La “fase 2” e i trasporti. Viaggeremo in modo sicuro?

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Di Andrea Catzeddu

Con l’arrivo e l’espandersi del coronavirus in Italia e in tutto il mondo, siamo caduti in una profonda crisi economica e sociale.
In Italia il virus inizia a mietere vittime a Febbraio 2020 e, qualche settimana dopo, il governo impone la quarantena nazionale.

Durante il lockdown si può uscire solo in casi di assoluta necessità, quali approvvigionamento di viveri e farmaci, motivi stringenti di lavoro e/o salute. Gli studenti e molti lavoratori, sono tenuti a lavorare da casa in modalità “Smartworking”. Restano attive le industrie atte alla produzione di beni di prima necessità e, seppur in maniera molto razionalizzata, rimangono erogati i servizi pubblici, come i trasporti.


Ma chi lavora quotidianamente a contatto con il pubblico, è esente al 100% dal contagio di questo tanto temuto virus? La risposta, ovviamente è no. Sarebbe impossibile tenere aperto un supermercato o mantenere efficiente una rete di trasporto pubblico senza personale.
Tuttavia, l’obbligo del distanziamento sociale, vede molti utenti del trasporto pubblico tornare al mezzo privato. Non tutti, però, hanno la possibilità di possederne uno, ciò significa che il Trasporto Pubblico Locale deve necessariamente rimanere attivo.
Sin da prima della quarantena ufficiale, sono scattate le misure di prevenzione all’interno delle aziende. Gli autisti e l’utenza devono obbligatoriamente indossare guanti e mascherina di protezione a bordo dei mezzi, nonostante vengano sanificati e disinfettati quotidianamente prima di entrare in servizio. Per tutelare la salute dell’autista viene montata una catenella per separare il vano guida da quello passeggeri.

Tuttavia, in un primo periodo, queste norme norme non venivano particolarmente prese in considerazione dagli utenti, che spesso e volentieri oltrepassavano la catena in cerca di spazio.

Con lo scatto ufficiale della quarantena, i mezzi si sono svuotati notevolmente: viene così razionalizzato il numero delle corse.


Il vero problema giunge con la cosiddetta “fase 2”.
In questa seconda fase, le aziende di trasporto pubblico hanno riscontrato un elevato incremento dell’utenza. Queste  sono state nuovamente costrette a riconfigurare il numero delle corse e non solo, in modo tale da evitare una nuova ondata di contagi.
Rimarranno, infatti, in vigore gli obblighi di mascherina e guanti a bordo dei mezzi e non ci si potrà più sedere in tutti i sedili. Per mantenere l’obbligo di distanza sociale, molti posti a sedere sono stati contrassegnati da degli adesivi che ne vietano l’utilizzo. Un mezzo da 150 posti, di cui 30 a sedere, ora ne potrà offrire solo la metà, di cui 10 a sedere.
Ecco un video, registrato da un conducente di autobus della AMT di Genova, che illustra quanto spiegato:

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Sempre a Genova si pensò e, successivamente si sperimentò, di “impacchettare” i veicoli con un telo di nylon, ma l’idea venne subito scartata visto l’elevatissimo costo che andrebbe a comportare e la scarsa efficacia del metodo stesso. I veicoli quindi continuano ad essere quotidianamente sanificati e, su di essi, viene installato un “contatore” che avvisa in diretta il conducente qualora il mezzo abbia sforato il limite massimo di capienza. In tal caso, l’autista può decidere di “saltare” la fermata successiva affinché il mezzo non si riempia ulteriormente.
L’ utenza può sapere preventivamente se il mezzo che sta aspettando è “al completo”, infatti i dati raccolti dai contatori, vengono resi pubblici tramite l’applicazione della AMT.

Per aumentare il numero delle corse, inoltre, sarà necessario, da parte dell’azienda, rimettere in servizio vecchi mezzi, ormai accantonati, ma ancora funzionanti.

I mezzi attualmente accantonati che potrebbero a breve rientrare in servizio


In molte altre città italiane vengono anche apportati sui mezzi e nelle fermate alcuni adesivi che indicano la posizione in cui ogni singolo passeggero può stazionare, in modo da rendere ancora più semplice il distanziamento.


In fin dei conti: sarà davvero sicuro tornare ad usare i mezzi pubblici? La risposta sta tutta nel comportamento che adotterà l’utenza. Le aziende stanno cercando in tutti i modi di sensibilizzare i viaggiatori a mantenere il giusto comportamento tramite pannelli informativi, annunci sonori all’interno dei veicoli, social networks e tanti altri. Per chi non rispetta il regolamento, è prevista una salatissima sanzione: questo, può essere un altro buon motivo per il quale ci convenga mantenere un comportamento rispettoso per la salute di noi stessi e di tutti.

Pandemie: tra finzione e realtà

Di Estella Bogaert classe 2b

Da sempre le più  famose case cinematografiche producono film e serie tv su epidemie che decimano la popolazione mondiale, ma chi si sarebbe mai aspettato che la finzione sarebbe diventata realtà? 

Il Covid-19, altrimenti noto come Coronavirus, partito dalla città cinese di Wuhan, in poche settimane è arrivato a colpire piuttosto inaspettatamente tutto il resto del mondo. Numerosi sono i decessi, ma ancor più numerosi sono i contagiati, il cui numero cresce di ora in ora ancora adesso. La riduzione al minimo dei contatti, le strade quasi deserte ad ogni ora del giorno, l’impossibilità di vedere i propri affetti: ci troviamo in una situazione che non avremo mai pensato di vivere, ma che ci è capitato di vedere numerose volte sia sul piccolo che sul grande schermo. 

The Walking Dead, Contagion, The Rain, Io Sono Leggenda sono solo  alcuni tra i titoli che si potrebbero citare parlando di epidemie mortali o incurabili. 

Diversamente dal Coronavirus, al quale numerose persone sono sopravvissute indenni, in The Walking Dead la malattia trasforma le persone in zombie: il virus colpisce la parte del cervello che controlla la coscienza, così dopo la morte il corpo continua a muoversi senza però riconoscere gli affetti o gli amici, facendo prevalere l’istinto della fame di carne umana. I protagonisti si ritrovano quindi in un mondo in cui i morti viventi infestano le strade delle città e tutti i luoghi limitrofi e cercare un rifugio sicuro diventa così il loro obiettivo primario. 

Nei durissimi primi giorni di epidemia, la città di Atlanta, si mostra deserta e vuota proprio come compare nella locandina più nota della serie sopracitata: quella in cui il protagonista Rick Grimes percorre l’autostrada deserta a cavallo.

               

L’accostamento delle due immagini è a dir poco inquietante, considerando soprattutto il fatto che non si tratta di finzione, ma di una vera  e propria emergenza sanitaria mondiale. Ovviamente, nonostante la gravità della situazione, nessuno di noi corre il rischio di trasformarsi in zombie, ma resta ugualmente importante rispettare le norme igieniche indicate e le restrizioni a cui siamo costretti.

Nessuno si sarebbe aspettato che la vita cambiasse così radicalmente dall’inizio della diffusione del virus e sicuramente nessuno voleva che propria vita quotidiana diventasse surreale come una delle serie distopiche tanto acclamate dal pubblico.  

Il lavoro al tempo del #Covid-19. Decreti e rischi.

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

Di Giulia Zambrano (2b)

All’inizio di quest’anno ci siamo imbattuti in una situazione molto critica e dura da affrontare. Abbiamo dovuto mettere da parte le nostre abitudini per poter salvare l’intera umanità da un virus pericoloso e restare a casa. Molte persone però, per garantire a tutti di poter vivere bene durante la pandemia, hanno dovuto ugualmente recarsi a lavorare, con le necessarie precauzioni.

I lavoratori ritornando nelle proprie abitazioni temono naturalmente di attaccare questo terribile virus alla propria famiglia: i rischi per chi lavora sono più alti.
Il governo ha emanato un decreto, con le precauzioni da rispettare obbligatoriamente sul lavoro. Queste precauzioni consistono nell’utilizzo della mascherina e dei guanti, di barriere protettive, di disinfettanti e sanificazione obbligatoria dei locali; alcuni lavoratori sono dotati anche di termometro a infrarossi per misurare la temperatura.
In tutta Italia ora hanno riaperto i locali e i negozi, ma non sarà più come una volta: nei bar si entra uno alla volta, dotati della propria mascherina e si consuma il proprio ordine fuori; nei super mercati, una guardia consente l’ingresso a seconda di quante persone sono dentro ed è obbligatorio l’uso di guanti di plastica, per cercare di non infettare niente. Alcuni negozi fanno lavare le mani dei clienti con il gel per le mani e misurano la febbre alla propria clientela.

