L’opinione di Giuliano Saracino, Garante dei detenuti della Regione Liguria
di Pietro Barosso, Martina Cao, Egle Gatto e Serena Ferrari, classe 4B

“La gentilezza in carcere può sembrare un ossimoro” Così Doriano Saracino, garante dei detenuti della regione Liguria, chiude l’incontro tenutosi il 19 novembre al Palazzo Ducale di Genova “Stile di vita etico e libero” al Palazzo Ducale. “Pare assurdo parlare di cortesia nelle carceri , ma cerchiamo di capire quale spazio possa avere l’importanza della gentilezza in un istituto di pena”, ha esordito Saracino.
La gentilezza
Il termine gentilezza deriva dal latino gens, famiglia nobile, si considera nobile chi appartiene a una nuova stirpe. Nel corso del tempo la parola muta la propria accezione di significato, anche grazie ai poeti del Dolce Stil Novo. Si tratta di una realtà nuova, che tratta l’aspetto della gentilezza: gentile è ciò che ci nobilita e la gentilezza diviene una qualità che non si acquisisce dalla nascita, come dono innato, ma è una virtù che si può coltivare attraverso il tempo e la dedizione, al fine di entrare in relazione, o come meglio specifica Saracino, in “empatia” l’uno con l’altro, con lo scopo di ampliare la propria dimensione sociale.
Spesso il termine gentilezza viene adottato come sinonimo di cortesia, che indica lo sviluppo della società di corte; Saracino ha ricordato il grande sociologo Norbert Elias, commentatore dello sviluppo nel corso del tempo della società cortese.
In particolare Elias parla di un processo definito di “civilizzazione”, cambia il modo in cui l’essere umano, inteso come cittadino, si rapporta con gli altri nel passaggio fra il Medioevo e i tempi moderni.
Nel processo di civilizzazione traspare progressivamente un certo livello di imbarazzo su alcuni argomenti, i quali però, come il tema del corpo, ritornano prepotentemente sullo scenario sociale del carcere. