Omertà e silenzio: il potere della mafia

26 Aprile 2023, la scrittrice e sceneggiatrice fiorentina Elena Stancanelli, fondatrice dell’associazione di scrittori “Piccoli Maestri” che promuove la lettura nelle scuole, incontra le classi 2b e 2d del liceo classico Andrea D’Oria di Genova per parlare del romanzo “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia

di Vittoria Bosio, Eleonora Gatti, Federica Gaudiano, 2D 

Elena Stancanelli

Nel 1961, epoca della pubblicazione del romanzo, la mafia non si conosceva ancora in profondità o si preferiva, probabilmente, negarne l’esistenza. Sciascia fu tra i primi a parlarne e a chiedersi cosa fosse. 

La scrittrice Stancanelli racconta che, dal 1982 al 1986, si svolsero le indagini che sfociarono nella prima parte del maxiprocesso di Palermo per i crimini di mafia, che portarono alla nascita di un Pool di magistrati anti mafia di cui facevano parte anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Entrambi prepararono il processo chiusi, per ragioni di sicurezza, nel carcere dell’Asinara.

                                                                       I Magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, amici e colleghi

Fondamentale fu l’arresto in Brasile del mafioso Tommaso Buscetta, il primo che con il suo pentimento si decise a confessare i reati mafiosi. E’ grazie alla sua testimonianza che si riuscì ad istruire il processo. La sua storia è stata narrata dal regista Marco Bellocchio nel film “Il traditore” (2019). Solo dagli anni ottanta dunque, in Italia, si iniziò concretamente a parlare dell’esistenza della mafia e di Cosa Nostra e si comprese la sua organizzazione e le sue regole. Sciascia però, venti anni prima, aveva già mostrato i pericoli di questa organizzazione criminale, un vero pericolo di infezione per tutto lo Stato italiano.

Un concetto fondamentale su cui Stancanelli si sofferma è l’omertà. Lo affronta raccontando il primo capitolo del romanzo di Sciascia: l’omicidio su un autobus, segnalato da dei colpi di pistola, sotto gli occhi di tutti i passeggeri. All’arrivo della polizia, quasi tutti i testimoni sono fuggiti e i pochi rimasti sono schivi, fingono di non aver visto, né sentito nulla. Lo stesso conducente, incaricato di controllare il biglietto ad ogni singolo passeggero, sostiene di non ricordarsi chi fossero i presenti. Questa è l’omertà: eludere, nascondere, sottrarsi dal racconto della verità.

Sciascia ci offre anche una descrizione dell’ambiente in cui si svolgono le vicende. Racconta, ad esempio, di un edificio finanziato dalla mafia, al quale si avvicina una mucca che, grattandosi il dorso su di esso lo fa crollare. Il fenomeno mafioso, infatti, non riguarda solo le persone, ma colpisce anche le opere pubbliche. I finanziamenti della mafia hanno come unico scopo ottenere un riciclaggio di denaro secondo gli interessi di specifiche persone. Sono dunque opere a fin di male, spiega Stancanelli.   

Leonardo Sciascia 

Sciascia denuncia che la mafia faccia da “cuscinetto” tra lo Stato e i cittadini, non per aiutare il singolo, ma per arricchire sé stessa. Ad esempio, nel romanzo, Salvatore Colasberna è presidente di una impresa edile e viene assassinato proprio perché lavora in maniera onesta senza usare materiali scadenti ma i suoi fratelli, quando vengono interrogati dalla polizia, assumono un atteggiamento omertoso a causa della paura di eventuali conseguenze, nel caso avessero parlato.

Con l’andare avanti delle indagini, si inizia a pensare che si tratti di un delitto passionale, quindi meno “rilevante”. E’ infatti proprio questo che fa la mafia: spostare l’attenzione da sé, per nascondersi.

Contro il sistema mafioso e l’omertà si schiera il capitano Bellodi, simbolo di tutti i combattenti contro la mafia. Egli conduce le indagini, ma, pur sapendo come fossero andate realmente le cose, non riesce a dimostrare la verità, che era stata smantellata.

La scrittrice distingue nell’Italia del secondo dopo guerra due tradizioni di intellettuali, i razionalisti, engagé, ispirati al modello francese e gli spirituali, metafisici come il poeta e scrittore Pier Paolo PasoliniSciascia, dice, fa parte della tradizione razionalista proprio perché vuole raccontare l’Italia con lucidità partendo dalla Sicilia.

Lo scrittore utilizza una metafora emblematica per indicare l’espansione della mafia al Nord:

Forse tutta l’Italia sta diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma…”  

Secondo la teoria della palma, si pensava che ogni anno la linea della crescita delle palme sarebbe salita verso il Nord. Per questo ritenevano che, dopo alcuni anni, sarebbero nate palme dove allora non si pensava potessero crescere. Secondo Sciascia, la linea della mafia si sarebbe comportata nello stesso modo. Pensava che la mafia avrebbe trionfato anche in luoghi che non sembravano raggiungibili da essa. Come accaduto in Sicilia, i due sistemi presenti nella regione si sarebbero fusi, quello della mafia sarebbe entrato nello Stato. Come aveva vinto al Sud, avrebbe vinto anche al Nord

Da questo suo pensiero, capiamo quanto Sciascia avesse già all’epoca compreso appieno il funzionamento dell’apparato mafioso. Infatti, tutto ciò che aveva immaginato si è verificato ed è tutt’ora attuale. 

Stancanelli sostiene che, per combattere individualmente la battaglia contro la mafia, l’arma migliore sia il rispetto della legalità:

la mafia è come una pianta, se non viene annaffiata appassisce. 

Ma, come ci ricorda il titolo del romanzo, la mafia lavora di nascosto, come una civetta durante la notte.  Il giorno in cui potrà agire alla luce del sole, avrà vinto.

 

Nuove prospettive: La nuova scuola genovese

di Francesco Ferrando e Luna Frau Caccioppoli, 2d

Molte persone percepiscono il rap e i suoi artisti come un genere inconsistente e senza fondamenta, ma può non essere così.

Ce lo dimostra il docufilm “La nuova scuola genovese”, scritto e ideato da Claudio Cabona e diretto da Yuri Dellacasa e Paolo Fossati.

Il nuovo cantautorato genovese, rappresentato dai rapper Bresh, Cromo, Demo, Disme, Guesan, Ill Rave, Izi, Nader, Tedua, Vaz Tè e altri incontra gli artisti e i loro testimoni che negli anni Sessanta hanno scritto la storia della musica d’autore, Gian Piero Alloiso, Cristiano De André, Vittorio De Scalzi, Dori Ghezzi, Giua, Max Manfredi, Gino Paoli, Gian Franco Reverberi, Federico Sirianni e altri. Non mancano le perle, sul finale, con i contributi di due colossi, Marracash, che non è di Genova, ma che la critica considera uno dei migliori rapper del panorama italiano e Ivano Fossati, genovese doc e, certamente, tra i più amati cantautori italiani.

