Edicole, la resistenza

di Grazia Raito, 1d 

Trentotto anni fa, nel 1987, una giovane signora di nome Piera Antenucci insieme al marito comprano una piccola edicola nel Centro Storico di Genova in via Giustiniani, tra Piazza Ferretto e Salita Pollaiuoli che è ancora oggi è gestita da lei. Piera, nata nel 1948, di origine abruzzese, si è trasferita a Genova dopo  il matrimonio con il  marito, capitano di navi mercantili. Durante l’intervista ha raccontato di aver lavorato come attrice e cantante in piccoli teatri nei suoi anni in Abruzzo, e con i genitori in una delle loro due macellerie.   Dopo la pensione del marito hanno deciso di aprire questa edicola, gli spazi interni sono stati costruiti da lui e da allora molte cose nella strada sono cambiate: c’era un  negozio di scarpe, una farmacia, un bar,  un negozio di materassi e un sarto. Oggi, oltre all’edicola, è rimasto il ristorante Ugo, l’arredamento della sua edicola però è rimasto uguale.

La Piera ha raccontato che prima che lei e il marito diventassero i proprietari dell’edicola, all’angolo, di fronte al negozio, veniva un ragazzo di nome Bertin, adesso di 94 anni, che vendeva il Corriere Mercantile del pomeriggio, lo chiamavano lo Strillone.

Ci dice anche che agli inizi della loro carriera come edicolanti, ogni giorno vendevano 400 copie del Secolo XIX . Confessa che oggi i tempi sono molto cambiati per la carta stampata, purtroppo molte edicole chiudono per il basso guadagno causato dal fatto che nessuno legge e scrive più, soprattutto i giovani e molti preferiscono l’informazione on line. Lei però resiste perché considera l’edicola la sua vita, gli piace essere a contatto con le persone, sia abitanti che stranieri e nonostante la morte del marito nel 2023, di notte continua a coricarsi nel retro bottega, trasformata in modalità cuccetta di una nave dove tiene tutti i suoi elegantissimi vestiti e i suoi ricordi.        

                                           

 

 

 

 

 

 

 

 

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Rai: dietro le quinte

Di Anita Corsi, Alexandra Delrio,  Lorenzo Moretti, Beatrice Pincelli, Giulia Portalupi, Federica Tanca, Emma Zini, 2B

La 2B si avventura nel backstage della Rai

Avere l’opportunità di visitare la sede regionale della Rai a Genova è stato davvero emozionante perché ci ha consentito di vedere per la prima volta quello che in futuro potrebbe diventare il nostro lavoro, veder applicare nella realtà tutto ciò che studiamo o vediamo in televisione tutti i giorni, attraverso una visita esclusiva ed unica per scoprire i segreti del mondo dei media.

Durante il tour abbiamo avuto accesso alle tecnologie all’avanguardia e ai processi creativi che alimentano la produzione di contenuti televisivi e radiofonici. Dallo studio alla regia, ogni angolo della sede ha svelato un aspetto affascinante del lavoro che permette la realizzazione di programmi che raggiungono ogni giorno milioni di italiani. Un’esperienza che ha stimolato riflessioni sul ruolo dei media nella società contemporanea e sull’evoluzione del giornalismo e della comunicazione. 

 

I giornalisti e i tecnici coinvolti nel progetto “Rai porte aperte” hanno iniziato la visita illustrandoci con un breve discorso introduttivo quello che sarebbe stato il programma della giornata, poi ci hanno accompagnato negli studi di registrazione.

Abbiamo simulato un servizio radiofonico; guidati dalla giornalista Ilaria Linetti, i responsabili del progetto ci hanno mostrato come realizzare un servizio, tra cabine di regia e conduzione. In questa fase abbiamo simulato e imparato a mandare in onda la sigla di testa e di coda del telegiornale, a introdurre servizi di inviati e a regolare le impostazioni audio. Questo è stato uno dei momenti più interessanti della visita perché ci ha permesso di constatare l’enorme lavoro necessario per produrre ogni servizio giornalistico, anche della durata di pochi minuti. Abbiamo capito che il giornalista e il tecnico devono comprendersi e intendersi rapidamente e  che alla messa in onda del telegiornale tutta la redazione deve collaborare. 

Abbiamo visitato anche l’archivio dove vengono custoditi i servizi audio e video che la Rai ha realizzato nel corso degli anni. Abbiamo avuto la possibilità di verificare che anche il materiale dell’archivio storico sta venendo via via digitalizzato: questo è il luogo dove si incontrano il passato e il futuro del giornalismo ed è stato affascinante poter ammirare questo delicato e complicato processo da vicino. 

