Da Genova a Rapallo, passando per la Dinamo Kiev: intervista a Diego Longo, allenatore 

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Ma la fantasia conta più della tecnologia

di Giovanni Porceddu , classe 1B

 

Allenatore genovese classe ’76, Diego Longo adesso vive a Rapallo, dopo una vita all’estero fra Romania, Qatar, Grecia, Arabia Saudita, Ucraina ed Albania. 16 anni con Razvan Lucescu, la vittoria della AFC Champions League e la separazione. Venti giorni dopo, la chiamata del secondo allenatore più vincente della storia del calcio.

Mister Longo in questi mesi risiede a Rapallo e collabora con la PSM, ma solo la scorsa stagione sfiorava la qualificazione alla Conference League con il Kukesi, piccola squadra albanese che puntava alla salvezza. Ha allenato e vinto in molti paesi europei, arrivando in Champions League con la Dinamo Kiev. In quel girone, stagione ‘20/’21, c’erano la Juventus di Ronaldo e il Barcellona di Messi.

Di seguito le parole che mi ha concesso sulle panchine del campo Macera di Rapallo:

“Perché ha deciso di fare l’allenatore?”

“Sin da ragazzino avevo questo sogno, quindi ho sempre cercato di studiare in questa direzione. Poi, quando ne ho avuto la possibilità ho iniziato a lavorare. Prima con le scuole calcio e i settori giovanili e poi con gli adulti, attraverso tanti studi e tanti corsi. Sono arrivato dove era il mio sogno: allenare in Champions League e nei campionati maggiori.

“Come è arrivato a Razvan Lucescu e poi a suo padre Mircea?”

“Razvan stava iniziando la sua carriera da allenatore e cercava un assistente. Ci siamo conosciuti tramite una persona che mi ha consigliato a lui e ci siamo piaciuti subito. Dopo pochi giorni eravamo in campo e abbiamo iniziato a lavorare insieme. Siamo stati insieme 16 anni, fino a che l’ultimo anno abbiamo vinto Champions League asiatica, campionato e coppa araba e ci siamo divisi. Volevo cominciare a fare il primo allenatore, ma dopo venti giorni Mircea è andato alla Dinamo Kiev e mi ha chiesto di dargli una mano.

“E’ stato più soddisfacente vincere la Champions League asiatica o ricevere la chiamata da Mircea Lucescu, il secondo allenatore più vincente della storia del calcio?”

“Sono due cose entrambe soddisfacenti. Vincere la Champions è un sogno che si avvera. Il livello è sempre al top, giochi contro avversari forti davanti ad ottantamila persone. La chiamata probabilmente è stata la soddisfazione professionale più grande. Essere chiamato da un allenatore del genere, tra l’altro dopo essere andato via dal figlio, mi ha fatto molto piacere, perché significa che in quel momento ha considerato che avessi valore”.

“La tecnologia aiuta o non aiuta il suo mestiere?”

“Come in tutti i campi, la tecnologia aiuta se la utilizzi per quello che ti serve. Io nel calcio la utilizzo parecchio per l’analisi di dati e video e il calcolo dei carichi di allenamento. Poi uso i GPS metabolici, che permettono di conoscere come si muove un giocatore in campo, quanto accelera, quanto decelera e quanta forza mette nella frenata. In questo campo è un aiuto concreto  perché permette di preparare il singolo giocatore di conseguenza. 

“La tecnologia però non è fantasia. Quanto è importante la fantasia nel suo mestiere?”

“La fantasia è importante, più della tecnologia. Perché  permette poi di sognare, che è la cosa più importante, in qualunque mestiere. Se uno ha un sogno, con lavoro, voglia e abnegazione riesce a raggiungerlo. Ma se uno non ha la fantasia e la creatività di iniziare a sognare, si accontenta. Secondo me la cosa peggiore che si possa fare è accontentarsi, bisogna sempre provarci. E poi, dal punto di vista pratico, quando sono in campo ho bisogno di inventare soluzioni dal nulla: quando mi serve un cambio o quando devo motivare un giocatore.

Un giorno la tecnologia potrà sostituire, almeno in parte, il lavoro dell’allenatore?”

“No, perché il calcio è uno sport di situazione, di improvvisazione. Può succedere qualunque cosa e non è prevedibile. Tu prepari la partita in un certo modo e dopo cinque minuti prendi gol. Oppure un giocatore ha un crollo emotivo e reazioni inaspettate. Un computer non riuscirebbe ad avere l’empatia e la capacità di analizzare mentalmente quel giocatore e di farlo riprendere in breve tempo. La tecnologia è solo un mezzo. Nel golf si usano vari ferri per i diversi colpi. A me piace dire che la tecnologia è uno dei ferri che abbiamo a disposizione.”

“Pensa invece che la tecnologia possa sostituire il ruolo dell’arbitro?”

“No, neanche in questo caso. Perché l’arbitro ha il polso della situazione, sa cosa sta succedendo e riesce a sentire il momento della partita. A volte deve richiamare un giocatore, a volte dargli un cartellino mentre altre volte basta fare una battuta per stemperare gli animi, cosa che una macchina non sarebbe certo in grado di valutare . Però è vero che gli arbitri possono essere molto aiutati dalla tecnologia, per vedere un fuorigioco o sapere se la palla ha varcato o meno la linea.

