Strappiamo i corsetti, viva la libertà!

Visita al Museo delle Donne di Merano alla scoperta dei reali diritti delle donne

di Alice Villa, 2D

Quando studiamo la storia sentiamo sempre di uomini che hanno cambiato la nostra esistenza, di eroi, di re spietati e cattivi, ma mai di donne che hanno reso il mondo un posto migliore. 

La storia delle donne è sempre narrata in maniera marginale, come se non avessero fatto nulla di speciale, ma ci sbagliamo. Senza donne coraggiose e forti noi saremmo fermi probabilmente al Medioevo. Anche le donne hanno fatto la loro parte di ciò che oggi davanti ai nostri occhi sembra qualcosa di scontato.

Il Museo delle Donne a Merano ci fa comprendere una prospettiva tutta nuova dell’interpretare il ruolo della donna, ci apre gli occhi su ciò che il sesso femminile ha dovuto affrontare nella storia e perché ha sicuramente sofferto più del mondo maschile.

ingresso del museo dove è presente la prima teca da osservare.

Il museo è situato in Via Mainardo,2 e contiene, seppur sia di esigue dimensioni, molteplici fonti inerenti ad argomenti davvero toccanti; non solo il ruolo della donna, ma anche le sue insicurezze fisico-psicologiche e l’ambito sessuale.

 

 

 

 

 

All’ingresso del museo possiamo trovare una colonna centrale dove a tutto tondo si può osservare la sua storia: esso nasce nel 1988 da Evelyn Ortner

https://www.museia.it/it/museo/passato-e-presente/

e ad oggi ha fama internazionale con lo scopo di sensibilizzare tutti i visitatori riguardo la storia delle donne, affinché non abbia repliche.

 

 

 

Appena usciti dal museo troviamo il monumento centrale della via: l’enorme corsetto in stile moderno, il simbolo del museo. E’ costituito di ferro e plastica e rappresenta l’oppressione, l’odio, il dolore e le derisioni che le donne hanno dovuto subire e che ancora oggi, in alcuni paesi, continuano a sopportare.

Il corsetto  (come leggiamo da un cartello esposto in una delle teche all’interno del museo) nasce nel Rinascimento a imitazione del corsaletto in ferro dei soldati. Il corpo naturale della donna veniva considerato inferiore e per questo motivo veniva loro dato l’obbligo di indossarlo con lo scopo di uniformarle al corpo dell’uomo, eliminando le “imperfezioni” costituite dal seno.

Il corsetto continuerà a tormentare il corpo delle donne fino alla Prima Guerra Mondiale, quando poi sarà più complicato fabbricarli, dato che erano costituiti da stecche di balena e perciò verranno sostituiti da busti elastici.

La donna nel passato veniva trattata come oggetto di fecondazione, e non tanto come una persona con dei sentimenti affini a quelli dell’uomo.

Possiamo riscontrarne un esempio in una teca dove è presente il periodo della seconda guerra mondiale fino agli anni sessanta: osserviamo un manichino che indossa una collana con una specie di “medaglia” a forma di croce su cui notiamo una svastica in bella vista.

Ai tempi veniva denominata “croce d’onore” ed era un premio donato alle madri: più facevano figli, più il materiale della croce era prezioso. 

Una medaglia per le benemerite connazionali che hanno partorito figli di sangue tedesco e senza tare ereditarie… nati vivi 

Al quarto figlio ricevevano una croce placcata in bronzo, al settimo in argento, all’ottavo in oro.

Come viene spiegato questa è una crudeltà; non solo perché le donne venivano usate unicamente per produrre prole, ma anche perché ciò le sminuiva, non lasciando loro la possibilità di sentirsi alla pari del sesso opposto. Alcune donne sono diventate consapevoli di tutto questo e hanno provato, purtroppo senza successo, ad evitarlo.

L’esempio che ci viene proposto è la ribellione ad impronta sociale di Marie Gouze, che affidò alla scrittura dei manifesti il tentativo di riuscire ad ottenere pari diritti. Venne presto scoperto il nome falso che utilizzava per sembrare un uomo (Olympe de Gouges) e venne immediatamente ghigliottinata nel 1793.

Nessuno deve essere perseguitato per le sue opinioni, anche di principio; la donna ha il diritto di salire sul patibolo, essa deve avere pure quello di salire sulla tribuna.

Olympe de Gouges, Parigi, 1791.

 

 

 

 

Il corsetto, simbolo di questo museo, esprime come la donna possa essere stata considerata chiusa all’interno di una prigione non visibile all’occhio umano ma è sempre stata, e in alcuni casi lo è ancora, una vera prigione che la obbliga, la costringe, la soffoca, una morsa di stereotipi che ancora oggi in alcuni Paesi e spesso anche nella nostra quotidianità la donna deve ancora sopportare.

Per questo dobbiamo continuare ad ammirare con la mente, gli occhi, il corpo e il sentimento, luoghi come questo che ci permettono, nei momenti difficili della nostra vita di “donne”, di capire quanto siano stati grandi e faticosi i passi verso la nostra libertà.







