di Lorenzo Verga e Alessandro Libero Maiani, 2d
Il 3 ottobre 2025, due classi del percorso umanistico del Liceo Classico Andrea D’Oria hanno partecipato al BookPride
di Genova e hanno incontrato il giovane poeta genovese Simone Biundo, per una conferenza che ha risposto a una domanda che molti adolescenti si pongono: come vive un poeta al giorno d’oggi?
La risposta è stata chiara: oggi un poeta non può vivere solo di poesia, la poesia è considerata da molti lettori qualcosa di lontano e per questa ragione il comporre versi non genera molte entrate economiche. Proprio per questo motivo, Biundo lavora come insegnante e come editor perché i proventi della scrittura poetica non sarebbero sufficienti per mantenersi.
Nonostante la risposta possa sembrare dura, Biundo ha raccontato molti aspetti interessanti della vita di un poeta moderno. Ha voluto sottolineare come scrivere durante la tragedia umanitaria in corso a Gaza a suo dire significhi rendere e rendersi consapevoli di ciò che sta avvenendo, citando la frase del celebre scrittore tedesco Theodor Adorno, il quale disse: “Scrivere poesia dopo Auschwitz è barbarie“, paragonando così le due situazioni.
“La lingua della poesia è la lingua dell’impegno umano e dell’attenzione”.
Il poeta ha poi parlato di un disagio esistenziale che lo affligge, ovvero l’idea dell’accelerazione tecnologica che si sta facendo sempre più ingombrante nella nostra quotidianità. Per lui, è stata proprio questa voglia di esprimere un dissenso, questa voglia di sfidare questa assurdità del tempo che accelera, a spingerlo a scrivere la sua ultima opera, un testo poematico, un racconto in poesia: “Così”.

L’opera può sembrare quasi senza alcun senso al primo impatto: essa è scritta con un susseguirsi di parole legate l’una all’altra, senza punteggiatura, seppur nella ricerca di un ritmo della tradizione che alla fine crea un vortice capace di travolgere e quasi alienare il lettore.
Chi ascoltava nella sala cercava un filo logico nei versi. Proprio questo effetto, che ha colpito anche noi, ci ha spinto a porre una domanda al poeta: “Cosa dice a coloro che non comprendono la sua opera?”.
La risposta è stata illuminante: “In realtà la confusione che avete sentito era una cosa volontaria. Volevo che il lettore si sentisse confuso per capire il mio stato d’animo. Anche la mancanza di punteggiatura è qualcosa di volontario: volevo fare qualcosa che non avesse un senso preciso dal punto di vista logico”.
Biundo ha aggiunto che potrebbe continuare il suo poemetto, ma se lo facesse sarebbe più per se stesso che per un pubblico, perché scrivere poesia è anche una necessità di vita personale.

Il poemetto termina con una semplice parola: così.
Una parola apparentemente banale che, presa singolarmente, diventa affascinante. Può avere infinite varietà di significati, può essere piena o vuota, concreta o astratta. Ed è proprio per questo che il poeta l’ha scelta, lasciando a noi il compito di interpretarne il significato.
Il suo stato d’animo, in un momento storico che ha definito decisivo si può rappresentare con quattro lettere dopo il fiume di parole che scorre tra le pagine del suo racconto in versi: così.


