La libertà di espressione e di stampa nell’esperienza della 3B al Secolo XIX

Di Alessandro Pastore, 3B 

Dall’11 al 23 Marzo la classe 3B del liceo D’Oria ha potuto svolgere l’alternanza scuola lavoro  (oggi denominata percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento,  PCTO), al Secolo XIX. Durante le due settimane trascorse all’interno della redazione, i ragazzi hanno potuto sperimentare dal vivo il funzionamento di una redazione giornalistica, si sono quotidianamente confrontati con redattori e giornalisti e hanno svolto attività finalizzate a scrivere un articolo.

In particolare, nel corso della prima settimana, gli studenti hanno sviluppato il tema della libertà di espressione e di stampa, traendo spunto dalla manifestazione che si è svolta a Palazzo Ducale “La storia in piazza”. Il primo giorno i ragazzi hanno assistito alla riunione mattutina in cui i capiservizio del Secolo riuniti con la Direttrice, Stefania Aloja, hanno riesaminato il giornale andato in edicola il giorno prima, sviluppando spunti critici e di riflessione; nel pomeriggio invece si è tenuto l’incontro con Bruno Viani, uno dei cronisti che lavora da più tempo al Secolo, avendo iniziato molto giovane.

Martedì invece i ragazzi appena arrivati hanno incontrato Pablo Calzeroni che, occupandosi dell’informazione sul digitale, ha spiegato come il lavoro del giornalista sia cambiato nel tempo e quanto sia importante al giorno d’oggi per un giornale aprire orizzonti anche attraverso i social network.

Successivamente all’incontro con Calzeroni i ragazzi hanno incontrato Ferdinando Fasce, professore ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Genova e relatore alla manifestazione “La Storia in piazza” con il quale si è approfondito il tema della settimana. Fasce ha illustrato i libri che ha scelto di presentare e ha spiegato come essi possano nascere da un impulso di libertà o possano essere essi stessi in quanto tali un impulso di libertà.

Nel pomeriggio della stessa giornata gli studenti hanno conosciuto il vignettista del Secolo Stefano Rolli per riprendere il tema della libertà di espressione, fondamentale per un giornalista che quotidianamente si occupa di fare satira prendendo di mira coloro che rappresentano i poteri forti.

Mercoledì 13 marzo si è svolta la conferenza stampa in Piazza Sarzano riguardo alla ristrutturazione delle mura del Barbarossa, alla quale hanno assistito i ragazzi accompagnati da Alessandro Palmesino, giornalista del Secolo che si occupa di cronaca bianca. Attraverso questa esperienza gli studenti hanno vissuto in prima persona l’esperienza di partecipare a una conferenza stampa, osservando dal vivo il suo svolgimento.

La conferenza stampa presso le Mura del Barbarossa

Il giorno dopo i ragazzi hanno rivolto delle domande ai passanti intorno a palazzo Ducale riguardo ai libri letti e sulla legittimità della censura che interviene su alcuni tipi di pubblicazioni. Dopo aver svolto le interviste si sono occupati della stesura di un articolo che verteva anche sulle esperienze dei giorni precedenti. Durante gli ultimi giorni gli studenti hanno anche incontrato Giovanni Mari, caporedattore centrale, che ha spiegato come si svolge il lavoro di un giornalista che vuole scoprire i segreti della politica, e Paolo Giampieri, responsabile della redazione sportiva, che ha raccontato le  esperienze vissute durante il corso degli anni in cui si è occupato in prima persona di girare il mondo per seguire la Sampdoria.

Infine, venerdì gli studenti hanno incontrato la direttrice del Secolo Stefania Aloia che ha trasmesso ai ragazzi la propria passione, raccontando di aver iniziato già dalla quarta liceo a scrivere articoli per un giornale. Successivamente i ragazzi hanno assistito alla riunione serale di chiusura del giornale e hanno osservato la creazione della prima pagina con Giovanni Mari.

 

Una settimana al Secolo XIX

di Rocco Ciliberti, 3B

La classe 3B del Liceo Classico Andrea D’Oria ha recentemente trascorso un’esperienza di una settimana al Secolo XIX come alternanza scuola-lavoro, in linea con l’indirizzo giornalistico proprio della sezione.

La redazione del giornale si è messa completamente a disposizione degli alunni consentendo alla classe di partecipare attivamente a tutto il loro lavoro, dalle riunioni di redazione alla stesura degli articoli, dalla partecipazione a conferenze alla realizzazione di interviste. Inoltre, vari giornalisti, singolarmente, hanno spiegato ai ragazzi i loro diversi ruoli dando anche consigli sul miglior modo di svolgere il lavoro di giornalista. 

I ragazzi sono stati messi alla prova attraverso la realizzazione di più articoli, tra i quali uno riguardante “Il torneo delle regioni”, torneo di calcio dilettantistico la cui sessantesima edizione si terrà nella regione Liguria, il cui programma è stato presentato nel corso di una conferenza tenutasi a palazzo Tursi alla presenza di molte autorità. Un altro articolo ha riguardato l’imminente presentazione del film ” Tartarughe ninja” presso la Città dei Bambini di Genova da parte della tiktoker Iris Di Domenico, argomento certamente più ludico e di evasione rispetto a quelli trattati nel corso della settimana, ed infine è stato predisposto l’articolo principale del lavoro in redazione, relativo alle infrastrutture di Genova, principale impegno dei ragazzi nell’ambito della loro esperienza in redazione.

La realizzazione di questo articolo è stata resa possibile grazie alla partecipazione attiva all’intervista all’ex assessore al traffico Arcangelo Merella ed alle interviste a diversi cittadini genovesi incontrati per strada.

L’ex assessore ha fornito informazioni circa la condizione delle infrastrutture genovesi e le possibili sue evoluzioni grazie alla costruzione di un tunnel sub portuale al posto della sopraelevata, ciò al fine di far comprendere meglio ai ragazzi l’argomento che oggi riveste un ruolo di primo piano per la città di Genova. Merella ha sottolineato l’importanza dei trasporti pubblici al posto di quelli privati per combattere il traffico e l’inquinamento e ha parlato dell’esistenza della app gogoge. Si tratta di un’applicazione che permette di visualizzare su mappa i servizi offerti da GoGoGe nella zona di interesse per l’utente. Vengono indicate le fermate e le stazioni dei servizi di trasporto pubblico bus, metro e treno con i relativi orari di transito dei mezzi. Vengono segnalate le strade servite di spazi di sosta gestiti da Genova Parcheggi ed è possibile attivare il pagamento del parcheggio direttamente sull’applicazione. Inoltre, sono indicate le auto elettriche di Elettra Car Sharing dislocate sul territorio genovese e utilizzabili in modalità free-floating.

