LETIZIA BATTAGLIA SIAMO NOI

Una donna, un’icona, una grande femminista e attivista: a Genova rappresentata dalle sue fotografie 

Di Ottaviana Masia, 5D

Il 23 ottobre scorso il Liceo Classico Andrea D’Oria ha portato i suoi studenti a visitare la mostra “Letizia Battaglia sono io”, allestita a Palazzo Ducale. La visita era stata precedentemente introdotta dal curatore, Paolo Falcone. Questa iniziativa si inserisce nell’impegno che la scuola ha intrapreso per avvicinare gli studenti a coloro che hanno saputo affrontare temi di attualità in chiave artistica. E quale forma di espressione può essere più adatta a realizzare questo connubio se non la fotografia? Questa tecnica, che nasce nell’Ottocento, si affianca da subito al giornalismo, ma si sviluppa anche come forma artistica indipendente. E spesso descrive iconicamente i temi di attualità, anche i più scottanti: si pensi ai reportage dalle zone di guerra, o dai Paesi più poveri della Terra.

Non molti (ancora) i fotografi donna, e ci ha molto colpito che invece questa mostra fosse incentrata sul lavoro di una persona che nella vita, proprio in quanto donna, ha dovuto affrontare grandi difficoltà, sia personali che professionali. Letizia nasce a Palermo nel 1935, in una famiglia ancora patriarcale. A soli 16 anni scappa di casa e si sposa, nella speranza di affrancarsi da una realtà troppo pressante e che la condiziona. In realtà il matrimonio si rivela solo come il passaggio da una realtà famigliare patriarcale ad un’altra. Dal punto di vista professionale, la Battaglia è stata una delle prime donne fotografe a lavorare in Italia per un grande giornale: facile immaginare quanti pregiudizi avrà incontrato nella sua carriera, unica donna in un mondo di uomini.

Carriera di Letizia

Inizia come giornalista de “L’Ora” di Palermo, negli anni Settanta del secolo scorso. È proprio su quel quotidiano che si comincia a parlare di mafia non più come semplice espressione della criminalità locale, ma come fenomeno ben più complesso ed esteso, contiguo al potere politico ed economico della Sicilia, in grado di condizionarne la classe dirigente, e perfino di estendere il suo influsso alle stanze romane.

“Qui è stato assassinato dalla mafia Giuseppe Impastato giovane giornalista e militante comunista. Cinisi,1978”

  Durante uno dei suoi servizi, Letizia incontra una prostituta          coinvolta in un caso di omicidio: al termine dell’intervista le fa      un paio di scatti fotografici, e uno di questi viene pubblicato.        Nasce così il suo desiderio di esprimersi attraverso la             fotografia. Dapprima a Milano, come corrispondente al Nord de   “L’Ora”,   poi di nuovo a Palermo, alla fine degli anni Settanta,     quando sta   per cominciare la guerra di mafia con la quale i       Corleonesi   attaccheranno le vecchie cosche cittadine per   assumere il   controllo dell’”Onorata società”.

 

Mafia

“Mafia: omicidio di Cesare Terranova. Palermo”

Famosissima la   sua  foto del   cadavere del giudice Terranova, uno dei primi magistrati uccisi, perché aveva capito che, se si voleva davvero combattere la mafia, bisognava colpirne le attività economiche.

L’anno scorso abbiamo affrontato la lettura di “Solo è il coraggio”, romanzo con il quale Roberto Saviano onora la memoria di Giovanni Falcone, e dei tanti altri giudici – come Terranova – che hanno combattuto la mafia a costo della vita. E le foto della Battaglia ci hanno riportato a questi temi, completando con le immagini quanto avevamo appreso dai testi.

E ci hanno permesso di comprendere quanto sia importante, nel giornalismo, la sinergia fra la parola scritta e l’immagine, tanto più quando quest’ultima – come nel caso della Battaglia – può davvero essere considerata un’opera artistica.

Arte che nel suo caso non deriva dal formalismo fotografico, ma piuttosto dal suo modo di porsi nei confronti di ciò che fotografa. La Battaglia non ha seguito alcuna scuola di fotografia, non ha imparato dai grandi maestri, ma ha un suo stile personale. Scatta le sue immagini con un grandangolo, ponendosi quindi ogni volta al centro della scena, vicino all’oggetto che vuole ritrarre, rendendolo soggetto: che sia mafioso, persona per bene, bambino, per lei tutti hanno la loro dignità, nessuno può violarla anche se hanno commesso le peggiori efferatezze. E le sue foto diventano strumento, lotta, denuncia, perché in esse non è la tecnica che domina, ma la pietas.

L’amore di Letizia per le donne

Visitando la mostra ci siamo accorti che a Battaglia non è solo “la fotografa della mafia”. Applica il suo stile alle tante situazioni in cui sono conculcati i diritti civili, in cui le minoranze sono discriminate. E spesso i suoi soggetti sono donne o bambine:

“Amo fotografare le donne perché sono solidale: devono ancora superare tanti ostacoli verso la felicità, in questa società maschilista che le vuole eternamente giovani, belle, con una concezione dell’amore che spesso, in realtà, è solo possesso. E cerco gli occhi profondi e sognanti delle bambine […]”.

