Scuole e periferia: cosa si può fare?

di Lorenzo Giors 1B

Le periferie, in particolare quelle delle grandi città, sono spesso luoghi degradati e le persone che ci vivono si trovano in una situazione di disagio, sia dal punto di vista urbanistico (principalmente a causa dell’assenza di spazi di incontro e di svago dovuti alla costruzione di grosse case popolari), funzionale (scarsità di collegamenti con il centro cittadino), sociale (anche per la mancanza di spirito positivo di comunità) ed economico. Un problema importante è anche quello del prematuro abbandono scolastico da parte di molti ragazzi, probabilmente dovuto alla insufficienza di scuole (in particolare di grado superiore) o per la disorganizzazione delle poche presenti. Spesso i genitori sono, inoltre, poco scolarizzati, molto impegnati in un lavoro poco redditizio che li costringe a orari prolungati, e di conseguenza i bambini sono lasciati molto di più a loro stessi. In alcune realtà, ancora più gravi, la presenza di malavita organizzata può indurre i ragazzi ad abbandonare gli studi per il miraggio di un guadagno più facile.

Come già molte associazioni fanno, è importante innanzitutto fornire un aiuto psicologico alle famiglie, soprattutto all’interno della scuola con gruppi di discussione e incontri anche individuali, per aiutarle a comprendere meglio l’importanza di una buona istruzione, in particolare oggi. Spesso, infatti, i genitori, avendo essi stessi carenze culturali, non danno importanza allo studio dei figli. In situazioni peggiori, è anche opportuno tentare di risolvere problematiche come la violenza domestica e la dipendenza da alcool e gioco d’azzardo. Anche i professori necessitano di aiuto e in particolare di una formazione adatta, pertanto sarebbe opportuno attivare dei corsi di aggiornamento seguiti da educatori specializzati nel rapporto con bambini derivanti da realtà problematiche, sempre in considerazione del fatto che la figura del professore può essere un punto  di riferimento, se non l’unico, per l’allievo. Per quanto riguarda gli studenti è innanzitutto utile aumentare il legame tra essi,

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per esempio costruendo palestre attrezzate all’interno degli istituti, con il contributo statale, o facendo intervenire associazioni sportive e  polisportive che permettano ai ragazzi di apprendere diverse attività, in particolare di squadra al fine di sviluppare il concetto di comunità, gruppo e famiglia.

Oltre alle lezioni comprese nel normale orario scolastico, si potrebbero creare corsi extra-scolastici con l’appoggio di associazioni onlus per permettere ai ragazzi di sviluppare i loro interessi in ambiti come la musica, l’arte, la letteratura e molto altro, da effettuare eventualmente presso le associazioni stesse. Per di più sarebbe opportuno favorire le uscite scolastiche, sempre in collaborazione con associazioni specializzate anche per supportare determinate responsabilità prese dai docenti, al fine di visitare musei, luoghi di interesse e monumenti o per assistere a spettacoli teatrali. Anche le gite al di fuori della città sono molto importanti, poiché permettono agli alunni di recarsi in luoghi che altrimenti non vedrebbero (a causa della loro condizione economica), suddividendole in gite ludiche e formative. Si potrebbero inoltre fornire libri, chiedendone la restituzione a fine periodo scolastico per poterli riutilizzare negli anni successivi e incoraggiandola con incentivi anche valutativi, e articoli di cancelleria per permettere agli studenti provenienti da famiglie poco abbienti di fruire del materiale necessario ad affrontare l’anno scolastico. In conclusione, il punto su cui bisogna focalizzarsi è l’alunno e l’obiettivo della scuola deve essere quello di poter fornire a ognuno le stesse possibilità per il futuro, senza che la situazione di un individuo, per quanto disagiata possa essere, diventi un ostacolo.

Città e periferia  da sempre  due mondi  a confronto.

di Simone Maragliano, I B

A tutti è capitato almeno una volta nella vita di chiedersi se sia meglio vivere in centro città oppure nella sua periferia .

Ovviamente la risposta dipende da molti fattori ma certamente, almeno dal punto di vista culturale  e artistico la vita in centro offre  più occasioni  per imparare a conoscere e vivere  l’arte e la cultura  in ogni sua forma e  di conseguenza poter poi realizzare le  proprie capacità e attitudini.

In città’ ogni giorno si ha la possibilità di assistere a spettacoli teatrali,  cinematografici o musicali, andare a mostre di arte, partecipare a corsi o convegni e molto altro, una lista che potrebbe veramente essere interminabile.

Anche solo camminare con il naso all’insù in una grande città, in un centro storico  tra i suoi palazzi e monumenti è cultura.

In generale l’offerta formativa  e dei servizi scolastici,  culturali e artistici  è una delle variabili principali  tra città e periferia, soprattutto in Italia, dove le differenze geografiche, economiche o sociali creano delle grandi disparità, che possono avere conseguenze  negative sulla qualità della  vita.