Un tuffo nel passato

Le memorie degli artisti,  in uno dei musei più famosi al mondo, il Louvre.

di Elisa Rizzo, 2D

Tutto quello che serve, a volte, è tirare fuori la testa dai vicoli della propria città, e volare in un posto diverso. Parigi, nei suoi ampi viali alberati, nelle sue aggrovigliate linee urbane , è la città dell’arte, della cultura, dell’estro creativo .

Un simbolo di ciò, si ritrova facilmente in uno dei suoi più famosi musei: il Louvre.

Il Louvre è un edificio storico, che a sua volta contiene la storia: nelle sue sezioni si possono vedere opere che partendo dall’età classica, approdano fino al periodo romantico. Da oriente a occidente, sia il cittadino che il turista, possono ammirare l’espressione di popoli distanti nel tempo e nello spazio. Le opere contenute nel museo arricchiscono la cultura del visitatore, e ne sensibilizzano il carattere, sotto diversi punti di vista.

Passata la sala dedicata all’arte dell’età cretese e classica, mentre si sale un’ ampia scalinata , si può notare che la cima, illuminata, è sormontata dalla celebre Nike di Samotracia.

La statua, senza la testa, alata, si presenta sull’estrema estremità della prua di una nave marmorea ; essa è  avviluppata nel mantello, che sformato da un vento immaginario, è invece accarezzato dai raggi solari.

L’imponenza e la potenza della sola immagine trasformano il turista in naufrago, che, su un’imbarcazione di fortuna, dopo una tempesta, vede finalmente la luce, una nave pronta a farlo salire a bordo.

da https://www.analisidellopera.it/nike-di-samotracia/

Quando si riprende il cammino, si entra in un’altra stanza, dedicata all’età ellenistica e alle copie romane di bronzi greci. Certi ambienti del Louvre, danno l’impressione di avere una struttura e una forma strettamente legate a ciò che è esposto, e questa, non fa eccezione: le colonne ai lati e le pareti bianco marmo, si estendono per tutto l’ampio corridoio, e  terminano di fronte alle Cariatidi, guardiane del luogo.

Dal mar Egeo all’oceano Atlantico: il ritratto di un naufragio

Piano piano la visita procede e si arriva ad un’ala molto estesa del museo, è quella in cui sono conservati i dipinti del periodo dell’ Illuminismo, e del Romanticismo; se si svolta a destra ci si ritroverà in un’ampio salone, con alte pareti rosse, e un lucernario. In questo padiglione la dirompente emotività del romanticismo tinge le estese tele esposte, tra cui, “La zattera della Medusa”, di Théodore Géricault.

Il quadro potrebbe essere paragonato ad una fotografia di cronaca, infatti è  ispirato ad una reale tragedia,  famosa nell’ Europa dell’ epoca: si tratta del naufragio della fregata “Méduse”, in cui la mancanza di scialuppe costrinse 150 uomini su un’imbarcazione di fortuna. I sopravvissuti, di questi, furono solo 15.

Il dipinto presenta un’immagine cruda: colori molto cupi, le poche luci dipinte assumono la tinta di un crepuscolo; uomini ammassati su altri uomini, disperati, che chiamano aiuto.

La “Zattera di Medusa” di Théodore Géricault – da https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=17456087

Una volta riemersi da questo viaggio nella storia, si può tornare sulla Senna, e osservare i battelli colorati, i tipici venditori di quadretti appoggiati agli argini, e i lampioni della sera che si accendono.

Colombo: oggi come ieri lo sguardo sul mare di Barcellona

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Dal 1888 Barcellona ospita un magnifico omaggio al navigatore più famoso di tutti i tempi: nientemeno che il celeberrimo Cristoforo Colombo, il Genovese.

di Gabriele Pecchi, 2 D

Una sua statua dall’altezza sbalorditiva (sessanta metri), soprattutto per l’epoca, si erge sulla piazza di fronte al porto più grande del Mediterraneo, circondata da silos, enormi gru e di fronte a un intenso traffico di navi da tutto il mondo e di ogni dimensione.

In mezzo a tutto questo, ad un occhio vigile a quelle vestigia del passato che ovunque si protendono perché qualcuno le noti, non potrà sfuggire la sagoma eroica, stagliata sullo sfondo di edifici governativi e centri commerciali, dell’uomo che scoprì le Americhe.

Tra lo splendore del Sole e l’esuberanza del mare battuto dai suoi raggi, pare che un pallido lumino ardisca sfidare gli elementi col suo debole lucore, lì, sulla Plaça Portal de la Pau, in uno dei principali centri del turismo della città. Preda di una folle vanità, sembra gloriarsi di meriti non suoi, sotto i duri sguardi di disappunto dei grattacieli suoi superiori e lontano dagli occhi delle folle. 

 

Facendosi largo tra gli astanti di fronte alla magnificenza degli edifici storici della piazza e del sinuoso ponte galleggiante che porta all’isola artificiale nella baia, sarà possibile notare la luce farsi più intensa, ed assumere sempre più le sembianze di un’imponente colonna alla greca, il capitello corinzio che spicca lassù in alto. Eppure, quelli che inizialmente parevano i motivi floreali tipici dell’ordine, si rivelano figure umane che sorreggono un gigantesco mappamondo su cui si erge l’artefice di quest’impudente sfida alle potenze dell’universo.