Immagini di vittime della mafia, immagini di mafiosi, immagini di bambine dei quartieri poveri, immagini di donne vittime della violenza: tutte loro hanno prodotto in noi una grande impressione, che non dimenticheremo: per questo possiamo dire che, ormai, Letizia Battaglia siamo tutti noi.

 

 

“Io capitano”: il regista parla a Genova con i ragazzi

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Dopo la visione del film, Matteo Garrone si è trattenuto a rispondere alle domande riguardo al suo ultimo lavoro

Di Agnese Campus, 5D

Il giorno 5 ottobre 2023, presso il cinema Corallo di Genova, diverse scuole hanno assistito alla proiezione del film “Io capitano” e hanno potuto incontrare il regista Matteo Garrone, che si è reso disponibile per rispondere alle domande dei ragazzi presenti in sala.

Il film in questione è stato disponibile nei cinema dal 7 settembre di quest’anno e ha vinto il Leone d’argento per la regia al festival del cinema di Venezia.

Il protagonista è un ragazzo del Senegal che, con suo cugino, scappa di casa e intraprende il viaggio lungo e disperato verso l’Europa. Una terra che sembra perfetta secondo l’immagine irrealistica che se ne sono fatti i due giovani e che è molto difficile da raggiungere. Devono attraversare il deserto, prima stipati nel cassone di un fuoristrada, poi a piedi. Vedono persone morire ed essere lasciate indietro. Vengono separati, il protagonista, Seydou, viene torturato e poi venduto come muratore.

Il ragazzo ha la fortuna di incontrare un uomo che si prende cura di lui e un padrone che decide di lasciarli andare. Così arriva a Tunisi e lavora mentre cerca suo cugino, senza il quale non vuole andare in Italia. Quando i due finalmente si ritrovano, ma le condizioni di salute del cugino sono pessime. È appena scappato dalla prigione dove era rinchiuso, ma gli hanno sparato a una gamba. Ormai senza soldi, sono costretti ad accettare di guidare la barca verso l’Italia per poter partire. Il viaggio in mare dura giorni e le persone a bordo si sentono male, ma alla fine Seydou riesce ad arrivare vicino alle coste italiane e, contro molte aspettative, nessuna delle persone a bordo muore. Il film si conclude con l’immagine del protagonista che grida all’elicottero di soccorso che sono tutti salvi grazie a lui, il capitano.

Il film è crudo ed emozionante. Raccolta con grande realismo la vicenda e i sentimenti dei protagonisti arrivano dritti al cuore. Molto particolare è la scelta di aver lasciato i dialoghi in lingua originale, sottotitolati. Il regista, quella sera, ha spiegato che in questo modo la storia sembrava più autentica, mentre con il doppiaggio aveva meno impatto. Infatti l’obbiettivo del film era avvicinare il più possibile il pubblico ai protagonisti e mettere in luce un aspetto dei viaggi che spesso non vediamo raccontato.

Per rispondere a una delle domande, Matteo Garrone dice che ogni film è un viaggio e questo è stato un viaggio in una cultura non sua, con mille paure e insicurezze legate a ciò. Dice anche che ha avuto il timore di strumentalizzare le storie dei migranti e non saper trattare al meglio il tema, con la giusta profondità e immedesimazione.

Verso la fine della serata qualcuno ha chiesto se le storie raccontate nel film fossero reali o quantomeno realistiche. Il regista ha spiegato che la pellicola è frutto della fusione di molte storie che lui stesso ha ascoltato, ma purtroppo di solito la realtà è peggio di quello che è stato rappresentato e alcuni racconti erano così atroci che, messi in scena, sarebbero stati inverosimili.

Sicuramente il film ha meritato il successo che ha avuto. Il messaggio che manda non è politico, ma comunque di forte impatto, attuale e trattato con i giusti mezzi. Nonostante la critica positiva, sconsiglio a un pubblico sensibile o eccessivamente giovane di vederlo, alcune scene sono molto crude ed emozionanti. Auguro invece buona visione a tutti gli altri!

 

 

 

Una vita da giornalista

Giornalista è “chi per professione, scrive per i giornali e chi collabora, come redattore, alla compilazione di un giornale”, questa è la definizione secondo la Treccani. Ma sapete realmente cosa significa essere giornalisti oggi e cosa si cela dietro?

di Rebecca Fineschi e Martina Rosillo, 2d.