Ad esempio la  nostra bellissima città, Genova, benché  non  sia di certo una metropoli, offre  un’ottima offerta formativa  e molte occasioni culturali ed educative tra cui il festival della scienza, i Rolli days,  il salone dell’orientamento, oltre a diversi teatri e cinema  con circuiti dedicati alla scuola, mostre d’arte, corsi e laboratori spesso organizzati dalle scuole  e molto altro.

Il tutto alla portata di tutti e  senza lunghi spostamenti.

Ma qual è la situazione nella nostra o nelle altre periferie?

Non necessariamente  fuori dalla città  si vive male, anzi, ma certamente dal punto di vista culturale e artistico ci sono meno occasioni e opportunità.

La situazione di disuguaglianza educativa nelle  periferie  è  un problema molto triste  perché coinvolge  il futuro di bambini e ragazzi che hanno la sfortuna di abitare  in un posto anziché in un altro.

Proprio per evitare queste disuguaglianze  lo Stato cerca di intervenire per rinnovare la periferia sia dal punto di vista architettonico che sociale e per offrire anche in questi territori occasioni di sviluppo culturale e formativo.

Non solo lo Stato ma anche le scuole e la comunità stessa delle periferie dovrebbero attivarsi per eliminare queste disuguaglianze ad esempio favorendo le  attività culturali all’interno delle scuole, dedicando  degli spazi al teatro, alla musica,  organizzando corsi accessibili a tutti.  

Andrebbero  promosse le  attività culturali  nei parchi oppure nelle biblioteche coinvolgendo non solo le istituzioni ma anche gli abitanti  e  i soggetti privati locali che le potrebbero sponsorizzare magari con l’aiuto di personaggi famosi nati in quella periferia.  

Bisogna saper sfruttare le risorse storiche del territorio per promuovere la cultura e la storia, ad esempio in Liguria sono state aperte al pubblico le cave di ardesia, le miniere di  manganese, l’acquedotto storico.  

E’ necessario coinvolgere gli studenti in tutti questi progetti per promuovere la cultura e il territorio perché come ha detto  Renzo Piano  ‘La periferia è una fabbrica di idee, è la città del futuro’

 

World Prematurity Day

di Camilla Borreani 1B

Dal 17 novembre del 2008 si celebra, ogni anno, la Giornata Internazionale della Prematurità, per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sulla nascita pretermine . Sono circa quindici milioni i neonati che nascono prematuri, pari a uno su dieci di tutti i bambini del mondo. L’obbiettivo della campagna è richiamare il valore dell’assistenza, sottolineando l’importanza della prevenzione dei fattori di rischio che possono favorire il verificarsi della prematurità. Si tratta di bambini nati prima della trentasettesima settimana di gestione che, fin dai primi istanti di vita, hanno bisogno di cure adeguate. Per accendere una luce su questa problematica, sempre più frequente, saranno illuminati monumenti, palazzi e piazze di molte città con il colore viola che in tutto il mondo la rappresenta.

Nascere prima del tempo: il vissuto delle famiglie in Italia ...Statistica di nati prematuri in Italia

I miei due bimbi prematuri hanno lottato fin dalla nascita

neonato pretermine, 600 grammi alla nascita.

L’Ospedale Giannina Gaslini di Genova, essendo il più grande ed importante ospedale pediatrico d’Italia, probabilmente anche d’Europa, è testimone di numerosi casi di neonati prematuri. Per questo, nel 2009, tre coppie di genitori di bambini lungodegenti, hanno  fondato la Cicogna Sprint, con l’intento di aiutare i genitori di altri piccoli prematuri, ricoverati nel reparto di Patologia Neonatale e Rianimazione, ad affrontare il periodo doloroso della degenza. Nel 2010, assieme ad altre mamma e altri papà, che si sono uniti all’associazione, la Cicogna Sprint è stata scritta nel registro delle ONLUS così che potesse divenire a tutti gli effetti un’organizzazione senza scopo di lucro. La raccolta fondi avviene per mezzo di donazioni private, o attraverso la vendita di gadget come bomboniere, tazze, magliette e braccialetti, serate musicali e teatrali di beneficenza, partite di calcio contro il Genoa e la Sampdoria. Nel 2013 è stato fondato l’attuale direttivo con una rete di  genitori volontari. La Cicogna Sprint ha da subito raggiunto la fama nazionale e, tra suoi donatori benefattori, Ezio Greggio è stato tra più generosi. Il conduttore televisivo ha infatti donato all’ospedale Gaslini nuovi incubatori, più moderni e tecnologici, chiamati “Greggio” , in suo onore. Altri benefattori sono le due squadre di serie A genovesi, le case produttrici di latte per neonati prematuri Mellin, Aptamil ed Humana e la banca CariGe. Come le altre città, anche il comune di Genova, in occasione del World Prematurity Day, si tinge di viola: La Lanterna, monumento simbolo, Palazzo Ducale e il Palazzo della Regione vengono illuminati dal colore simbolo della prematurità.