I genovesi intervistati hanno manifestato un atteggiamento nostalgico verso la sopraelevata, hanno tutti dichiarato di volerla conservare in quanto rappresenta un pezzo di storia della città e inoltre perchè valorizza la bellezza di Genova consentendone una magnifica visuale a chi la percorre.

Questo lavoro ha consentito ai ragazzi di scrivere, tutti insieme, un articolo che è poi stato pubblicato sul Secolo XIX online, di sperimentare sul campo il lavoro di giornalista e di interfacciarsi con il mondo del lavoro, seppure per una sola settimana.  

 

Un pezzo di Genova…un pezzo di cuore

Arte, storia e curiosità del Centro Storico  

 di Carratù Camilla 1B

Conosciamo davvero il nostro Centro Storico? Per saperne di più mi sono rivolta al presidente del Municipio 1 Centro est Andrea Carratù. Il nostro ospite è un grande appassionato del nostro centro e delle sue bellezze e lo scopo del suo lavoro è proprio fare di tutto per migliorare le sue caratteristiche e risolvere i suoi problemi.

INT: “Buongiorno presidente! E’ un grande onore poterla intervistare quest’oggi. Di quali quartieri si occupa il suo Municipio?”.

Presidente: ”Genova è divisa in 9 municipi, il Municipio 1 Centro Est si occupa dei quartieri da Portoria a Lagaccio, comprendendo anche Carignano, Castelletto, Oregina e Centro Storico ovvero Pre-Molo-Maddalena.

INT: ”Quali sono le principali attività lavorative all’interno del Centro Storico?”.

Presidente: “Sicuramente il Centro Storico è un territorio molto ricco di numerose attività commerciali, artigianali, professionali e attività con finalità sociali; inoltre è sede di università e luoghi di svago per ragazzi, per cui lo si può considerare una zona molto attiva. Il mio lavoro è anche quello di valorizzarlo: noi come Amministrazione, ci siamo impegnati al fine di ottenere alcuni fondi non solo per il recupero urbanistico ma anche socioeconomico di tutto il territorio per il nostro progetto di riqualificazione urbana PINQUA (Piano Internazionale per Qualificazione Ambientale) dal PNRR, fondi che stiamo già utilizzando”.

INT: ”Deve essere un lavoro molto importante e sicuramente di grande responsabilità. Tornando alle principali attività del nostro centro, la presenza di giovani che vivono la famosa “movida” crea problemi di convivenza con i residenti?”.

Presidente: ”L’ostacolo più importante che bisogna ancora superare è la convivenza tra queste due esigenze: il diritto alla tranquillità dei cittadini e la possibilità di divertimento dei giovani; il lavoro dei locali dà la possibilità ai ragazzi di trovare dei luoghi di svago;questi posti, però, non devono disturbare il riposo e la tranquillità (soprattutto notturna) dei cittadini residenti in centro storico, ma allo stesso tempo i cittadini non devono impedire ai commercianti di lavorare e ai ragazzi di divertirsi”.

INT: ”C’è una soluzione per risolvere questo problema?”.

Presidente: ”Il nucleo principale del problema è la concentrazione di tanti giovani in pochi luoghi, di conseguenza una delle soluzioni che stiamo cercando di attuare è distribuire i centri della movida in più luoghi, così da evitare l’eccessivo rumore e dare la possibilità anche ad altri commercianti di lavorare, il tutto nel rispetto degli abitanti del centro”.

INT:” Ci sono dei luoghi o dei monumenti particolarmente importanti che dovrebbero essere visitati con più frequenza, non solo dai turisti ma anche dai genovesi?”.

Presidente: ”Io sono dell’idea che tutto il centro storico deve essere guardato con attenzione. Camminando per i vicoli, ad ogni portone, si potrebbe trovare un’arcata antichissima di marmo o di ardesia con una storia grandiosa da raccontare e al suo interno può nascondersi un tesoro culturale incredibile. In particolare, tra alcuni monumenti che meriterebbero maggiore valorizzazione, troviamo la Galleria Nazionale di palazzo Spinola, decorata con affreschi e opere d’arte risalenti al 1600 circa; Santa Maria di Castello, un complesso importantissimo situato nel quartiere del Molo, che ospita una comunità parrocchiale presente nell’arcidiocesi di Genova con una chiesa ricca di storia; infine, i giardini Luzzati, dove sono stati scoperti, alcuni anni fa, dei resti storici romani che rendono il luogo ancora più curioso e interessante. Un’altra cosa molto affascinante nei nostri vicoli sono le edicole votive, vere e proprie opere d’arte, ognuna con una storia differente. Infatti, per sottolineare l’importanza di queste costruzioni, ci siamo impegnati a realizzare un libretto con alcune delle edicole votive più importanti e le loro accurate descrizioni grazie all’aiuto di Fabrizio Cavagnaro per i testi, Alex di Viesti per l’illustrazione della copertina e Marco Pepè per il coordinamento editoriale”.

INT: ”Una bellissima iniziativa, utile a tutti, soprattutto a noi giovani per amare e rispettare le bellezze della nostra città. Volevo ricondurmi, poi, a un giorno importante passato da poche settimane ovvero il Giorno della Memoria. Parlando di simboli legati a questo evento nel nostro territorio, so che sono numerose le pietre d’inciampo nella nostra città. Ci può fornire qualche informazione per capirne meglio il significato e l’importanza ?

Presidente:” Innanzi tutto bisogna dire che a Genova ci sono 24 pietre d’inciampo : la più recente si trova in corso Magenta ed è dedicata a Ida Foa e ad Arturo e Luciano Valabrega. Quella che in me ha suscitato maggiori emozioni è collocata in via Mameli e dedicata a Bruno De Benedetti. Durante la cerimonia della sua posa sono state ascoltate testimonianze importanti di quell’epoca da persone sfuggite ai rastrellamenti e sono state invitate tutte le autorità che hanno contribuito alla realizzazione del progetto delle pietre d’inciampo. La persona che voglio ringraziare per la passione che mostra per ricordare le vittime di quel periodo storico proprio con le pietre d’inciampo è l’avvocato Filippo Biolè con il quale condividiamo l’obbiettivo di installare una pietra d’inciampo per ogni cittadino genovese deportato o ucciso”.