“La tecnologia sta snaturando il mondo del calcio sotto il punto di vista dell’arbitraggio. E’ favorevole al nuovo fuorigioco semi-automatico?”

“Io sono favorevole a tutto quello che può aiutare l’essere umano. Se il fuorigioco semi-automatico aiuta l’arbitro a sbagliare meno e gli toglie delle responsabilità, io sono favorevole.

“E’ una tecnologia che punisce anche pochi millimetri. Pensa che si tratti di un vantaggio effettivo?”

“Il fuorigioco c’è o non c’è, come quando arrivi in ritardo. Se sei dieci secondi in ritardo non puoi dire che lo sei di poco, sei in ritardo. Se c’è un fuorigioco, è fuorigioco. Se c’è un colpo di mano, è fallo, se la palla sfiora o colpisce tutta la mano. Ci sono delle regole e vanno seguite. Così non ci possono essere poi fraintendimenti o discussioni. Un fuorigioco di un millimetro è come uno di venti metri.”

“Cosa pensa degli errori e delle problematiche che continuano a verificarsi durante le partite con le nuove tecnologie?”

“Ci sono ancora dei limiti sull’utilizzo della tecnologia, ma credo che sia la strada giusta. Attraverso gli errori si migliorerà e tra qualche anno si riusciranno ad avere situazioni sempre più chiare. Il calcio però è uno sport situazionale e la tecnologia non può prevedere e stabilire tutto. Ci sta che ci sia qualche errore. Basta che non siano fatti in mala fede.”

“Pensa che il VAR debba essere utilizzato più spesso, anche per situazioni meno importanti come un semplice cartellino giallo?”

“No, credo che altrimenti si spezzetterebbe troppo il gioco e si perderebbe intensità. Invece il calcio è intensità, non puoi fermarlo troppe volte. Preferisco che ci sia qualche piccolo errore o qualche cartellino in più o in meno, ma che si giochi con intensità perché altrimenti poi diventa noioso. A me il calcio piace quando è veloce, e penso sia così per tutti.”

“In definitiva direbbe che la tecnologia ha migliorato o peggiorato il mondo del calcio?”

“Dico che la tecnologia lo ha già migliorato, in parte, ma mi sembra che attraverso la buona volontà ed il buon senso di tutti lo migliorerà ancora di più.”

Un allenatore che dunque si rivela contento del ruolo assunto dalla tecnologia sul mondo del calcio fino ad oggi. Eppure non per tutti è così: molti allenatori, commentatori o semplici appassionati ritengono eccessivo l’impatto tecnologico su questo sport. 

Le letture digitali sostituiranno mai i libri?

Emanuela Gasperini 1B

Intervista a Mauro Morellini, titolare del marchio Morellini Editore

Mauro Morellini, nato a Bologna e residente ora tra Milano e Genova, ha fondato nel 2004 la casa editrice omonima e nel 2019 l’Associazione Labò. Nel 2016 ha scritto “Jubileo a Roma for dummies”, e nel 2015 per l’Expo a Milano ha scritto “Expo Milano 2015 for Dummies” e molti altri sempre legati all’aspetto turistico. Gli piace scrivere sia al computer che con carta e penna però preferisce usare “la maniera classica” per qualcosa di natura creativa e se deve fare un testo di  altra natura allora utilizza il computer. Ho deciso di intervistarlo perché il mondo dell’editoria mi ha sempre affascinata e spero che questo articolo vi piaccia

-Com’è nata l’idea di fondare una casa editrice? E se tornasse indietro lo rifarebbe?- 

Io sono nato in una famiglia che lavorava nel settore e da ragazzo pensavo di fare qualcosa di molto diverso, ma mi ci sono ritrovato per caso perché è un settore che appassiona moltissimo. è un mestiere non facile, ma impegnativo però dà una grande soddisfazione.

-Prima di fondare la sua casa editrice, che porta il suo stesso nome, qual’ era la sua professione?-

Lavoravo sempre nell’editoria, da ragazzo mi sono occupato di editoria scolastica e successivamente ho lavorato diversi anni in un gruppo che è stato il primo a portare in Italia la vendita di libri su Internet nel 1988 e si chiamava Internet Books , prima ancora che arrivasse Amazon

– E la tecnologia come ha modificato il suo mestiere?-

Il nostro settore è stato probabilmente il primo ad usare quello che si chiama oggi Smart working. Con l’arrivo del computer molte funzioni sono state migliorate e molte delle persone che lavorano nell’editoria, lavorano da casa. C’è stata quindi una prima rivoluzione quarant’anni fa. Io in particolare uso molto la tecnologia perché abbiamo progettato un sistema che unisce al libro cartaceo degli approfondimenti in digitale e si chiama Extended Book. La nostra azienda s’è quindi adattata a questa nuova modalità di attingere alle informazioni

– Qual’è la sua opinione sulle Letture digitali?- 

Penso che sono molte comode, il libro come oggetto è una cosa molto bella però se si tratta di romanzi credo che sia molto comodo girare con un lettore digitale. Mi capita a volte che ho dei romanzi che leggo sia su cartaceo che su Kindle. Se un romanzo è immersivo, alla fine non ti accorgi di quello che stai leggendo ma chiaramente ci sono altri tipi di libri in cui la forma fisica è importante come un catalogo d’arte