Quello del giornalista era un mestiere abbastanza accessibile, bastava una buona creatività, capacità comunicative e tanta passione. Oggi invece tutto è cambiato, in quanto per essere un giornalista professionista, è necessario ampliare le proprie conoscenze in diversi ambiti, in particolare saper utilizzare i nuovi mezzi comunicativi (social media, mass media…)https://www.sixor.it/blog/2021/02/23/la-seo-sui-social-media/

Per questo lavoro bisogna essere attivi tutto il giorno poiché grazie alle nuove tecnologie  la divulgazione  può avvenire in tempo reale, in qualsiasi luogo.https://temi.repubblica.it/repubblicagenova-i-nostri-20-anni/2012/10/29/i-nostri-20-anni/

In passato la redazione era operativa per un numero di ore limitato: il pomeriggio in cui i giornalisti cercavano e scrivevano le notizie e la notte in cui veniva preparata la stampa del giorno successivo. Questo poteva accadere perché  le notizie viaggiavano più lentamente, mentre oggi c’è la possibilità di pubblicare e ricevere le informazioni in tempo reale. Per molti leggere i giornali online è molto più semplice e comodo  di andare a comprarlo in edicola perché oltre al testo e alla foto, in rete,  si possono trovare anche audio e video. Una testimonianza di questo cambiamento è che nella redazione ”Repubblica Genova” è presente un operatore incaricato di aggiornare i social minuto per minuto anche durante la notte.

Per questa nuova forma immediata, a volte si può rischiare di cadere nell’oblio delle fake news, a causa della fretta e competizione tra giornalisti e redazioni. Sarebbe infatti meglio, come dice Luigi Pastore, caporedattore di “Repubblica Genova”, verificare con i propri occhi, e magari non scrivere tante cose e sbagliate, ma poche e corrette. Quindi non va sottovalutata l’importanza dei contatti, indispensabili per  l’immediatezza e la veridicità dell’informazione.

La vita del giornalista inoltre è molto interessante, infatti si possono conoscere nuove persone, si impara a relazionarsi con tanti tipi umani e sociali e magari si incontra anche qualche celebrità!

Non bisogna sottovalutare la grande responsabilità di questo mestiere, perché attraverso il racconto del giornalista i fatti acquistano significato e si intrecciano ai racconti personali dei lettori.

Le classi seconde del Liceo D’Oria, del percorso umanistico, ringraziano Luigi Pastore, caporedattore di “Repubblica Genova”, che è riuscito con grande disponibilità ad approfondire vari aspetti della vita di un giornalista, facendo capire che, dietro a questo lavoro in continua evoluzione, le cose fondamentali restano la determinazione, la preparazione ma soprattutto la passione.

Oggi, nella lotta alla mafia, a fare la differenza è l’indifferenza

“La mafia uccide, il silenzio pure” (Peppino Impastato)

di Francesca Custo, Rebecca Fineschi, Alice Villa, 2d

Non si uccide solo con le armi, il potere criminale non ha più bisogno di sparare o di usare le forme arcaiche, i mafiosi sono parassiti che agiscono da dentro”.

Queste le parole di Don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera, ospite al Salone del Maggior Consiglio a Palazzo Ducale di Genova nell’ultima giornata del BookPride, in occasione della presentazione del libro intitolato “Punto e a capo. Storia ed evoluzione di mafia e antimafia in Liguria” a cura di Marco Antonelli, Stefano Busi e con la prefazione di Luigi Ciotti.

Lo scopo di questa pubblicazione è quello di raccontare la storia della mafia ligure sotto diversi punti di vista, affinché i cittadini si sentano sollecitati a testimoniare, non rimanendo indifferenti alla storia di presenze mafiose della ‘ndrangheta nella sanità, nell’ambiente, nei porti, e nella politica della nostra regione. Una vicenda lontana nel tempo, come una riunione per il contrabbando di bergamotto a Ventimiglia, segnala una ‘ndrangheta non infiltrata ma già radicata nel nostro territorio fin dal 1954. 

Molti sono gli uomini citati da Don Ciotti che hanno lottato contro questo male in Sicilia e non solo: 

Pio La Torre, una vittima che vinse sulla mafia
Pio La Torre

Pio La Torre, ucciso il 30 aprile 1982, quattro mesi prima dell’introduzione della legge da lui promossa, detta poi “Rognoni-La Torre”, che introdusse nel codice penale l’articolo che prevedeva per la prima volta il reato di “associazione di tipo mafioso” e la confisca dei patrimoni di provenienza illecita.

Carlo Alberto dalla Chiesa nominato prefetto a Palermo per contrastare Cosa Nostra e dopo solo quattro mesi dal suo insediamento ucciso a Palermo il 3 settembre del 1982 insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro.

Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa
Il magistrato Bruno Caccia

Bruno Caccia, Procuratore della Repubblica a Torino, vittima di un agguato criminale il 23 giugno 1983, a causa delle sue indagini sui traffici della ‘ndrangheta in Piemonte.