Come sostenerci – Cicogna SprintLocandina dell’associazione Cicogna Sprint, Istituto G. Gaslini Genova                                      https://www.cicognasprint.it/

E’ importante far conoscere questa realtà a più persone possibili, in modo da sensibilizzarle e renderle partecipi attivamente alle diverse promozioni delle ONLUS italiane. Molti genitori sono riusciti a superare le difficoltà e vivono vedendo i loro bambini crescere, altri vivono nella paura di perdere un figlio. E’ importante, da parte nostra, del personale socio-sanitario e dello Stato, sostenere queste giuste cause e fare in modo che ci siano meno vittime possibili. Perché la vita un dono e, per i genitori e per i parenti, la nascita di un figlio deve essere accompagnata da lacrime di gioia e non di dolore. 

Il potere della risata

di Valentina Martini Donati 

Il 5 maggio 2020 è stata la Giornata mondiale della risata o World Laughter Day. Durante questo giorno si è celebrato il ridere, il sorridere, il rilassarsi e l’apprezzare le piccole cose del quotidiano.

Istituita nel 1998 da Madan Kataria, fondatore del movimento internazionale dello Yoga della risata, la Giornata mondiale della risata è diventata un appuntamento abituale la prima domenica di maggio.
Non si tratta solo di una celebrazione all’insegna dell’allegria, ma anche di una manifestazione per la pace, con lo scopo di costruire una coscienza globale di fratellanza e amicizia attraverso la risata, un linguaggio universale che tutti conoscono.

La prima edizione ebbe luogo a gennaio del 1998 a Mumbai, in India. Kataria, organizzatore dell’evento, promosse questo messaggio importante:
La risata è un’emozione positiva e potente che contiene tutti gli ingredienti necessari perché gli individui possano avere il controllo di se stessi e perché possano cambiare il mondo con una sorta di effetto domino”.

In pics: India celebrates World Laughter Day

In questo periodo di distanziamento sociale obbligatorio, gli insegnanti di Yoga della risata italiani hanno attivato 150 appuntamenti settimanali attraverso le piattaforme Zoom, Skype e Facebook e, alle ore 11.00 del 3 maggio decine di sessioni virtuali sono state aperte a tutti in contemporanea, dedicate alla pace nel mondo.

Particolarmente in questi giorni, ci sono persone che lottano quotidianamente contro grandi difficoltà e le affrontano con un atteggiamento positivo, perché hanno capito che imparare a ridere, a respirare, a guardare il mondo con ottimismo permette di far del bene non solo agli altri ma anche a se stessi. Questo non significa sminuire i problemi, ma migliorare l’approccio alla vita con un punto di vista positivo.

La risata è una medicina per il corpo e per la mente e, grazie allo Yoga della Risata, si possono ottenere benefici per la salute fisica, la psiche e l’aspetto estetico. Uno dei vantaggi della risata è che smaltisce lo stress, dato che mentre ridiamo il cervello produce le endorfine, ormoni del piacere, una specie di morfina naturale.
Inoltre quando si ride, il cuore batte più forte e i vasi sanguigni si dilatano: tutto il sistema vascolare è stimolato. Quest’onda che pervade il corpo si diffonde nell’addome provocando delle contrazioni che lottano contro la stipsi e stimolano la produzione dei succhi gastrici e degli enzimi che favoriscono la digestione. Se la ridarella si prolunga, le gambe diventano molli e si perde il controllo del corpo al punto di non mantenere più il controllo della vescica, il ritmo cardiaco rallenta e la pressione diminuisce. Quindi se si hanno problemi di ipertensione, ridere di cuore fa molto bene!

In questo momento sicuramente difficile è molto importante non farsi prendere dall’ansia e dal pessimismo, che possono travolgerci fino a portarci alla depressione. Quindi è importante mantenerci di buon umore e vedere il lato positivo delle cose, la risata può essere un modo semplice e piacevole per raggiungere questo risultato.

 

L’insolita primavera del 2020: la creatività degli italiani di fronte a un dramma inaspettato.

di Veronica De Astis , 1B

Non era esattamente così che ci saremmo immaginati  la primavera del 2020.