Siamo poi stati accompagnati nello studio dove si registra in diretta il telegiornale regionale.

Ci è stata data la divertente ed emozionante possibilità di simulare una diretta del Tg, di calarci nei panni di conduttori, giornalisti ed inviati speciali, di tecnici e direttori della regia. Abbiamo imparato anche attraverso la pratica che per la riuscita del telegiornale è necessaria una grande collaborazione tra tutte le figure professionali e che, quando si va in onda in diretta, bisogna saper gestire  l’errore e non fermarsi. 

Confrontandoci tra noi, una volta terminata la visita, ci siamo accorti che siamo rimasti tutti particolarmente colpiti dallo studio televisivo che fino a quel momento avevamo visto solo sullo schermo.  

Quest’esperienza è stata molto importante per il nostro orientamento professionale: oltre al fatto che per la prima volta abbiamo potuto vedere dal vivo dei professionisti all’opera, i responsabili della visita si sono dimostrati molto disponibili e attenti nel rispondere alle nostre domande, fornendoci  numerosi consigli utili per la scelta del percorso di studi. La professione del giornalista, hanno ribadito, è in parte un lavoro di sacrifici, ma anche di grande stimolo e soddisfazione.

Le pietre d’inciampo: memoria e riflessione sull’Olocausto

di Camilla Carratù, Gilda Agosti, Maria Giovanna Lauria, Chiara Torazza, 2B

Il ricordo della Shoah non deve essere limitato solo al 27 gennaio, Giornata della Memoria, deve vivere in noi tutti i giorni, ma spesso la nostra mente è occupata da così tanti pensieri che, camminando e guardando a terra, non ci accorgiamo neanche di piccoli frammenti di storia che abbiamo nelle nostre strade.

La 5F del nostro Liceo Classico, seguita dalla professoressa Borello,  ha organizzato un percorso guidato sulle pietre d’inciampo nel centro di Genova per arrivare al cuore degli studenti del Liceo D’Oria.

Ma cosa sono le “pietre d’inciampo” e perché si chiamano così? Le pietre d’inciampo sono dei  piccoli blocchi di pietra ricoperti da una lastra di ottone su cui sono incisi il nome e la data di deportazione di alcuni ebrei, come piccole targhe commemorative. Il loro nome è derivato dalla funzione che dovrebbero, o meglio, dovremmo fare loro assumere, ossia quella di farci proprio “inciampare” nella memoria di quel tempo per tenere sempre vivo nelle nostre anime il dramma vissuto da tanti uomini, donne e bambini.

La prima pietra ci è stata mostrata da Marco Vecchio; essa ricorda l’arresto di Giorgio Labò, uno studente di architettura che fu arruolato nel genio minatori e che, dopo l’armistizio, fu tradito da uno dei suoi compagni e in seguito catturato dalle SS tedesche. E’ stato prigioniero per 18 giorni; malgrado sia stato sottoposto a terribili torture, non rivelò mai niente negli interrogatori delle SS; venne fucilato con altri suoi nove compagni senza processo.

All’inizio di Galleria Mazzini abbiamo trovato la pietra di Riccardo Pacifici: laureato in Lettere Classiche all’Università di Venezia, divenne rabbino di Genova nel 1936 e venne arrestato nel 1943 dalle SS con la moglie e i suoi figli.

Percorsa Galleria Mazzini, ci siamo fermati in Largo Eros Lanfranco per  ascoltare da Elena Bisio, Petra Torrigiani e Agnese Dighero le storie di alcuni genovesi che hanno aiutato a nascondere degli ebrei: Francesco Repetto,  che nel 1943 ha guidato la delegazione ebraica, un’organizzazione che aiutava gli ebrei a emigrare e a stabilirsi in un nuovo paese; Pietro Boetto, cardinale e arcivescovo di Genova che forniva i beni necessari agli ebrei nascosti; Massimo Teglio, che  ha fatto parte dell’aviazione ed è riuscito a salvare circa 30.000 ebrei andando da Genova a Firenze e fornendo documenti falsi e denaro per i beni di prima necessità. Queste straordinarie persone hanno ricevuto una medaglia al valore per il coraggio dimostrato.

In via Bertola, accanto alla sinagoga di Genova,  sono situate le quattro pietre d’inciampo della famiglia Polacco: Camilla Icardi, Matilda Biasizzo e Claudia Tolomelli ci hanno raccontato la loro storia. Il padre, Albino Polacco, nel 1943 era il custode della sinagoga e venne arrestato con la moglie Linda e i due figli Carlo e Roberto. Molti persone che si trovavano all’interno della sinagoga si salvarono, invece,  grazie al gesto di una signora che dalla finestra sventolò un fazzoletto per avvisare dell’arrivo dei tedeschi.