I lavoratori più a rischio sono quelli che trasportano le merci e le consegnano, oltre naturalmente a tutti gli operatori della sanità, che stanno a stretto contatto con gli infettati.
I medici in ospedale, oltre alle normali restrizioni, sono obbligati ad usare apposite tute, guanti e mascherine, realizzate in modo da evitare ogni rischio di nuovi contagi all’interno dell’ospedale.
Invece i corrieri sono obbligati a non portare più la merce fuori da casa, ma a consegnarla ad oltre un metro di distanza dall’acquirente.
Una missione molto importante è quella dei ricercatori, che fin dall’inizio della pandemia, senza smettere mai, stanno continuando a cercare un vaccino anti corona virus. Alcune ricerche sembrano indicare che gli scienziati siano vicini a realizzare il vaccino, e che la cura si potrà avere in tempi record, ma alcuni dicono che bisognerà convivere ancora per molto tempo con il virus.
Tra i lavoratori che non possono andare al lavoro e devono lavorare a casa, vi sono gli insegnanti, impegnati in video lezioni, per non far perdere un anno scolastico ai propri alunni e per permettere alle classi quinte di eseguire l’esame di maturità.
Le scuole devono infatti rimanere chiuse per proteggere l’intero paese e per evitare che si creino altri focolai pericolosi dal contatto con studenti appartenenti a nuclei famigliari diversi.
Il Presidente Mattarella ha firmato da poco un decreto sulle riaperture, operativo dal 18 maggio. Quest’ultimo decreto regola gli spostamenti e le riaperture dei locali e dei negozi ancora chiusi.

A partire da lunedì 18 maggio, non vi sono limitazioni per gli spostamenti all’interno del territorio regionale, tranne che nei territori dove c’è un rischio ancora elevato, dove il governo impone ancora “misure di contenimento più restrittive”. Rimane comunque il divieto assoluto di lasciare casa per chi ha l’obbligo di quarantena.

Passione: la base per ricostruire la scuola

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Federico Davini 1B

La poca o totale assenza di partecipazione in una scuola condanna questa istituzione a perdere alunni o alla sua stessa morte, perché diventa un luogo estraneo e disagiante sia per gli studenti che per gli insegnanti. Bisognerebbe tralasciare la categoria dei genitori  che non partecipa in modo costruttivo  ma che comunque viene ostinatamente citata dagli addetti ai lavori; la scuola, quella pubblica in particolar modo, deve essere un’occasione per il ragazzo di conoscere nuove realtà ed abbandonare la protezione e il pensiero unico del nucleo famigliare, quasi come se fosse un rito di iniziazione per un giovane, che si vede scoperto e senza protezioni e che quindi deve fare affidamento solo sulle sue capacità. Invece ultimamente i genitori si fanno sempre più i sindacalisti dei loro figli, continuando a proteggerli. Di conseguenza lo studente minorenne non ha la possibilità di imparare ad auto-gestirsi totalmente e un’esagerata intromissione da parte del genitore diventa solo un danno del ragazzo, futuro adulto.

Robin Williams nell’interpretazione dell’indimenticabile professor John Keating dell’Attimo fuggente.

La partecipazione si ottiene facendo appassionare gli studenti alla scuola, trasmettendo che quello che studiano è importante non perché lo possano rivendere un giorno in ambito lavorativo ma perché arricchisce il loro bagaglio culturale, facendogli maturare nuove idee e nuovi pensieri, perché il greco non è solo una lingua morta ma il codice con cui sono stati trascritti i maggiori pensieri della storia dell’umanità, perché la storia non sono solo guerre o date ma la gente comune che ha vissuto e creato usanze, proverbi, leggende, che ha visto in prima persona gli effetti delle guerre e delle carestie e perché l’inglese non serve per lavorare ma per confrontare la tua cultura con una straniera totalmente diversa o è un mezzo per entrare in contatto con l’altro. Solo facendo amare le materie che si studiano e l’edificio in cui si trovano, con corsi extracurricolari, spazi per studiare nel pomeriggio e altre attività del genere gli studenti inizieranno a prendere decisioni e a partecipare per preservare un luogo così tanto caro a loro, altrimenti si vedrebbero calare dall’alto regole e ordini che accetterebbero con la passività di chi, ormai senza sogni, smette di immaginare un mondo migliore e si rassegna a quello che gli viene posto davanti. Senza la passione per la scuola anche la presenza di rappresentanti, sia di classe che di istituto, risulta superflua, perché non si vorrà mai cambiare o far migliorare un mondo al quale non si sente di appartenere.

La responsabilità di far appassionare gli studenti alla scuola cade sugli insegnanti: questi dovranno impegnarsi ad affascinare gli studenti, con il loro carisma, con la serietà, e anche, perché no, la severità; l’insegnante dovrebbe ritornare ad essere una guida e un punto di riferimento per tutti i ragazzi e non essere visto come un impiegato qualunque, perché si fa carico dell’educazione e dell’istruzione delle nuove generazioni.