A dire il vero sembra un po’ pretenzioso, con il braccio proteso verso l’orizzonte, la posa orgogliosamente eretta, lo sguardo alto e il mantello svolazzante. Infatti, non sembrano molti gli occhi che nel turbine della folla si alzino a guardarlo per più di qualche attimo, prima di essere nuovamente strappati da quella vista e puntarsi famelici sui molti ristoranti e negozi di souvenir sorti al limitare della piazza.

La marea delle genti continua a ondeggiare, spinta dai più bassi istinti del turista, ora lambisce una gelateria, ora si riversa nella direzione opposta, verso un cartellone dai colori vivaci che promette “el mellhor hamburger de Barcelona“.

Qualche informazione di più sulla struttura del monumento

L’opera si compone essenzialmente di cinque parti:

Il basamento in cemento, composto da grossi blocchi color ruggine disposti in un cerchio a più strati sovrapposti e lievemente digradanti e circondato da leoni accucciati a mo’ di guardiani, attualmente in ristrutturazione.

Un secondo livello più stretto che regge la colonna vera e propria.

La colonna di bronzo scanalata, dalla base a più strati arrotondati, dove quattro figure angeliche con le braccia allargate e le ali spalancate sembrano aprire la strada a Colombo verso la sua meta, in segno di buon auspicio. Poco al disotto del centro si trova quello che sembra un sigillo di ceralacca, quasi che il tutto sia un dono impacchettato per colui che aprì la via verso le terre che ora sono al centro del mondo dei commerci e non solo, pur con le conseguenze negative che ciò ha portato, come la quasi totale scomparsa dei popoli degli Indios, come lui li chiamò. Ad infiocchettare il regalo, una finta catena avvolta intorno alla colonna, e al posto del nodo del fiocco, un’ancora, piuttosto in tema. Da notare il capitello dai quattro “riccioli” simili a quelli tipici dello stile ionico, ma allo stesso tempo rimandante al corinzio con le figure che lo sorreggono e gli ornamenti elaborati. Sopra al capitello, squadrato sulla cima, si trova un Mappamondo, retto da un anello di metallo finemente decorato, che a sua volta regge un piedistallo.

Alla fine di tutto questo, sulla sommità troviamo finalmente Colombo, in una veste larga, che regge con la sinistra il suo cappello, mentre con la destra punta all’orizzonte, il portamento fiero e lo sguardo deciso, per quel che si può distinguere da quasi settanta metri più in basso.

Non si può certo dire che il dono non sia stato ben preparato: a mezza colonna la scritta “Barcelona a Colom” è la dedica perfetta.

Uno dei leoni a guardia della statua
Il basamento con gli angeli in cima. Sopra si può notare il sigillo con l’ancora.

Conclusione

In definitiva, questo monumento rappresenta una delle maggiori opere per la memoria (cos’altro può dirsi che sia un monumento?) di quel navigante innocente e inconsapevole che senza volerlo ha cambiato le sorti del mondo, od almeno anticipato un evento che prima o poi sarebbe avvenuto: la scoperta del Nuovo Continente. Con la sua imponenza, purtroppo non sempre sufficiente perché i turisti lo notino, la colonna con relativa statua supera di gran lunga in splendore quella che Genova, città natale di Colombo, ha lasciato a lui e a chi vorrà vederla. Sarà invidia per le ricchezze e il prestigio che la Spagna ha ottenuto per aver accettato la richiesta di Colombo di mettere in atto il suo progetto per giungere alle Indie, non approvato in patria, ma il fatto è piuttosto sconcertante. Si può dire che a volte vedersi scappare un’occasione così sotto il naso gioca brutti scherzi.

Il monumento a Colombo di Genova

Disonorato in patria, o meglio, non sufficientemente onorato, poiché di lui a Genova si conserva almeno la presunta casa natale, e appunto una statua non infima, ma di certo non paragonabile a quella di Barcellona, Colombo è comunque sia uno di quegli uomini che la storia ricorda meglio degli altri e che nessun bambino da qualunque parte del mondo può dire di non conoscere.

 

 

 

 

Colombo: oggi come ieri lo sguardo sul mare di Barcellona

Dal 1888 Barcellona ospita un magnifico omaggio al navigatore più famoso di tutti i tempi: nientemeno che il celeberrimo Cristoforo Colombo, il Genovese.

di Gabriele Pecchi, 2 D

Una sua statua dall’altezza sbalorditiva (sessanta metri), soprattutto per l’epoca, si erge sulla piazza di fronte al porto più grande del Mediterraneo, circondata da silos, enormi gru e di fronte a un intenso traffico di navi da tutto il mondo e di ogni dimensione.

In mezzo a tutto questo, ad un occhio vigile a quelle vestigia del passato che ovunque si protendono perché qualcuno le noti, non potrà sfuggire la sagoma eroica, stagliata sullo sfondo di edifici governativi e centri commerciali, dell’uomo che scoprì le Americhe.