– Secondo lei quali sono gli svantaggi delle letture digitali?-

Beh, è più difficile fissare la memoria perché ci manca la percezione di ricordare la posizione di un passo che ci ha colpito. Quindi se bisogna fissare qualcosa mnemonicamente è meglio il cartaceo

– La produzione di libri e giornali è la principale causa della deforestazione, almeno così ho trovato in una mia ricerca, secondo lei le letture digitali possono contrastare il disboscamento?-

Innanzitutto esiste da diversi anni una certificazione che si chiama FSC che starebbe per Forest Stewardship Council e significa che la carta che noi editori utilizziamo proviene da foreste create oppositamente per produrre carta da libri. Sicuramente la crescita del digitale contribuisce ma c’è anche un altro elemento importante per cui viene usata la carta: gli imballaggi di cartone, che stanno diventando sempre di più perché anche l’E-Commerce sta crescendo, e ovviamente i prodotti arrivano attraverso gli imballaggi che sono di cartone e se da una parte la digitalizzazione produce meno carta, dall’altra con gli imballaggi se ne produce ancora di più. 

– Ultima domanda: per lei in futuro ci saranno più libri o letture digitali?- 

Beh, in generale noi stiamo usando molto più il digitale della carta quindi già oggi il consumo di informazioni che abbiamo ha superato quello della carta. Anche per una questione di tempo le letture digitali sono più comode, per esempio  se siamo in una coda e stiamo aspettando prendiamo una lettura digitale che può essere il Kindle o il telefono o anche per cercare qualcosa sono sempre a disposizione ma i libri no 

 

L’intervista è terminata con i miei ringraziamenti e con suggerimenti di libri da leggere, il signor Morellini si è dimostrato molto gentile e i suoi interventi sono stati brillanti e interessanti e sempre grazie a lui credo ancora  in maniera più chiara di amare questo mondo ricco di libri e storie, e ora anche letture digitali! 

 

 

 

La tecnologia è strategica anche in campo ambientale.

Intervista a Gianfranco Fortunato, tecnico Arpal.

di Isabella Manni, 1B 

Grazie alle nuove tecnologie, le comunicazioni sono diventate più semplici. Anche l’analisi dell’inquinamento atmosferico e ambientale è oggi più precisa e affidabile. 

sistema automatico per la pesata dei campioni delle polveri sottili

In che cosa consiste il tuo lavoro?

Da circa 23 anni lavoro presso l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente come Tecnico Operativo.

Mi occupo della gestione della Rete di Monitoraggio della Qualità dell’Aria che è una struttura organizzata per effettuare misure ripetute nel tempo, mediante prelievi effettuati da analizzatori automatici installati all’interno di centraline dislocate nel territorio della Regione Liguria.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità il principale rischio ambientale per la salute in Europa è rappresentato dall’inquinamento atmosferico, per questo nell’arco degli anni a partire dal 2000 sono state varate varie direttive atte a ridurre l’impatto dell’inquinamento sull’ambiente con l’obiettivo di raggiungere un impatto pari a zero entro il 2050.

Per l’ottenimento di questi obiettivi è stato e sarà fondamentale l’apporto di nuove tecnologie a livello strumentale, informatico e di comunicazione.

In che modo le nuove tecnologie hanno trasformato il tuo lavoro?

Grazie alle nuove tecnologie il lavoro è diventato più facile e più rapido. E’ infatti possibile, grazie a diversi strumenti, ottenere informazioni precise e ripetute nel tempo su diversi parametri ambientali.

stazione di rilevamento della qualità dell’aria

 

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi delle nuove tecnologie?

Le nuove tecnologie hanno reso il lavoro più veloce. Faccio un esempio che riguarda la mia attività: circa vent’anni fa per ricevere i dati da una stazione di monitoraggio che non era nell’area urbana dovevo recarmi sul posto con un floppy disk, salvarvi i dati generati dalla strumentazione, tornare al centro operativo e scaricarli sul computer. Adesso, con l’evoluzione delle comunicazioni, grazie alla fibra ottica e router di nuova generazione, i dati possono essere consultati in tempo reale.

Anche per quel che riguarda gli analizzatori sono stati fatti passi enormi a livello tecnologico, in modo particolare per quel che riguarda l’affidabilità, la stabilità e la precisione dell’analisi; le vecchie strumentazioni risentivano maggiormente degli agenti esterni che in certi casi potevano alterare i valori degli inquinanti misurati.

Posso fare un altro esempio che riguarda l’analisi del particolato atmosferico ossia le polveri sottili pm10 pm2.5 che sono particolarmente pericolose per la salute umana: fino a qualche anno fa, la loro misurazione veniva effettuata per via gravimetrica, pesando il campione. Tale sistema comportava vari passaggi del campione da analizzare tra laboratorio e sito di campionamento con tempi che si aggiravano intorno ad una settimana per poter ottenere il risultato finale sulla concentrazione giornaliera di Pm10. Adesso, grazie ai nuovi analizzatori automatici in continuo, si riesce addirittura ad avere in tempo reale la media oraria della concentrazione. Questo è molto utile per prendere provvedimenti quasi immediati sulle limitazioni del traffico veicolare in caso di superamento delle soglie consentite.

Gli svantaggi delle nuove tecnologie possono essere legati ad un rischio di poter creare disoccupazione in alcuni ambiti e ad un isolamento e mancanza di contatti umani e sociali.