Durante il film, chiacchiera dopo chiacchiera e intervista dopo intervista, viene affrontato il quesito alla base della trama:

E’ possibile che ci sia stato un muto passaggio del testimone culturale dalla così detta Scuola Genovese degli anni Sessanta al Wild Bandana?

Con questo non intendiamo sottintendere dei nuovi De André, Gino Paoli, ecc…, parliamo della ricerca della vera libertà di cui parleremo in seguito con Izi e Dori Ghezzi, parliamo dell’amato territorio che queste due generazioni condividono e che costituisce lo scheletro della loro musica, parliamo dell’impronta che le canzoni d’autore genovesi hanno lasciato su artisti che, per la maggior parte, sono cresciuti ascoltandole, come un un nipote che ascolta le storie che il nonno gli racconta.

Il tutto avviene a Genova, in un’alternanza di paesaggi e luoghi che la rendono riconoscibile al mondo, ma in particolare a chi a Genova è legato, a chi si perde nei pomeriggi soleggiati tra i vicoli del centro storico, tra le case che urlano storie, a chi osserva ed è curioso, perché una città non si subisce, si vive.

Le prime inquadrature sono a volo di gabbiano e le immagini ci arrivano come se stessimo guardando la città dall’alto, è lo stesso Paolo Fossati a spiegare la scelta stilistica dettata alla necessità di raccontare Genova da un nuovo punto di vista, così come nuova è la prospettiva che questo film vuol dare alla musica d’autore.

Ed eccoci nel Museo dei Cantautori in Via del Campo 29 rosso, è lì che incontriamo Bresh e Cristiano De André.

Una cosa di questa chiacchierata colpisce particolarmente ovvero il pensiero che riferisce Cristiano De André e che è condiviso anche da Bresh: “chi fa musica per un pubblico ha la responsabilità di raccontare qualcosa di coerente rispetto alla propria persona.

 

 

Si incontra Izi due volte nel corso del film, una volta da solo, e l’altra in compagnia della donna che ha accompagnato Fabrizio De André fino alla fine, Dori Ghezzi.

Ciò che differenzia il cantautorato genovese dalle altre canzoni italiane è proprio Genova, così Izi afferma che il centro storico è come un “Vaso di Pandora”, ricco di persone semplici provenienti da ogni dove con molte storie da raccontare, che volente o nolente un artista prima o poi racconterà.

Nella conversazione tra Izi e Dori Ghezzi risaltano la ricerca della libertà, la vera libertà desiderata anche da Fabrizio De André e il tema delle fragilità, che, secondo loro, non devono rimanere nascoste per paura, ed è forte chi le accetta e le racconta, come ha fatto Fabrizio, perché è umano averne e perché fanno parte di ciascuno di noi, della nostra identità.

Tedua è un altro artista che compare nel documentario più volte, prima nella sua auto, mentre guida verso ponente sulla sopraelevata nei pressi di Principe, successivamente a Cogoleto, paese natale, precisamente tra i binari ferroviari ed infine durante la sua intervista a Gino Paoli.

Secondo Tedua ciò che principalmente accomuna le due generazioni di cantautori è il registro linguistico: provenienti tutti dalla strada scelgono di utilizzare un registro basso e spesso decidono di cambiare il significato delle parole, ad esempio rendendo una parola come “Amore” vuota e “Troia” colma di significato, ciò richiama alla nostra memoria “Il cielo in una stanza”, canzone celeberrima, che Gino Paoli ha scritto pensando a una prostituta.

In seguito Tedua ha l’occasione di misurarsi proprio con Gino Paoli e ciò che emerge dal confronto è che la musica non deve essere un “sentimento chiuso” ma un modo per aiutare il pubblico a riflettere. Così pensa il  “Maestro” Paoli, un provocatore per scelta che non da peso al pensiero che le sue parole e azioni potrebbero suscitare nelle persone che lo seguono e lo circondano.

Questo è un film che permette al pubblico di cogliere i punti d’incontro tra la vecchia e la nuova scuola genovese. Entrambi i gruppi di amici vogliono raccontare la vita nuda e cruda delle persone che fanno parte dell’ambiente in cui vivono, con parole profonde di denuncia nei confronti della società, della politica e con l’ambizione di un mondo più libero. Il riscatto sociale o la crescita personale, l’attenzione per i più deboli e gli emarginati sono i temi della loro voglia di rivalsa.

Dopo l’intervista di Tedua a Gino Paoli compaiono in scena i due ospiti speciali: Marracash e Ivano Fossati. Questi discutono sia sul legame che sulle differenze tra le due forme di linguaggio offrendo una visione non solo legata al territorio.

Marracash accomuna il rap allo stile linguistico di cantautori come De Andrè e Guccini che nei loro testi usano lessico, metrica e rime paragonabili a quelle dei rapper.

Il pensiero che Fossati ci propone è che i rapper hanno spesso uno sguardo ampio e particolare e che i loro brani sono portati ad essere conflittuali con il potere. Marracash afferma però che non è così per tutti: è molto soggettivo, ogni artista, anche dello stesso genere, ha uno stile di scrittura e delle idee musicali autentiche. Ivano Fossati aggiunge che apprezza la semplicità con la quale i rapper riescono ad esprimersi, i loro brani sono il risultato di minor elaborazone musicale in sala da registrazione rispetto alla sua generazione, che invece era attenta ad una costruzione del brano molto più complessa, a loro basta una base ritmica per comunicare un messaggio.

Il docufilm è nato da un’idea che è cresciuta nei quattro anni successivi, prima di iniziare le riprese e le interviste che sono durate circa un mese.

Il regista e l’autore, ospiti dopo la proiezione avvenuta al liceo “D’Oria” hanno raccontato di aver imparato molto da questa esperienza, il modo diverso di vivere rispetto alle proprie abitudini, un senso di apertura verso le nuove generazioni e una nuova disposizione della mente. Applausi ed entusiasmo hanno accompagnato questa Assemblea d’Istituto che è stata un tributo di amore per la musica e per la città di Genova.

La Casa dello Studente: la verità che ignoriamo.

Visita al Sotterraneo dei tormenti di Corso Gastaldi, per non dimenticare.

Di Vittoria Gandolfo, 2B

Shoah, olocausto, campi di concentramento.

Partigiani, deportazioni, rastrellamenti.

Sembrano tutte parole così lontane dalla nostra realtà, dalla nostra  città, dalla nostra vita, sembrano parole da libri di scuola: ma se fossero più vicine a noi di quanto pensiamo?

Dedica a Stefanina Moro, staffetta partigiana morta a 16 anni per le torture subite nei sotterranei della Casa dello Studente.

Ogni Genovese conosce ed è passato davanti alla Casa dello Studente, che a tutti è nota come convitto per studenti fuori sede dell’Università di Genova: infatti era proprio questo lo scopo iniziale, quando l’edificio è stato costruito nel 1933.