Tra lo splendore del Sole e l’esuberanza del mare battuto dai suoi raggi, pare che un pallido lumino ardisca sfidare gli elementi col suo debole lucore, lì, sulla Plaça Portal de la Pau, in uno dei principali centri del turismo della città. Preda di una folle vanità, sembra gloriarsi di meriti non suoi, sotto i duri sguardi di disappunto dei grattacieli suoi superiori e lontano dagli occhi delle folle. 

 

Facendosi largo tra gli astanti di fronte alla magnificenza degli edifici storici della piazza e del sinuoso ponte galleggiante che porta all’isola artificiale nella baia, sarà possibile notare la luce farsi più intensa, ed assumere sempre più le sembianze di un’imponente colonna alla greca, il capitello corinzio che spicca lassù in alto. Eppure, quelli che inizialmente parevano i motivi floreali tipici dell’ordine, si rivelano figure umane che sorreggono un gigantesco mappamondo su cui si erge l’artefice di quest’impudente sfida alle potenze dell’universo.

A dire il vero sembra un po’ pretenzioso, con il braccio proteso verso l’orizzonte, la posa orgogliosamente eretta, lo sguardo alto e il mantello svolazzante. Infatti, non sembrano molti gli occhi che nel turbine della folla si alzino a guardarlo per più di qualche attimo, prima di essere nuovamente strappati da quella vista e puntarsi famelici sui molti ristoranti e negozi di souvenir sorti al limitare della piazza.

La marea delle genti continua a ondeggiare, spinta dai più bassi istinti del turista, ora lambisce una gelateria, ora si riversa nella direzione opposta, verso un cartellone dai colori vivaci che promette “el mellhor hamburger de Barcelona“.

Qualche informazione di più sulla struttura del monumento

L’opera si compone essenzialmente di cinque parti:

Il basamento in cemento, composto da grossi blocchi color ruggine disposti in un cerchio a più strati sovrapposti e lievemente digradanti e circondato da leoni accucciati a mo’ di guardiani, attualmente in ristrutturazione.

Un secondo livello più stretto che regge la colonna vera e propria.

La colonna di bronzo scanalata, dalla base a più strati arrotondati, dove quattro figure angeliche con le braccia allargate e le ali spalancate sembrano aprire la strada a Colombo verso la sua meta, in segno di buon auspicio. Poco al disotto del centro si trova quello che sembra un sigillo di ceralacca, quasi che il tutto sia un dono impacchettato per colui che aprì la via verso le terre che ora sono al centro del mondo dei commerci e non solo, pur con le conseguenze negative che ciò ha portato, come la quasi totale scomparsa dei popoli degli Indios, come lui li chiamò. Ad infiocchettare il regalo, una finta catena avvolta intorno alla colonna, e al posto del nodo del fiocco, un’ancora, piuttosto in tema. Da notare il capitello dai quattro “riccioli” simili a quelli tipici dello stile ionico, ma allo stesso tempo rimandante al corinzio con le figure che lo sorreggono e gli ornamenti elaborati. Sopra al capitello, squadrato sulla cima, si trova un Mappamondo, retto da un anello di metallo finemente decorato, che a sua volta regge un piedistallo.

Alla fine di tutto questo, sulla sommità troviamo finalmente Colombo, in una veste larga, che regge con la sinistra il suo cappello, mentre con la destra punta all’orizzonte, il portamento fiero e lo sguardo deciso, per quel che si può distinguere da quasi settanta metri più in basso.

Non si può certo dire che il dono non sia stato ben preparato: a mezza colonna la scritta “Barcelona a Colom” è la dedica perfetta.

Uno dei leoni a guardia della statua
Il basamento con gli angeli in cima. Sopra si può notare il sigillo con l’ancora.

Conclusione

In definitiva, questo monumento rappresenta una delle maggiori opere per la memoria (cos’altro può dirsi che sia un monumento?) di quel navigante innocente e inconsapevole che senza volerlo ha cambiato le sorti del mondo, od almeno anticipato un evento che prima o poi sarebbe avvenuto: la scoperta del Nuovo Continente. Con la sua imponenza, purtroppo non sempre sufficiente perché i turisti lo notino, la colonna con relativa statua supera di gran lunga in splendore quella che Genova, città natale di Colombo, ha lasciato a lui e a chi vorrà vederla. Sarà invidia per le ricchezze e il prestigio che la Spagna ha ottenuto per aver accettato la richiesta di Colombo di mettere in atto il suo progetto per giungere alle Indie, non approvato in patria, ma il fatto è piuttosto sconcertante. Si può dire che a volte vedersi scappare un’occasione così sotto il naso gioca brutti scherzi.

Il monumento a Colombo di Genova

Disonorato in patria, o meglio, non sufficientemente onorato, poiché di lui a Genova si conserva almeno la presunta casa natale, e appunto una statua non infima, ma di certo non paragonabile a quella di Barcellona, Colombo è comunque sia uno di quegli uomini che la storia ricorda meglio degli altri e che nessun bambino da qualunque parte del mondo può dire di non conoscere.