Preposte queste prerogative l’attuale sistema con i suoi organi rappresentativi  può essere una buona base sulla quale costruire un rapporto più unito e trasparente tra professori e alunni, dove il confronto e il dialogo siano il fondamento di ogni relazione; quindi permanga la partecipazione degli studenti alle decisioni scolastiche tramite i rappresentanti sia di classe che di istituto che rispecchiano democraticamente la voce di tutti gli studenti della scuola.

Un nuovo progetto di periferia: una battaglia contro il grigiore del degrado

 di Sofia Allegro, 1B 

Le periferie si svilupparono durante la seconda rivoluzione industriale del XIX secolo, quando i ceti popolari progressivamente abbandonarono le campagne alla ricerca di lavoro nei nuovi stabilimenti industriali. Mentre il costo della vita dei centri storici cittadini diventava proibitivo per i nuovi ceti di lavoratori, andava aumentando la differenza fra le zone residenziali di buon livello e i quartieri operai, sovraffollati, eccessivamente vicini alle fabbriche, caratterizzati da pessime condizioni igieniche parallele alla crescita incontrollata, originata da una massiccia speculazione edilizia essenzialmente svincolata dal concetto di rispetto per gli abitanti. 

Nonostante siano passati due secoli, ancora oggi le periferie sono identificate come luogo di degrado ambientale ed umano, con una grande percentuale di abbandono della scuola, di bocciature, di assenze, di mancati diplomi, anche se negli ultimi anni il tasso di fallimento formativo, disomogeneo per via della disparità fra i sessi e fra regioni,  è passato dal 20,4% del 2006 al 13,8% del 2016. 

Si rileva una crisi strutturale sofferta dalle fasce adolescenziali di chi vive in periferia, determinata, oltre che dal tasso di abbandono scolastico, anche dalla scarsità dell’istruzione di base, acquisizione necessaria ai fini sia dello sviluppo sociale e personale, sia del dignitoso ingresso nel mondo del lavoro, sia dell’esercizio consapevole, rispettoso ed efficace dei diritti politici e civili che spettano ad ogni cittadino.

La purtroppo diffusa concentrazione di povertà materiale minorile, spesso rilevata sin dall’inizio della vita, si pone come aggravamento dell’esclusione che la scarsa scolarizzazione porta con sé.

A partire dal 1960, la scuola entrò nella vita ordinaria degli abitanti delle periferie, sia bambini sia adulti, per combattere l’ignoranza senza alcuna distinzione, dando così loro un futuro consapevole, in un momento storico di grandi modifiche sociali e dei grandi flussi migratori dal Meridione al Settentrione e dalle campagne alle grandi città, volti all’abbandono della miseria contadina.

Purtroppo, nonostante gli sforzi ed un primo, apparente successo della visione utopistica di aggregare le periferie alle città, le prime sono lentamente ma inesorabilmente entrate nella loro fase di declino. 

Negli anni Settanta, diversi progettisti ed architetti d’avanguardia si appassionarono alla grandiosa utopia di eliminazione del degrado urbano in cui le periferie versavano e a tale scopo si concentrarono sulla costruzione di immensi agglomerati abitativi popolari, come le Vele di Scampia a Napoli, oggi addirittura demolite, o il Corviale a Roma, una struttura tanto imponente da raggiungere il chilometro di lunghezza.

Queste strutture conobbero presto il degrado in quanto non furono mai affiancate dai necessari servizi, in quanto le imprese edilizie, che avrebbero dovuto sostenere costi molto alti, si fermarono a causa di difficoltà finanziarie senza aver terminato i progetti, che avrebbero dovuto comprendere, oltre agli alloggi, anche spazi di aggregazione sociale, negozi, parchi, scuole, uffici, oltre ovviamente ad efficienti collegamenti con la città.

Soltanto in tempi recentissimi si è sentita la necessità di sollevare il velo d’oblio sceso sulle periferie, cercando gli strumenti per metterne in luce la ricchezza in termini di umanità, di energia e di fresca linfa vitale.

Infatti, nel 2017 il governo italiano ha approvato ben 120 progetti di riqualificazione periferica, basati su diversi approcci di intervento; fra essi, quello che entro il 2022 riqualificherà l’area periferica circostante la fermata Bisceglie della linea M1 della metropolitana di Milano, che abbandonerà il triste grigiore, condanna del degrado, per vestire i panni del nuovo quartiere SeiMilano.

SeiMilano si fonderà su due cardini preminenti: il parco abitato, centro di aggregazione e di scambio dedicato allo sport ed al tempo libero, nell’ottica del concetto di natura fruibile ed armonica spesso estraneo alla popolazione più giovane delle periferie, ed al centro polifunzionale, realizzato con pareti mobili per una gestione modulare degli spazi, cuore spirituale del quartiere, sede di iniziative ed eventi volti all’arricchimento ed alla condivisione di esperienze culturali che saranno sostegno ed approfondimento di quanto verrà insegnato nelle scuole che sorgeranno nell’area.