 A causa della diffusione del Covid-19 nel mondo sono molte le esperienze  e i buoni propositi della lunga quarantena che ci è stata imposta. Questo periodo è stato veramente intenso per tutti:  studenti , insegnanti,  lavoratori di tutte le categorie, ma soprattutto medici e infermieri. La maggior parte delle persone ha iniziato a  lavorare a distanza in “Smart Working”  e la scuola ha messo in atto un nuovo modo di insegnamento  con la didattica a distanza.Scuola, didattica a distanza: "Le lezioni sono uno strazio, la ... La categoria degli anziani è stata quella più colpita non solo dall’epidemia ma anche a livello psicologico; chi di loro si trovava in case di riposo non ha potuto vedere i propri cari ma anche chi è rimasto nella propria abitazione ha sentito la mancanza di figli e nipoti. Per fortuna molte associazioni di volontariato si sono occupate di loro facendo gesti  semplici ma molto apprezzati : portare la spesa a domicilio o soccorrerli in altri bisogni. Gli anziani più “tecnologici” hanno avuto l’opportunità di vedere i parenti tramite video-chiamata , sperimentando così una maggior vicinanza.

L’Italia non è mai stata così unita dal secondo dopoguerra  e ce la sta mettendo tutta per tornare al più presto alla normalità. In questi mesi  ci sono stati molti “flash mob” dedicati a coloro che lavorano  in prima fila nella lotta contro il Coronavirus. I musicisti e i cantanti, famosi e non, hanno deliziato i loro quartieri con esibizioni dai balconi o nelle piazze. Numerosi sono stati e continuano a girare anche gli slogan nati in questo periodo come:  #andrà tutto bene, #noi con voi, #ci rialzeremo, #distanti ma uniti, ecc…

Quando tutto  è iniziato  pensavamo di vivere quasi  “una piccola vacanza di precauzione”, dove le uniche cose che potevamo  fare erano  stare a casa e non vedere nessuno per un po’; andando avanti con i giorni, però, abbiamo realizzato che l’epidemia si stava diffondendo  nella maggior parte del mondo ed era  veramente pericolosa .

Durante questo periodo abbiamo  riscoperto  quanto sia  bello passare del tempo con la propria  famiglia e anche quanto siano  importanti  i nostri amici, che ci  mancavano. Allora li abbiamo  cercati  tramite telefono, con video-chiamate o messaggi, per continuare comunque a farci compagnia e cercare di confrontarci su quanto stava accadendo. Ma cosa c’era di divertente da fare per ingannare il tempo?

 Molti di noi si sono  messi alla prova, sperimentando nuove attività che li incuriosivano e che non avevano mai avuto  il tempo di svolgere.  Alcuni si sono riscoperti degli eccellenti cuochi, altri invece si sono dedicati alla pulizia di cassetti e armadi per selezionare le cose che non si usano più e regalarle magari a chi ne avesse più bisogno .

I giochi da tavolo e collettivi sono diventati dei “must have”di questa quarantena: carte da gioco, puzzle con tanti pezzi, monopoli, scarabeo e molti altri, che hanno permesso di trascorrere del tempo con la famiglia pieno di divertimento e con piccoli tornei. Non sono mancate le sfide canore,  infatti,  il vecchio e sano karaoke ha messo d’accordo tanti! Per  i più sedentari e amanti  della tv e dei film è stato il momento di vedere tutte le stagioni della propria serie preferita o altri spettacoli interessanti.

La fortuna , però,  rimane di chi ha un giardino perché si è potuto divertire o semplicemente stare all’ aria aperta: prendendo il sole, giocando a palla o a nascondino, facendo capriole e rincorrendosi, saltando la corda  e perché no anche il bagno in una piccola piscina gonfiabile!  Chi non ha un giardino o un terrazzo non si è disperato,  perché i giochi e i passatempi  belli e divertenti , come abbiamo già visto, si  sono potuti fare anche al chiuso. Il popolo italiano si è riscoperto molto creativo, pur dentro la fatica, il dolore, a volte la noia e le difficoltà dell’improvviso cambiamento di vita! Non c’erano dubbi!

Dal 4 Maggio  si è potuto tornare  gradualmente alla “normalità”, cioè si è  entrati nella fase 2, forse anche un po’ accelerata per scongiurare una grave crisi economica. Sarà tutto come prima?

No, non sarà come prima, perché credo che ognuno abbia  riflettuto maggiormente sul valore delle persone, del tempo e anche delle piccole cose quotidiane e si spera che il sacrificio che tutti noi abbiamo fatto e stiamo ancora facendo, senza dimenticare le molte vittime, non sia vano, quindi diamo ancora prova di grande responsabilità e altruismo:

Rispettiamo tutti le regole!

