti al paziente come ad esempio chiamarlo per nome o procurargli un leggero dolore vedendo se reagisce, come un pizzicotto.

In caso di ostruzione delle vie aeree la prima cosa da fare è verificare se è parziale.  Bisogna evitare le pacche sulla schiena date senza un criterio perché rendono l’ ostruzione da parziale a totale. Le due manovre di soccorso sono le pacche sulla  schiena sulle scapole tenendo la persona ferma e la manovra di Heimlich.

Come si svolge la seconda manovra?

Bisogna mettere la mano meno forte delle due con il mignolo all’altezza  dell’ ombelico e l’indice sotto le costole, chiudere a pugno la mano più forte e infilarla nel buco rimasto tra l’altra mano e la pancia del paziente, successivamente bisogna muovere la mano a pugno come se si muovesse un cucchiaino, senza timore di far del male.

Se il soccorso viene prestato, la percentuale di riuscita è del 98%. Dopo 5 minuti in asfissia il cuore va in arresto cardiaco ed iniziano i primi danni fisici, dopo 10 minuti iniziano i primi danni irreversibili al cervello.

Cosa fare in caso di arresto cardiaco?

Innanzitutto il massaggio cardiaco è fondamentale e va fatto con una certa velocità. A livello internazionale sono state riconosciute due canzoni che hanno lo stesso ritmo che bisogna mantenere durante tale operazione: Staying alive e Baby shark.

Se il massaggio cardiaco non dovesse funzionare e vicino a noi trovassimo un defibrillatore potremmo usarlo, tutti possono usare un defibrillatore. Non è difficile come sembra, appena attivato il macchinario inizia a dare le indicazioni su cosa fare e rende tutto più semplice.

Un’altra manovra fondamentale è quella di GAS: Guardo, ascolto, sento.

La posizione più adatta per un soccorso è quella laterale.

In caso di attacco epilettico, invece, le cose che si possono fare per aiutare sono molte meno. Durante una crisi epilettica il cervello si spegne e tutto ciò non può essere fermato, tutto ciò che si può fare è allontanare ogni cosa pericolosa dal paziente e fare attenzione che non sbatta la testa contro qualcosa o che comunque non si faccia male.

L’ultima cosa da sapere è che in caso di un eventuale nostro malore, se ci trovassimo in mezzo a tanta gente, la richiesta di pronto soccorso riconosciuta internazionalmente è quella di alzare le braccia.

È importante soccorrere chi si trova in difficoltà , senza paura né imbarazzo, c’è sempre una buona percentuale di salvataggi riusciti ed è sicuramente meglio di non averci nemmeno provato.

Omertà e silenzio: il potere della mafia

26 Aprile 2023, la scrittrice e sceneggiatrice fiorentina Elena Stancanelli, fondatrice dell’associazione di scrittori “Piccoli Maestri” che promuove la lettura nelle scuole, incontra le classi 2b e 2d del liceo classico Andrea D’Oria di Genova per parlare del romanzo “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia

di Vittoria Bosio, Eleonora Gatti, Federica Gaudiano, 2D 

Elena Stancanelli

Nel 1961, epoca della pubblicazione del romanzo, la mafia non si conosceva ancora in profondità o si preferiva, probabilmente, negarne l’esistenza. Sciascia fu tra i primi a parlarne e a chiedersi cosa fosse. 

La scrittrice Stancanelli racconta che, dal 1982 al 1986, si svolsero le indagini che sfociarono nella prima parte del maxiprocesso di Palermo per i crimini di mafia, che portarono alla nascita di un Pool di magistrati anti mafia di cui facevano parte anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Entrambi prepararono il processo chiusi, per ragioni di sicurezza, nel carcere dell’Asinara.