 

 

 

PIETRA D’INCIAMPO IN VIA MAMELI

Non dimenticare e fare memoria, la nostra parte è sempre importante

La testimonianza dei genitori di Dodò, vittima di mafia.

di Carlotta Maria Berni, Edoardo Malfettani, Giovanni Porceddu, Emma Riciputi, 2B

Il 20 Settembre del 2009 Domenico Gabriele, detto Dodò, un bambino calabrese di 11 anni, è stato vittima innocente di mafia.

Ancora oggi, a distanza di quasi 15 anni, i suoi genitori, Giovanni Gabriele e Francesca Anastasio, si recano nelle scuole di tutta Italia per portare la loro testimonianza e passare il loro messaggio: sfatare il falso mito secondo cui la mafia seguirebbe un codice per cui donne e bambini andrebbero risparmiati.

Il 20 febbraio i genitori di Dodò hanno portato la loro testimonianza nella nostra scuola. L’incontro, durato due ore abbondanti, è iniziato con la visione di un toccante filmato realizzato da Bruno Palermo, in cui i compagni del bambino raccontavano del proprio rapporto con la vittima. In seguito è intervenuto prima il padre, il quale ha narrato le vicende della sera del 25 giugno. Successivamente è intervenuta anche la madre, che ha raccontato come hanno affrontato la situazione, i sentimenti che hanno provato e il motivo per cui si recano nelle scuole a raccontare la loro esperienza.

Capita spesso di essere convinti che la mafia sia una piaga che riguarda solo il meridione del nostro paese. Ma episodi come la recente scoperta di 60 kg di cocaina a Savona, raccontataci dal pubblico ministero Luca Traversa, ex alunno del liceo, da sempre sostenitore di Libera e presente all’incontro,  dimostrano che la criminalità organizzata è più vicina a noi di quanto potremmo pensare.

La storia di Dodò

Domenico Gabriele era un bambino molto intelligente, allegro e di carattere sensibile. I suoi amici lo consideravano un punto di riferimento. Dodò amava il calcio sin da piccolissimo, e la sua squadra del cuore era la Juventus.

Il 25 Giugno del 2009 il padre Giovanni aveva una partita di calcetto in un campo vicino al paesino in cui abitavano. C’erano più di 50 persone, fra cui Gabriele Marazzo, che aveva un debito con la mafia locale di circa 350 euro. D’improvviso alcuni colpi di Calibro 12 lo fanno morire sul colpo. Oltre al bersaglio prescelto però, ad essere colpite sono altre dieci persone, di cui solo otto si salveranno.

Il piccolo Dodò, ferito alla nuca, è soccorso immediatamente dal padre, il quale capisce presto di non poter fare nulla. Chiama quindi i soccorsi, che lo porteranno nell’ospedale di Crotone, per trasferirlo poi a Catanzaro. Il 20 settembre 2009, dopo numerosi interventi, il bambino viene a mancare.

In seguito a diverse indagini, che non avevano portato nessuna conclusione, uscì infine fortunosamente allo scoperto l’identità dei due sicari che avevano sparato da un boschetto limitrofo: Vincenzo Gratto e Andrea Tornicchio, al tempo diciannovenne. A tradirsi fu proprio Tornicchio, durante una visita in carcere al fratello: venne infatti registrato il colloquio fra i due, durante il quale essi parlarono dell’accaduto.

 

 

 

Una riflessione per tutti

Come faccio a vivere senza di te?”, si è chiesto il padre all’inizio dell’incontro con le lacrime agli occhi. “Con grande dolore per noi, ma tanta voglia di vivere”. Con una grande missione da portare avanti, e con la convinzione che dal male possa nascere il bene; che da un’esperienza tragica come questa possano scaturire la necessità e la determinazione di fare qualcosa.

 

“Poter capire, voler spiegare” Benedetta Tobagi racconta suo padre

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Walter Tobagi, giornalista e scrittore, ma anche figlio, marito e padre: ce ne parla Benedetta Tobagi

Di Irene Collufio e Vittoria Gandolfo, 3B

(foto di Elena Bisio e Marta Uva 4B, riprese e video di Simone Maragliano 5B)

 

 

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Il 12 febbraio alcune classi del liceo D’Oria hanno avuto l’opportunità di incontrare Benedetta Tobagi, figlia del noto giornalista. E’ proprio alla ricostruzione della vita impegnata  Walter Tobagi, studente popularis, giornalista generoso, impegnato, intelligente, che è dedicato il suo primo libro “Come mi batte forte il tuo cuore”,  inchiesta rigorosa sugli anni del terrorismo e insieme viaggio di ricerca e di riappropriazione di un padre amatissimo e conosciuto attraverso i suoi diari, lettere, articoli, libri.

Walter Tobagi con i figli Benedetta e Luca

Storica, scrittrice, conduttrice radiofonica e recente vincitrice del Premio Campiello con il suo ultimo saggio, Benedetta Tobagi ha dedicato parte dell’incontro a definire il contesto storico degli anni  in cui è maturato l’assassinio di suo padre, chiarendo alcuni aspetti che spesso vengono dati per scontati. Inoltre ha raccolto le molte domande degli studenti, a cui ha risposto in maniera chiara ed esaustiva.

Walter Tobagi è stato un giornalista e inviato speciale per il Corriere della Sera, che il 28 maggio 1980 è stato assassinato dai militanti della Brigata XXVIII marzo a causa della sua costante ricerca della verità, a cui ha dedicato tutta la vita e la carriera.

Brigata XXVIII marzo: chi sono gli assassini di Tobagi?