Forse, però, non molti sanno del fine a cui è stata adibita durante la Seconda Guerra Mondiale.

L’edificio che tutti noi siamo abituati a vedere era, infatti, la sede delle prigioni di SS e Gestapo, comandata da Friedrich Engel, detto “Il boia di Genova”.

Ad oggi, infatti, la “Casa dello Studente” è situata in Corso Gastaldi, la strada intitolata al partigiano Aldo Gastaldi, nome di battaglia “Bisagno”, ma fino al dopoguerra il nome della via era “Corso Giulio Cesare”.

Alcuni dei nomi delle persone vittime delle atrocità di cui l’edificio è stato teatro sono Vannuccio Faralli (successivamente sarebbe diventato il primo sindaco di Genova nell’immediato dopoguerra) e Stefanina Moro, staffetta partigiana.

L’orrore di cui sono pregni i muri di quell’edificio è stato portato alla luce, però, solo negli anni ’70, da un gruppo di studenti internazionalisti, ventisette anni dopo la muratura e la “rimozione” di tutto ciò che riguardava le atrocità avvenute.

Targa dedicata a Rudolf Seiffert

Ma perché così tardi? Negli anni successivi alla Liberazione si è voluto dimenticare, rimuovere, pensare al presente e non al passato.

Certamente era scomodo ricordare le SS e la Gestapo che torturano persone innocenti: forse significava fare i conti con una pagina della storia della città, che bruciava ancora troppo. Genova si è distinta durante la Seconda Guerra Mondiale ed è stata insignita della Medaglia d’oro al valor militare per il suo impegno durante la Resistenza. Ma i reati orribili commessi tra quelle mura sono stati addirittura coperti con delle semplici piastrelle e le celle trasformate in magazzini.

Giovedì 20 aprile, in occasione dell’imminente Festa della Liberazione, le classi 2B e 2H del Liceo D’Oria si sono recate a visitare proprio questo lato poco conosciuto della Casa dello Studente, inaugurata nuovamente nel 2008 dopo tre anni di ristrutturazioni.

Come prima parte della visita, le due classi hanno avuto l’occasione di osservare e toccare con mano quattro “cellette”, proprio di fianco alla mensa del convitto: esse sono, quindi al livello del mare, motivo per cui le torture avvenute in questo luogo potevano essere percepite anche dall’esterno, a causa delle urla delle vittime.

All’interno di esse si notano ancora delle scritte o delle incisioni lasciate dai prigionieri, che sfortunatamente non sono completamente leggibili a causa del successivo rivestimento in piastrelle che, staccate dagli studenti, avevano inevitabilmente portato via un po’ di ciò che era scritto su quei muri.

Via dedicata al partigiano Walter Fillak

Successivamente la visita si è spostata nei sotterranei, teatro delle torture più barbare, che non potevano essere udite dall’esterno. Ma perché fare in modo che alcune torture fossero percepibili fin dalla strada e altre no? La risposta è molto semplice.

Era bene che i cittadini sapessero a cosa si andava incontro trasgredendo alle regole, ma di certo non si poteva far sapere che queste orribili torture venivano inflitte anche al vicino di casa, al panettiere del quartiere o all’amico d’infanzia. Era meglio che le persone non fossero completamente a conoscenza dell’entità delle sofferenze, e soprattutto del fatto che tutti, anche loro stessi e le loro famiglie, potessero essere potenziali “criminali”     

Lettera originale di Rudolf Seiffert, a destra la targa dedicata a Walter Fillak nel sotterraneo

Il sotterraneo, detto “sotterraneo dei tormenti” ad oggi si presenta come uno stretto e umido corridoio, che sfocia in una galleria dalle pareti adornate da pannelli riportanti lettere di condannati a morte. 

 Questo “museo permanente” è stato dedicato dagli studenti a Rudolf Seiffert,  operaio internazionalista della “Wemer Werke Siemens”, per rendere onore  “a un tedesco nella casa di tortura dei tedeschi”.

 Gli studenti, negli anni ’70 inoltre sono anche rimasti estremamente colpiti dalla lettera che   l’uomo aveva scritto alla moglie (riportata insieme alla lettere di un altro condannato, Walter Fillak), altro motivo per cui hanno scelto di dedicare questo museo proprio a lui.

Successivamente, le classi hanno assistito a una conferenza tenuta dal professor Francesco de Nicola, riguardante il tema della  resistenza partigiana in ambito letterario.

Il professore, partendo da Il Politecnico di Vittorini, di cui ha fatto vedere agli studenti uno dei primi numeri,   ha anche citato e letto alcuni passi di libri, molti dei quali davvero noti, tra cui “Primavera di Bellezza” e “Una questione privata” di Beppe Fenoglio e  “Il sentiero dei nidi di ragno”, di Italo Calvino, e ancora “L’Agnese va a morire”, “Il partigiano Johnny” e “Uomini e no”

De Nicola ha evidenziato in riferimento a quest’ultimo il richiamo a “Uomini e topi”, di Steinbeck, con cui Elio Vittorini, l’autore, vuole esplicitare quella che secondo lui è la differenza tra chi si comporta come un uomo e chi come un topo.

Ha poi citato un libro forse meno noto, ma non per questo meno bello e importante, Bandiera bianca a Cefalonia di Marcello Venturi, che  racconta il primo episodio di eroica resistenza italiana avvenuto nell’Isola di Cefalonia, all’indomani dell’armistizio.

 

Una persona normalissima che partecipa alla storia del suo presente

Questa la definizione che durante la conferenza Giacomo Lertora, la nostra guida nella visita, ha fornito a proposito dei partigiani, spiegando anche come non siano necessarie “le ragnatele ai polsi o il martello degli dei”. Quest’ultima è un’osservazione davvero interessante, in quanto spesso si pensa di non poter fare la differenza perché, magari, troppo giovani o troppo poco rilevanti. Tuttavia, tutti i partigiani che sono riusciti, davvero, a fare la differenza, erano solo ragazzi, probabilmente neanche abbienti: grazie a loro Genova ora è medaglia d’oro al valor militare. Nonostante tutto quello che è successo nei sotterranei di quell’edificio, se ci fosse stato anche solo un solo partigiano a opporsi a quel regime, sarebbe stato motivo di orgoglio.

Durante la spiegazione del professore De Nicola, si è anche parlato di alcune testimonianze di persona che all’epoca dei fatti erano bambini o ragazzi e ricordano che i loro  genitori  passavano velocemente davanti alla Casa dello Studente, o che li tenevano lontani dalle finestre quando sentivano le urla dei condannati. Anna Ponte, nata nel 1919 e catturata nel 1944  con l’accusa di aver portato un cestino di tagliatelle ai partigiani della cascina Menta, è stata imprigionata e torturata per 59 giorni. Anna Ponte ha dovuto trascorrere cinque giorni alla Casa dello Studente, costretta in piedi in una cella umida e fredda, per poi trovarsi ad affrontare altri 54 giorni di prigionia al carcere di Marassi. Sfortunatamente la signora si è spenta il 29 luglio 2020.  La sua storia è raccontata nel libro “Due storie partigiane” di Gianni Repetto.