                                                                       I Magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, amici e colleghi

Fondamentale fu l’arresto in Brasile del mafioso Tommaso Buscetta, il primo che con il suo pentimento si decise a confessare i reati mafiosi. E’ grazie alla sua testimonianza che si riuscì ad istruire il processo. La sua storia è stata narrata dal regista Marco Bellocchio nel film “Il traditore” (2019). Solo dagli anni ottanta dunque, in Italia, si iniziò concretamente a parlare dell’esistenza della mafia e di Cosa Nostra e si comprese la sua organizzazione e le sue regole. Sciascia però, venti anni prima, aveva già mostrato i pericoli di questa organizzazione criminale, un vero pericolo di infezione per tutto lo Stato italiano.

Un concetto fondamentale su cui Stancanelli si sofferma è l’omertà. Lo affronta raccontando il primo capitolo del romanzo di Sciascia: l’omicidio su un autobus, segnalato da dei colpi di pistola, sotto gli occhi di tutti i passeggeri. All’arrivo della polizia, quasi tutti i testimoni sono fuggiti e i pochi rimasti sono schivi, fingono di non aver visto, né sentito nulla. Lo stesso conducente, incaricato di controllare il biglietto ad ogni singolo passeggero, sostiene di non ricordarsi chi fossero i presenti. Questa è l’omertà: eludere, nascondere, sottrarsi dal racconto della verità.

Sciascia ci offre anche una descrizione dell’ambiente in cui si svolgono le vicende. Racconta, ad esempio, di un edificio finanziato dalla mafia, al quale si avvicina una mucca che, grattandosi il dorso su di esso lo fa crollare. Il fenomeno mafioso, infatti, non riguarda solo le persone, ma colpisce anche le opere pubbliche. I finanziamenti della mafia hanno come unico scopo ottenere un riciclaggio di denaro secondo gli interessi di specifiche persone. Sono dunque opere a fin di male, spiega Stancanelli.   

Leonardo Sciascia 

Sciascia denuncia che la mafia faccia da “cuscinetto” tra lo Stato e i cittadini, non per aiutare il singolo, ma per arricchire sé stessa. Ad esempio, nel romanzo, Salvatore Colasberna è presidente di una impresa edile e viene assassinato proprio perché lavora in maniera onesta senza usare materiali scadenti ma i suoi fratelli, quando vengono interrogati dalla polizia, assumono un atteggiamento omertoso a causa della paura di eventuali conseguenze, nel caso avessero parlato.

Con l’andare avanti delle indagini, si inizia a pensare che si tratti di un delitto passionale, quindi meno “rilevante”. E’ infatti proprio questo che fa la mafia: spostare l’attenzione da sé, per nascondersi.

Contro il sistema mafioso e l’omertà si schiera il capitano Bellodi, simbolo di tutti i combattenti contro la mafia. Egli conduce le indagini, ma, pur sapendo come fossero andate realmente le cose, non riesce a dimostrare la verità, che era stata smantellata.

La scrittrice distingue nell’Italia del secondo dopo guerra due tradizioni di intellettuali, i razionalisti, engagé, ispirati al modello francese e gli spirituali, metafisici come il poeta e scrittore Pier Paolo PasoliniSciascia, dice, fa parte della tradizione razionalista proprio perché vuole raccontare l’Italia con lucidità partendo dalla Sicilia.

Lo scrittore utilizza una metafora emblematica per indicare l’espansione della mafia al Nord:

Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…”  

Secondo la teoria della palma, si pensava che ogni anno la linea della crescita delle palme sarebbe salita verso il Nord. Per questo ritenevano che, dopo alcuni anni, sarebbero nate palme dove allora non si pensava potessero crescere. Secondo Sciascia, la linea della mafia si sarebbe comportata nello stesso modo. Pensava che la mafia avrebbe trionfato anche in luoghi che non sembravano raggiungibili da essa. Come accaduto in Sicilia, i due sistemi presenti nella regione si sarebbero fusi, quello della mafia sarebbe entrato nello Stato. Come aveva vinto al Sud, avrebbe vinto anche al Nord

Da questo suo pensiero, capiamo quanto Sciascia avesse già all’epoca compreso appieno il funzionamento dell’apparato mafioso. Infatti, tutto ciò che aveva immaginato si è verificato ed è tutt’ora attuale. 