 

 

 

 

 

Don Ciotti ricorda che Libera è una rete di associazioni che dal 1995 si sono unite non solo contro le mafie, la corruzione e le dipendenze ma soprattutto per la giustizia sociale, la ricerca di verità e per una politica trasparente perché come aveva detto Don Luigi Sturzo il crimine da organizzato è diventato NORMALIZZATO:

«La mafia stringe nei suoi tentacoli giustizia, polizia, amministrazione, politica; la mafia oggi serve per domani essere servita, protegge per essere protetta, ha i piedi in Sicilia ma afferra anche  Roma, penetra nei gabinetti ministeriali, nei corridoi di Montecitorio, viola segreti, sottrae documenti, costringe uomini creduti fior d’onestà ad atti disonoranti e violenti. Il dubbio, la diffidenza e la tristezza invadono l’animo dei buoni e si finisce per disperare. È la rivelazione spaventevole dell’inquinamento morale dell’Italia, sono le piaghe cancrenose della nostra Patria, l’immoralità trionfante nel governo».

Queste parole sono tratte dal testo teatrale, “La mafia”, che Don Luigi Sturzo, fece rappresentare nel febbraio del 1900 al Teatro Silvio Pellico, di Caltagirone, sua città natale e per la prima volta in assoluto osavano raccontare il fenomeno mafioso.

Don Ciotti conclude poi con un’ultima osservazione.  Specifica che non basta tagliare l’erba in superficie, perché l’ultima mafia è sempre la penultima, perciò si deve estirpare il marcio dalla radice altrimenti si rigenererà e per farlo bisogna salvaguardare le Istituzioni che sono sacre e potenziare l’educazione fondandola sui tre pilastri del vivere civile: Impegno, Memoria, Cultura.

Finché non ci saranno abbastanza conoscenze sull’argomento, la mafia continuerà ad esistere, ma ognuno di noi è chiamato a fare la propria parte.

 

Il teatro è un’isola di libertà

di Giulia Masullo, 2 d

Nel centro di Copenaghen è presente sospesa nell’acqua un’isoletta di cristallo, è il teatro nazionale  danese : l’Opera di Copenaghen.

È noto per essere uno tra i teatri più moderni al mondo, nonché il più costoso mai costruito .

Infatti presenta una costruzione architettonica totalmente differente da quelli del resto di Europa: il teatro nazionale danese è interamente costruito in vetro e grazie a questa scelta di materiali sembra proprio di essere sospesi sull’acqua.

In generale non si trovano teatri europei con queste caratteristiche, ciò ci permette di apprezzare al meglio questo spazio così inusuale quanto suggestivo.

L’esterno del teatro è caratterizzato da vetro e da un rivestimento in pietra calcarea, è posto su un sistema di costruzione a palafitte completamente circondato dai tipici canali danesi, progettati per creare un atmosfera al suo interno diversa da quella classica .

Qui ogni spettatore ha la possibilità di dare sfogo alla propria creatività e proprio per questo lo spazio vuoto presente nel teatro non per forza deve essere inteso come ambiente non sfruttato ma come luogo di libertà creativa.

Infatti questo non è assolutamente un teatro povero, fattore testimoniato anche dal costo elevatissimo per la costruzione, pari ai 500 milioni di dollari investiti dal governo danese, ma è un teatro diverso non solo per l’arredamento più minimalista e moderno, ma soprattutto per la libertà che lascia a chi lo visita.

da www.alamy.com

Lasciando molto spazio alla modernità all’interno del teatro possiamo notare che gli spazi hanno uno scopo dunque diverso: si punta più sulla diversità piuttosto che alla bellezza vera propria .

Per accedere all’edificio  sono stati costruiti una serie di ponti fatti interamente di quercia, i quali sono a loro volta raggiungibili grazie ad un’organizzazione di battelli che permettono di prelevare gli spettatori per farli accedere all’interno del teatro.

Nyhavn

Questi battelli si possono prendere in uno dei canali principali e più famosi di Copenaghen: il Nyhavn il vecchio porto di Copenaghen.

Il teatro può ospitare tra i 1492 e i 1703 spettatori, a seconda delle dimensioni dell’orchestra .

Ovviamente tra queste numerose persone non può mancare il posto per la regina Margherita II di Danimarca, la quale ha un suo palchetto privato presso la parte più a sinistra dell’auditorium.

Questo arrangiamento per niente convenzionale è stato scelto perché la regina ama stare vicino al palco per vedere gli artisti che si preparano nel backstage prima di salire sulla scena, differentemente da quanto le sarebbe concesso se fosse seduta in una posizione più centrale .

Possiamo dire che il teatro non ha epoca, tempo o stile, è una sfera di cristallo che ospita e protegge al suo interno anni e anni di cultura e per quanto esso possa essere particolare rappresenta un punto fermo e saldo nel tempo che riesce a evocare ed esaltare la magia dell’arte umana.

da www.copenaghen.it

Una miniera da scoprire

Oggi sempre più italiani ambiscono alle vacanze in territorio estero, c’è la tendenza a pensare che le cose più belle siano sempre lontano da noi.

di Martina Rosillo, 2d

Indubbiamente volare a dieci ore di distanza ci permette di conoscere realtà nuove e diverse che ci affascinano molto. Ma anche restando in Italia possiamo catapultarci in posti sconosciuti che hanno un immenso patrimonio culturale e naturalista: è il caso del Salento.