 

 

 

 

Dove i giovani valorizzano la vita dei nonni

 

Una nuova Livigno che ricorda com’era

di Laura Odino, 2D

Se qualcuno ti chiedesse: “Che ruolo pensi abbiano le tradizioni nel mondo moderno?” Potresti rispondere che sono spesso trascurate per dare spazio alle nuove tecnologie, in quanto non c’è il bisogno di ricordare le cose vecchie e passate di moda, nel momento in cui sono già state rimpiazzate da quelle recenti, sicuramente più funzionali e comode. Ma davvero in tutti i posti è così? Non proprio. Ne è un esempio Livigno, sulle Alpi lombarde a ridosso della Svizzera, dove la quotidianità di un’epoca fa non è ancora andata distrutta. Ma allora dove si può trovare più precisamente questo passato da rivivere?

Nel centro di Livigno si trova il “Museo Mus!”. La costruzione, diventata museo, era una tipica casa livignasca del ‘700. Una volta sui suoi tre piani interni erano presenti una stalla e un fienile, mentre all’esterno si trovavano un orto, una siepe e un pozzo per l’acqua. 

da https://www.livigno.eu/museo

Il Comune nel 2015 decise di convertirla in museo etnografico, anche perché  ha tutte le particolarità delle abitazioni montane di una volta.   

All’interno si possono trovare mobili antichi e oggetti che al giorno d’oggi sono più unici che rari. Guide volontarie, che mettono a disposizione il loro tempo libero per promuovere il piccolo museo, raccontano come la casa montana si sia  evoluta passo dopo passo nel tempo .

Perché visitare il “Museo Mus!”? Perché qui si respira davvero l’aria di una volta, un’aria che non si può buttare via e che merita di essere preservata. Diciamo anche che non è una semplice ricostruzione, ma ci sono riferimenti alle tradizioni, alle credenze popolari, alla gastronomia e ai dialetti locali.

Insieme al Museo Mus! merita attenzione la Festa del Costume livignasco, un evento caratteristico e unico, tappa obbligata se si viene in vacanza a Livigno in estate.

https://www.ilovelivigno.com/liv/index.html@p=29758.html

La serata inizia con una sfilata nella via principale, nella quale la gente del posto indossa gli abiti che venivano usati un tempo. Durante la festa i bambini sfilano con gli animali, in continuità con quello che è sempre stato il rapporto tra uomo e bestiame in montagna. È una serata molto importante per i Livignaschi, da sempre legati ad una vita rurale, a causa della conformazione del territorio, arroccato a 1800 metri di altezza.

La ricorrenza unisce le persone che abitano nel paese e permette loro di dare visibilità allo stile di vita dei loro nonni, molto difficile a causa degli eventi meteorologici e delle temperature rigide.

Dislocate per la via principale si trovano rappresentazioni dei mestieri di un tempo: c’è chi fila la lana, chi riempie i cuscini, chi macella la carne, chi prepara il pane, chi si occupa di una locanda e chi aggiusta le macchine, tutto rigorosamente svolto con gli utensili dell’epoca. In queste piccole scene di vita quotidiana i protagonisti sono le persone più anziane che interagiscono con i giovani.

Questi nonni sembrano fieri di insegnare il lavoro manuale ai figli e ai nipoti, soprattutto perché queste sono attività che non sono più svolte come prima fonte di reddito e sono oggi automatizzate. Sembra che il tempo si sia veramente bloccato a molti decenni fa, quando i ragazzi apprezzavano ancora le piccole cose e si davano da fare in qualcosa di concreto, senza sprecare tempo davanti agli schermi.

La Livigno del 31 Luglio è diversa rispetto a quella di tutto il resto dell’anno: un’atmosfera magica avvolge tutti, quella che dimostra la volontà degli abitanti di non voler dimenticare le tradizioni centenarie e di volerle continuare a nutrire. Già dall’altissimo numero di persone autoctone che partecipano alla sfilata si intuisce questo desiderio, quello del ricordo che deve diventare indelebile. Infatti i Livignaschi, pur avendo creato un luogo lussuoso, in cui ci sono negozi e alberghi molto sfarzosi, vogliono festeggiare le proprie radici e paiono essere grati ai genitori, che con la fatica e l’impegno li hanno aiutati a diventare quelli che sono ora. È per loro una ricorrenza utile a staccare la spina dalla frenetica vita di tutti i giorni e a dedicarsi completamente alla famiglia: si può dire che è un vero e proprio tuffo nel passato e un bel gesto di riconoscenza nei confronti degli anziani.

Si scopre così come un luogo riesca a plasmare il carattere dei cittadini e come l’uomo da sempre si sia ingegnato per superare i limiti del proprio territorio, cercando di sfruttarne al massimo le potenzialità, anche in condizioni apparentemente difficili. Capiamo quindi il punto di origine, caratterizzato da una Livigno invivibile e disagiata, e il punto di arrivo: una Livigno diventata meta turistica affollata in ogni stagione dell’anno.