Come si può considerare l’innovazione tecnologica?

L’innovazione tecnologica è una grande opportunità. Bisogna, però, conoscere le nuove tecnologie per saperle utilizzare senza diventarne schiavi.

 

 

 

Misteriosa, musicale, tridimensionale: la poesia secondo Maria Grazia Calandrone

Sabrina Pieralisi 2B

 

“Parola del mistero: traduzione di una lingua invisibile”

Sono le parole utilizzate da Maria Grazia Calandrone, autrice di romanzi e poesie contemporanei, per definire il fascino della poesia, durante l’incontro tenutosi l’8 Marzo con le classi 2B e 2D, grazie all’iniziativa “I Piccoli Maestri”.

Durante l’incontro, la Calandrone si è particolarmente soffermata, tramite il commento della  lirica  “Disattenzione” di Wislawa Szymborska, poetessa polacca che ha vinto il Nobel per la letteratura nel 1996, sulla capacità che ha la poesia di descrivere momenti e azioni concrete, anche con immagini apparentemente astratte e quasi surreali.

“La poesia è musica”

La poesia si scrive secondo un ritmo che alterna parole e pause, pieni e vuoti, tramite la scansione  dei versi.

L’intensità della parola poetica  consente di  riflettere e capire, quasi con più chiarezza che tramite una spiegazione, l’emozione e le piccole sfumature che si possono nascondere dietro a delle semplici parole.

Anche nella prosa ciò è possibile, come afferma la Calandrone, poiché la prosa, come la poesia stessa, è tridimensionale.

La poesia racconta ciò che ci riguarda, ed è proprio per questo che il poeta stesso decide il modo i cui scrivere, alcuni si impongono un impegno di  scrittura giornaliera per mantenere una quotidianità, mentre altri scrivono quando più ne hanno la necessità e soprattutto quando si sentono ispirati.

Quello che accomuna tutti i poeti però è scrivere di ciò da cui si è rimasti colpiti e che si conosce profondamente. Anche poeti conosciuti come ad esempio Giuseppe Ungaretti, Giorgio Caproni  ed Eugenio Montale, si sono attenuti a questo principio.

 

Personale riflessione e interpretazione della poesia “Disattenzione” di  Wislawa Szymborska – B-KEEPERS

“Uno dopo l’altro avvenivano cambiamenti 
perfino nell’ambito ristretto d’un batter
d’occhio.”

In questa strofa di “Disattenzione” è chiaro il concetto spiegato durante l’incontro da Maria Grazia Calandrone.

Ogni singolo attimo e ogni particolare sono fondamentali nella vita di ognuno e non devono essere sottovalutati né tanto meno evitati completamente.

Nel componimento è molto chiaro che la disattenzione verso il mondo esterno, verso ciò che ci circonda, lontano o vicino che sia, legato o meno a noi stessi, sia degno della medesima attenzione.

La Szymborska tramite la sua poesia scritta in versi prosastici e con una scrittura frammentaria descrive una quotidianità priva di schemi, ma piena di piccoli spunti che siamo chiamati a cogliere.

E’ fondamentale quindi prestare attenzione ai dettagli e alle sensazioni, per non perdersi nella disattenzione.

Le tecnologie vanno usate in base alle necessità

Droni, laser scanner e GPS hanno mutato il lavoro dei geologi  

di Alice Moretti 1B

 

Da quando sono arrivate, le tecnologie hanno cambiato radicalmente il mondo, specialmente quello del lavoro. A raccontarci questo cambiamento è Francesco Di Ceglia, un geologo che lavora nell’ente pubblico locale Regione Liguria.

Ciao Francesco, in cosa consiste il tuo lavoro?
“Io sono un geologo da circa vent’anni e mi occupo delle valutazioni dei piani di coltivazione delle cave a cielo aperto e sotterranee. Mi spiego meglio, mi occupo di approvare e controllare siti di scavo di cave. Prima lavoravo in ARPAL, dove facevo rilievi topografici di cave e siti di scavo; inoltre mi occupavo anche di valutare la qualità dell’acqua nelle falde acquifere.”
 
Pensi che il tuo lavoro sia cambiato molto con l’arrivo delle tecnologie?
“Si, certo. Ci sono stati molti passi in avanti con l’arrivo della tecnologia.
Prima le geometrie e i documenti di rilievo erano tutti cartacei, i topografi disegnavano le cartine in A:0(84,1 cm x 118,9 cm), ora i quelle stesse cartine vengono inviate tramite file.
C’è stato uno sviluppo anche nel settore dei dispositivi usati per rilevare le superfici. Per esempio, per fare un rilievo topografico veniva usata la stazione totale, uno strumento costituito da una macchina che sparava un laser contro il bersaglio serviva per misurare distanza ed angolo della posizione del bersaglio, ma ora si usa il laser scanner, cioè una macchina che proietta milioni di punti su una superficie da una certa distanza e riporta sul computer la distanza di ogni punto in modo tale che si possa ricostruire un’immagine tridimensionale e fare dei calcoli volumetrici.
Oltre a questi due strumenti utilizziamo anche i droni che fanno più o meno lo stesso lavoro dei laser scanner soltanto che scattano delle foto e sono meno precisi. I droni utilizzano i GPS per localizzare il punto in cui è stato effettuato lo scatto, connettendosi alle coordinate di dei punti precedentemente misurati.”