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Successivamente, ho anche avuto l’occasione di intervistare Giacomo Lertora, la nostra guida durante questa visita, storico e volontario per il Centro di Documentazione Logos, associazione impegnata sul fronte della divulgazione scientifica e culturale e nell’offerta di occasioni di confronto, approfondimento e dibattito, come le visite alla Casa dello studente o il Darwin Day.

Da quanto tempo si occupa di queste visite? Qual è stato il suo percorso di studi?

Ho fatto il classico anch’io, e sono un dottore in storia: ho iniziato quando ero in quarta o quinta superiore, quindi da circa quindici anni. Naturalmente all’inizio non mi occupavo di svolgere vere e proprie visite guidate, ma aiutavo, ascoltavo, studiavo e approfondivo. 

Ha mai incontrato delle difficoltà durante il suo percorso?

Più che difficoltà, in realtà, è sempre un piacere: guidare questo tipo di visite per me è importante. Non è solo un pezzo di storia, ma un momento di coinvolgimento e partecipazione in quello che riguarda noi, il nostro passato e il nostro futuro, per cui il partigiano ha compiuto una scelta. 

Non ho mai incontrato grandi difficoltà, a parte la quantità di studio: non incontro solitamente persone scontente di quello che vedono. C’è sempre un grande ritorno, dal momento che si riesce a rendere le persone partecipi di qualcosa di così grande.

Di cos’altro si occupa?

Questo è solo volontariato, il mio lavoro è quello del ricercatore storico, ma penso che sia molto importante fare anche qualcosa di questo tipo: non si parla solo di resistenza, per esempio abbiamo anche organizzato una mostra sulla guerra civile di Spagna. Il volontariato è importante perché non si dovrebbe vivere solo in qualità di singolo individuo, per due motivi principali: prima di tutto perché nessuno è da solo, nessuno ce la può fare da solo, inoltre perché vivendo solo in funzione della propria persona non si riuscirà mai a guardare più in là di se stessi.

Cosa consiglia a chi è interessato a impegnarsi in questa attività? Si può contattare qualcuno?

A chi vuole farlo, consiglio di farlo: consiglio di non pensare troppo, semplicemente di provare, leggere, studiare, approfondire.

Come contatto si può scrivere una mail (centrodocumentazionelogos@gmail.com), o comunque rivolgersi ad una delle molte associazioni impegnate in campo storico e culturale simili a Logos.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    

     

Giornalismo: mestiere e metodo

“Fare giornalismo non è solo un mestiere, è un metodo da applicare”

di Benedetta Pittaluga, 2d

Comunicazione, pensiero critico, sintesi, ma anche creatività e capacità di relazione: questo e molto altro è il giornalismo, un mestiere dinamico quanto affascinante. Le classi 2b e 2d del liceo classico Andrea D’Oria di Genova hanno potuto dare uno a sguardo a questa avvincente  professione a Roma presso la sede dell’agenzia di stampa nazionale Dire. Hanno potuto scoprire i segreti e le sfaccettature di un mestiere in continua evoluzione quale è il giornalismo e immergersi in un’atmosfera affascinante visitando la sede principale dell’agenzia grazie ad un interessante e coinvolgente incontro con i giornalisti Marta Nicoletti ed Emanuele Nuccitelli.

 

Comunicazione e sintesi, come esporre i fatti

Per essere un buon giornalista, esporre chiaramente i fatti è un’abilità fondamentale.  Poiché lo scopo principale del giornalismo è informare e fornire spunti di riflessione, bisogna fare in modo che chiunque sia in grado di comprendere lo sviluppo logico dell’articolo ed è necessario che il messaggio che si vuole trasmettere venga inteso dal lettore. Per rendere un testo giornalistico efficace, è essenziale individuare gli elementi centrali dell’argomento che si intende sviluppare, metterli in evidenza ed esporli in maniera chiara. E’ infatti vantaggioso utilizzare un lessico comune, affinché l’articolo venga facilmente interpretato da qualsiasi lettore.

 

Fake news, ricerca online e passaparola: l’importanza delle fonti

Farsi strada tra le fake news non è un’impresa semplice per un giornalista: gli errori di valutazione sono dietro l’angolo e scovare le notizie false non è sempre facile. La precisione riguardo all’attendibilità delle fonti è un elemento fondamentale nel mondo giornalistico e bisogna prestare particolare attenzione alla provenienza delle notizie. Il modo migliore per ovviare a questa problematica è andare alla fonte diretta, evitando forme di passaparola, per esempio su piattaforme social. Inoltre, nella ricerca online è efficace servirsi di siti affidabili da cui acquisire informazioni, come quelli di tipo istituzionale.

 

Team working e spunti di riflessione: il confronto e il pensiero critico

Tra redazione e riunioni in sede e interviste fuori ufficio, il lavoro collettivo e l’apertura al confronto sono capacità fondamentali di un bravo giornalista. Infatti, idee in contrasto tra  loro spesso aprono nuovi orizzonti e offrono una visione più ampia della tematica che si intende sviluppare, permettendo di argomentarla in un modo più efficace. Inoltre, il pensiero critico è un importante elemento che appartiene al mondo del giornalismo: fornire spunti di riflessione attraverso gli articoli è un obiettivo importante che ogni giornalista cerca di raggiungere, inserendo commenti che compaiono tra le righe del testo e offrendo un’ idea personale in merito all’argomento sviluppato.

la redazione della Dire di Roma

 

Inventiva e creatività, anche il giornalista ha estro

Dalle metafore negli articoli del passato alla grafica dei siti online nel presente, la creatività ha sempre voluto la sua parte nel giornalismo. Inizialmente, l’inventiva nel giornalismo aveva la sua maggiore espressione nell’aggiungere quel pizzico di creatività nello scrivere gli articoli, facendo uso di metafore e paragoni che rendevano il tutto più coinvolgente. Ad oggi, invece, in seguito alla continua trasformazione che questa professione sta vivendo, la creatività ha maggiore spazio nell’organizzazione e realizzazione di contenuti multimediali; ne sono esempio i siti online, nei quali la grafica e l’aspetto estetico giocano un ruolo molto importante per catturare l’attenzione del lettore: “Ad oggi nel mondo del giornalismo ci sono molti graphic designers che spaziano principalmente tra siti web, social e contenuti multimediali”, come spiegano i giornalisti della Dire.

 

Rompere la distanza e cogliere l’aspetto umano, saper condurre un’intervista

La sala di registrazione per videointerviste

“Quando bisogna fare un’intervista è necessario cercare di creare un rapporto di confidenza con la persona che si ha davanti e mettersi sul suo stesso piano, rompendo quel muro di ghiaccio tra intervistatore e intervistato”.