Il progetto SeiMilano richiama quindi pienamente il nuovo sguardo che viene oggi rivolto alle periferie, improntato al recupero del rispetto dell’abitante con particolare riguardo alle esigenze dei giovani di arricchimento culturale e di fruizione di spazi naturali armoniosi e distanti dalla desolazione in cui precedentemente versavano.  

Graffiti, Vernice Spray, Galleria Di Immagini

SEIMILANO | Mario Cucinella Architects

Boy in Brown Hoodie Carrying Red Backpack While Walking on Dirt Road Near Tall Trees

“Copyright o non Copyright, questo è il dilemma”

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Davide Benvenuto di 1B

Il “Copyright” è una delle questioni più scottanti degli ultimi anni nel mondo digitale. Ma in cosa consiste?

“Il Copyright designa una riserva del diritto d’autore, che viene esplicitamente dichiarata dall’editore o dall’autore stesso, anche con la semplice apposizione del caratteristico simbolo ©, in ogni sua pubblicazione, per evitare riproduzioni non autorizzate dell’opera.” (Enciclopedia Treccani)

E’ chiaro che il copyright difende il “diritto d’autore”, ovvero la possibilità di registrare un marchio o un qualsiasi prodotto evitando che venga utilizzato senza autorizzazione. Allora viene spontaneo chiedersi “Ma ciò in che modo è collegato al web e ai social?”

In Internet, fin dalla sua creazione, ci sono state poche regole. Infatti solamente negli ultimi anni gli enti nazionali e privati hanno iniziato a mobilitarsi.

La libertà ha caratterizzato molto il web rendendolo quello che conosciamo oggi. Non è difficile trovare immagini o video che mostrino marchi o prodotti senza autorizzazione e che siano fruibili a tutti. Da ciò è nato un grande dibattito.

Alcune persone credono che bisogna inserire delle leggi che evitino l’uso senza autorizzazione di marchi registrati nel web. Altre credono che queste leggi distruggerebbero Internet come lo conosciamo oggi. I primi passi sono stati fatti da Google (nell’immagine in apertura: Sundar Pichai, il Ceo di Google, una delle piattaforme che ha più a che fare con il copyright tramite Youtube e Google stessa). Google è stata fra le prime, ad esempio, a mettere delle regole su Youtube per evitare che gli utenti carichino materiale altrui sulla piattaforma. Nonostante ciò, Youtube comunque non è intransigente, infatti su questa piattaforma c’è la regola detta del “fair use”. Questa regola permette agli utenti di caricare materiale soggetto a copyright purché siano brevi clip o delle rielaborazioni da parte degli utenti.

Da come si può capire, le regole di Youtube sono più che altro delle bozze e inoltre sono più o meno efficaci da Stato a Stato.

Ma il passo più grosso è stato fatto dall’Unione Europea. Nel Giugno del 2018 fu proposta una direttiva riguardante il diritto d’autore nel web. Qualche mese dopo essa venne approvata dal Parlamento europeo.

Una versione finale venne presentata all’inizio del 2019 e più tardi venne finalmente approvata. Questa direttiva dovrebbe entrare in vigore nel 2021, quasi due anni dopo la sua approvazione.

Nonostante ci si stia muovendo per inserire delle regole per il copyright nel mondo di Internet, ci sono ancora dei problemi. Il più grosso è di chi si prende la responsabilità in caso di infrazione di una di queste leggi.

Un esempio eclatante lo si è visto in Italia nel 2019. Mediaset aveva fatto causa a Facebook perché sulla loro piattaforma degli utenti avevano allegato dei link di alcuni episodi di un cartoon trasmesso su Italia 1, successivamente Mediaset vinse la causa.

Oltre a questo, il rapporto utente piattaforma è poco equo. Infatti in alcuni casi un’utente può monetizzare un proprio contenuto, ma la maggior parte dei guadagni va alla piattaforma.

Per ora soluzioni certe non ce ne sono e probabilmente si dovrà aspettare ancora un po’ di tempo prima che arrivino. Certamente i creatori di contenuti dovranno limitare l’uso di materiale con Copyright, ma in alcuni casi sarebbe meglio lasciare i contenuti così come sono poiché fanno pubblicità indirettamente e gratuitamente ad alcuni prodotti.

Quanto è stata aiutata l’#Italia durante il #coronavirus?

di Aurora Piccardo, II B

Il ministro degli Esteri, Luigi di Maio, ha dichiarato in un tweet del 27 aprile: “Solidarietà e amicizia sono valori fondanti di un’Europa che deve aprire i propri orizzonti e agire concretamente verso gli Stati membri. Di questi gesti non ci dimenticheremo” ed ha similmente ringraziato molti altri Paesi che ci hanno aiutato.