Oggi la Puglia è visitata da 1 milione di turisti all’anno, la sua popolarità e dovuta soprattutto ai suoi vasti litorali ricchi di lidi e i piccoli paesini costituiti di sole case vacanze, alle splendide città d’arte come Lecce e le splendide aree protette. La Baia dei turchi ne è un esempio.

Area protetta Baia dei Turchi, scogliera

 

Lido Marini località urbanizzata per la sua posizione nelle Maldive del Salento

In passato le cose erano molto diverse, nel 1958 quando un indagine ISTAT ha riportato i primi segni di un flusso turistico italiano, la Puglia non era altro che una miniera d’oro a cui non era concessa la possibilità di essere esplorata: mancavano le strutture ricettive, la bonifica di immensi territorio campestri inselvatichiti e grezzi, mancavano i servizi, l’acqua e la luce e anche la capacità di accoglienza. Negli anni ’80 si inizia a comprendere che la richiesta è alta e di conseguenza c’è un reale bisogno di arricchire l’offerta, a questo punto gli investitori vedono un potenziale di guadagno e iniziano a costruire case vacanze ed enormi villaggi turistici a picco sulle coste, dopo pochi anni quello che si è ottenuto è una costa invasa dagli abusi edilizi, un entroterra pressoché deserto e una popolazione che cerca di digerire la mole di turisti in arrivo senza alcuna protezione sull’artigianato locale da parte della Pro-loco, dalla Provincia o dalla Regione. Il 6 dicembre 1991 con l’articolo 34 della legge n. 39, vengono riconosciuti 118.144 ettari di aree protette, questo è stato un primo grande passo per valorizzare il territorio salentino e successivamente nel 2013 con la legge n. 24 erogata dalle regione Puglia a favore dello sviluppo, la promozione e la tutela dell’artigianato pugliese ha permesso di tutelare i Pugliesi salvaguardando i talenti e i mestieri dell’artigianato artistico – tradizionale. 

Hotel Terminal prima struttura ricettiva di Gallipoli
Negozio di artigianato di Alberobello che utilizza solo materiali di scarto.

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi gli abusi edilizi non sono finiti, ma il turismo in gran parte ha più interesse a conoscere il territorio autentico e non più esclusivamente a passare la vacanza nelle spiagge attrezzate.

Vediamo dunque le principali attrazioni nel meraviglioso Salento. Partiamo da Lecce nominata “Signora del Barocco” proprio per i suoi edifici storici e religiosi appartenenti a questo periodo storico. Entrando nel centro storico notiamo Porta Napoli a dare il benvenuto nel centro interamente costruito con la pietra leccese che con il suo colore biancastro dona un’atmosfera molto particolare, nel centro possiamo trovare tanti palazzi storici, la Basilica di Santa Croce e l’Anfiteatro Romano. 

Basilica di Santa Croce, Lecce
Anfiteatro romano, Lecce

 

 

 

 

 

 

Porta Napoli, Lecce, apre le porte del centro storico

 

 

 

 

 

 

A Lecce possiamo trovare un museo archeologico molto particolare: Museo Faggiano. La sua particolarità deriva dal fatto che il museo non era altro che una casa, acquistata dal signor Luciano Faggiano che costretto a rompere i pavimenti per problemi di umidità portò alla luce reperti che racchiudono un arco di tempo di 2000 anni.

Museo Faggiano, immagini dei primi scavi avvenuti in loco

La città di Gallipoli frequentata soprattutto per la sua vita notturna possiede anche un importante patrimonio storico come ad esempio il suo centro storico e il Castello trasformato dall’architetto Francesco di Giorgio Martini da magazzino a fortezza. Abbandonato fino al 2014 è stato acquistato e reso accessibile al pubblico dal Comune.

Castello di Gallipoli, cortile interno

Non bisogna dimenticare la splendida area marina protetta della Baia dei Turchi. Situata sull’Adriatico, offre chilometri di spiaggia quasi bianca e acque cristalline, non raggiungibile direttamente con le auto, ma solo a piedi attraversando una fitta pineta che porta anche alle piscine naturali della baia, create da un’imponente scogliera. Un ambiente completamente naturale ancora non toccato dall’invadente mano dell’uomo.

Proprio sulla punta del Salento troviamo Santa Maria di Leuca dove possiamo ammirare il punto in cui il Mar Ionio tocca l’Adriatico.

Infine, la piccola cittadina di Ostuni nell’entroterra, con il suo centro storico completamente dipinto di bianco e le sue famose ceramiche ed i trulli di Alberobello patrimonio dell’UNESCO.

Ostuni

 

 

 

 

 

 

 

 

Spiagge, città d’arte, chilometri di prati, campi coltivati e di nulla cosmico, una popolazione locale che tira fuori qualsiasi cosa per far conoscere il più possibile del proprio territorio, questa è solo una parte di tutto quello che si può ammirare in Salento, un ottimo compromesso tra relax e cultura. Sebbene per la Puglia la strada sia ancora lunga merita un po’ del tempo di tutti noi.