Stancanelli sostiene che, per combattere individualmente la battaglia contro la mafia, l’arma migliore sia il rispetto della legalità:

la mafia è come una pianta, se non viene annaffiata appassisce. 

Ma, come ci ricorda il titolo del romanzo, la mafia lavora di nascosto, come una civetta durante la notte.  Il giorno in cui potrà agire alla luce del sole, avrà vinto.

 

Nuove prospettive: La nuova scuola genovese

di Francesco Ferrando e Luna Frau Caccioppoli, 2d

Molte persone percepiscono il rap e i suoi artisti come un genere inconsistente e senza fondamenta, ma può non essere così.

Ce lo dimostra il docufilm “La nuova scuola genovese”, scritto e ideato da Claudio Cabona e diretto da Yuri Dellacasa e Paolo Fossati.

Il nuovo cantautorato genovese, rappresentato dai rapper Bresh, Cromo, Demo, Disme, Guesan, Ill Rave, Izi, Nader, Tedua, Vaz Tè e altri incontra gli artisti e i loro testimoni che negli anni Sessanta hanno scritto la storia della musica d’autore, Gian Piero Alloiso, Cristiano De André, Vittorio De Scalzi, Dori Ghezzi, Giua, Max Manfredi, Gino Paoli, Gian Franco Reverberi, Federico Sirianni e altri. Non mancano le perle, sul finale, con i contributi di due colossi, Marracash, che non è di Genova, ma che la critica considera uno dei migliori rapper del panorama italiano e Ivano Fossati, genovese doc e, certamente, tra i più amati cantautori italiani.

Durante il film, chiacchiera dopo chiacchiera e intervista dopo intervista, viene affrontato il quesito alla base della trama:

E’ possibile che ci sia stato un muto passaggio del testimone culturale dalla così detta Scuola Genovese degli anni Sessanta al Wild Bandana?

Con questo non intendiamo sottintendere dei nuovi De André, Gino Paoli, ecc…, parliamo della ricerca della vera libertà di cui parleremo in seguito con Izi e Dori Ghezzi, parliamo dell’amato territorio che queste due generazioni condividono e che costituisce lo scheletro della loro musica, parliamo dell’impronta che le canzoni d’autore genovesi hanno lasciato su artisti che, per la maggior parte, sono cresciuti ascoltandole, come un un nipote che ascolta le storie che il nonno gli racconta.

Il tutto avviene a Genova, in un’alternanza di paesaggi e luoghi che la rendono riconoscibile al mondo, ma in particolare a chi a Genova è legato, a chi si perde nei pomeriggi soleggiati tra i vicoli del centro storico, tra le case che urlano storie, a chi osserva ed è curioso, perché una città non si subisce, si vive.

Le prime inquadrature sono a volo di gabbiano e le immagini ci arrivano come se stessimo guardando la città dall’alto, è lo stesso Paolo Fossati a spiegare la scelta stilistica dettata alla necessità di raccontare Genova da un nuovo punto di vista, così come nuova è la prospettiva che questo film vuol dare alla musica d’autore.

Ed eccoci nel Museo dei Cantautori in Via del Campo 29 rosso, è lì che incontriamo Bresh e Cristiano De André.

Una cosa di questa chiacchierata colpisce particolarmente ovvero il pensiero che riferisce Cristiano De André e che è condiviso anche da Bresh: “chi fa musica per un pubblico ha la responsabilità di raccontare qualcosa di coerente rispetto alla propria persona.

 

 

Si incontra Izi due volte nel corso del film, una volta da solo, e l’altra in compagnia della donna che ha accompagnato Fabrizio De André fino alla fine, Dori Ghezzi.