Barbone (in foto) e Morandini, responsabili dell’omicidio Tobagi, vendono scarcerati dopo essersi pentiti

Il nome della brigata è stato scelto per commemorare l’irruzione di via Fracchia, a Genova, durante la quale i carabinieri guidati dal Generale Dalla Chiesa hanno ucciso quattro brigatisti. Dei sei membri del gruppo imputati, tre si sono pentiti: Marco Barbone, il leader, e Paolo Morandini, sono stati condannati a 8 anni e 6 mesi, pena mai scontata in carcere poiché è stata  accordata loro la libertà condizionata, e Mario Marano, che è stato scarcerato nel 1986. Barbone e Marano inoltre sono gli autori materiali del crimine, mentre gli altri si sono limitati a compiti di copertura. Invece non si sono pentiti Manfredi De Stefano, morto nel 1984 mentre scontava la sua pena a 28 anni, Francesco Giordano, scarcerato nel 2004 dopo aver passato 21 anni in carcere, e Daniele Laus, condannato a 16 anni.

“Come mi batte forte il tuo cuore”: perché una ricerca privata diventa un libro

Benedetta Tobagi ha raccontato il motivo per cui quelle che dovevano essere delle ricerche private, per capire e per conoscere suo padre, sono divenute un libro. La riteneva una storia molto bella per fornire un esempio di ascesa e realizzazione sociale nell’Italia del dopoguerra, date le origini modeste del padre. Inizialmente l’idea era di creare un documentario, dal momento che lavorava  già nell’ambiente e che non avrebbe dovuto occuparsene personalmente: rendendosi conto però che gran parte del materiale lasciato da suo padre era scritto, ha deciso di scrivere un libro. 

Successivamente, alla domanda su “quanto si possa effettivamente far luce su questo periodo storico”, la scrittrice ha risposto che dipende sempre dallo standard di verità che ci si pone, ma che in ogni modo non si potrà mai veramente arrivare alla verità, alla quale tuttavia ci si può avvicinare.

Per garantire uno spazio di valutazione ai suoi lettori, la Tobagi ha utilizzato appositamente uno stile soggettivo in alcuni passi del libro, in modo che fosse possibile distinguere i passaggi in cui si è fatta sopraffare dall’emozione, da quelli in cui invece è stata oggettiva.

Ha specificato inoltre che il suo libro “Come mi batte forte il tuo cuore. Storia di mio padre” è un romanzo di formazione, con cui ha voluto raccontare non un eroe, ma un uomo, con paure, sogni e passioni.

Ecco come lo ricorda un altro giornalista del Corriere, suo collega e amico. 

Antonio Ferrari: il ricordo di un amico

Era una persona straordinaria, limpida, vera, autorevole, forte e piena di coraggio.

Con queste parole Antonio Ferrari, giornalista per il Corriere della Sera dal 1973, descrive il collega e amico Walter Tobagi. I due inviati speciali per il Corriere hanno lavorato insieme per far luce sugli anni in cui il terrorismo è dilagato in Italia. Uno degli ultimi lavori insieme è stato  l’articolo sull’irruzione nel covo di via Fracchia.

 

 

Al posto giusto nel momento sbagliato

“Amiamo la vita, i sacrifici pagano, i soldi si sudano”

di Anna Viola Coppo e Rebecca Fineschi, 2D

La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.

Giovanni Falcone.

La forza d’intimidazione esercitata dalle organizzazioni mafiose porta al silenzio, all’omertà, di associati e persone conniventi. Chi non tradisce, chi non parla, è chiamato “uomo d’onore”, secondo una terminologia settaria che inverte il senso reale delle parole.   

La mafia agisce attraverso minacce e violenze. Non si ferma davanti a nulla, neppure di fronte a un bambino innocente.

É presente anche nei luoghi dove regna la tranquillità e dove bambini e ragazzi di ogni età dovrebbero sentirsi al sicuro e spensierati. 

“Non c’è un posto sbagliato, non c’è un momento sbagliato, semplicemente perché non esiste un luogo sbagliato per una vittima innocente. Al posto sbagliato, al momento sbagliato ci sono sempre e comunque gli assassini, i mafiosi, i criminali”.

E’ questa la grande lezione di vita di Francesca Anastasio e Giovanni Gabriele, genitori di Domenico “Dodò”.

La verità che si cela dietro alla terribile storia di Dodò

Domenico Gabriele, soprannominato da tutti Dodó, nasce il 17 ottobre del 1998 a Crotone.

E’ un fanciullo affettuoso, altruista e molto intelligente, insomma adorato da tutti! Ma il suo sorriso si è spento troppo presto.

Era la sera del 25 giugno del 2009, quando la vita di Giovanni e Francesca cambiò per sempre.

Giovanni Gabriele si lasciò convincere dal figlio ad accompagnarlo al campetto in Contrada Margherita, dove era solito giocare allo sport che più amava, il calcio. 

Non sapeva però che quella sarebbe stata l’ultima volta.

Nel campetto c’erano circa 50 persone, tra amici e uomini che i due non conoscevano bene.

In porta si trovava Gabriele Marrazzo. Arrivati sul posto cominciarono a divertirsi, sembrava che il tempo si fosse fermato.

Poi uno sparo, un respiro…tutto ciò che era intorno sembrava svanire, una vita appesa a un filo. 

Giovanni non sapeva cosa fare, chiuse gli occhi, nella sua mente tutto era offuscato.

La corsa in ospedale pareva infinita.  Dodò venne portato nel pronto soccorso di Crotone. La situazione era molto grave, venne così trasferito d’urgenza nel reparto di Neurochirurgia di Catanzaro.

Domenico era stato colpito al fianco e alla testa. I medici fecero di tutto per tenerlo in vita: era in bilico tra la vita e la morte. 

Quella che doveva essere una piacevole serata, si era trasformata in un vero e proprio incubo. Il piccolo rimase in coma farmacologico per 85 lunghissimi giorni. Giorni in cui Giovanni e Francesca affrontarono una terribile agonia. Il 20 settembre del 2009, il cuore del bambino smise di battere per sempre. Ma la sua generosità rimarrà per sempre nei cuori di coloro che l‘hanno conosciuto.

Ma chi era il vero obiettivo?

Il bersaglio era Gabriele Marrazzo, 35 anni, membro della malavita locale. Era un disoccupato e si era trasferito in Germania raggiungendo così suo padre. Iniziò a collaborare con la ‘ndrangheta, a chiedere il pizzo e contrabbandare droga. A causa di quei maledetti 350 € che decise di non pagare, Dodo’ , un bambino innocente di dieci anni, venne ucciso al posto suo.