 

 

 

 

Stiamo tornando noi

di Niccolò Zunino, 1B

L’avvento del Covid-19 ha avuto un impatto notevole sul Mondo: ci ha ingabbiato e, purtroppo, ha rubato delle vite. Da un giorno all’altro abbiamo dovuto smettere di essere noi, perché era troppo pericoloso persino vedere un amico. Il tempo sta diventando più che mai nostro nemico: passiamo le ore con noi stessi, ci teniamo compagnia da soli. Stiamo addirittura cominciando a rimpiangere il lavoro e la scuola. Però qualcuno è riuscito a tornare padrone della sua vita facendo cose semplici, riscoprendo azioni genuine, che spesso vengono offuscate dalla nostra dipendenza dalla tecnologia; adesso fare ginnastica a casa si sta trasformando da atto noioso ad atto divertente, allenando comunque il corpo. A confermarlo sono anche le statistiche: i manubri da palestra, per esempio, hanno avuto un boom di vendite.

Qualcuno invece si sta dilettando a cucinare, sfruttando la varietà culinaria mondiale, ma sono all’ordine del giorno la produzione in casa di pane, pasta e vari altri alimenti; anche in questo caso si ha una conferma statistica: la vendita di macchinari per fare il pane ha avuto un aumento del ben 652%.

Molti invece combattono la solitudine da isolamento immergendosi nella letteratura e nella musica: alcuni “veterani” si stanno lasciando prendere dai ricordi rispolverando libri, album e canzoni, che da qualcuno non sono mai stati abbandonati. Tra i passatempi più gettonati troviamo anche la scrittura: tanti si dilettano nello scrivere diari e romanzi amatoriali; da ultimo c’è chi si dedica alla passione per la pittura e, in generale, a tutto ciò che stimoli la creatività.
Il tempo passa anche per i più piccoli e spiccano le vendite di libri per bambini, oltre che di pennarelli, glitter e pastelli.
Tanti hanno la fortuna di convivere con altre persone (me incluso) che, a suon di giochi da tavolo e cimeli fotografici, stanno conoscendo meglio sebbene abbiano sempre fatto  parte della loro  quotidianità.
In conclusione, la “quarantena” ci ha stimolato a fare cose che normalmente non avremmo il tempo di fare e ci ha aiutato a riscoprire il piacere del dialogo, perso con la sottomissione alla tecnologia.

Uniti e attenti contro un nemico comune

di Gaia Castellini, 1B

L’emergenza sanitaria riguardante il Covid-19 ha stravolto ormai da fine febbraio la normalità delle nostre vite. Ognuno di noi era abituato ad uscire in ogni momento, ad andare a scuola, al lavoro, ad incontrare liberamente amici e familiari. In questo periodo tutto ciò non è stato possibile. Siamo infatti appena usciti dalla “fase 1” ossia la più impegnativa poiché abbiamo vissuto per circa due mesi barricati in casa per via della quarantena. Non si può dire che sia stato un periodo facile, soprattutto per chi abita da solo, poiché interrompere i contatti umani da un giorno all’altro rappresenta una situazione abbastanza complessa, ma necessaria per combattere contro il virus che ha attaccato praticamente tutto il mondo. Siamo fortunati a vivere in un’epoca estremamente tecnologica che ci ha permesso di mantenere i rapporti, seppur virtuali, con le persone a noi care rendendo questa situazione meno faticosa. Inoltre ha permesso di far andare avanti l’istruzione dei ragazzi e ha consentito a milioni di lavoratori di utilizzare lo smart working e quindi di restare a casa contribuendo alla limitazione dei contagi.

Certo in queste circostanze non mancano assolutamente i momenti di solitudine o semplicemente di noia. Ciò che si può fare è cercare di colmarli, magari facendo qualcosa che si è sempre rimandato perché non si aveva tempo a causa della vita frenetica che conducevamo prima (ad esempio cucinare, guardare un film o una serie tv, leggere un libro o, perché no, seguire dei tutorial online di workout).

Superato tutto ciò è finalmente iniziata l’attesissima “fase 2”, un momento che, sotto un certo punto di vista, è più delicato di quello appena trascorso, poiché, essendoci più libertà, deve esserci un’attenzione maggiore da parte di ogni individuo nel seguire le restrizioni che ci sono state date per evitare nuovamente un picco di contagi e di conseguenza il ritorno alla “fase 1”. Non siamo ancora tornati alla normalità e questo non accadrà sicuramente a breve. Prima di tutto ciò i genitori ricordavano ai ragazzi le chiavi, il cappello, il portafoglio, adesso gli ricordano la mascherina e l’amuchina.

In questo periodo chi non si è mai fermato sono i medici che lavorano giorno e notte per ognuno di noi cercando di combattere questa pandemia che ha colpito il mondo. Essi infatti sono sottoposti ad orari estenuanti, per cercar di poter curare chiunque ne abbia bisogno esponendosi al rischio enorme di contrarre la malattia.

A loro è stata dedicata un’opera da parte dell’artista inglese Bansky che ha voluto lasciare un tributo al mondo sanitario e ai suoi operatori, veri e propri eroi di questo momento storico. L’immagine rappresenta chiaramente un bambino che nel scegliere con quale eroe giocare predilige l’infermiera. Credo non ci sia modo migliore per rappresentare l’enorme importanza e coraggio dei medici. 