Infine ci siamo recati davanti alla prefettura per ascoltare la storia di Ercole De Angelis, deportato al campo di Bolzano, assassinato il 18 aprile 1944; Italo Vitale, arrestato in corso Montegrappa il 10 dicembre del 1943 , fu recluso nel carcere di Milano fino alla sua deportazione ad Auschwitz, ma morì durante il terribile viaggio; Emanuele Cavaglione, gioielliere ebreo, si trasferì a Firenze per fuggire dalle deportazioni, ma fu ingannato e ucciso ad Auschwitz il 30 giugno 1944; Margherita Segre, moglie di Emanuele Cavaglione, fu arrestata col marito e portata al campo di Fossoli e morì lo stesso giorno del marito.

Le pietre d’inciampo rappresentano non solo un omaggio alle vittime delle persecuzioni naziste, ma anche un invito alla riflessione e alla memoria collettiva. Questi piccoli monumenti sparsi in tutta Europa, ci ricordano l’importanza di non dimenticare le ingiustizie del passato ed impegnarci per un futuro di rispetto e umanità.

 

Oltre le parole, trasportati dalla musica, per non dimenticare

di Matias Di Giacomo, Maria Giovanna Lauria, Alice Moscatelli, Matilde Pedroncini e Federico Pellegrini, 2^B

In occasione del Giorno della Memoria, dal 2007, viene riproposto annualmente in diverse sedi di Genova lo spettacolo teatrale “Tu passerai per il camino”. Quest’anno si  è tenuto al teatro Sivori.

Questo evento è stato ideato e curato dal professor Rino Giannini, con la collaborazione di Raffaella Burlando. Rino Giannini, per molti anni professore di latino e greco al liceo classico Marconi-Delpino di Chiavari, si occupa da sempre di teatro e ha guidato una scuola di recitazione da dove hanno mosso i primi passi futuri allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma.

Lo spettacolo, che da anni coinvolge la città e il pubblico genovese, è diventato un evento per  poter riflettere sugli orrori dell’Olocausto, un’occasione per non dimenticare le atrocità del passato e trasmettere la memoria alle generazioni future.

La serata si è sviluppata con una combinazione di immagini storiche dell’epoca, testimonianze, letture di autori sopravvissuti all’Olocausto e brani musicali. Al centro dell’attenzione è rimasta comunque la narrazione e la potenza delle parole è stata amplificata da immagini inedite e terribili relative agli eventi tragici della Shoah. Le letture di testimonianze e di testi di Primo Levi, Liliana Millu e Elie Wiesel, i quali hanno vissuto in prima persona l’orrore dei campi di concentramento, sono state accompagnate da una riflessione sulla tragicità delle loro storie. Queste testimonianze scritte, che trasmettono il dolore e la sofferenza di chi ha vissuto la deportazione, hanno spinto il pubblico a confrontarsi con la brutalità della storia.

Nonostante la serietà e la gravità del tema trattato, allo spettacolo non mancano momenti più leggeri, grazie alla visione di un filmato tratto da “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin e grazie alla recitazione di alcune barzellette  inventate dai deportati nei lager. Questi ultimi momenti hanno dimostrato come anche nelle circostanze più terribili, l’umorismo e l’ironia possano divenire strumenti di sopravvivenza e di difesa della dignità umana. La scelta di includere queste storie ha evidenziato la capacità di trovare forza anche nelle situazioni più estreme.

Dal punto di vista musicale, lo spettacolo è stato accompagnato da canti tradizionali yiddish, parte fondamentale della cultura ebraica, di un piccolo gruppo formato dalla cantante Romina Mognol, accompagnata al pianoforte da Daniele Rosace, al violino da Fabio Francia e al clarinetto da Francesca Ospovat. La musica yiddish, con le sue radici nelle comunità ebraiche dell’Europa dell’Est, ha creato un legame profondo con le sue tradizioni e, allo stesso tempo, ha amplificato l’impatto emotivo dello spettacolo, evidenziando il contrasto con le crude e violente immagini riguardanti l’Olocausto. 

L’alternanza tra la narrazione parlata e cantata ha permesso di mantenere alta l’attenzione. Ogni momento del percorso è stato pensato per stimolare l’emotività del pubblico , per far riflettere sul passato e sull’importanza della memoria che deve essere mantenuta.