Il processo

Subito dopo la morte di Dodò, iniziarono le indagini per trovare gli spietati assassini. Inizialmente non si recuperarono abbastanza prove per incastrare i malavitosi, ma proprio quando stavano per arrendersi, avvenne “una fortuna nella sfortuna”. Infatti il killer Andrea Torricchio e la madre andarono a trovare Francesco Torricchio, già in carcere da tempo.

I tre parlarono della vicenda, essendo sicuri di non essere scoperti, ma in prigione orecchie e occhi sono ovunque. Alla fine Andrea confessò e venne arrestato.

Andrea Tornicchio e Vincenzo Gattolo i killer di Domenico Gabriele

Un altro indizio giunse grazie al cugino di Gabriele Marrazzo, anch’esso chiamato Gabriele, che quella fatidica sera era presente. L’uomo rivelò che il cugino frequentava sia Andrea Torricchio che Vincenzo Gattolo (secondo killer).

Per Dodò ci fu finalmente giustizia. 

Il 13 maggio del 2015 la Corte di cassazione confermò la sentenza  e gli assassini furono condannati all’ergastolo.

Libera

Alcuni giorni dopo il funerale di Dodò, Francesca e Giovanni ricevettero una visita da parte di Don Luigi Ciotti.

Quest’ultimo entrato in camera di Domenico, vide appesa al muro la maglia del suo giocatore preferito, Alessandro Del Piero. Ciotti chiese ai genitori del bambino di incontrare Del Piero e stringergli la mano, proprio come Dodò avrebbe voluto.

Buon compleanno Dodò

Gli amici di Domenico hanno scelto come data il 17 ottobre per riunirsi e ricordarlo.

A lui sono dedicati i Presidi di Libera Miranese, in Veneto, e in Toscana il Presidio di Pontedera (PI) e di Campi Bisenzio (FI).Tutti gli anni, il 25 giugno, i Campi Macrillò, in contrada Margherita, ospitano un torneo di calcetto, “Liberi di giocare“.

 

Francesca e Giovanni sono un esempio di come ci si può rialzare da una caduta così dolorosa e di come insieme si riescono ad affrontare le difficoltà. Mantenere ancora vivo il sorriso e la voglia di vivere di Dodò è diventato per loro un impegno di testimonianza per far capire quanto la mafia sia una cosa malvagia. Così è stato con le classi 2b e 2d del Liceo classico “A. D’Oria” di Genova, il 20 febbraio, quando nell’ambito dell’iniziativa “Le mafie sono anche cosa nostra” hanno raccontato la loro storia alla presenza di Don Valentino Porcile promotore dell’evento e del magistrato Luca Traversa, volontario di Libera. 

 

Scrivere, che passione!

Intervista a Milena Lanzetta, insegnante e autrice di narrativa per l’infanzia

di Luca Mangini, 1B

 

 

Lunedì 30 ottobre 2023 gli alunni della 1B hanno  avuto l’opportunità  di incontrare  Milena Lanzetta, autrice di uno degli incipit della Staffetta di scrittura creativa organizzata da BiMed, a cui la classe  partecipa.  Nella prima parte dell’incontro la scrittrice  ha illustrato alcuni testi che sono stati di riferimento e ispirazione per lei , tra i quali “Esercizi di stile” di Raymond Quenau e “Lezioni americane” di Italo Calvino . Poi si è resa disponibile a rispondere ad  alcune domande sul suo lavoro e sui suoi testi .

Quando ha scritto il suo primo libro?

“Inizialmente mi sono cimentata nelle poesie per sfogare i miei pensieri, ma poi ho cambiato genere per via delle pesanti regole di composizione. Così ho deciso di passare alla narrativa. Il primo libro che ho scritto si chiama “Occhi color del mare“ , edito nel 1999 da Edicolors per la collana de “Gli acquarielli” , Fiabe dell’Acquario di Genova.

 Come mai ha scelto di essere autrice di libri per bambini e ragazzi?

“Ho sempre amato lavorare con i bambini, infatti sono una ex insegnante di asilo; sono curatrice di numerosi progetti nelle scuole e nelle biblioteche.”

 Quale libro è il suo preferito tra tutti quelli che ha scritto?

“Sicuramente tutti quelli che hanno come sfondo il mare, che amo moltissimo e guardo con stupore e rispetto. Da giovane l’acqua mi faceva molta paura, ma all’età di 50 anni sono riuscita a vincerla e ho imparato a nuotare”

Ha sempre amato scrivere? Quando ha pensato che la sua passione sarebbe  diventata

una professione ?

“Ho sempre amato scrivere, sin da quando ero piccola. Ho cominciato a pensare che questo avrebbe potuto diventare il mio lavoro quando sono stati pubblicati i miei primi libri, scritti  per spiegare ai bambini temi per loro molto complicati come la pandemia da COVID-19 e il crollo del ponte Morandi.”

 Ha mai avuto il  blocco dello scrittore?

“No, mai. Mi stimola moltissimo il foglio bianco e  ho una marea di pensieri che viaggiano nella mia mente alla velocità della luce; a volte vorrei scrivere anche più di quanto non faccia.”

 Come ha fatto ad avvicinarsi al progetto della staffetta e come mai ha aderito all’ iniziativa?

“Sono stata segnalata ai direttori di Bimed da una curatrice della rivista Andersen; mi sono appassionata al progetto ed è già il sesto anno che propongo un mio incipit.”

 Cosa l’ha ispirata a scrivere il suo incipit per il progetto di quest’anno?

“Il tema è la guerra in Ucraina e io ho pensato subito a come anche la memoria venga spazzata via dall’ atrocità della guerra.”

 Come ci consiglia di lavorare per la stesura del capitolo che ci è stato affidato?

“Vi consiglio di adottare uno strumento che noi scrittori usiamo molto spesso per stravolgere o vivacizzare i nostri testi, il colpo di scena.”

 

 

Archivio di Stato di Genova, scrigno di memorie del nostro passato di dominatori

Il racconto dei fatti grandi e piccoli che la storia ricordi dell’egemonia genovese sul Mediterraneo, sulla tratta degli schiavi e i connessi contrasti con l’Impero Turco-Ottomano, narrato dalla storica dell’Archivio di Stato, Giustina Olgiati, attraverso un’attenta analisi dei documenti scritti che ci sono pervenuti a partire dal Medioevo fino all’Età Moderna.

di Matteo Fiorucci e Gabriele Pecchi, 2d.