L’Italia, durante questo duro periodo del coronavirus, a causa della mancanza di adeguate strutture sanitarie e di personale medico, ha emanato un decreto (“Cura Italia”) in cui vengono disposti 3 miliardi di euro a supporto del sistema sanitario e viene consentito l’arrivo di personale anche dall’estero.

Ma chi sono quindi i Paesi che ci aiutano? E la loro è una donazione o un contratto di compravendita?

 

Il governo è solito definirli “aiuti”, senza fornire una distinzione

dal profilo Twitter del ministro degli Esteri Di Maio –Donazione di materiale sanitario dalla Slovacchia

fondamentale tra ciò che è stato regalato e ciò che è stato comprato, e solo alcune fonti del Ministero hanno indicato che gran parte del materiale non è una donazione. Sebbene la stessa Croce Rossa cinese ci abbia fornito fin dal 13 marzo supporto inviando un team di nove medici a Roma e donando tonnellate di attrezzature sanitarie, la maggior parte dei materiali sono forniture, ossia acquisti. Non bisogna tuttavia dimenticare il grandissimo aiuto che ci hanno dato, come dimostra in una dichiarazione il vicepresidente della Croce Rossa cinese Sun Shuopeng: “Abbiamo portato  (dalla Cina) anche la settima versione della soluzione clinica contro il #Covid, che è la più aggiornata in questo momento”.

Ciononostante la Cina non è stata la sola a starci vicino durante questo periodo difficile. La Russia  ha inviato ventilatori, tute protettive, macchinari, tamponi, e medici militari specializzati in virologia ed epidemiologia; la Germania  ha spedito attrezzature per l’assistenza respiratoria; l’Albania  ci ha supportato mandando 30 medici a Bergamo, una delle zone più colpite; Cuba ci ha supportato con 52 medici a Milano; l’Austria,  oltre ad aver portato in Italia più di un milione di mascherine, ospita in terapia intensiva 11 italiani; la Serbia  assieme al Brasile, all’Egitto, all’India ha spedito  materiali sanitari e mascherine; e molti altri ci sono stati vicino.

Non si è in grado di farne un elenco completo perché in uno solo giorno si ricevono innumerevoli donazioni e lo stesso ministero degli Esteri dichiara che è “pressoché impossibile” catalogarli.

il nostro obbiettivo è rimanere uniti da lontani, riconoscendo l’impegno di tutti questi Paesi che hanno sostenuto l’Italia, ringraziandoli e lottando con loro per una ripresa veloce e sicura.

 

Scuola vacante, ma non in vacanza

di Penco Ilaria IIB
Questa pandemia ha chiesto un grosso sacrificio soprattutto ai più piccoli e ai giovani, non in termini di vita (cioè non sono stati i più colpiti se parliamo di malattia e di perdite umane) ma in termini di rinunce per il bene comune. A chiudere per prima in questo momento di emergenza, in ogni paese colpito, è stata la scuola!Aula vuota al Liceo D'Oria  Una chiusura che, oltre a limitare l’indubbia necessità dei giovani di socializzare e di avere relazioni, ha tolto loro immediatamente la possibilità di apprendere.

Di punto in bianco sono stati cancellati tutti i loro bisogni costituiti da ritualità, routine, socialità, legami coi propri coetanei, relazioni con adulti abili a stimolare la loro curiosità e ricerca, quali i docenti.

Fortunatamente, anche se in maniera rocambolesca e talvolta arrangiata alla meno peggio, la scuola e molti insegnanti si sono messi in gioco, iniziando le lezioni online e spesso dovendo, a loro volta, imparare come fare quella che sarebbe stata denominata in seguito, dal MIUR, la didattica a distanza (DaD). Con le continue incertezze e i frequenti cambiamenti dei decreti legislativi, che seguivano l’andamento dell’epidemia Covid-19 in Italia, c’è stata indubbia fatica su tutti i fronti di questa nuova modalità di scuola, alla quale nessuno era abituato e preparato. 

Sicuramente ci sono state mancanze o imperfezioni e, ancora ad oggi, gli insegnanti e, di riflesso, i loro studenti vivono nell’incertezza del futuro, un futuro su come questa scuola potrà ricominciare a settembre.