“Tu passerai per il camino” è un esempio di come il teatro e le altre forme artistiche possano essere utilizzate per trasmettere messaggi potenti e formativi. Questo spettacolo non solo ha rispettato l’obiettivo di commemorare le vittime dell’Olocausto, ma ha anche svolto una funzione educativa fondamentale, soprattutto per i giovani. La memoria del passato, in particolare di eventi tanto tragici come la Shoah, deve essere preservata e trasmessa alle nuove generazioni affinché errori simili non vengano mai più ripetuti.

 

 

 

 

Con il Bar Cocco si chiude un’era

di Amelia Verrini, 1B 

Il  “Cocco”, storico bar del quartiere Albaro di Genova, chiude dopo 86 anni di attività. Gli attuali gestori hanno dichiarato che il “Cocco” chiuderà  definitivamente questa primavera per problemi economici.

Il locale è stato messo in vendita dal proprietario ad un prezzo non accessibile agli attuali titolari che con rammarico affermano di non avere le possibilità economiche di  far fronte ad una spesa di quel calibro. “Gestiamo il bar da più di 40 anni  – spiega la signora Romeo – e  la cosa che mi rattrista di più è che quando avevamo le possibilità per acquistare il locale, il proprietario non aveva nessuna intenzione di vendere, mentre ora noi non possiamo permettercelo”. “Oramai – conclude – abbiamo l’età per andare in pensione” .

Secondo le voci di quartiere più semplicemente non vi sarebbe stato il rinnovo del contratto da parte dei proprietari.

“Il periodo del Covid – continua la signora Romeo –  è stato duro, abbiamo dovuto chiudere il bar come tutti, ma appena è stato possibile ci siamo organizzati con le consegne a domicilio. Il Cocco non è un semplice bar, ma una famiglia che si è impegnata  molto per affrontare un periodo così buio come quello del 2020”.

 Anche con la nascita dell’ “Arena Albaro Village”, insieme di locali che costeggiano le piscine di Albaro, non è stata  riscontrata una minore affluenza: “La nostra è una clientela abituale, addirittura di generazione in generazione”.

La signora Romeo non può rivelare per motivi legati alla privacy  quale attività sostituirà il bar Cocco, ma sempre voci di quartiere dicono che arriverà una nota  azienda di  lievitati,  “TOSSINI”.

La lunga storia del bar Cocco 

Il Cocco è un bar storico: lo stabile è stato costruito nel 1932 e il locale ha aperto ufficialmente nel 1939, ad oggi 86 anni di attività!

 

 

In questa fotografia presente nel locale, si vede il palazzo del bar nel 1932 appena costruito. Come si può notare intorno allo stabile non c’era niente, infatti Albaro  era considerata una zona di villeggiatura per benestanti, ritenuta la “campagna” della città.  

Dopo pochi anni, intorno al 1939, al pian terreno dell’edificio nacque il bar Cocco fondato dal Sig. Cocco con l’aiuto in seguito dei suoi due figli.

Fin dal principio il bar divenne un punto d’incontro per tutti gli abitanti di  Albaro. Successivamente intorno agli anni 60 arrivarono le prime televisioni nei  locali  e il Cocco fu uno tra i primi ad averne una . Era molto frequentato soprattutto il giovedì  sera con “Lascia e Raddoppia” di Mike Buongiorno , e tutte le altre sere con “Non è mai troppo tardi” di Alberto Manzi, il quale con il suo programma aiutò più di un milione di italiani ad ottenere la licenza elementare.

Inoltre molti personaggi famosi frequentarono il bar tra cui Duilio Loi, campione  d’Europa di pesi leggeri e pesi welter 1954-1963 , Carmen Russo, la nota  show girl e i  Ricchi e Poveri, allora famoso quartetto.

Ma cosa  pensano i clienti abituali della chiusura dello storico bar di via Righetti? 

Secondo Andrea Soglietti,  50 anni , imprenditore, “Il bar Cocco è casa, tutte le mattine  colazione, due chiacchere con amici e la giornata inizia così ormai da 30 anni, la qualità dei prodotti è rimasta ottima. Mi auguro che aprano un nuovo bar Cocco”.

Ivana Avanzini afferma : “Frequento il bar Cocco da 8 anni, purtroppo ho notato che il locale ha avuto un crollo, sia come clientela che come qualità di prodotti.”  Anche questa cliente spera nell’apertura di un nuovo bar.

Giuliana Biancato si è appena trasferita nel quartiere: “Sto frequentando questo bar nell’ora di pranzo e devo dire che trovo sempre qualche piatto che mi soddisfa. Mi dispiace che chiuda.”