Ciò che differenzia il cantautorato genovese dalle altre canzoni italiane è proprio Genova, così Izi afferma che il centro storico è come un “Vaso di Pandora”, ricco di persone semplici provenienti da ogni dove con molte storie da raccontare, che volente o nolente un artista prima o poi racconterà.

Nella conversazione tra Izi e Dori Ghezzi risaltano la ricerca della libertà, la vera libertà desiderata anche da Fabrizio De André e il tema delle fragilità, che, secondo loro, non devono rimanere nascoste per paura, ed è forte chi le accetta e le racconta, come ha fatto Fabrizio, perché è umano averne e perché fanno parte di ciascuno di noi, della nostra identità.

Tedua è un altro artista che compare nel documentario più volte, prima nella sua auto, mentre guida verso ponente sulla sopraelevata nei pressi di Principe, successivamente a Cogoleto, paese natale, precisamente tra i binari ferroviari ed infine durante la sua intervista a Gino Paoli.

Secondo Tedua ciò che principalmente accomuna le due generazioni di cantautori è il registro linguistico: provenienti tutti dalla strada scelgono di utilizzare un registro basso e spesso decidono di cambiare il significato delle parole, ad esempio rendendo una parola come “Amore” vuota e “Troia” colma di significato, ciò richiama alla nostra memoria “Il cielo in una stanza”, canzone celeberrima, che Gino Paoli ha scritto pensando a una prostituta.

In seguito Tedua ha l’occasione di misurarsi proprio con Gino Paoli e ciò che emerge dal confronto è che la musica non deve essere un “sentimento chiuso” ma un modo per aiutare il pubblico a riflettere. Così pensa il  “Maestro” Paoli, un provocatore per scelta che non da peso al pensiero che le sue parole e azioni potrebbero suscitare nelle persone che lo seguono e lo circondano.

Questo è un film che permette al pubblico di cogliere i punti d’incontro tra la vecchia e la nuova scuola genovese. Entrambi i gruppi di amici vogliono raccontare la vita nuda e cruda delle persone che fanno parte dell’ambiente in cui vivono, con parole profonde di denuncia nei confronti della società, della politica e con l’ambizione di un mondo più libero. Il riscatto sociale o la crescita personale, l’attenzione per i più deboli e gli emarginati sono i temi della loro voglia di rivalsa.

Dopo l’intervista di Tedua a Gino Paoli compaiono in scena i due ospiti speciali: Marracash e Ivano Fossati. Questi discutono sia sul legame che sulle differenze tra le due forme di linguaggio offrendo una visione non solo legata al territorio.

Marracash accomuna il rap allo stile linguistico di cantautori come De Andrè e Guccini che nei loro testi usano lessico, metrica e rime paragonabili a quelle dei rapper.

Il pensiero che Fossati ci propone è che i rapper hanno spesso uno sguardo ampio e particolare e che i loro brani sono portati ad essere conflittuali con il potere. Marracash afferma però che non è così per tutti: è molto soggettivo, ogni artista, anche dello stesso genere, ha uno stile di scrittura e delle idee musicali autentiche. Ivano Fossati aggiunge che apprezza la semplicità con la quale i rapper riescono ad esprimersi, i loro brani sono il risultato di minor elaborazone musicale in sala da registrazione rispetto alla sua generazione, che invece era attenta ad una costruzione del brano molto più complessa, a loro basta una base ritmica per comunicare un messaggio.

Il docufilm è nato da un’idea che è cresciuta nei quattro anni successivi, prima di iniziare le riprese e le interviste che sono durate circa un mese.

Il regista e l’autore, ospiti dopo la proiezione avvenuta al liceo “D’Oria” hanno raccontato di aver imparato molto da questa esperienza, il modo diverso di vivere rispetto alle proprie abitudini, un senso di apertura verso le nuove generazioni e una nuova disposizione della mente. Applausi ed entusiasmo hanno accompagnato questa Assemblea d’Istituto che è stata un tributo di amore per la musica e per la città di Genova.