Punti di vista: domande differenti per persone differenti

 

di Buzzi Maria Vittoria, 1B

L’emergenza sanitaria ci sta imponendo cambiamenti nelle nostre abitudini quotidiane e rappresenta una rottura da ciò che nelle nostre vite consideriamo normale: muoverci liberamente, andare a scuola, fare sport, in generale avere impegni che scandiscono il nostro tempo e gli danno un particolare senso”.

Un bambino delle elementari, una ragazza di diciannove anni, una signora di cinquanta ed infine un nonno, quattro interviste grazie a Google meet, un’applicazione che consente di mettere in contatto più persone e che in questo periodo supporta la didattica a distanza, per scoprire diversi pensieri rispetto alla tragedia del Covid-19 che ci ha colpiti così duramente.

Matteo che frequenta la scuola primaria.

Dovessi assegnare un colore al momento in cui sei dovuto restare a casa quale sceglieresti?

“Sceglierei il giallo per due motivi: il primo perché posso giocare con i miei videogame quando voglio e perciò sono felice, secondo me il giallo, infatti, esprime felicità e il secondo motivo è che la mia camera è gialla e visto che mi annoio spesso, mi sdraio sul letto e osservo il soffitto giallo di continuo. Sceglierei anche il colore blu perché mi ricorda la tristezza e la noia.”

Come pensi ti sentirai quando uscirai per la prima volta dopo tutto questo tempo?

Beh, mi sentirò felice di riavere il contatto con la natura, perché mi piace molto fare capanne con il legno e le foglie  e giocare con gli amici all’aria aperta. So che sicuramente costruirò con i miei amici: spade, rampini ed archi, ci divertiremo a combattere per finta. Finalmente potrò respirare aria fresca!”

Hai paura di questo virus?

Si, mooooolto! Mi sono immaginato il Coronavirus come un mostro verde, enorme e viscido, con all’interno dei minuscoli esserini che sono i suoi “coroncini”. Sulla fronte una corona gigantesca colorata d’oro…sovrano del mondo della pandemia!”

Ecco le impressioni di Ludovica, studentessa al primo anno di Università.

Voi giovani come avete preso questo momento?

Inizialmente abbiamo sottovalutato la gravità della situazione, lamentandoci delle regole restrittive a cui dovevamo sottostare. Poi, rassegnati, abbiamo iniziato ad impegnare le giornate con attività di vario genere, improvvisandoci chef, artisti ed atleti di alto livello, tutto questo a casa ovviamente!”

Cosa farai quando potrai uscire?

Siccome per motivi di studio vivo da sola da quasi sette mesi, andrò a trovare i miei genitori che non ho avuto la possibilità di vedere dal 10 marzo. Credo che molti di noi andranno a “ricongiungersi” con i propri cari. Quando poi permetteranno di incontrarsi anche con gli amici, sicuramente approfitterò dell’occasione per organizzare giornate con loro all’aria aperta, rispettando le regole che ci verranno fornite. Temo che passare i pomeriggi sulla riva del mare sia un sogno  che si allontana sempre più.”

Pensi che si potrà tornare alla normalità?

Sarò un po’ pessimista, ma non credo, almeno, a breve termine. Ci saranno molte norme da rispettare, per il bene di ognuno di noi, che rimarranno in vigore fino a quando gli esperti non troveranno e testeranno un vaccino per fermare la diffusione del virus. Dovremo provare a cambiare “la normalità” di scambiarci baci e abbracci con un’altra “normalità” incentrata sul distanziamento sociale. Sarà difficile, ma dopo questi due mesi di reclusione, stare lontani un metro l’uno dall’altro indossando la mascherina, potrà diventare una nuova avventura!”

Eccoci arrivati alla terza intervista: Chiara, 50 anni, laureata in Pedagogia

Cosa pensi della “fase due” che comincerà il 4 maggio?

“Credo che sia molto importante, come lo è stato precedentemente fino ad ora, ma adesso sempre di più che ci prendiamo tutti la responsabilità dell’attenzione che dobbiamo portare gli uni verso gli altri, perchè potrebbe essere “un’apertura”anche un po’ pericolosa. Io penso che siamo tutti un po’ stanchi di stare chiusi in casa, di non poterci muovere liberamente, ci sentiamo tutti molto “costretti”. Abbiamo, quindi, una gran voglia di tornare a quella che era una “normalità” per noi, precedentemente al Coronavirus e questa voglia che abbiamo rischia di farci perdere il senso della nostra responsabilità. Gli esperti ci dicono che ci vuole ancora tanto tempo per sconfiggere il virus e per considerarci al sicuro e allora ritengo che ognuno di noi si debba prendere in carico la responsabilità e non darla agli altri, senza aspettare che loro dicano cosa si debba fare. Dobbiamo  essere noi a mettere al sicuro non soltanto noi stessi, ma anche amici, parenti, bambini, anziani.”