 

Il dolore di una DIVISIONE

La porta di Brandeburgo, la fine di un popolo e la sua rinascita   

 

di Paolo Piciocchi, 2d

La Porta di Brandeburgo sorge nel 1791, eretta dal celebre architetto tedesco Carl Gotthard Langhans. Questa famosissima opera, commissionata da Federico Guglielmo II di Prussia, fu realizzata come segno di pace.

Lo stile adottato è un’imitazione del dorico-romano, infatti ai piedi delle colonne sono presenti basi che richiamano quello greco. Sulla sommità troviamo una quadriga con i simboli del Regno di Prussia come simbolo del massimo splendore che esso rappresentava.

Nel ’45, durante l’assedio di Berlino, divenne l’obiettivo finale di conquista per l’Armata Rossa.

La Porta rappresenta l’ingresso ufficiale primario della divisione.  

Muro di Berlino - Berlino.com

Le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale, stabilirono un accordo che sanciva la divisione della Germania. Gli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito acquisirono il dominio della parte occidentale . All’ URSS  toccò la parte orientale.  L’ URSS in una sola notte costruì un sistema di fortificazioni passato alla storia come Muro di Berlino. Esso divideva la metropoli in due. Vari furono i tentativi di fuga dall’ inferno dell’ Est, ma la maggior parte non giunsero a compimento.

Caduta del Muro di Berlino: la fine di un simbolo - Focus.it

Nel 1989 le grandi masse, specialmente formate da gruppi giovanili, si rivoltarono per porre fine alla sofferenza. Possiamo scrutare in questo evento di come specialmente la gioventù abbia sofferto la divisione forzata e la dittatura. I giovani tedeschi e tutti i giovani europei, oggi possono pensare e meditare su questi fatti affinché tali circostanze non possano mai più ripetersi.

La porta di Brandeburgo e ciò che rimane oggi del muro di Berlino.

Tutte le dittature prima o poi crolleranno, la Storia lo insegna, perché i totalitarismi non rispettano una forza naturale dell’uomo: la libertà. Essa infatti sprigiona un senso unico nell’Umanità. Infatti un singolo individuo non può decidere le sorti della vita altrui, perché gli uomini, animati da una costante ricerca del proprio benessere, non smettono mai di cercare la felicità. 

Al Museo dell’Emigrazione non sei solo uno spettatore

Genova, la porta dell’Europa

di Lidia Rossi, 2D 

Se pensiamo al ruolo che Genova ha avuto, e ha tutt’oggi, nei rapporti esteri, capiamo subito come mai sia stata scelta per ospitare il Museo dell’Emigrazione Italiana. Non solo la scelta di una delle Repubbliche Marinare non è casuale, ma anche il palazzo in cui è collocato il museo: la Commenda di San Giovanni di Prè.  Edificata nel XII secolo, è pregna di significato: essa è stata per secoli luogo di accoglienza e punto di passaggio per i pellegrini e le crociate, fino agli emigranti dell’Ottocento. Il museo è anche in stretta relazione con il Mu.MA – Istituzione Musei del Mare e delle Migrazioni e in particolare con il vicino Galata Museo del Mare.  Esso ospita la sezione sui viaggi transoceanici “Memoria e Migrazioni” e la sezione sull’immigrazione.  

la commenda di San Giovanni di Prè- 
museo dell'emigrazione genova
la Commenda di San Giovanni di Prè

La mostra si svolge come un romanzo corale; attraverso i tre piani suddivisi in sedici aree, si rivivono le storie di protagonisti dell’immigrazione. Questo grazie a fonti primarie come le autobiografie, i diari, le lettere, le fotografie, i giornali, i canti e le musiche che accompagnavano gli emigranti, ma non soltanto. Il museo si interroga su domande che ancora oggi sono molto attuali:

perché tutte quelle persone hanno voluto lasciare il paese? Si sono integrate una volta arrivate a destinazione? In quanti non sono mai arrivati? A tutto questo rispondiamo con i dati e le fonti che abbiamo, esposti al visitatore sotto forma di contenuti interattivi e multimediali. 


“Il nostro scopo era creare empatia tra visitatori e migranti. Se è vero che l’emigrazione lascia segni più nelle vite delle persone che nell’ambiente circostante, allora noi dovevamo mettere in mostra non cimeli e materiali, ma quelle vite. “– P. Campodonico, direttore del museo. 


Oltre all’emigrazione in altri paesi, il museo tratta dell’immigrazione interna al nostro paese, che ha caratterizzato molti periodi: lo spostamento di massa dalle campagne alle città durante la rivoluzione industriale, l’immigrazione da Sud a Nord durante il boom economico degli anni ’60. 