LASER SCANNER


 
Pensi che tutti questi cambiamenti siano positivi o negativi?
“Le tecnologie portano più efficacia e più velocità, ma ovviamente il carico di lavoro è maggiore.
Oltre alla velocizzazione e al miglioramento dei processi, ci sono stati anche dei vantaggi economici, comprando materiale costoso ma efficace il nostro lavoro viene pagato meglio.”
 
Le tecnologie hanno facilitato o complicato il tuo lavoro?
“Le tecnologie semplificano il processo di ottenimento dei risultati. Ma dipende da quello che si deve fare. Per esempio non ha senso usare il laser scanner per misurare la lunghezza di un tavolo basta una rotella metrica.
Le tecnologie vanno utilizzate in base alle necessità.”

Fedra: l’eterno inganno dell’amore e del dolore

di Maia Fornaroli, Benedetta Lorenzon, Elisa Schena, 2 D

«Del resto questo è il teatro di Seneca: empietà, orrore, nefas, per lui la natura e l’umana società esistono solo quando sono sconvolte. Nelle tragedie senecane la purezza, quando c’è, è lì solo per essere insozzata». Queste sono le parole di Manuel Giliberti, regista da sempre legato ai testi e ai temi della classicità greca e latina, che ha portato in scena al teatro Duse di Genova, Fedra, una dei più foschi drammi di Seneca.

                                                       

Protagonista di questa tragedia è proprio Fedra, espressione dell’amore irrazionale che, secondo Seneca, porta alla distruzione. La donna, infatti, si innamora perdutamente di Ippolito, figlio di primo letto di suo marito, Teseo. Viola Graziosi, nelle vesti di Fedra, riesce a esprimere a pieno il tormento interiore della donna. Quest’angoscia trapela attraverso i lunghi ed articolati monologhi che, grazie all’abilità dell’attrice, riescono a far commuovere tutti gli spettatori.

     

Al sentimento indomabile di Fedra, si contrappone la razionalità della nutrice interpretata da Debora Lentini. Questa, dando vita alle emozioni che si celano dietro alle parole, prova a salvare Fedra dalla passione nefasta che la rende schiava, implorandola di rimanere fedele al marito che presto sarebbe tornato dalla sua impresa negli Inferi.

 

Neanche la ragione riesce a fermare il mostro che ormai si è impadronito di Fedra. Quest’ultima dichiara il suo amore a colui che le causa tormento, Ippolito (Riccardo Livermore) che si oppone con risoluzione a questo desiderio incestuoso. Egli è un uomo fortemente misogino, ritiene le donne causa di tutti i mali, come Elena, per la quale è stato versato troppo sangue nella guerra di Troia.

                                             

Le luci inaspettatamente si spengono, il pubblico volta lo sguardo in cerca di risposte: ecco arrivare Teseo (Graziano Piazza) dal fondo della sala che, con gambe tremanti, torna dagli Inferi, suscitando stupore nei personaggi e negli spettatori.

Pur essendo desideroso di tornare a vivere serenamente si trova costretto a soffrire nuovamente, ancor più di quando era nell’Ade, a seguito di alcune rivelazioni da parte di Fedra. La donna si presenta al marito con un pugnale saldo nella mano sinistra, pronta a porre fine ai suoi tormenti. Fedra, mentendo a Teseo, dice che il suo dolore è causato da una violenza che ha subito da parte di Ippolito. Teseo, furioso invoca Poseidone, implorandolo di scagliare un fulmine contro il figlio indegno. Ricevuta la notizia della morte di Ippolito, Teseo si dispera dell’invocazione compiuta istintivamente, scoprendo che, in realtà, era stata Fedra ad aver desiderato l’amore d’Ippolito e ad aver inventato di essere stata vittima di violenza. Il pubblico già senza parole assiste assorto alla scena finale: Fedra, compie il gesto estremo e morente, si getta su colui che più l’ha resa desiderosa di amore e di morte, Ippolito, rappresentato da un telo rosso. Alla luce dei riflettori, Teseo chiede perdono e invoca la morte avvolgendosi il braccio con lo stesso telo rosso.

Gli occhi degli spettatori sono incollati sulla scena, tutti avvertono un vuoto. Quel vuoto che solo l’eterno inganno dell’amore e del dolore può far provare. La platea è rapita dalle emozioni che il teatro è in grado di regalare ai suoi spettatori; l’atmosfera ed il legame apparentemente indissolubile tra il pubblico e la storia, improvvisamente, si interrompono: sipario.                                          

“Seguiamo solo un ideale di bellezza inesistente”

Francesca Travagnin, psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale, ci apre gli occhi sui condizionamenti dei social

di Alice Villa, 1D

 

“Quali cambiamenti sono condizionati dai social?”

Questa è la domanda che la dottoressa Francesca Travagnin, psicologa e psicoterapeuta di AIDAP ricerca e prevenzione pone a noi studenti delle classi prime del liceo classico D’Oria, nell’incontro di lunedì 20 marzo in Aula Magna. 

Ci racconta un particolare molto interessante della storia del passato: noi tutti i giorni pensiamo a standard di ragazze irraggiungibili, con bel fisico, capelli bellissimi, ben truccate e sempre perfette anche mentre piangono, ma sempre magre. Chi ha mai pensato che questo fosse l’unico standard possibile? la popolazione mondiale del 2023 pensa cosi, ma nella storia non è sempre andata in questa maniera.