Come saranno le vacanze, secondo te?

Molti hanno sognato un viaggio e probabilmente dovranno rimandarlo. Le vacanza sono “sacre”, ne abbiamo tutti bisogno e credo che sicuramente dovremo fare in modo che siano vacanze “pacate”,”tranquille”, quindi, saranno “meditative” e anche più solitarie rispetto a quelle degli anni scorsi, perché non potremo far le vacanze con i soliti gruppi di amici, ma dovremo farle da soli e magari vederci ogni tanto con qualcuno, mantenendo le distanze. Passeremo più tempo con noi stessi e con il nostro compagno/a e trascorrere il tempo a leggere, a fare passeggiate “nel verde” e in luoghi non troppo affollati.  Sempre nell’ottica della responsabilità, ognuno di noi dovrà prestare molta più di attenzione.”

Tutti i politici dicono “ce la faremo”, cosa ne pensi?

“Penso che certe frasi rischino di diventare uno “slogan”, quindi quando sento la frase “ce la faremo” mi viene in mente che sembri quasi un atto di fede, ma poi come realizzare questo obiettivo? Più che “ce la faremo”, io userei la frase”ce la mettiamo tutta”, perché questo riguarda il concetto, già detto prima, sulla responsabilità; significa che ognuno di noi, nella sua piccola parte, ce la” mette tutta” per andare in una direzione, che è quella di salvarci tutti.”

-Hai qualche timore?

Qualche timore ce l’ho, ma voglio anche adoperarmi perché questo periodo venga superato nel miglior modo possibile:questo credo che, di nuovo, debba essere un fatto di cui ci prendiamo carico  e cerchiamo di far sì che ciascuno ci metta “del suo” perché si possa, non vivere nel timore, ma vivere nella “ricostruzione”!”

L’ultima intervista è quella ad un anziano di nome Franco, pensionato ultra-ottantenne.

Come pensi che sia stata gestita dal Governo questa pandemia?

Nell’accezione pertinente, il Governo ha condotto la difesa dalla pandemia come un manipolo di esploratori che, inoltrandosi in cure sconosciute, cerca di limitare ogni rischio con i mezzi a sua disposizione. Qui, però, i mezzi mancanti erano parecchi,da quelli più elementari vedi le ambite mascherine, a quelli più tecnici e sofisticati che sono propri degli ospedali: tamponi, reagenti, respiratori eccetera. I medici ed il personale ospedaliero hanno difeso i pazienti eroicamente contro l’ignoto, insidioso ed imperscrutabile nemico. Si sarebbe potuto far meglio? Molte sono state le critiche, spesso feroci, ma chi non commette errori nella sua prima terribile esperienza? Infine, come si può non ammettere che i provvedimenti assenti hanno necessariamente dovuto ispirarsi a quel criterio di gradualità che è comunemente applicato a cominciare dal “buon padre di famiglia”? Assolvo il Governo, convinto che sia stato fatto ogni sforzo per la tutela della salute pubblica.

Ti ricorda qualche momento in particolare questa situazione di paura?

Non ho paragoni adeguati, vaccinato e protetto fin dalla prima infanzia. Ho, però, provato la vera paura a sette anni, in tempo di guerra, quando ho assistito alla picchiata di aerei inglesi (1943) sulla mia testa e ad una sventagliata di proiettili “dum,dum,dum”, mi ha sfiorato sollevando per alcuni metri una polverosa cortina di terra. La mia paura è durata alcuni secondi, presto sostituita dal sollievo di… averla scampata bella!

Oggi la paura è più insidiosa e persistente e più che me stesso coinvolge i  miei cari, e quanti rischiano la propria vita per salvare la nostra.

 

Scuola ed educazione per migliorare le periferie

  1.  

di Beniamino Becci 1B

Nelle periferie è fondamentale incrementare l’offerta formativa e le occasioni di sviluppo culturale e artistico: i ragazzi hanno il diritto di sviluppare, scoprire e realizzare le proprie attitudini e le proprie capacità. Per questo, serve proporre attività che favoriscano la partecipazione della comunità e la valorizzazione degli spazi di aggregazione. Dicci quali attività, secondo te, dovrebbero essere realizzate nelle scuole delle periferie per migliorarle. 

Secondo i dati del Ministero dell’Istruzione l’Italia occupa una delle ultime posizioni nella classifica europea relativa al numero di ragazzi che lasciano la scuola superiore e la formazione professionale prima del tempo.Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è downloadfile.jpg

Tale cifra aumenta nelle periferie delle città dove la scuola è spesso l’unico luogo che consente di ampliare le proprie conoscenze ed anche uno dei pochi spazi di incontro.