Il bello delle vacanze è anche questo: misurarsi con usi e costumi distanti dai nostri, che tuttavia ci fanno riflettere e ci arricchiscono umanamente. L’unicità dei viaggi è scoprire ad ogni passo uno scorcio, un’opera, che non avremmo potuto vedere rimanendo a casa, ma che si può godere solo spostandosi tra le usanze altrui. 

Una gita a Livigno permette di conoscere un paese gioiello incastonato nelle Alpi… dove le tradizioni rendono la località viva e uniscono le persone di tutte le età.

MuSaBa: tutta la Calabria in un museo

di Ludovica Martini, 2d.

Nascosto ai piedi dell’Aspromonte,  il MuSaBa (Museo di Santa Barbara) di Mammola è un parco museo laboratorio di arte contemporanea che si sviluppa attorno ai resti di un antico complesso monastico del X secolo. Creato da Nik Spatari, artista contemporaneo di origini calabresi, e la sua compagna di vita e di lavoro, Hiske Maas, il MuSaBa  è un mix inedito, antico e moderno, che trascina il visitatore in un’esperienza immersiva e a tratti surreale. Nel parco-museo si trovano opere realizzate da Nick Spatari, come il sogno di Giacobbe

MuSaBa Parco Museo Santa Barbara – Il sogno di Giacobbe

o la Rosa dei venti, e da ex studenti locali. Inoltre si possono trovare opere realizzate anche da artisti internazionali come Jin Jong, Chen, Karl Heinz e Pietro Gentili.

Al MuSaBa vengono spesso organizzate attività artistiche, come per esempio laboratori di mosaico e concorsi che coinvolgono studenti di tutte le età. Una tra le opere più imponenti del MuSaBa è l’Ombra della sera, una scultura alta ben 15 metri realizzata  interamente in ferro che raffigura la sagoma di un uomo sottile, come una sorta di guardia posta a difesa del museo e dell’arte all’interno.

Musaba-Ombra della sera

Un’altra opera da non perdere è il laboratorio di sperimentazione artistica realizzato dall’ex stazione ferroviaria Santa Barbara.

Un rudere chiamato storia

di Samuele Gavuglio, 2D

Passato di famiglia in famiglia, prima di proprietà dei Malaspina, poi  dei Fieschi e successivamente assediato per ben tre volte, il castello dei Fieschi fu fondato intorno al XI secolo ma la prima documentazione ufficiale che ne certifica l’esistenza avverrà solo nel secolo successivo. Negli anni sarà fortezza, residenza nobiliare fino ad ospitare nel periodo di massimo splendore perfino una zecca; durante il governo dei Fieschi il castello era anche utilizzato come “tribunale”, vi veniva amministrata la giustizia e inoltre funzionava anche da carcere vero e proprio;  la sua distruzione da parte dei Francesi nel 1799 non fu un evento traumatico per gli abitanti di Torriglia, perché sfruttarono il momento di debolezza del castello per assalirlo e saccheggiarlo a loro volta.

Nonostante la sua storia molto movimentata il castello è ancora accessibile e grazie alle sue mura di pietra, i suoi archi e la sua torre di vedetta quando ci si entra sembra di tornare indietro nel tempo; il castello si trova in posizione elevata cosicché dalle sue mura e dalla sua ultima torre rimasta si può ammirare  la città di Torriglia proprio come facevano le vedette che sorvegliavano il castello in età medievale.

Torriglia e il castello

Secondo alcune ipotesi, il nucleo originario del castello sarebbe stata una singola torre piuttosto massiccia a pianta quadrata e alta circa 6 metri, alla quale sarebbero poi state aggiunte altre strutture, infatti l’elemento più interessante di questo castello era ed è tutt’ora la torre.

 

 

I suoi ruderi furono dichiarati monumento nazionale del Regio Ufficio di Storia e Arte solo nel 1896, quando le intemperie e il tempo erano sul punto di raderlo al suolo;  recentemente è stato anche oggetto di alcuni lavori di restauro per la messa in sicurezza e per la rivalutazione di un’ importantissima testimonianza storica.

Castello dei Fieschi di Torriglia

Un Santuario con una cupola ellittica da record

di Matteo Fiorucci 2d

A pochi chilometri da Mondovì nella zona del Monregalese, sorge il Santuario di Vicoforte, una di quelle opere che abbiamo la fortuna di avere in Italia, ma che al tempo stesso abbiamo la distrazione di ignorare fin troppo spesso.Vicoforte Sanctuary In Piedmont. Trascendental Experience. | I Eat Food  Tours

Situato non in un centro abituato importante ma in un ambiente bucolico, il Santuario “Regina Montis Regalis”- dedicato alla Natività di Maria Santissima- è uno dei principali capolavori del Barocco piemontese che colpisce subito il visitatore per la sua maestosità, per le linee sobrie all’ esterno e le ricchissime e scenografiche composizioni architettoniche all’ interno.