La maggior parte dei clienti frequenta il bar storico durante l’ora del tramonto per sorseggiare un drink nostalgico come il Manhattan, e molti altri cocktail che seguono la tradizione. 

E’ sempre un dispiacere vedere piccole imprese fallire, soprattutto quando si tratta di un bar iconico con alle spalle molta storia e affetto da parte dei cittadini. Ora rimane solo la consapevolezza che lo storico bar Cocco non ci sarà più, ma la  speranza è che chiunque arrivi al suo posto, abbia una vita prospera e una storia lunga come la sua.

 

Dai Caruggi di Sori alla Spagna: le radici liguri di Pablo Picasso

di Ludovica Zocchi, 1D

Sori è un piccolo borgo marinaro della Riviera ligure incastonato nel Golfo Paradiso. Potrebbe non sembrare il luogo d’origine di un genio dell’arte mondiale, eppure, tra le sue mulattiere affacciate sul mare, in Via Sant’Erasmo 25 nell’antico caruggio della Sori vecchia, affondano le origini di uno degli artisti più rivoluzionari del Novecento: Pablo Picasso.

Pochi sanno che il bisnonno del pittore, Tommaso Picasso, era proprio di Sori, un dettaglio che aggiunge un tocco di orgoglio ligure alla stupefacente biografia del pittore cubista.


Negli anni ‘80 il parroco di Sori (Don Michele Repetto), aveva scoperto nell’archivio parrocchiale l’atto di nascita originale dell’antenato Tommaso Picasso, dei suoi fratelli e delle sue sorelle.
Nel 1994 i documenti furono portati alla luce grazie a una minuziosa ricerca sulla famiglia Picasso condotta dalla Municipalità di Malaga e pubblicata successivamente in un libro nel 1997. Artefice della ricerca fu lo storico Rafael Inglada di Malaga, grande studioso e biografo del pittore, che visitò a lungo l’archivio parrocchiale di Sori. Grazie al rinvenimento di questi documenti, si apprese che Tommaso Picasso nacque a Sori nel 1787, figlio di Giovanni Battista, anch’egli sorese e di Isabella Musante, nata a Genova Quinto.
Ho incontrato il Dott. Aldo Pezzana, priore della Confraternita dell’oratorio di Sant’Erasmo, uno splendido edificio che risale al 1495 come la Confraternita a cui è legato.

Il priore non prima di avermi mostrato velocemente alcuni gioielli dell’oratorio, ad esempio lo splendido coro ligneo del 1700 mi ha indicato la vecchia casa, proprio di fianco all’oratorio, della famiglia di Pablo Picasso. A quel punto, mi ha mostrato un documento catastale sbalorditivo che cita uno per uno i nomi della famiglia d’origine del celeberrimo pittore collocandoli in Via Sant’Erasmo 25 e 31.
Pezzana conferma che molti documenti originali recuperati da Rafael Inglada di Malaga, dimostrano senza alcun dubbio ciò che il documento afferma. La cosa era ben nota allo stesso artista, continua Pezzana, che nel 1954 commissionò personalmente una ricerca nei paesi di Sori, Recco e Avegno per scoprire notizie certe sulle origini della sua famiglia, considerato anche che questo cognome risulta diffuso quasi esclusivamente in Liguria ed in particolare nella provincia di Genova.
Tommaso Picasso lasciò la Liguria nel 1807 per trasferirsi a Malaga in Spagna. Documenti storici confermano che Tommaso, spinto da ragioni lavorative e forse anche dal desiderio di una vita migliore, emigrò nella penisola iberica, stabilendosi in Andalusia.
Da lì, il destino seguì il suo corso: il nipote di Tommaso, José Ruiz Blasco, divenne padre di Pablo Picasso. Pablo, poi, intorno al 1897, preferì utilizzare proprio quel cognome materno, più originale per uno spagnolo, rispetto a quello più “comune”, paterno, di Ruiz Blasco, che fu anch’egli artista, professore presso la scuola di belle arti, curatore per il museo di Malaga e suo primo maestro.
Nel piccolo paese affacciato sul golfo, il nome Picasso oggi suscita curiosità e orgoglio. Una targa commemorativa sulle mura dell’abitazione di Via Sant’Erasmo 25 è stata inaugurata nel 2012 dall’allora amministrazione comunale.
Questa storia meriterebbe di essere maggiormente valorizzata, magari presentando una mostra o un evento dedicato coinvolgendo Ministero della Cultura e le Istituzioni. Dopotutto, scoprire che un pizzico di Sori ha contribuito a dare vita ad un genio della pittura non può che rendere ancora più speciale questo angolo di Liguria.