Oggi l’informazione è incredibilmente rapida a viaggiare e a raggiungere chi ne abbia bisogno: attraverso una rete di trame invisibili, le conoscenze che l’umanità ha acquisito nel corso della sua storia scorrono senza sosta da un dispositivo all’altro e si può avere accesso ad esse in qualunque momento. Spesso la rete è così rapida da farci dimenticare da dove provengano quelle informazioni, che non sono soltanto fredde scritte su uno schermo, aliene dalla realtà, ma hanno invece origine da fatti concreti.

Seppur la storia si riservi non di rado di offrire allo studioso quanti più ostacoli le riesce d’inventarsi, al fine della sua comprensione, le uniche prove tangibili di cui si possa disporre sono le fonti scritte e materiali che abbiano avuto la fortuna di far sopravvivere fino a noi, dalle quali hanno origine   conoscenze certe in nostro possesso.

Grandi raccoglitori di queste conoscenze sono gli Archivi di Stato italiani, che conservano documenti di qualsivoglia genere, e persino che non si voglia: diari, lettere, editti reali, ce n’è tanti da non poterne più di non leggere. Pensare che chiunque può accedervi per esaminare quanto gli interessi, e l’accesso è gratuito. Si vede che alla fine addirittura gli archivisti si sono stufati, e hanno deciso di fare una bella svendita.

La verità,  purtroppo, è che chi lavora in archivio il suo lavoro deve amarlo per forza, tanto che per il suo servizio non percepirà buona paga, e dovrà sforzarsi di governare il suo regno di carta senza fondi per il restauro dei documenti antichi e per organizzare attività o mostre per risvegliare l’interesse pubblico verso la storia del nostro Paese. 

Una delle fatiche che l’Archivio di Genova sta portando avanti è la mostra “Tutti i Genovesi del Mondo”, che è visitabile, dal 18 gennaio al 30 aprile 2024. Un’ occasione per constatare che nonostante la stretta territorialità degli archivi, legati a realtà ristrette, i loro documenti permettano approfondimenti interessanti e inaspettati.

Storie di schiavi

Intento della stessa nostra è raccontare la grande espansione territoriale e commerciale che portò Genova a divenire una delle maggiori potenze mediterranee e anche oltre. In essa vengono presentati testi di leggi ed atti notarili dal XII secolo in poi, per fornire un’immagine delle interazioni con le altre culture europee e di come esse abbiano costituito un’importante ragione di cambiamento del sistema legislativo e del sistema di vivere. Al centro di tutto il tema della schiavitù, fenomeno che ha caratterizzato ogni società e che ancora si protrae, senza ricevere grande risalto da parte dei media, e tra questi nemmeno dagli articoli sul web sull’argomento, che non sembrano volersi mostrare volentieri. Invece, l’argomento presenterebbe numerosi sviluppi anche dal punto di vista storico. Infatti lo scopo di un archivio è solo indirettamente legato alla comprensione dei fenomeni d’oggi, in quanto essa passa prima attraverso l’analisi storica dei fatti passati.

Come centro della schiavitù europea dal punto di vista economico, e cioè dell’importazione degli schiavi, la città di Genova merita un’attenzione particolare, e così le leggi che adottò in merito, e le innumerevoli storie di vite di schiavi ivi venduti, pervenuteci grazie a quanto detto nelle lettere scambiate tra mercanti e compratori. Una di queste è un documento firmato da un rivenditore di uomini genovese, vissuto nel XV secolo, al momento d’apice della cultura e della pratica schiavistica in Europa, quando, trascorsi ormai oltre due secoli dal tempo in cui si era iniziato ad importare schiavi dall’area del Mar Nero, era divenuto d’uso comune possedere qualche schiavo che aiutasse coi lavori domestici, anche per i meno abbienti. Insomma, il nostro mercante genovese dovette essere davvero uno di quei bravi volponi che riescono ad arricchirsi senza far altro che il proprio non esattamente onesto mestiere, ma dall’altro lato della trattativa chi c’è? Possiamo dedurre che si trattasse d’una donna maritata e probabilmente non ricca quanto ci immagineremmo per una compratrice di uomini. Si tratta di una popolana, sarta per la precisione, moglie d’un uomo indaffarato che pretende di trovare la casa in ordine quando torna dal lavoro. Lei è riuscita a racimolare qualche spicciolo per acquistare una donna che l’aiuti con i mestieri. Nella sua condizione, necessitava di trovare una merce adatta al lavoro che non costasse troppo e la schiava Lucia costa poco a causa della camminata claudicante, anzi l’astuto mercante è subito disposto a dimezzare ulteriormente il prezzo pur di “piazzare” una merce così poco appetibile. Inoltre Lucia non è troppo bella, non di etnia circassa, per cui non potrà costituire una concorrente in amore con la padrona. Al tempo era infatti socialmente accettato che i padroni di schiave se ne servissero come oggetti sessuali, che, al fianco della moglie ufficiale, prendono il nome di concubine, cioè coloro che condividono il cubiculo col padrone.

Le difficoltà degli archivi

La carta che attesta la vendita di Lucia è stata restaurata presso i laboratori dell’Archivio di Stato di Genova, tramite reidratazione della pergamena ormai secca e rinforzandola con la resistenti fibre della carta giapponese derivata dal bambù, grazie a cui si sono potuti richiudere i molti fori della pelle, e rifinire i bordi seghettati, quando non era troppo lontana dallo sbriciolarsi.

Purtroppo, in questo periodo vari archivi sul territorio si sono trovati a dover chiudere alcuni dei loro laboratori di restauro per mancanza di fondi; essendo un servizio gratuito per la cittadinanza accade che si abbia difficoltà a trovare restauratori per i documenti e a procurarsi il materiale necessario. Questo è un problema, poiché il materiale scrittorio, più d’ogni altro la carta, è estremamente deperibile, e se non sottoposto a continue cure, rischia di andare perduto e con esso le prove fisiche dei fatti della storia, grandi e minori, destinati a venir dimenticati o ad essere affidati a una memoria distorta e noncurante. 

Perchè ricordare

Eppure quanti uomini furono sottratti alla loro terra e alla famiglia per servire, quanti denari spesi, quante miglia per terra e per mare, e quanto sangue versato; quanti di noi devono la propria esistenza a un’unione tra schiavi o tra padrone e schiava.