Infatti, il simbolo più grande di bellezza delle epoche passate era una donna “in carne” proprio perché a quei tempi era simbolo di ricchezza: in pochi a quei tempi potevano permettersi del cibo per la loro sopravvivenza.

Al giorno d’oggi, lo standard è differente.

E, forse, anche in senso peggiorativo.

Si tende di più a voler dimagrire che a voler ingrassare, causando così seri problemi di “autolesionismo” al nostro organismo con serie conseguenze che si protraggono nel tempo.

Iniziamo a non sentirci mai abbastanza in ambito psicologico: guardiamo le foto di queste ragazze o ragazzi e ci sentiamo invidiosi, come se fossimo nati “nel corpo sbagliato”.

Quindi pensiamo che la cosa più giusta sia cercare di dimagrire, o tramite una dieta oppure provando ad espellere il cibo appena ingerito.

https://www.terzocentro.it/portfolio-items/gruppo-disturbi-alimentari-2/

Francesca Travagnin ci fa però ragionare sul potere delle immagini dei social nella nostra mente, dato che determinano unicamente complessi di insicurezza:

In realtà la bellezza a tutto tondo non esiste. Noi seguiamo un ideale di bellezza inesistente!”

Alla fine non riusciremo mai a raggiungere i nostri obiettivi di magrezza, perché neanche le nostre blogger preferite hanno lo stesso fisico che adoriamo in una foto di un post di Instagram!

Questo incontro ci ha fatto comprendere che i disturbi alimentari sono frequenti e per questo è fondamentale evidenziare i comportamenti corretti da applicare giornalmente per sentirsi sicuri di se stessi e del proprio corpo.

Si può dire in conclusione che sicuramente i social non saranno mai davvero il simbolo della nostra crescita sia in ambito culturale che psicologico: è fondamentale infatti mantenere i propri valori e passioni pensando sempre che essere noi stessi è la cosa migliore che possiamo fare nella vita!



BANKSY: i graffiti, un linguaggio universale per rivoluzionare il mondo.

A partire dal 6 Marzo 2023 una ventata di innovazione e colore ha travolto la città di Genova, grazie alle opere del misterioso Banksy. Fino al 16 Luglio 2023 infatti la stazione di Piazza Principe ospiterà “The world of Banksy-The immersive experience”, la mostra dedicata allo street artist britannico più iconico del mondo.

di Greta Mumolo e Marianna Benvenuto, 3°B.

Ad oggi l’identità di Banksy è sconosciuta.  Alcuni ipotizzano che sotto questo nome si celi un gruppo di persone o che addirittura egli sia in realtà una donna.  L’alone di mistero che avvolge l’arte di Banksy rende le sue opere ancor più magiche e affascinanti. La prima città in cui ha lasciato la sua impronta è stata Bristol, da lì la sua arte ha fatto il giro del mondo, arrivando anche negli angoli più remoti. 

Le forme d’arte che predilige sono i graffiti stencil e i murales, dipinti realizzati su facciate di edifici ai margini delle strade. Gli stencil infatti permettono di rappresentare al meglio l’idea di movimento. I soggetti che Banksy raffigura appaiono talmente  vivi che sembrano uscire dal muro per entrare in contatto con l’osservatore. Egli utilizza spesso la tecnica del bianco e nero, evidenziando con colori sgargianti solamente i particolari dell’opera su cui vuole attirare l’attenzione di chi guarda.  

Banksy è una delle personalità più rivoluzionarie e influenti della nostra epoca. I suoi non sono semplici disegni, con una finalità estetica, ma manifesti di critica sociale con un intento comunicativo. Il suo scopo è sensibilizzare le persone su tematiche importanti che riguardano ogni aspetto della nostra società. In ogni sua opera è possibile cogliere la sua personale visione del mondo, spesso in contrasto rispetto al pensiero comune. Si esprime in maniera molto diretta. Grazie ai suoi murales è in grado di rendere intuitivi concetti molto complessi, mettendoli alla portata di chiunque. La sua arte è rivolta a tutti, senza alcuna distinzione, ed è visibile in luoghi di vita quotidiana. 

I soggetti che utilizza maggiormente sono topi, bambini, poliziotti, soldati e scimmie.

I topi rivestono un ruolo particolarmente importante. Costituiscono infatti la metafora della street artist. Bansky si rivede nei topi in quanto sono animali che si muovono di notte, furtivamente.

I topi esistono senza permesso-afferma Banksy- Sono odiati, cacciati e perseguitati. Vivono in una quieta disperazione tra la sporcizia. Eppure, sono in grado di mettere in ginocchio intere civiltà”.

Sebbene la società tenti di sopprimerli, continuano a moltiplicarsi e a invadere le strade. Allo stesso modo gli street artist “imbrattano” i muri delle città, senza il permesso del governo. Sono inarrestabili e perseguono il loro intento di cambiare il mondo tramite la loro arte, nonostante le avversità. Inoltre il termine inglese rat (topo) è l’anagramma di art.

L’opera più iconica di Banksy che ha come protagonista un topo è “Love Rat“, in cui un roditore tiene tra le zampe un pennello sporco di vernice rossa con cui ha dipinto un cuore.