Belvedere: dove storia, natura e panorama si incontrano

di Annie Lei Miranda, 1d

La zona di Belvedere è una zona collinare situata sopra il quartiere di Sampierdarena, con panorami spettacolari sulla città di Genova, dalle colline circostanti fino al porto, sulla Val Polcevera e sul mare. 
 Belvedere Belvedere è una zona che in passato ha avuto una storia interessante che forse non tutti sanno. Oggi è una zona abitata da persone provenienti da diverse etnie e culture di tutti i continenti del mondo, ma la prima “immigrazione” è stato nel XV secolo in poi, quando molte famiglie nobili di Genova, attratti dalla folta vegetazione e dal clima salutare, scelsero Belvedere come luogo per le loro residenze di campagna e questo ha portato alla costruzione di numerose ville e giardini. “Case ed edifici erano diversi rispetto ad oggi se si pensa che i nostri  palazzi sono stati costruiti nel 1961 quelli più in basso hanno subito varie modifiche di aspetto e avevano uno stile molto semplice”. Racconta un abitante della zona. Perché prima che venisse abitata da famiglie nobili, l’area era una zona piena di boschi, terreni e agricoli. Con il passare del tempo, l’urbanizzazione ha trasformato l’area in un quartiere residenziale, mantenendo però alcune delle sue caratteristiche storiche e naturali.

A Belvedere ci sono moltissimi monumenti storici tra cui la Chiesa della Natività di Santa Maria, noto oggi come Santuario di Nostra Signora di Belvedere. La prima edificazione della chiesa, citata per la prima volta in un documento notarile del 1285 relativo ad un lascito, risale al XIII secolo come cappella del monastero di Santa Maria di Belvedere delle monache agostiniane, una istituzione conventuale destinata a giovani delle famiglie aristocratiche.

Altri monumenti della zona sono le fortificazioni: Forte Belvedere e Forte Crocetta, che furono costruiti nel 1815 su una collina che sovrasta il quartiere di Sampierdarena, erano utilizzati per proteggere la città dagli attacchi esterni. La sua posizione strategica permetteva di monitorare e di difendere l’area circostante, ovvero, il porto. Purtroppo nel corso degli anni, con l’evolversi della tecnologia, le fortificazioni hanno perso la loro funzione difensiva. Sebbene abbiano perso la loro funzione difensiva, continuano a essere un simbolo della zona di Belvedere.

Oggi Belvedere è un quartiere dove vivono persone provenienti da vari continenti del mondo. Immigrati sudamericani, nordafricani, e altri gruppi etnici dando vita una zona multietnica. Questa diversità si nota nella vita di tutti i giorni: nelle lingue che si sentono per strada, negli autobus e nei supermercati.

Uno degli aspetti più evidenti di questa multiculturalità è la varietà di luoghi di culto. Oltre alle storiche chiese cattoliche, come il Santuario di Nostra Signora di Belvedere, ci sono chiese evangeliche frequentate soprattutto da sudamericani e una sala di preghiera musulmana. Questo dimostra come persone di fedi diverse riescano a convivere e a trovare spazi dove praticare la propria religione, contribuendo a rendere il quartiere un luogo accogliente e ricco di culture diverse.

La zona di Belvedere è molto più di un quartiere storico situato sulle colline di Genova, è un luogo dove la storia e la modernità si incontrano, dove diverse comunità convivono e si influenzano tra di loro.

 

 

Carignano: è necessario un nuovo supermercato?

L’opinione dei residenti

di Martina Moggia, 1B

In Carignano, il cantiere in cui dovrebbe sorgere un supermercato Conad è fermo da mesi. Durante gli scavi, il ritrovamento di reperti archeologici ha portato all’interruzione dei lavori e alla modifica del progetto iniziale. L’obbiettivo è la conservazione dei reperti storici emersi: i resti della cava non potranno essere abbattuti e il progetto per la costruzione di un supermercato andrà avanti, ma decisamente ridimensionato. I residenti sono preoccupati per la possibile distruzione delle vestigia della città.

Sembra tuttavia che i reperti verranno conservati: il progetto di costruzione è stato rivisto e riproposto per salvare quanto riemerso.

Abbiamo raccolto  alcuni pareri intervistando i cittadini di Carignano.               

“Ritiene che possa essere utile l’apertura di un ulteriore supermercato nel quartiere di Carignano?”