Ideato non solo per informare, ma anche per ricordare, il museo ospita un’installazione artistica raffigurante un planisfero che mostra i luoghi di tragedie che hanno coinvolto l’emigrazione: dal naufragio del Sirio all’incendio della Triangle a New York, dai fatti di Aigues Mortes alla strage di Marcinelle, passando per disastri minerari e naufragi. Persone che non vanno lasciate annegare nella memoria e la cui storia non è poi così diversa dai migranti che ancor oggi muoiono in stragi silenziose. 

memoriale per i caduti dell'emigrazione- museo dell'emigrazione genova
Genova, Commenda Pre – memoriale per i caduti

ETT e l’evoluzione dell’informazione, nei musei e non solo

Il museo è interattivo grazie a 70 postazioni multimediali, 65 monitor, 25 proiettori laser a cui ha lavorato il gruppo ETT con sede a Genova, un’organizzazione internazionale che si interessa a vari campi dell’informazione, lavorando nel punto di incontro tra spazio fisico e spazio digitale. Uno dei progetti principali riguarda l’allestimento di musei, che con elementi interattivi nell’esposizione riuscirà ad affascinare e coinvolgere i visitatori di ogni età. 

L’ETT inoltre collabora attivamente con progetti culturali di vario tipo: fornendo alle scuole telecamere 360 e stampanti 3D che, con realtà virtuale e aumentata, porteranno lo studente al centro dell’apprendimento. Per le scuole, in collaborazione con Rai Cinema, ETT ha realizzato due video interattivi e VR sulla Divina Commedia, che tutti possono gratuitamente esplorare sul sito di Rai Cinema. Tra musei, opere d’arte e testi, ETT richiama i giovani alla cultura, riuscendo però ad affascinare anche i più grandi. 

uno degli allestimenti di ETT per il museo dell'emigrazione- museo dell'emigrazione genova
Genova, Commenda Pre – allestimento ETT per il MEI

Strappiamo i corsetti, viva la libertà!

Visita al Museo delle Donne di Merano alla scoperta dei reali diritti delle donne

di Alice Villa, 2D

Quando studiamo la storia sentiamo sempre di uomini che hanno cambiato la nostra esistenza, di eroi, di re spietati e cattivi, ma mai di donne che hanno reso il mondo un posto migliore. 

La storia delle donne è sempre narrata in maniera marginale, come se non avessero fatto nulla di speciale, ma ci sbagliamo. Senza donne coraggiose e forti noi saremmo fermi probabilmente al Medioevo. Anche le donne hanno fatto la loro parte di ciò che oggi davanti ai nostri occhi sembra qualcosa di scontato.

Il Museo delle Donne a Merano ci fa comprendere una prospettiva tutta nuova dell’interpretare il ruolo della donna, ci apre gli occhi su ciò che il sesso femminile ha dovuto affrontare nella storia e perché ha sicuramente sofferto più del mondo maschile.

ingresso del museo dove è presente la prima teca da osservare.

Il museo è situato in Via Mainardo,2 e contiene, seppur sia di esigue dimensioni, molteplici fonti inerenti ad argomenti davvero toccanti; non solo il ruolo della donna, ma anche le sue insicurezze fisico-psicologiche e l’ambito sessuale.

 

 

 

 

 

All’ingresso del museo possiamo trovare una colonna centrale dove a tutto tondo si può osservare la sua storia: esso nasce nel 1988 da Evelyn Ortner

https://www.museia.it/it/museo/passato-e-presente/

e ad oggi ha fama internazionale con lo scopo di sensibilizzare tutti i visitatori riguardo la storia delle donne, affinché non abbia repliche.

 

 

 

Appena usciti dal museo troviamo il monumento centrale della via: l’enorme corsetto in stile moderno, il simbolo del museo. E’ costituito di ferro e plastica e rappresenta l’oppressione, l’odio, il dolore e le derisioni che le donne hanno dovuto subire e che ancora oggi, in alcuni paesi, continuano a sopportare.

Il corsetto  (come leggiamo da un cartello esposto in una delle teche all’interno del museo) nasce nel Rinascimento a imitazione del corsaletto in ferro dei soldati. Il corpo naturale della donna veniva considerato inferiore e per questo motivo veniva loro dato l’obbligo di indossarlo con lo scopo di uniformarle al corpo dell’uomo, eliminando le “imperfezioni” costituite dal seno.

Il corsetto continuerà a tormentare il corpo delle donne fino alla Prima Guerra Mondiale, quando poi sarà più complicato fabbricarli, dato che erano costituiti da stecche di balena e perciò verranno sostituiti da busti elastici.

La donna nel passato veniva trattata come oggetto di fecondazione, e non tanto come una persona con dei sentimenti affini a quelli dell’uomo.

Possiamo riscontrarne un esempio in una teca dove è presente il periodo della seconda guerra mondiale fino agli anni sessanta: osserviamo un manichino che indossa una collana con una specie di “medaglia” a forma di croce su cui notiamo una svastica in bella vista.

Ai tempi veniva denominata “croce d’onore” ed era un premio donato alle madri: più facevano figli, più il materiale della croce era prezioso. 

Una medaglia per le benemerite connazionali che hanno partorito figli di sangue tedesco e senza tare ereditarie… nati vivi 

Al quarto figlio ricevevano una croce placcata in bronzo, al settimo in argento, all’ottavo in oro.