Per realizzare un’intervista ben fatta è vantaggioso eliminare la distanza tra il giornalista e il suo interlocutore, in modo da creare un’atmosfera di sicurezza con lo scopo di trasmettere fiducia all’intervistato. In questo modo, l’interpellato si sentirà più a suo agio e libero di esporsi, e allo stesso tempo l‘intervistatore potrà cogliere e apprezzare il suo aspetto umano. Tuttavia, il giornalista non deve essere troppo diretto ma dare tempo al suo interlocutore di aprirsi. Inoltre, deve saper avere tatto, per esempio nella situazione in cui l’intervistato viva una condizione di sofferenza o di difficoltà, per esempio, anche nel caso più comune di un atleta che per svariati motivi non è soddisfatto della sua prestazione: “Quando una persona soffre o è in difficoltà bisogna avere tatto e cercare di trasmetterle fiducia”.

Dinamismo e talvolta imprevedibilità, la giornata tipo del giornalista

“Il nostro mestiere è in parte programmabile, in parte si costruisce ogni giorno”. La giornata lavorativa di un giornalista è spesso caratterizzata da un’incontrastata imprevedibilità, come raccontano i giornalisti della Dire: ”La sera prima si prepara l’agenda del giorno dopo, ad ogni redattore vengono assegnati i propri appuntamenti, impegni e avvenimenti da approfondire e argomentare; verso le 21.00 circa ognuno saprà che cosa farà nella giornata seguente”. Inoltre, solitamente ci sono tre riunioni durante la giornata nelle quali i giornalisti si confrontano ed espongono le proprie idee: ”Solitamente nella riunione di mezzogiorno si fa il punto della situazione, ognuno riporta i temi della giornata”. Per quanto riguarda l’orario di lavoro, esiste un’organizzazione di turni; tendenzialmente la giornata lavorativa ha una durata di circa sette ore, ma può facilmente  subire variazioni, in base all’evoluzione degli avvenimenti e ai fatti della giornata.

 

Passione, impegno, determinazione: come diventare un buon giornalista

“Per chi desidera diventare un buon giornalista, esistono le università di scienze della comunicazione e di editoria e giornalismo, ma è consigliabile prima frequentare un corso di studi che interessi e poi specializzarsi in giornalismo”. I giornalisti della Dire consigliano ai giovani studenti che immaginano di lavorare in futuro nel giornalismo di impostare il proprio percorso in questo modo, studiando qualcosa che possa interessare per poi portare le proprie competenze in ambito giornalistico, ad esempio alla scuola di giornalismo della Rai, situata a Perugia, che offre buone possibilità per entrare in questo mondo lavorativo, specialmente con buone opportunità di stage presso realtà importanti dell’informazione.

Con questo incontro, i giornalisti dell’agenzia di stampa nazionale Dire, invitano tutti coloro che desiderano essere in futuro dei buoni giornalisti a essere determinati e a non scoraggiarsi:

Il giornalismo non sta morendo, si sta trasformando, per raggiungere il proprio obiettivo, è necessario avere la giusta dose di impegno e determinazione, ma l’ingrediente più importante di tutti è la passione, se non se ne ha una giusta quantità, è difficile arrivare dove si desidera”.

 

 

 

Perché in ambito sanitario la tecnologia da sola non basta  

Intervista a Silvia Di Maio, anestesista dell’Ospedale Galliera

di Emma Riciputi, 1B 

Se la tecnologia è ormai entrata a far parte del nostro quotidiano, in particolar modo nello svolgimento delle attività lavorative e delle professioni intellettuali, il suo sviluppo non può che condizionare in modo rilevante la vita di molte persone, anche in ambito sanitario.

Ce lo spiega la dottoressa Silvia Di Maio, anestesista all’Ospedale Galliera di Genova.

Da quanto tempo svolge il lavoro di anestesista in ambito ospedaliero?

“Da circa venti anni svolgo le mie mansioni, principalmente in sala operatoria”. 

Quali strumentazioni vengono utilizzate nel suo lavoro? 

“In particolare, vengono adoperati ventilatori, monitor che misurano i parametri vitali, macchine per emodialisi, macchine scalda paziente, programmi informatici per le terapie, per i dati clinici e per gli esami diagnostici”. 

Come si è evoluta nel corso degli anni la tecnologia nell’ambito della sua professione?

“Sicuramente molto: i presidi sono più affidabili e performanti, con la conseguenza che minore è la probabilità di compiere errori e maggiore la semplificazione delle esigenze del clinico”.

 Con l’impatto tecnologico, i cambiamenti sono stati solamente positivi o ve ne sono anche di negativi?

“Moltissimi sono positivi: una maggiore precisione nella gestione della medicina; una minore incidenza degli errori umani e l’attivazione di procedure più veloci e tracciabili. Tuttavia, si sono registrati costi elevati, anche perché non tutto ciò che l’industria propone risulta poi realmente necessario. Inoltre, le informazioni possono risultare di difficile comprensione per l’essere umano, se elaborate in tempi stretti e tutte contemporaneamente. Un’enorme quantità di dati può determinare una distrazione dall’analisi clinica del paziente”.

Il progresso tecnologico ha influenzato il rapporto medico-paziente? 

“Certamente. A prima vista sembrerebbe in modo negativo, perché nel momento in cui scrivo al computer non riesco neppure a guardare in faccia chi mi racconta l’anamnesi. Quindi, sicuramente si è realizzato un allontanamento del medico dal paziente. Tuttavia, la tecnologia ha migliorato molto la ‘presa in carico’ del malato, in quanto la sua visita sarà sempre tracciabile, consentendo di fruire in modo veloce e funzionale delle informazioni che lo riguardano”. 

I nuovi sistemi hanno avuto un impatto sulla dimensione organizzativa dell’attività medica?

“Sì, le procedure si sono velocizzate e al contempo sono divenute meno invasive e meno pericolose. Velocizzare significa poter curare più persone nello stesso tempo rispetto al passato, riducendo sia l’aggressività degli interventi che i relativi costi”.

Durante l’emergenza Covid l’evoluzione della tecnologia è stata utile?  

“La pandemia ha fatto comprendere quanto la tecnologia sia fondamentale in ambito sanitario. Nella fase iniziale, ad esempio, la mancanza dei ventilatori ha determinato l’impossibilità di trattare nell’immediato i pazienti più gravi. Successivamente, una volta forniti i ventilatori, si è evidenziato che mancavano gli operatori capaci ad utilizzare tali attrezzature. La tecnologia, perlomeno nella sanità, da sola non basta. Inoltre, essa dipende dalla corrente elettrica: in caso di blackout, fortunatamente, subentra altra tecnologia, i cosiddetti gruppi elettrogeni, delle specie di pile giganti che mantengono accesa la strumentazione vitale per i pazienti.

Tali effetti positivi permangono anche oltre il periodo emergenziale.