L’origine di questo Santuario è quasi fiabesca, esso infatti nasce attorno ad un pilone votivo ad opera di un fornaciaio nel 1500. Quasi un secolo dopo un cacciatore, in modo accidentale colpì il pilone ormai nascosto dai rovi. La pallottola provocò la scrostatura del ventre della Madonna che sanguinò. L’evento fu subito considerato miracoloso: nacque una prima devozione riparatoria all’affronto. Era periodo di peste ed ogni segno aveva una sua lettura, questo era considerato nefasto e per ringraziare la Madonna fu costruita una prima cappella. Il luogo richiamò subito un gran numero di fedeli rendendo necessarie importanti opere urbanistiche. Ben presto si decise di costruire un gran tempio della fede. I lavori furono affidati all’architetto orvietese Ascanio Vitozzi al quale si deve la forma ellittica. L’opera fu portata a termine nel Settecento grazie all’intervento dell’architetto Francesco Gallo.

Quello che maggiormente colpisce di questo edificio religioso, tra i principali capolavori del Barocco piemontese, è sicuramente la sua cupola con sezione orizzontale ellittica che risulta essere la più grande del mondo. La cupola, coperta con tetto in tegole a più spioventi, e coronata da un cupolino (o lanterna), fu terminata da Gallo nel 1732. Il suo interno, riccamente decorato in stile barocco, ospita un affresco di 6.000 metri quadri, opera a tema unico più esteso al mondo: la Vergine, la sua vita terrena, l’attesa della redenzione e l’assunzione in cielo .

Al centro trionfa la figura gloriosa della Vergine tra la gioia degli angeli osannanti e musicanti, mentre dalla luce del cupolino si protende la Trinità che accoglie l’anima e il corpo della madre di Dio. Il grande affresco fu terminato nel 1752 da Mattia Bortoloni di Rovigo e Felicino Biella di Milano.

Santuario di Vicoforte, il santuario da record del Piemonte

Oltre alla cupola, l’interno del Santuario di Vicoforte è ricco di affreschi, statue e un altare maestoso con marmi rosati. E poi ci sono le quattro magnifiche cappelle: la Cappella di San Bernardo, mausoleo dei Savoia di scuola neoclassica arricchita di diversi elementi simbolici; la cappella di San Benedetto a destra sotto l’organo che è la più artistica delle quattro e destinata a ricordare la Sacra Sindone; La cappella di San Francesco di Sales che è oggi Cappella del SS. Sacramento, adibita alla preghiera personale e alle celebrazioni nei giorni feriali e infine la cappella di S. Giuseppe con la grande tela d’altare è opera di Giovenale Bongiovanni di Pianfei. Di notevole pregio anche l’Abside di San Rocco con la pala d’altare opera di Antonio Meyer da Praga, che la dipinse nel 1752

La grande carestia: un museo a cielo aperto per non dimenticare

Per conoscere la storia di un luogo, bisogna capire meglio le dinamiche, anche quelle drammatiche, perché alla fine sono quelle che lasciano il segno. Se si sceglie di visitare Dublino, è interessante visitare il Museo della Grande Carestia, un luogo unico, dove si riesce a comprendere meglio gli irlandesi.

di Rebecca Fineschi, 2D

ANTEFATTO 

 Il Memoriale della Carestia - Un Italiano a SligoIl Museo della Grande Carestia nasce per ricordare una delle situazioni più difficili dell’Irlanda, che tra il 1845 e il 1849, dovette fare i conti d’improvviso con una carenza di cibo, che causò una strage, ma che soprattutto svelò il vero volto della Gran Bretagna, che lasciò morire più di un milione e mezzo di persone e ne costrinse all’esilio altri 4 milioni negli anni seguenti.

La carestia fu un evento fortuito gestito con insensibilità da una delle potenze mondiali dell’epoca, che  dovette fare i conti con il risentimento irlandese ed affrontare The Troubles, il termine con cui gli irlandesi chiamano i disordini che sconvolsero l’isola con una singolare ed inedita guerra. Di sicuro i motivi erano molti e diversi, ma è altrettanto certo che anche la Grande Carestia e il ricordo dell’indifferenza inglese pesarono notevolmente sul conflitto nord irlandese.

“Riempito con lo spirito di gratitudine per tutto quello che ho nella mia vita, mi sono avvicinato a questa installazione dell’artista Rowan Gillespie. Mentre il mondo passa, con le persone che svolgono il loro lavoro quotidiano, può essere facile dimenticare come tanti irlandesi hanno lottato per sopravvivere, e il fatto che molti di loro non ce l’hanno fatta. In mezzo al traffico quotidiano, una strana quiete scende su questa piccola parte della banchina della Custom House, dove le figure spiccano. In memoria di tutti gli irlandesi che hanno perso la vita durante la grande carestia,  ho capito che la perdita è un qualcosa di insondabile.”

Queste sono parole che provengono dal passato con lo scopo di far ricordare il diritto di tutti i cittadini a non morire di fame.

La Grande Carestia e il fenomeno dell’emigrazione 

Sebbene oggi la Repubblica d’Irlanda sia una nazione indipendente, all’epoca faceva parte dell’Impero Britannico, che ne devastava le risorse, soprattutto alimentari, per nutrire il popolo inglese.