“Ritengo – risponde Mario Lauricella –  che ci siano già troppi supermercati e che in effetti abbiano fatto chiudere tutti i piccoli negozietti e questa non è una cosa buona per il quartiere.”

“La preoccupa la possibile distruzione dei reperti archeologici rinvenuti nel cantiere?”

“No, non mi preoccupa in quanto questi presidi bellici sono stati salvaguardati e preservati bloccando i lavori e modificando il progetto iniziale del supermercato.”

“Avrebbe preferito un altro progetto per quell’area?”

“Avrei preferito la costruzione di nuovi negozi di vicinato oppure destinare l’area a parco pubblico.”

 

Anche Raffaella Pecora, residente nel quartiere, la pensa allo stesso modo. 

“Cosa  pensa dell’apertura di un nuovo supermercato Conad?”

“Benché sia molto comodo rispetto a dove abito, mi rendo conto che nel quartiere non c’era bisogno di un ulteriore supermercato a meno che nel progetto di Conad non si sia ritenuto di servire una clientela di passaggio, visto l’ingresso carrabile da Corso Aurelio Saffi.

“E’ al corrente della modifica del progetto iniziale del supermercato Conad a seguito dei ritrovamenti bellici?”

“Sono al corrente di tale problematica per averla letta sui quotidiani ma non conosco nel dettaglio le variazioni che dovranno essere apportate al progetto. Mi auguro soltanto che i ritrovamenti bellici vengano adeguatamente valorizzati e che siano fruibili per le visite a tutti i cittadini.”

“E’ soddisfatta di come sia stata riqualificata tutta l’area della rotonda di Carignano?”

“Sicuramente il quartiere ne avrà un beneficio considerato lo stato di abbandono delle aree poste ai lati della Rotonda di Carignano. I primi benefici già li abbiamo potuti apprezzare a seguito del rifacimento della pavimentazione della Rotonda, che ha sostituito l’asfalto e il rifacimento del Poggio della Giovine Italia

 

Abbiamo intervistato anche un ragazzo di vent’anni che abita nel quartiere, Fabrizio Brissolari. In merito all’opportunità o meno di avere un ulteriore supermercato nel quartiere, ha risposto che avrebbe preferito un parco sportivo o comunque un’area attrezzata per fare attività fisica.

Infine ha risposto alle nostre domande Sofia Lorenzini dell’ufficio stampa di Conad ha risposto alle seguenti domande:

E’ mai successo, in altri cantieri, di trovare reperti storici?”

“Si, è già successo in passato che durante la realizzazione di nuovi supermercati emergessero reperti storici o archeologici e Conad ha garantito il rispetto del patrimonio culturale”

“Il ritrovamento nel cantiere di Genova vi ha costretto a fare delle modifiche rispetto al progetto iniziale”

“E’ stato esaminato il ritrovamento e ha comportato una revisione di alcune fasi del cantiere, ma l’obbiettivo resta quello di completare il progetto nel rispetto delle normative”

“Tale ritrovamento, secondo lei, meriterebbe di essere valorizzato diversamente?”

“Il valore storico è un aspetto che spetta agli esperti valutare; come azienda, siamo disponibili a individuare soluzioni che possano migliorare la tutela del patrimonio e dei ritrovamenti storici”                                                                     

Più sicurezza per gli autisti AMT

Le ragioni dello sciopero del 21 marzo nell’intervista a un conducente   

di Martina Idini, 1b

Oggi 16 Marzo 2025, tra gli autisti intervistati a Genova Brignole, c’è scontento: nessuno vuole più fare il conducente del trasporto pubblico locale e il rischio è che anche quest’anno ci saranno problemi nelle fasce orarie del trasporto scolastico perché manca personale.

Tra i motivi dello sciopero del prossimo 21 marzo ci sono la richiesta di un aumento salariale di 300 euro, la riduzione dell’orario di lavoro da 39 a 35 ore settimanali senza decurtazioni di stipendio, una diminuzione del periodo di guida e del “nastro” lavorativo per gli autisti, il miglioramento delle tutele per la sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro, sia per i dipendenti che per gli utenti del trasporto pubblico locale e inoltre il blocco delle privatizzazioni e delle gare di appalto nel settore .

Ma il primo punto è la sicurezza come ci conferma l’autista, 47 anni, del nostro bus, che ha risposto alle domande, ma preferisce rimanere anonimo.

“Cosa vorreste ottenere con lo sciopero?”