La sanità pubblica si è arricchita di molte apparecchiature, sono stati assunti molti medici e molti infermieri e, infine, sono migliorate le conoscenze di alcuni reparti specialistici, quali la terapia intensiva, l’anestesiologia e la rianimazione, prima di allora poco diffuse. Posso dire, dal punto di vista personale di aver vissuto l’emergenza sul luogo di lavoro in maniera molto intensa, con non poche difficoltà, ma sempre con il fine ultimo di far stare bene le persone”.

Se dovesse descrivere il suo lavoro di anestesista…

“Per me l’anestesia è come un volo aereo, in cui le fasi iniziali e finali (l’addormentamento ed il risveglio del paziente) sono molto delicati se confrontate con il “volo” che rappresenta invece il mantenimento del paziente in uno stato di sonno profondo e indolore”.

 

 







 

Un processo creativo diverso grazie alla tecnologia

Intervista a Daniele Malcontenti, responsabile tecnico delle luci al Carlo Felice

di Lisa Poverelli, 1B

un effetto speciale a forma di luna 

In che modo la tecnologia ha cambiato anche le professioni legate alla creatività?

Ce lo spiega Daniele Malcontenti, responsabile del reparto elettricisti teatrali del teatro Carlo Felice.

L’elettricista teatrale è il vero e proprio tecnico delle luci, colui che monta gli impianti e segue in consolle l’intero spettacolo. 

Ricopre un ruolo creativo all’interno della produzione; necessariamente deve essere un esperto di tecniche recitative e di arti figurative ed avere quelle competenze che gli consentano di leggere una sceneggiatura, interpretarla e “sentirla”, così da renderla al meglio sul palcoscenico e trasmettere emozioni tramite luci e colori.  

Cosa è cambiato nel suo lavoro con l’arrivo delle nuove tecnologie?

Con l’arrivo delle nuove tecnologie ci sono stati nuovi effetti speciali e nuovi tipi di illuminazione molto più interessanti e coinvolgenti. Se per preparare una scena prima ci volevano sette giorni perché era un processo molto più basato sulla manualità,  adesso ci vogliono solamente due giorni. Gli effetti vengono gestiti dal computer .

Ci sono dei vantaggi nell’utilizzo delle nuove tecnologie?

Sì,  e molti.  Per esempio non dobbiamo più lavorare manualmente, ma ci basta programmare la console sia per gli effetti che per le luci. Risparmiamo molta più energia con le nuove tecnologie rispetto a prima. Si producono effetti molto più interessanti, che attraggono il pubblico.

Ci sono degli svantaggi con le nuove tecnologie? 

Purtroppo sì, perché è molto più bassa la qualità: il pubblico non lo nota, ma noi lavoratori più anziani che sapevamo cavarcela anche prima dell’arrivo delle nuove tecnologie ce ne accorgiamo. In precedenza usavamo cinquecento proiettori, mentre adesso ne usiamo tre grandi, ma non creano la stessa luce e gli stessi colori ben scanditi.

Quali sono le nuove tecnologie usate?

Come nuova tecnologia vengono usati i proiettori motorizzati perché al suo interno ci sono varie gelatine di colori e disegni diversi che vengono comandati dalla console luci. Con i proiettori tradizionali a ogni scena dovevamo inserire  noi la gelatina colorata davanti ai proiettori. La console luce serve, appunto, per comandare i proiettori e la loro intensità luminosa, per proiettare effetti speciali, come la neve, la luna…   

 

console luci

La tecnologia arriva anche al pentagramma

Intervista a Roberto Tiranti, cantante e insegnante di canto.

di Eleonora Capone 1B

 

Se al giorno d’oggi la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nella nostra società e in molte professioni è diventata un elemento indispensabile, quale può essere il suo impatto nel mondo della musica?

E’ un elemento irrinunciabile? Come ha cambiato il lavoro dei professionisti del settore? A che cosa serve? la tecnologia nella musica?

Lo abbiamo chiesto a Roberto Tiranti, cantante e insegnante.

Roberto, quanto utilizzo fai della tecnologia nel tuo lavoro?

È ovvio che un musicista deve essere autonomo, con poco e niente e deve essere in grado di fare il proprio mestiere…”

Tiranti spiega che, nonostante il grande ausilio che la tecnologia può dare anche nel suo campo, una voce di per sé basta all’arte del canto e un qualunque strumento musicale può essere il suo accompagnamento. È anche vero che ormai la tecnologia è fondamentale negli studi di registrazione e soprattutto per la  divulgazione ad ampio raggio: “Nello studio di registrazione è importante conoscere i software adeguati per acquisire l’audio e poi per cantare sopra i pezzi registrati ed è importante anche conoscere i mezzi legati alla divulgazione per poi condividere su internet…Direi che oggi non si può più fare a meno della tecnologia”.

Senza tecnologia cosa credi che mancherebbe?

Senza l’attuale tecnologia oggi, nel mondo della musica si potrebbero utilizzare tecnologie sorpassate, cioè analogiche e non sarebbe un problema farlo, se non che i formati ormai sono tutti digitali, dunque il prodotto finito da immettere sul mercato o comunque l’elaborazione dell’audio passa sempre per il digitale e viene spesso ridotto ad un file mp3. L’abolizione delle tecnologie rischierebbe quindi  solo di diventare un grosso limite.

Durante il periodo di lockdown del 2020 ci sono state grandi limitazioni che hanno investito la vita di ognuno di noi e talvolta si è tentato di attutire questo impatto mediante l’utilizzo della tecnologia.  

Come sono state percepite queste limitazioni nel mondo musicale, come è stata utilizzata la tecnologia?

La tecnologia utilizzata nel periodo covid esisteva già, certamente, ma grazie ad essa siamo riusciti a rimanere a casa con la possibilità di condividere la musica con il mondo e anche di fare musica a distanza con altri artisti; tutto sommato ci siamo sentiti grazie alla tecnologia anche meno soli, in un certo senso di stare uniti nello stare divisi e questo è importante. Diciamo che la musica però ha bisogno di essere condivisa, dunque passata la pandemia abbiamo ricominciato  sempre di più a suonare insieme dal vivo…”

È fondamentale capire però, nonostante i grandi vantaggi che porta la tecnologia, se ci sono anche degli svantaggi, cosa ne pensi?

La tecnologia può essere un’arma a doppio taglio: dà a tutti la possibilità di fare musica, ma questi “tutti” si meritano una produzione musicale? Adesso la tecnologia consente a tutti di produrre e diffondere musica, anche se non sempre a un livello e valore artistico accettabile. Comunque non posso fare altro che parlare bene della tecnologia, perché ne usufruisco davvero tanto!”

Cosa pensa un musicista delle diffusissime applicazioni per fare musica?