Si pensi che la famiglia Durazzo, di cui a Genova è visitabile la grandiosa villa, prende il proprio nome dall’omonima città albanese, da cui proveniva Giorgio, fatto schiavo e diviso dai familiari e chiamato così dai suoi padroni, che, riuscito a riscattarsi, ebbe figli, e dai figli di questi furono avviate le prime attività commerciali che portarono la famiglia ad arricchirsi e aumentare il proprio potere fino a fornire otto Dogi alla Repubblica di Genova.

 

 

Lo schiavismo fu poi all’origine di nuovi sistemi di leggi, come quella sulla cosiddetta legittima difesa putativa, da applicarsi nel caso d’un incontro con uno schiavo in ora tarda e nei pressi della propria abitazione, per cui era possibile assumere comportamenti violenti nei suoi confronti, se si sospettassero cattive intenzioni da parte sua. Ciò senza essere perseguiti penalmente, e col solo obbligo di versare al padrone la cifra corrispondente al valore dello schiavo se lo si fosse ucciso.

A ciò si aggiungono strettissimi rapporti d’interscambio di schiavi, che non sempre vedeva entrambe le parti convenirne, tra impero ottomano e stati europei, all’origine di guerre e razzie per tutto il Mediterraneo, capaci di influenzare il sistema politico e sociale di quel crogiolo di vita che è questa zona, da sempre forgia incontenibile di ideologie politiche e filosofiche, religioni e culture, terra madre di innumerevoli imperatori, poeti, grandi uomini di chiesa, che loro malgrado, vittime ignare o profittatori delle idee del loro tempo, si servirono in gran copia di quel popolo senza nome e senza patria, che, nato senza volerlo, per secoli batté senza orgoglio la propria sgualcita bandiera sulle stesse acque un tempo sue, di quel mare che non grazie ad esso raccolse la propria fama, ma soltanto vuote divizie.

 

 

Tiberio Bentivoglio, testimone di mafia, incontra gli studenti del Liceo D’Oria

di Francesco Repetto, Filippo Moreschini e Pietro Speroni di 2B

Tiberio Bentivoglio, un noto testimone di giustizia, è venuto a scuola giovedì 18 gennaio per raccontare agli studenti la sua perenne lotta contro la criminalità organizzata e spiegare come un incontro con un mafioso gli ha cambiato per sempre la vita.

L’apertura di un’attività commerciale di successo

Nell’ottobre del 1979, Tiberio insieme alla moglie Enza decise di aprire una piccola attività commerciale per sostenere economicamente la famiglia che da poco si era allargata con l’arrivo di una bambina. Grazie alle voci di paese, la Sanitaria, piccolo negozio allestito nel garage sotto casa, ottenne subito un grande successo e grazie al grande afflusso di clienti dovettero assumere una dipendente.  Visto che la merce che arrivava era sempre più numerosa, assunsero anche un magazziniere.

In seguito allargarono il negozio di 50 mq, ma non bastò. Decisero quindi di affittare un locale di 400 mq situato in una strada molto trafficata di Reggio Calabria, assumendo altri quattro dipendenti.

Tiberio, vedendo come andavano gli affari, si licenziò dalla farmacia in cui lavorava e si dedicò completamente all’attività familiare andando in giro per i paesi della Calabria a vendere i prodotti del negozio come grossista.

Il rifiuto di pagare il pizzo 

Proprio in quel periodo di crescita per l’azienda e quindi per la famiglia Bentivoglio, come un fulmine a ciel sereno, un conoscente del quartiere di nome “Nino Liotta” lo fece scendere dalla macchina con una scusa e gli chiese il pizzo. A questo punto dopo un lungo e difficile colloquio con la moglie decisero insieme di non voler pagare il pizzo alla mafia immaginando il pericolo a cui sarebbero andati incontro.  “Stai peggiorando le cose” lo minacciò violentemente il mafioso.

Le minacce, la bomba e l’incendio del negozio

Nonostante questo, Tiberio ed Enza riuscirono ad inaugurare il nuovo negozio il 25 aprile 1992, aumentando il numero di dipendenti a sette. Grazie alla nuova apertura, la famiglia si arricchì, ma cominciano ad arrivare intimidazioni e piccoli furti: per questo Tiberio e sua moglie Enza decisero di denunciare i mafiosi che li avevano minacciati.

Si avvia quindi un processo che li porterà a testimoniare in un’aula bunker dove il giudice chiederà a Tiberio di indicare la persona che gli aveva chiesto pizzo; lui racconta che questo è stato il momento più difficile del processo. Alla chiusura del fascicolo tre dei cinque imputati furono condannati per associazione mafiosa. Ma le minacce non finirono qui. 

Tiberio racconta che molte volte gli è stato chiesto di assumere figli o parenti di mafiosi ma che lui ha sempre rifiutato. 

Un giorno – racconta – si presenta in negozio una donna incinta che dice di voler acquistare molti prodotti per il nascituro, il costo della merce scelta dalla donna superava i tremila euro. La donna assicura Tiberio che sarebbe venuto a pagare suo marito. Alla domanda sull’identità di quest’ultimo la donna gli fa il nome di un latitante molto conosciuto; Tiberio, sentendo il nome, si rifiuta di lasciare tutta quella merce in  “pagherò”. La vede uscire dal negozio con un sorriso sarcastico e fare una telefonata.

Dopo sedici giorni, il 16 aprile 2003 una bomba viene messa nel suo negozio. Grazie al prezioso aiuto della polizia scientifica, vengono individuati i responsabili ma rimangono in carcere solo per quattro anni.

Dopo due anni precisi dalla bomba, il 13 aprile 2005, viene appiccato un incendio nei locali della  Sanitaria. L’incendio parte alle due di notte, ma – a causa del lento bruciare della merce-  i carabinieri se ne accorgono solo alle quattro e mezza del mattino ed è ormai troppo tardi per salvare il negozio.

Tiberio e Enza perdono oltre quattrocentomila euro di merce e l’attività fatica a riprendersi. 

Inizialmente non si comprende quale sia la causa dell’incendio, visto che le minacce in quel periodo erano diminuite:  si pensa a Santo Bugitti, latitante, la cui abitazione confinava con la struttura dove si riuniva l’associazione culturale creata da sei amici del quartiere di cui Tiberio era il presidente.