I contadini irlandesi che lavoravano per i latifondisti inglesi, erano molto poveri, non potendosi permettere i cereali, basavano la loro alimentazione sulla patata, che cresceva abbondante nelle terre dell’Irlanda. Con l’arrivo della peronospora, la malattia che distrusse tutte le coltivazioni di patate dell’isola ebbe inizio quella che viene ricordata come la Grande Carestia. 

L’Inghilterra, invece che aiutare il popolo irlandese si affidò alla politica ultraliberista del “laissez-faire”, sperando che la carestia potesse massacrare la popolazione. In questo senso, la decisione funzionò. Milioni di persone persero la vita per via della fame e salirono sulle coffin-boats, salparono per l’America con gli emigranti, che più volte morivano durante la traversata. 

LE STATUE

uno-di-carestia-memorial-statue-a-nord-del-dock-dublino-irlanda-ww64x8.jpg (866×1390)The Famine Memorial è stato incaricato da Norma Smurfit e presentato a Dublino nel 1997. La scultura è un’opera dedicata al popolo irlandese costretto ad emigrare nel XIX secolo a causa di una Grande Carestia. Le sculture in bronzo, rappresentanti esseri umani disidratati per la malnutrizione, sono state progettate e realizzate dallo scultore dublinese Rowan Gillespie e si trovano sulla banchina di Custom House nella zona delle Docklands di Dublino.

PERCHE’ QUESTO LUOGO?

Questa è la zona di uno dei primi viaggi storici nel periodo di carestia della Perseverance che salpò dalla banchina di Custom House il giorno di San Patrizio del 1846. Il capitano William Scott, era un veterano della traversata atlantica e tutti i 210 passeggeri che fecero questa traversata in più di tre mesi (sbarcarono a New York il 18 maggio 1846) sopravvissero al viaggio. Da allora, il 17 ottobre di ogni anno, tutte le persone, si riuniscono per esprimere la loro solidarietà e l’impegno affinché la dignità e la libertà siano rispettate.

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Il 22 Dicembre 1992, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 17 ottobre Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Povertà.

 

 

 

Dublino è una capitale europea diversa dalle altre: grazie alle dimensioni contenute, si può girare tranquillamente e il numero di monumenti e musei non è paragonabile a quello di metropoli, come Londra o Parigi, ma a rendere indimenticabile Dublino è la sua atmosfera. Questa città dal fascino senza tempo ha incantato poeti e viaggiatori: i quartieri vittoriani e georgiani si mescolano perfettamente con la sua modernità. La vita contemporanea si fonde magnificamente con il passato, soprattutto nelle sue strade colorate e  storiche. Dublino è unica e merita di approfondire la sua storia.

Natura e ricordi in un luogo magico

Varazze: città di mare e di monti

di Francesca Custo, 2’d

 Nei pressi del lungomare “Europa” di Varazze, splendida città costiera della Liguria, è stata costruita nel 1940 una fontana di forma circolare.

All’apparenza un semplice monumento, ma se si decide di scavare più a fondo si scopre essere fonte di una storia magica e felice; storia che comprende milioni di “personaggi” dai volti tutti diversi che non verranno mai dimenticati, perché sono stati fermati nel tempo dalle fotografie di Pino Galussi.

Il fotografo Pino Galussi

 Durante la sera, facendo una tranquilla passeggiata, era facile   imbattersi in lui, uomo con il sorriso affabile e la macchina   fotografica sempre a tracolla e non si poteva certo rinunciare a   farsi scattare un’allegra immagine insieme ad amici e parenti.

 A furia di scattare e scattare ad ogni passante, le sue foto sono   diventate davvero importanti tanto da essere inserite nell’Archivio storico Fotografico di tutta la città in via Giovanni Bosco.

Anni ’40 – la bambina Carla Siri attorno alla fontana rotonda

Come la foto di una bambina, Carla Siri, che rimarrà impressa nella storia.

C’è un’altra bellissima attrazione a Varazze: il Parco naturale del monte Beigua.

Solitamente si pensa a questa cittadina come ad una località prettamente marina, invece ha anche un lato montano meno conosciuto.

Il monte Beigua (1287 m) è stato riconosciuto come Geoparco Unesco nel 2005 ed oggi rappresenta il museo naturale che racconta la storia della Liguria dal punto di vista delle fioriture.

Ci sono parecchi eventi ed escursioni organizzate per famiglie con componenti di tutte le età (specialmente per i giovani, però), di modo che anche questo lato “segreto” venga apprezzato sempre di più dai cittadini.

Per esempio si può praticare birdwatching, andare alla ricerca di funghi ed ammirare il fenomeno autunnale del foliage.

Per chi preferisce lo sport all’osservazione della natura ci sono escursioni di Nordic Walking (con la disponibilità di ben sei itinerari), arrampicata sportiva e mountain bike.

Inoltre, per un pubblico di età inferiore, Dario Franchello, uno scrittore poco conosciuto, è solito organizzare pomeriggi in cui racconta le sue storie ambientate proprio sul monte, che hanno come protagonisti Verdebruno e il popolo dei Beig. Oppure si ha la possibilità si diventare Geoparker, con uno speciale passaporto.