Piano Nazionale scuola digitale logoIl dibattito sulla DaD, sui suoi impegni odierni e futuri è ancora aperto. L’unica certezza è che la scuola futura ha bisogno di cambiamento.  “Il futuro della scuola è complicato, a qualcosa si è già pensato e ad altro si dovrà pensare, riferisce il dott. Giovanni Dodero, docente di fisica e collaboratore del MIUR per l’innovazione. Ma di lavoro da fare ce n’è molto, se guardiamo anche solo agli obiettivi che erano già stati posti nel 2015 sul Piano Nazionale per la Scuola Digitale, certamente questa situazione di emergenza ha dato una accelerata su alcune cose, ma molte criticità sono ancora da risolvere.”

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ideogramma cinese “crisi”

Ma è proprio dalle crisi che nascono le migliori opportunità di crescita: “La parola crisi, scritta in cinese – diceva John Fitzgerald Kennedy – è composta da due caratteri. Uno rappresenta il pericolo, l’altro rappresenta l’opportunità”. Ma ricordiamoci che “ricominciare da capo non significa tornare indietro” (lo hanno scritto pure i carcerati su una maglietta!), quello che abbiamo imparato in questi mesi ci servirà per il futuro.

In questa particolare situazione di pandemia, proprio dai più giovani, da quelli cioè che hanno ancora una vita per capire come stare nel mondo, quelli che vorrebbero imparare, è arrivata una grande lezione d’amore.

Si sono sacrificati e sono rimasti a casa, senza uscire per più di due mesi. Hanno donato la loro “vita” per salvare quella degli altri. Hanno spiegato a tutti , con il loro esempio, che la libertà e la vita di ognuno è comunque legata a quella di chi gli  è vicino.

Nessuno si salva da solo e l’uomo realizza se stesso soltanto in relazione con gli altri.

COVID-19: la “nuova” didattica

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Giulia Marcianò

Con la pericolosa diffusione del COVID-19 a livello globale, molti aspetti della vita quotidiana si sono mutati enormemente: da fine febbraio, infatti, è stato imposto, dalle autorità, di non frequentare luoghi affollati, per limitare la trasmissione del virus, che potrebbe causare un incremento dei contagi.

Uscire dalle proprie abitazioni, in un primo momento, era concesso solo in caso di estrema necessità o per comperare beni di primo consumo, rigorosamente da soli.

Nella fase precedente a quella odierna ( denominata “fase 1”), ove possibile, le professioni sono state svolte in modalità “smart working” da casa, utilizzando strumenti digitali.

Dunque, data l’impossibilità di lavorare “fisicamente”, molti servizi non sono stati disponibili per un ampio lasso di tempo: primo tra tutti, le istituzioni scolastiche.

Gli edifici scolastici, infatti, ospitano quotidianamente un grande numero di persone tra alunni, docenti e personale dedito ad altre attività. Mantenere le scuole aperte, avrebbe potuto portare ad un sviluppo rapido dei contagi, perciò la didattica “classica”, che si svolgeva quotidianamente nelle classi e si basava sul rapporto tra insegnanti e alunni, è stata sostituita interamente dalla DAD (acronimo di “didattica a distanza”) https://www.orizzontescuola.it/didattica-a-distanza-e-valutazione-studenti-intervista-al-direttore-editoriale-di-mondadori-education-aaron-buttarelli/). Sia gli studenti che gli insegnanti si sono trovati a vivere una realtà completamente differente: la didattica a distanza prevede l’utilizzo di piattaforme per effettuare video-chiamate online autonomamente dai docenti come, per esempio, Google Meet, uno dei programmi più utilizzati dalle scuole italiane in questa situazione senza precedenti.

Oltre alle “video-lezioni”, la didattica è supportata da brevi video, realizzati dagli insegnanti stessi e poi condivisi, esercizi da svolgere on-line o mappe da stampare.

Gli studenti dei gradi inferiori, purtroppo, hanno difficoltà con questa “nuova scuola”. I bambini, della scuola primaria ( che hanno un’età compresa tra i 6 e gli 11 anni), hanno l’esigenza di poter seguire le lezioni in tempo reale dal computer con un genitore accanto, che li aiuti nell’utilizzo del device.

La collaborazione tra insegnanti e famiglie diventa fondamentale e indispensabile, per cercare di superare le difficoltà che is possono presentare: la disponibilità di uno strumento digitale o della connessione,ecc.

Talvolta, per esempio, le lezioni vengono svolte nel pomeriggio per garantire la presenza di un adulto.

Spesso si riscontrano ostacoli, come una connessione internet instabile o la mancanza di dispositivi disponibili a casa.

Grandi criticità sono state riscontrate anche da docenti: non tutti gli insegnanti, infatti, presentano adeguate conoscenze in ambito informatico.

Il timore ha portato i docenti a ricercare corsi per poter raggiungere, in un breve lasso di tempo e al meglio, le competenze necessarie per poter offrire il percorso formativo ai propri alunni in una modalità differente rispetto a quella ordinaria.