Come viene spiegato questa è una crudeltà; non solo perché le donne venivano usate unicamente per produrre prole, ma anche perché ciò le sminuiva, non lasciando loro la possibilità di sentirsi alla pari del sesso opposto. Alcune donne sono diventate consapevoli di tutto questo e hanno provato, purtroppo senza successo, ad evitarlo.

L’esempio che ci viene proposto è la ribellione ad impronta sociale di Marie Gouze, che affidò alla scrittura dei manifesti il tentativo di riuscire ad ottenere pari diritti. Venne presto scoperto il nome falso che utilizzava per sembrare un uomo (Olympe de Gouges) e venne immediatamente ghigliottinata nel 1793.

Nessuno deve essere perseguitato per le sue opinioni, anche di principio; la donna ha il diritto di salire sul patibolo, essa deve avere pure quello di salire sulla tribuna.

Olympe de Gouges, Parigi, 1791.

 

 

 

 

Il corsetto, simbolo di questo museo, esprime come la donna possa essere stata considerata chiusa all’interno di una prigione non visibile all’occhio umano ma è sempre stata, e in alcuni casi lo è ancora, una vera prigione che la obbliga, la costringe, la soffoca, una morsa di stereotipi che ancora oggi in alcuni Paesi e spesso anche nella nostra quotidianità la donna deve ancora sopportare.

Per questo dobbiamo continuare ad ammirare con la mente, gli occhi, il corpo e il sentimento, luoghi come questo che ci permettono, nei momenti difficili della nostra vita di “donne”, di capire quanto siano stati grandi e faticosi i passi verso la nostra libertà.







Un tuffo nel passato

Le memorie degli artisti,  in uno dei musei più famosi al mondo, il Louvre.

di Elisa Rizzo, 2D

Tutto quello che serve, a volte, è tirare fuori la testa dai vicoli della propria città, e volare in un posto diverso. Parigi, nei suoi ampi viali alberati, nelle sue aggrovigliate linee urbane , è la città dell’arte, della cultura, dell’estro creativo .

Un simbolo di ciò, si ritrova facilmente in uno dei suoi più famosi musei: il Louvre.

Il Louvre è un edificio storico, che a sua volta contiene la storia: nelle sue sezioni si possono vedere opere che partendo dall’età classica, approdano fino al periodo romantico. Da oriente a occidente, sia il cittadino che il turista, possono ammirare l’espressione di popoli distanti nel tempo e nello spazio. Le opere contenute nel museo arricchiscono la cultura del visitatore, e ne sensibilizzano il carattere, sotto diversi punti di vista.

Passata la sala dedicata all’arte dell’età cretese e classica, mentre si sale un’ ampia scalinata , si può notare che la cima, illuminata, è sormontata dalla celebre Nike di Samotracia.

La statua, senza la testa, alata, si presenta sull’estrema estremità della prua di una nave marmorea ; essa è  avviluppata nel mantello, che sformato da un vento immaginario, è invece accarezzato dai raggi solari.

L’imponenza e la potenza della sola immagine trasformano il turista in naufrago, che, su un’imbarcazione di fortuna, dopo una tempesta, vede finalmente la luce, una nave pronta a farlo salire a bordo.

da https://www.analisidellopera.it/nike-di-samotracia/

Quando si riprende il cammino, si entra in un’altra stanza, dedicata all’età ellenistica e alle copie romane di bronzi greci. Certi ambienti del Louvre, danno l’impressione di avere una struttura e una forma strettamente legate a ciò che è esposto, e questa, non fa eccezione: le colonne ai lati e le pareti bianco marmo, si estendono per tutto l’ampio corridoio, e  terminano di fronte alle Cariatidi, guardiane del luogo.

Dal mar Egeo all’oceano Atlantico: il ritratto di un naufragio

Piano piano la visita procede e si arriva ad un’ala molto estesa del museo, è quella in cui sono conservati i dipinti del periodo dell’ Illuminismo, e del Romanticismo; se si svolta a destra ci si ritroverà in un’ampio salone, con alte pareti rosse, e un lucernario. In questo padiglione la dirompente emotività del romanticismo tinge le estese tele esposte, tra cui, “La zattera della Medusa”, di Théodore Géricault.

Il quadro potrebbe essere paragonato ad una fotografia di cronaca, infatti è  ispirato ad una reale tragedia,  famosa nell’ Europa dell’ epoca: si tratta del naufragio della fregata “Méduse”, in cui la mancanza di scialuppe costrinse 150 uomini su un’imbarcazione di fortuna. I sopravvissuti, di questi, furono solo 15.

Il dipinto presenta un’immagine cruda: colori molto cupi, le poche luci dipinte assumono la tinta di un crepuscolo; uomini ammassati su altri uomini, disperati, che chiamano aiuto.

La “Zattera di Medusa” di Théodore Géricault – da https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17456087

Una volta riemersi da questo viaggio nella storia, si può tornare sulla Senna, e osservare i battelli colorati, i tipici venditori di quadretti appoggiati agli argini, e i lampioni della sera che si accendono.