Si pensa che l’incendio sia opera del noto mafioso Santo Bugitti, perché proprio lui, alcuni giorni prima aveva detto a un socio di chiudere. Due dei soci si ritirano e l’associazione, che era arrivata a ben settanta partecipanti, è costretta a chiudere. Dopo alcuni anni si scoprirà che a mandare il mafioso era stato proprio il suo prete, Don Nuccio Cannizzaro presidente di un’ altra associazione culturale che era stata penalizzata nei finanziamenti dalla presenza di quella di Tiberio. Don Nuccio è tuttora sotto processo.

Dopo un ulteriore incendio al magazzino, propongono a Tiberio la scorta ma lui la rifiuta.

L’attentato e la nuova attività

Tre anni dopo, il 9 febbraio 2011, mentre si trova sull’Aspromonte gli sparano alla schiena sei colpi. Hanno sparato per uccidere ma per fortuna la pistola si inceppa e i mafiosi scappano. Grazie alla bravura dei magistrati l’indagine si chiude  e vengono arrestate cinque persone.

Enza e Tiberio decidono di spostare l’attività perché ormai nel loro quartiere c’è diffidenza e in pochi frequentano ormai il loro negozio. In centro a Reggio nessuno vuole affittare loro un locale, ma arriva la proposta di impiantare l’attività in  bene confiscato, un luogo prima appartenente alla mafia alla quale era stato sequestrato.

Inaugurano il nuovo negozio e alla festa partecipano centinaia di persone,  personalità come Don Ciotti e Rosi Bindi. Il 28 febbraio 2016 subirono un altro incendio al magazzino, ma da allora ad oggi non hanno più subito fastidi dalla mafia.

Tiberio ed Enza hanno vinto la  loro battaglia.

 

L’enciclopedia d’Italia di Aldo Cazzullo

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Matteo Barcella, Chiara Capitanio e Greta Mumolo, 4B

 “Enea è l’eroe pio, misericordioso, che si fa carico del passato e del futuro, che fugge da Troia in fiamme, col padre Anchise sulle spalle e il figlio Iulo […] l’eroe degli antenati e dei discendenti”

Viene evocato così il progenitore delle genti romane, da Aldo Cazzullo, giornalista del Corriere della Sera, conduttore di Una giornata particolare su La7, ospite al Liceo Classico A. D’Oria per presentare lo spettacolo Il duce delinquente in scena al Teatro Modena di Genova.

Interrogato dalle domande degli studenti, raduna, come in un’enciclopedia, l’identità della nostra nazione.

“Non è nata dalla politica, dalla diplomazia, dalla guerra, ma è nata dall’arte, dalla bellezza, dalla cultura, dai versi di Dante, dagli affreschi di Giotto, dal Rinascimento. L’Italia è una nazione culturale” – afferma Cazzullo in un continuo riferimento ai veri fondamenti delle società del passato.

Si sofferma sulla pluralità delle personalità che hanno influenzato le scene del passato, da Virgilio, tanto amato dal Medioevo, che ha donato alla letteratura un nuovo modello di sentirsi italici, sino alle donne del “We can do it”, che come eroine ovidiane, hanno mantenuto salda l’economia durante la guerra.

È un viaggio di parole che attraversa anche le pagine nere del fascismo, ovvero quella mitomania che ha rinchiuso la penisola in una gabbia di ostilità e intolleranze, con a capo la criminalità, che lo spettacolo di Cazzullo ha sviscerato in una attenta introspezione dei vertici delle camicie nere.

Una continua contrapposizione fra “una Italia che fornisce molti mezzi per parlar male di lei”, che ancora soffre la disparità di genere, mentre allo stesso tempo ha partorito chi la rese fiera di essere nazione, sebbene il suo particolarismo territoriale e politico.

Qui giace Raffaello da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire – ricorda Cazzullo l’epitaffio della tomba di Raffaello, sita nel Pantheon, l’emblema dello spirito di integrazione dei romani, che avevano dedicato un tempio a tutte le divinità dell’impero, dal vecchio Giove al nuovo culto di Mitra.

Le sue parole si fanno copione la sera del 26 gennaio. Durante lo spettacolo messo in scena al Teatro Modena, tratto dal suo saggio “Mussolini il capobanda”, Aldo Cazzullo ripercorre gli anni bui del fascismo, accompagnando lo spettatore tra i meandri della mente di Mussolini, protagonista indiscusso di quest’epoca. Cazzullo dipinge un ritratto estremamente cruento del duce, non maschera l’orrore delle sue azioni ma da loro voce per rivendicare la memoria delle vittime innocenti del fascismo. Mussolini viene presentato sotto un’ottica diversa rispetto al consueto, non soltanto come politico intransigente, ma anche come uomo senza scrupoli, nella vita privata e nei confronti dei suoi affetti personali.

Moni Ovadia prende in prestito le voci dei protagonisti del ventennio con minuziose imitazioni, si fa narratore e cantore di invasori e oppressi, vincenti e sconfitti, carnefici e vittime. Ebraico, greco, russo, spagnolo, tedesco, un viaggio tra lingue di popoli diversi tra loro ma uniti dal sangue versato negli anni della Seconda Guerra Mondiale.

Parole e canti non si perdono nel silenzio, ma vengono sospinte dolcemente dalle note della poliedrica musicista Giovanna Famulari, tra suoni dolci e delicati quanto profondi e oscuri degli strumenti che maneggia con maestria: violoncello, tastiera, armonica. Due sole mani si destreggiano in una colonna sonora varia ed emozionante e come se sul palco la musicista non fosse soltanto una, più strumenti producono melodie all’unisono.

‘’Il duce delinquente’’ sarà mandato in onda su la7 la sera del 24 aprile in onore della festa della Liberazione, perché ancora troppo spesso qualcuno afferma che Mussolini ‘’ha fatto anche delle cose buone’’ e che il suo unico errore sia stato quello di entrare in guerra. Il fascismo è ancora oggi una ferita aperta del nostro paese, un’ombra che l’Italia continua a portarsi dietro, e, sebbene molti riconducano questo fenomeno esclusivamente al secolo scorso, in realtà le sue ripercussioni affiorano anche nel nostro presente, manifestandosi nella vita di tutti i giorni in maniera più o meno velata.

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