Gli sviluppi degli strumenti musicali sono molteplici: da cantante posso dire che non ho una grande simpatia per l’autotune, per esempio. Capisco che in determinati generi musicali sia parte dell’arrangiamento sonoro dell’artista, però se ne è fatto un grande abuso. L’autotune è nato nel 1997, da allora ha preso piede ed è stata la copertura utilizzata da cantanti non molto bravi, per sopperire ai propri difetti, finché non è arrivata la trap che ne fa uso come se fosse uno strumento vero e proprio.

In tema di tecnologia sicuramente non ho simpatia per le scorciatoie che usa, quando, ad esempio, dà la possibilità a chi non è molto preparato di sembrarlo. Avremo sicuramente ulteriori sviluppi e grandi novità per il futuro della musica. Chissà cosa succederà un domani, cosa arriverà dopo i sintetizzatori e i campionatori, vediamo, noi siamo aperti a tutto…”

https://www.indielife.it/2019/03/21/come-la-tecnologia-ha-cambiato-larte-e-la-musica/

 

L’impatto della tecnologia nel mondo dell’animazione digitale

Intervista a Luca Cantani, della Jellyfish Pictures

Di Alessia Grandicelli 1B

Oggi la tecnologia ha un ruolo fondamentale nelle nostre vite. Non è possibile descrivere il nostro tempo senza parlare di tecnologia, perché essa porta moltissimi vantaggi non solo nella nostra vita quotidiana, ma anche nel mondo del lavoro. Abbiamo chiesto di parlarcene a Luca Cantani, impiegato nella Jellyfish Pictures, che pratica un lavoro strettamente collegato al mondo della tecnologia, quello dell’animatore digitale.

Il lavoro dell’animatore consiste nel dare vita a cose, animali o persone, che non sono realmente presenti, tramite programmi su computer, o tramite sistemi speciali, chiamati controlli, attaccati al corpo che permettono di muovere in digitale parti del corpo.

Molti pensano che il lavoro dell’animatore sia nato con la tecnologia, ma non è affatto così. Oggi è estremamente collegato ad essa, ma all’inizio i personaggi da animare erano disegnati interamente a mano. Questo perché l’animazione è nata nei primi anni del ‘900, prima dei computer e di tutti i programmi che abbiamo oggi a disposizione.

Ma non è necessario andare così indietro per trovare dei cambiamenti. Basta tornare a qualche anno fa per notare delle differenze, anche se piccole. Luca Cantani, che fa questo lavoro da un po’ di anni, ha rivelato che da quando fa l’animatore la qualità è progressivamente migliorata. Inoltre prima solo alcune parti erano animate, ora in alcuni casi è tutto digitale, sfondo compreso.

Potranno esserci ulteriori cambiamenti? Secondo Cantani potrebbero esserci dei miglioramenti dal punto di vista tecnico:  in particolare grazie al  motore rendering, utilizzato nei film e nei videogiochi per finalizzare le immagini. Attualmente il processo di finalizzazione nei film è molto lungo, al contrario dei videogiochi che usano un diverso motore rendering che calcola le immagini in tempo reale, diminuendo le tempistiche e i costi. Cantani crede che se fosse usato lo stesso motore dei videogiochi anche per i film si tratterebbe di un grande passo avanti e non esclude che possa presto accadere.

A questo punto viene spontaneo chiedersi se la tecnologia rappresenti una minaccia per i lavoratori. Abbiamo visto che la tecnologia ha preso velocemente piede nel mondo dell’animazione, siamo partiti con il disegno a mano per arrivare ai computer avanzati. Tuttavia questo non spaventa Luca Cantani che crede che la tecnologia continuerà ad essere solamente un aiuto e non una minaccia. Sostiene, infatti, che alcune cose possono essere fatte solo da noi umani. Ad esempio, se animare un leone richiede un certo procedimento e  determinate indicazioni che non possono essere assimilate e replicate dai computer.

Ma le intelligenze artificiali hanno mai causato gravi problemi all’interno delle aziende che si occupano di animazione? C’è mai stato qualche malfunzionamento o qualche attacco hacker? Cantani ritiene che sia molto difficile che si verifichino attacchi hacker, questo perché tutti i computer aziendali sono ben protetti e si adottano numerose precauzioni. Innanzitutto si fanno molte copie di uno stesso lavoro, per essere certi che non vada perso. In secondo luogo non si può usare il proprio computer, ma bisogna collegarsi a quello aziendale che, nel caso di Luca, si trova a Londra. Sta quindi alla discrezione del singolo non rivelare il progetto fino all’uscita.

La tecnologia è quindi importantissima e non deve essere vista come una minaccia, bensì come uno strumento che affianca e non sostituisce il nostro lavoro.

“Affidandosi troppo alla tecnologia si rischia di perdere la bellezza del gioco”.

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Chiacchierando di calcio e innovazioni con Edoardo Gorini, allenatore del Cittadella. 

 

Di Francesco Giovanni Repetto 1B

La tecnologia negli ultimi anni sta diventando sempre più importante e sta assumendo un ruolo da protagonista nel mondo del lavoro. I nuovi strumenti non solo aiutano nel lavoro manuale, ma permettono anche di studiare e realizzare al meglio progetti complessi. Avviene anche nel mondo dello sport e naturalmente nel mondo del calcio.

Abbiamo raggiunto Edoardo Gorini, allenatore del Cittadella, squadra che milita in serie B, a Terni, la squadra era appena arrivata in albergo pronta per la partita del giorno dopo, contro la Ternana. Gli abbiamo chiesto di spiegare come la tecnologia ha radicalmente cambiato il modo di giocare.

Buonasera Mister, intanto grazie per avere accettato questa intervista.

Buonasera, grazie a te.

Direi di incominciare subito con la prima domanda: le nuove tecnologie hanno cambiato i metodi di allenamento?

Sì, sicuramente le nuove tecnologie hanno influito molto su metodi e modalità: per esempio noi facciamo uso del GPS per  cercare di monitorare i movimenti e l’intensità dell’allenamento. Usiamo la tecnologia anche per l’analisi di una partita sia relativamente al gioco della propria squadra che a quello degli avversari; abbiamo sicuramente un grande numero di dati per gestire l’allenamento e le condizioni fisiche dei nostri calciatori.

Riuscite anche a prevenire parte degli infortuni con la tecnologia?

Si, è esatto.

Prima ha detto che le nuove tecnologie vi aiutano sul piano tattico dell’allenamento, invece sul piano fisico? Sono arrivati nuovi macchinari?

Per quanto ci riguarda, noi utilizziamo solo il GPS,  per monitorare le distanze e la quantità di allenamento per ogni singolo giocatore. I dispositivi servono anche a prevenire gli infortuni, poi è chiaro, non è che si possa prevedere tutto. Un altro strumento che usiamo per esempio è il drone, per quanto riguarda la parte tattica. Perciò si tratta di tutta una serie di strumenti che aiutano a fare al meglio gli allenamenti riducendo i rischi, certo non fanno miracoli, ma danno un grosso aiuto. Poi c’è la valutazione della persona e dell’occhio umano che fanno la loro parte.