La scuola è dunque riconosciuta da tutti come il luogo da cui partire per affrontare il problema. 

Esperienze innovative, che hanno cambiato le modalità di fare scuola, sono state realizzate a Napoli, dove il problema è grave in alcune zone, con interventi di associazioni come quella dei “Maestri di Strada”.

I percorsi svolti da questi esperti fanno capire come la prima attività da svolgere consista in  un’analisi dei bisogni e delle caratteristiche del territorio; infatti dai colloqui con le persone si possono sviluppare progetti su interessi già presenti senza imporre un’idea dall’esterno, cosa che aumenterà sicuramente la partecipazione.

Un’altra attività da sviluppare è l’apertura delle scuole al pomeriggio in modo da renderle un punto di riferimento ed  un luogo in cui incontrarsi e fare iniziative, come gruppi di studio pomeridiani, attività sportive, laboratori e attività di conoscenza del territorio. 

Sono stati realizzati in varie parti d’Italia progetti con diversi contenuti, come la musica o la danza, i laboratori di teatro, la riparazione di biciclette, la break dance, la produzione musicale, tutte attività volte a far emergere le abilità di ognuno.

Tali gruppi potrebbero essere anche occasioni di coinvolgimento e di collaborazione con le famiglie, nonni inclusi, con laboratori di cucina, sartoria, lingua straniera o dialetto che uniscano le diverse generazioni o le diverse culture. 

Alcuni hanno realizzato anche attività di manutenzione o riparazione di sportelli, armadietti e piccoli oggetti di uso scolastico oppure attività manutentive come la tinteggiatura dei locali della scuola.

Un diverso problema che possono incontrare gli educatori nelle periferie è evitare comportamenti aggressivi o incontrollati da parte dei ragazzi provenienti da famiglie con gravi problemi economici o sociali. 

Un’attività per sostenere gli insegnanti e gli stessi studenti potrebbe essere un gruppo stabile di incontro che consenta di imparare ad affrontare le situazioni più complicate attraverso il confronto con la guida di un esperto o anche uno sportello pomeridiano fisso di aiuto che sia punto di riferimento per chi lo richieda. 

Occorrerebbe poi affiancare i ragazzi  nella fase di scelta per il futuro con attività di orientamento anche per le famiglie e incontri personali.
Infine gli insegnanti dovrebbero, in tali contesti, avere la possibilità di adottare dei programmi interdisciplinari in modo da facilitare la comprensione e migliorare il coinvolgimento e la partecipazione. 

L’adozione di tali strumenti avrebbe effetti positivi e, evitando la passività, la noia e sostenendo le persone nelle difficoltà, si ridurrebbe il rischio, in questi contesti, di comportamenti pericolosi per sé e per gli altri.

COVID-19: vaccino e cure sperimentali

di Benedetta Vignolo, 2B

L’allarme è partito quando le autorità sanitarie cinesi hanno ufficializzato la presenza di un focolaio di sindrome febbrile, con polmonite e complicazioni respiratorie e cardiovascolari, tra gli abitanti di Wuhan, città della Cina meridionale.
L’epidemia da coronavirus si sta espandendo velocemente anche in Italia, contagiando molti anziani, adulti e giovani.
La preoccupazione dei cittadini è dettata soprattutto dal fatto che non esista ancora una cura specifica.
In questi mesi di lockdown sono stati sperimentati alcuni farmaci tra cui l’Avigan, farmaco antivirale giapponese. Il produttore di questo farmaco ha affermato che nonostante i risultati dei test non siano ancora stati resi noti, si pensa che Avigan possa essere utilizzato per velocizzare la guarigione in attesa di un vaccino.
Il farmaco può essere usato unicamente su pazienti già ammalati di coronavirus con sintomi quali febbre sopra i 37,5ºC, tosse, polmonite e mal di testa.
I ricercatori stanno tuttavia lavorando su tre tipologie di vaccini: uno a DNA, un altro a RNA, e infine uno proteico. I primi due hanno un meccanismo molto simile, viene introdotto un frammento di DNA o RNA sintetizzato in laboratorio nell’organismo umano, con la funzione di indurre le cellule a sintetizzare una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria.
Per quanto riguarda il vaccino proteico si dovrebbero sintetizzare proteine del capside virale usando la sequenza RNA del virus, iniettarle nell’organismo in modo da indurre la riposta anticorpale dell’individuo in questione.
In conclusione, l’efficacia dell’Avigan e degli altri farmaci è in fase di sperimentazione da parte dei governi di alcuni paesi, mentre per i virologi stimano che per lo sviluppo di un vaccino per il COVID-19 ci vorranno dai 12 ai 18 mesi.
È importante non sottovalutare la malattia ed adoperare le misure di sicurezza stabilite dal governo per proteggere se stessi e gli altri.