Love Rat, 2004

Le altre tematiche affrontate, sono per esempio la guerra, l’immigrazione, il razzismo, l’inquinamento e la politica.

Una delle opere più provocatorie e rivoluzionarie è Kissing Coppers, realizzata a Bringhton nel 2004.  Raffigura due poliziotti che si scambiano un tenero bacio. Il tema messo in luce è quello dell’omosessualità, che è spesso ancora oggi oggetto di discriminazione. La scelta dei soggetti non è di certo casuale ma ha l’intento di destare scalpore. 

Kissing Coppers, 2004

In Flower thrower Banksy diventa promotore di pace. Questo murales rappresenta un uomo di nazionalità palestinese intento a lanciare un mazzo di fiori. Risale al 2003 e si trova a Gerusalemme, sul muro che divide Israele e Palestina. Il gesto violento dell’uomo si contrappone ai fiori che tiene in mano, che rappresentano un tentativo di riconciliazione tra i due stati in conflitto.

Flower thrower, 2005

Banksy costituisce un modello da cui prendere esempio. Ognuno deve sentirsi libero di esprimersi, senza farsi  condizionare dalle ideologie della mentalità comune.  Il suo obiettivo è avviare un cambiamento nel mondo, lo strumento che ha a disposizione è l’arte.

I graffiti sono stati utilizzati per dare inizio a rivoluzioni, fermare le guerre, e in generale sono la voce delle persone che non sono ascoltate.” 

 

 

Italo Calvino protagonista dei Colloqui Fiorentini 2023: “E’ verso la verità che corriamo, la penna e io…”

Si è conclusa la ventiduesima edizione de “I Colloqui Fiorentini“. L’iniziativa ha visto la partecipazione di circa 2500 alunni, provenienti da tutta Italia, che hanno seguito il convegno e i seminari, tenuti da docenti, saggisti e giornalisti tra giovedì 16 marzo e sabato 18 marzo, presso il palazzo Wanny, a Firenze.

di Vittoria Cappeddu, Manuela Mazzotti e Virginia Salustri, 3B.

I COLLOQUI FIORENTINI: UN CONCORSO NAZIONALE CHE COINVOLGE MIGLIAIA DI STUDENTI DA TUTTA ITALIA

I Colloqui Fiorentini, presieduti da Gilberto Baroni, presidente dell’associazione Diesse Firenze, e Pietro Baroni, direttore e docente di italiano e latino, nascono nel 2002 con lo scopo di riscoprire il valore dello studio per l’unità della nostra persona e contribuire all’arricchimento dell’offerta formativa delle scuole italiane, proponendo una didattica e una posizione culturale fondata sull’esperienza quotidiana di insegnamento, criticamente e sistematicamente pensata e verificata. Nelle prime due giornate gli studenti hanno preso parte a diverse lezioni, per immergersi totalmente nella complessa visione della realtà espressa da Italo Calvino nei testi, e discuterne le prese di posizione. Il terzo giorno è  stato dedicato alle premiazioni, sulla base di quattro categorie: la sezione narrativa, che prevede la creazione di un racconto, basato sui temi principali dell’autore; la sezione artistica, che si incentra sull’elaborazione di un elaborato; infine la sezione delle tesine, che si divide in biennio e triennio e mira a sviluppare un’ipotesi d’interpretazione desunta dalla lettura attenta, personale e dialogata del gruppo.

In autunno per la preparazione all’evento e per la creazione degli elaborati, oltre alla lettura individuale di molte opere di Italo Calvino, sono stati necessari degli incontri con i docenti per approfondire la figura dell’autore e per comprendere ogni aspetto della sua scrittura. Dopo questa fase sono state elaborate le tesine e i racconti, da presentare entro la fine del mese di Gennaio. Il liceo D’Oria ha partecipato con diciannove alunni provenienti dalle classi seconde, terze e quinte, seguiti dalle professoresse Alessandra Bertolotto, Laura Dolcino e Cristina Frisone.

Maia-Fornaroli-e-Benedetta-Lorenzon-del-Liceo-DOria-intervengono-durante-il-seminario

In particolare la prima giornata si è aperta con l’introduzione dei lavori da parte di Mariantonietta Galizia, seguita dall’intervento di Gianfranco Lauretano, docente e poeta, che ha analizzato il tema del Neoralismo, centrale nel “Sentiero dei nidi di ragno“; egli ha spiegato come nell’intero romanzo Calvino cerchi di cogliere il quid di ciò che è avvenuto, e di comprendere l’evento e la definizione di cosa è stata la guerra partigiana. Per fare ciò l’autore utilizza le riflessioni di Pin, un “bambino straordinario che sta di scorcio alla Resistenza“, in quanto non appartiene alla storia, assumendo un ruolo quasi marginale, che ci permette però di comprendere i fatti con gli occhi innocenti di un bambino. Lauretano sottolinea quindi l’esigenza di Calvino di toccare con mano la realtà, senza distaccarsi dai problemi. Nella stessa giornata è intervenuto anche Valerio Capasa, docente e saggista, con “La trilogia, I nostri antenati dimezzati, rampanti, inesistenti: Calvino sta parlando di noi?“. Capasa propone una riflessione sul concetto di essere e sulla completezza umana, aspirazione di tutti gli uomini, che cambia però significato in base all’individuo. L’essere si contrappone all’inesistenza, propria di chi non riesce ad attaccarsi a nulla e che ha come unica funzione quella di esistere. Un ruolo molto importante nel cammino verso la completezza umana è quello della sofferenza e del dolore, che, lasciando una ferita, rendono esperti. Nella seconda giornata Giovanni Fighera, docente, scrittore e giornalista, ha spiegato come Calvino abbia scritto “La giornata di uno scrutatore” come viaggio verso la realtà. Amerigo, il protagonista, parte con un pregiudizio, che si sgretola quando viene a contatto con il mondo del Cottolengo: alla fine dell’esperienza vede le cose diversamente da prima e decide di riflettere su quanto appreso e sulle sue relazioni personali. La seconda giornata si conclude con l’intervento di Fabio Pierangeli, che fa una riflessione su “Palomar“, “il senso unico a cui le parole non giungono“.