“Più sicurezza nei bus, un agente di polizia a controllare il mezzo di trasporto e le persone che ci salgono per assicurare protezione sia al conducente che al cittadino. A me lo hanno fatto odiare questo lavoro, non si può lavorare così, abbiamo anche la responsabilità di tutta questa gente. Se dovesse capitare qualcosa -come è già accaduto ad alcuni colleghi – oltre a rischiare la mia vita, devo pensare all’incolumità del cittadino”.

“Scioperiamo – prosegue – aspettando che prima o poi il governo italiano si accorga di noi e provveda a salvaguardare la nostra sicurezza e quella dei cittadini”.

Qui a Genova lo sciopero dei mezzi pubblici durerà 4 ore, dalle 11:30 del mattino fino alle 15:30 del pomeriggio.

Che cosa vi preoccupa maggiormente? “

Non sono tranquillo, come nessuno dei miei colleghi d’altronde, a fare questo lavoro, sia per la pressione del tempo, per lo stress, ma soprattutto per la violenza, le molestie e la costante paura di non arrivare a casa sano e salvo. Purtroppo, molti autobus non hanno una completa sicurezza in quanto sono datati, come per esempio la linea dell’84 o il 48 dove ci sono pochissime telecamere, a differnza che negli autobus moderni. Altre linee meno sicure sono il numero 13, il 14, il 17 e l’1 poiché portano verso Caricamento, luoghi dove i pericoli, specialmente nei turni serali e notturni possono essere maggiori.

Eccidio al forte di San Martino: anche quest’anno la commemorazione per non dimenticare

di Niccolò Tizzoni, 1B

Si è svolta il 18 gennaio tra via Gobetti e Forte San Martino  la cerimonia di commemorazione per l’81° anniversario dell’eccidio al Forte San Martino, dove il 14 gennaio 1944 persero la vita per mano nazista otto concittadini genovesi.

Dopo la deposizione delle corone di alloro ai piedi della lapide in memoria dei martiri, in via Piero Gobetti, il corteo si è spostato a Forte San Martino. 

L’eccidio al Forte avvenne nel 14 Gennaio 1944, data ormai simbolica e di memoria per il quartiere di San Martino il quale ogni anno si ritrova raccolto presso il monumento, aperto al pubblico solamente in quella giornata, “per non dimenticare ciò che non dovrebbe essere dimenticato”.  Una frase molto importante per la comunità di San Martino, che, custodendo anche sette pietre d’inciampo presso Via padre Giovanni Semeria,  è diventata una comunità simbolo di testimonianza.

La cerimonia è stata curata dal Comitato Permanente della Resistenza della Provincia di Genova e l’orazione commemorativa è stata tenuta da Giacomo Ronzitti, presidente ILSREC – Istituto Ligure per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea “Raimondo Ricci”, presso cui riceviamo informazioni sull’accaduto:

“Il 14 gennaio 1944 otto patrioti, Dino Bellucci, professore, Giovanni Bertora, tipografo, Giovanni Giacalone, straccivendolo, Romeo Guglielmetti, falegname, Amedeo Lattanzi, giornalaio, Luigi Marsano, saldatore elettrico, Guido Mirolli, oste e Giovanni Veronelli, falegname, vennero condotti al Forte di San Martino per essere fucilati. Il Tenente dei Carabinieri Giuseppe Avezzano Comes e il plotone ai suoi ordini si ribellarono con straordinario coraggio all’ordine illegittimo. I patrioti vennero barbaramente massacrati dagli ufficiali della GNR (Guardia nazionale repubblicana) e dai nazisti presenti.”

Così riportano le testimonianze raccolte da ILSREC, aggiungendo, nei documenti riguardanti l’eccidio, che dopo la supposizione dell’illegittimità dell’ordine e il conseguente rifiuto del suo adempimento da parte del tenente Avezzano Comes, anche i Carabinieri che facevano parte del suo plotone si rifiutarono di giustiziare gli otto partigiani con l’atto di “sparare in aria”, gesto simbolo che causerà un richiamo scritto dalle forze SS ai danni del tenente che sarà successivamente rinchiuso nella Feldgendermeria di Albenga (una caserma appartenente alla polizia militare tedesca), come riportano le testimonianze dell’ ILSREC, .

In seguito all’esonero di Avvezzano Comes e del suo plotone dall’ordine, il colonnello della milizia fascista Console Grimaldi ordinò l’immediata fucilazione degli otto partigiani ed essi furono eliminati dove attualmente si erge il monumento di commemorazione “due per volta salendo sui corpi dei caduti” riportano le documentazioni.

Commemorazione dell’eccidio di Forte San Martino, Genova, 14 gennaio 1984