Voi tracciate i rendimenti dei vostri giocatori, lo fate anche con quelli a cui il club è interessato per il mercato?

Per il mercato un po’ meno, nel senso che c’è un’infinità di dati che possono aiutare nel capire le caratteristiche di un giocatore, ma nessuno è determinante; vale soprattutto il fattore umano, almeno per quanto ci riguarda. Sappiamo però che altre società, in particolare quelle americane, fanno grande uso di dati, ma per noi conta molto di più il giudizio finale sul valore complessivo di una persona che deriva dall’occhio degli osservatori.

La stagione scorsa ha debuttato in Serie B il VAR. Cosa ne pensa e com’è stata la sua esperienza diretta?

[VAR è l’acronimo di Video Assistant Referee, un assistente che collabora con l’arbitro in campo per chiarire situazioni dubbie (quelle specificatamente previste dal regolamento), avvalendosi dell’ausilio di filmati e di tecnologie che consentono di rivedere più volte l’azione, a velocità variabile, da diverse angolazioni].

Secondo me è molto utile, forse deve ancora essere perfezionato, però lo ritengo uno strumento necessario. Magari crea un po’ di suspense in più durante la partita per noi e i tifosi, ma alla fine parlandone anche con lo staff abbiamo constatato che ha diminuito gli errori arbitrali e forse ha addirittura aggiunto un po’ di spettacolo alla partita.

 

Quando è scoppiata la pandemia lei e lo staff come avete gestito i giocatori a distanza con l’aiuto della tecnologia?

Durante la quarantena non siamo riusciti a realizzare tanto, gli allenamenti erano individuali e noi non li abbiamo seguiti in “DAD” perché era  troppo complicato: abbiamo semplicemente comunicato ad ogni atleta un programma personalizzato da seguire e poi ci siamo affidati alla loro professionalità. Abbiamo a che fare con professionisti: non rispettare gli allenamenti si sarebbe tradotto in un danno per loro stessi.

Pensa che il nostro campionato di Serie B debba essere finanziato di più dalla FIGC, anche per permettere l’arrivo di nuove tecnologie, come magari succede in Inghilterra con la Championship, dove vediamo trasferimenti con importanti somme di denaro?

Penso che ci sia già stato un miglioramento anche grazie all’arrivo, nell’anno calcistico in corso, di piazze importanti che hanno attirato molti tifosi.  Dopo il COVID, vedo molta voglia di venire allo stadio, rispetto agli anni scorsi noto un’affluenza molto maggiore. Penso che la Serie B sia già un campionato molto importante, ma il dislivello economico con l’Inghilterra è dovuto ai numerosi sponsor e ai diritti TV che per loro sono presenti in misura maggiore.

Da esperto, come pensa che cambierà il mondo del calcio in funzione delle nuove tecnologie?

La tecnologia porta sempre nuovi spunti che possono aiutare molto il calcio, io la concepisco  come un aiuto a velocizzare i tempi e a risparmiarli per potersi occupare di cose più importanti e più specifiche.

Nel calcio del futuro arriveranno altre innovazioni (già quella del fuorigioco semiautomatico è una novità positiva), che aiuteranno a sbagliare di meno. Tuttavia non si può essere, uso un termine esagerato, “schiavi della tecnologia”, perché altrimenti si rischia di perdere la bellezza del calcio, dove l’errore umano può far arrabbiare quando lo si subisce, ma è pur sempre parte del gioco.

Grazie ancora per il suo tempo, e buona fortuna per la partita di domani!

Grazie! Buon lavoro.

 

P.S. Il Cittadella ha vinto il giorno dopo 1-2 contro la Ternana.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anche monitorare l’ambiente è diventato più facile e più rapido

Intervista a Veronica Parodi, funzionario dell’Arpal

di Linda Manni, 1B 

 

La tecnologia è sempre più presente nella nostra quotidianità ed ha migliorato tanti aspetti della nostra vita. Grazie alle nuove tecnologie possiamo essere sempre connessi ovunque ci troviamo e in qualsiasi momento.

Veronica Parodi, che si occupa del monitoraggio ambientale, ma soprattutto di quello marino per l’Agenzia Regionale per l’Ambiente (ARPAL), ci spiegherà in che modo le nuove tecnologie hanno cambiato il suo lavoro e quali sono stati i vantaggi e gli svantaggi di questa importante innovazione.

boa con strumenti per misurazioni

In che cosa consiste il tuo lavoro?

Mi occupo di monitoraggio ambientale ed in particolare di monitoraggio dell’ambiente marino. Il mio lavoro consiste nel raccogliere ed analizzare diversi dati riferiti ad indicatori che aiutano a valutare lo stato dei nostri mari e delle nostre coste da un punto di vista ecologico”.

 

 

 

In che modo le nuove tecnologie hanno trasformato il tuo lavoro?

Grazie alle nuove tecnologie il lavoro è diventato più facile e più rapido, infatti è possibile, grazie a diversi strumenti, ottenere informazioni precise e ripetute nel tempo su diversi parametri fisico-chimici che riguardano l’ambiente. Ad esempio ci sono sonde che registrano la temperatura, la quantità di nutrienti presenti nei nostri mari o che sono in grado di determinare la presenza di microplastiche e nanoplastiche che hanno dimensioni rispettivamente minori di 5 mm e di 1 µm. Esistono robot marini come i ROV ad esempio, che riescono a fotografare e raccogliere filmati dei fondali marini a profondità altrimenti irraggiungibili per l’uomo”.

ROV per rilievi sui fondali

Quali sono i vantaggi e gli svantaggi delle nuove tecnologie?

I vantaggi delle nuove tecnologie sono legati alla possibilità di raggiungere un livello di approfondimento e di conoscenza maggiore delle problematiche ambientali. Inoltre, soprattutto negli ultimi anni, complice anche il periodo della pandemia, hanno permesso una comunicazione immediata fra le persone, si pensi ad esempio a quanto è facile ormai organizzare una videoriunione fra colleghi che si trovano fisicamente molto lontani fra loro! Gli svantaggi possono essere legati ad un rischio di isolamento e di mancanza di contatti umani e sociali nel caso se ne abusi e, se potrebbero finire per creare disoccupazione in alcuni settori”.

Come si può considerare l’innovazione tecnologica?

L’innovazione tecnologica è una grande opportunità. Bisogna, però, conoscere le nuove tecnologie per saperle utilizzare senza diventarne schiavi”.

In che modo internet ha cambiato il mondo del lavoro?

Internet ha cambiato profondamente il mondo del lavoro: da un lato ha contribuito a creare nuove opportunità e sviluppato settori inesistenti fino a pochi anni fa. Ha velocizzato alcune attività, ci permette di risparmiare molto tempo di accorciare le distanze, di comunicare con persone che vivono dall’altra parte del mondo e di garantire a tutti un accesso all’informazione”.