In entrambi i pomeriggi si sono tenuti dei seminari tematici. Pietro Baroni, direttore dei Colloqui Fiorentini, con una relazione conclusiva ha aperto la terza giornata, che si è conclusa con le premiazioni. 

I Colloqui Fiorentini sono per noi studenti un’occasione di dialogo e di confronto che ci consente di conoscere noi stessi anche attraverso la lettura di un autore le cui tematiche sono sempre attuali. Il fatto che quest’anno i Colloqui si siano svolti in presenza ha reso quest’esperienza ancora più stimolante: abbiamo avuto infatti l’occasione di conoscere persone provenienti da tutta Italia e di iniziare con loro un dialogo costruttivo su uno scrittore che abbiamo avuto modo di conoscere in questi mesi di studio e di lavoro. La bellezza di questa iniziativa risiede proprio nel fatto che l’incontro con l’autore non è solo volto allo studio “scolastico” ma riesce a diventare  un’occasione di relazione profonda con i nostri coetanei su temi che di volta in volta la letteratura ci ispira. 

Il-direttore-Pietro-Baroni-con-Gabriele-Coli-e-Riccardo-Olivieri-del-liceo-DOria-vincitori-insieme-ad-Elena-Papini-della-XXI-edizione-dei-Colloqui-Fiorentini-per-la-sezione-narrativa.

 

 

Paola Venzano: “La tecnologia è importante, ma il lavoro dell’uomo necessario”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Linda  Simonotto, 1B

La tecnologia sta diventando sempre più importante e presente nelle nostre vite. Ce lo conferma Paola Venzano, specialista in microbiologia  che si occupa di analisi di laboratorio per l’Istituto Salus Alliance Medical.

Affronta il suo lavoro con grande passione ed è sempre pronta a fare nuove scoperte; lavora in un campo – quello delle analisi biomediche-  molto influenzato dalla tecnologia: le chiediamo quindi cosa pensi dello sviluppo tecnologico e come il suo lavoro è cambiato negli anni.

Immagino che nel tuo lavoro le tecnologie siano molto presenti, vero?

“Sì esatto, quasi tutti i tipi di tecnologie, dall’ingegneria genetica, all’informatica o ancora alla meccanica più avanzata, sono  ampiamente sfruttati nel laboratorio.”

Da quanti anni lavori i in questo campo?

“Da trent’anni.”

Da quando hai iniziato a lavorare, la tecnologia si è evoluta?

Ho cominciato a lavorare  già in un’epoca relativamente tecnologica, perché c’erano già i computer, la strumentazione e l’ingegneria genetica, quindi il grosso dell’evoluzione tecnologica in laboratorio è avvenuto nel ventennio precedente al mio arrivo perché prima di essa molti processi e registrazioni erano manuali. In ogni caso  in questo trentennio la tecnologia è enormemente migliorata, sia come capacità dei computer che come strumentazione,  sempre più precisa e affidabile.”

Ti accorgi se i tuoi colleghi più giovani si rapportano meglio con la tecnologia rispetto a te e ai tuoi colleghi più anziani, o credi non ci siano grandi differenze?

I giovani si rapportano decisamente meglio rispetto a qualunque software; ormai tutti gli strumenti di laboratorio hanno una parte meccanica e un sistema che la gestisce. Rispetto invece alla capacità di interagire con gli strumenti è ancora strettamente necessaria l’esperienza acquisita negli anni, quindi su quel fronte noto che io e i colleghi più vicini alla mia età siamo – diciamo – in vantaggio.”

Come credi che cambierebbe il tuo lavoro se da un momento all’altro non avessi più la possibilità di usare i mezzi tecnologici?

“Credo che senza le strumentazioni il lavoro sarebbe più difficile, ma forse anche più divertente. Molti anni fa si vedevano verificarsi  tutte le reazioni chimiche, si vedeva una sostanza cambiare colore, o un’altra reagire al contatto con un oggetto; ora si vede una bella e sofisticata macchina, ma niente di più.”

Pensi che in un futuro il tuo lavoro potrebbe essere completamente sostituito dai macchinari?

“È l’avverbio  “completamente” che mi fa titubare; sicuramente con l’avanzare degli anni il supporto offerto dalla tecnologia sarà sempre maggiore, ma credo che ci sarà sempre una parte umana a sorvegliare e controllare ciò che fanno gli strumenti:  il margine di errore si avvicina sempre di più allo zero, ma non ci è ancora arrivato. Con questo voglio dire che la tecnologia è importante, ma il lavoro dell’uomo necessario.”