Per i gradi inferiori, la figura del docente assume una grande importanza, rappresentando, per i più piccoli, un costante punto di riferimento; questo aspetto è rimasto invariato dato che numerosi insegnanti della primaria si impegnano a svolgere video-lezioni, anche per rincuorare o rassicurare i propri piccoli allevi.

Un’ulteriore difficoltà, riscontrata dai docenti, è l’incertezza su quale criterio sia opportuno utilizzare per attribuire delle corrette valutazioni. Esse saranno di carattere formativo, tenendo quindi conto dei progressi svolti dall’alunno in questione e dalle variabili presenti in questa complicata situazione.

Attualmente non si hanno ancora disposizioni certe da parte del MIUR (https://www.miur.gov.it/) su come procedere per la chiusura del particolare anno scolastico ancora in corso. Inoltre, le aspettative per l’organizzazione dell’anno scolastico 2020-2021 crescono sempre più. Al momento sono stati proposti diversi provvedimenti; le lezioni si svolgeranno fisicamente a partire da settembre, tuttavia non si sa ancora con che modalità.

In questo clima di estrema incertezza sembra di navigare in un mare in tempesta. Ma dopo la tempesta arriva sempre il sole e con esso la quiete.

E’ con questo sentimento che tutti i docenti di ogni ordine e grado sperano di poter tornare al proprio “ posto” in aula ad insegnare agli alunni per poterli condurre lungo il percorso formativo ed educativo intrapreso.

Fase 2: la situazione all’ospedale Galliera di Genova

Agorà del Liceo Classico D'Oria a Genova

di Giulia Dellacasa, II B

A seguito dell’ormai nota “fase 2”, fase della ripresa delle attività economiche, è importante conoscere lo sviluppo della situazione degli ospedali. 

Durante i primi mesi dell’emergenza COVID-19 l’ospedale Galliera di Genova, come molti altri ospedali italiani, ha incontrato grandi difficoltà nel procurarsi i mezzi necessari ad affrontare il rischio di contagio: soddisfare le ingenti richieste di DPI (dispositivi di protezione individuale) – come le mascherine, i guanti e i camici – non è stato affatto semplice. In questa situazione critica e assurda si trovavano quasi tutti gli ospedali italiani, dove si  diffondeva il giusto timore e l’incertezza del personale medico e infermieristico, costretto a lavorare in un ambiente di naturale agitazione e di concreto pericolo di contagio.

Ancora oggi medici e infermieri affrontano con coraggio il pericolo del contagio – che si può estendere anche alle loro famiglie – e le morti di numerose persone affette da coronavirus. Particolare coraggio è richiesto al personale del reparto di terapia intensiva, dove si trovano infetti di COVID-19 in critiche condizioni di salute che spesso conducono alla morte pazienti di ogni età, dai più giovani ai più anziani, e di ogni stato di salute. 

Tuttavia, dopo la difficoltà dei primi mesi, l’ospedale è stato ben fornito di DPI e, in generale, di mezzi per proteggersi dal contagio del virus. Oggi la situazione è più stabile e la sicurezza è aumentata. 

Le precauzioni prese oggigiorno, anche se meno rigide, sono le stesse di quelle prese all’inizio dell’emergenza sanitaria: medici e infermieri proteggono se stessi, i colleghi e i pazienti indossando mascherine chirurgiche, occhiali protettivi, camici sterilizzati e guanti in lattice. Medici e infermieri vengono ancora sottoposti periodicamente ad alcuni esami e tamponi per essere sicuri della propria salute. 

In questa fase di ripresa delle attività economiche il personale infermieristico del reparto di terapia intensiva sta lentamente tornando alla “normalità”.

“Inoltre il numero di persone risultate positive al COVID-19 è molto più ridotto, quasi nullo in questi giorni – afferma Fabrizio Dellacasa, infermiere del reparto di terapia intensiva dell’ospedale Galliera – Non si può essere sicuri del motivo di questo calo; forse ci troviamo in una fase di latenza, forse il virus si è effettivamente indebolito”. 

 

“È tuttavia necessario anche nella fase 2 – sottolinea l’infermiere Fabrizio Dellacasa – avere buon senso e impegnarsi a mantenere la distanza di sicurezza, ad evitare assembramenti e a munirsi di dispositivi di protezione individuale”. 

Rispettare le norme di sicurezza e prendere le precauzioni necessarie ad evitare di essere contagiati e di contagiare significa anche rispettare il duro lavoro e il coraggio del personale medico e infermieristico che da tempo, spesso mettendo a rischio la sua stessa salute, si impegna per salvare la vita delle persone colpite dal COVID-19.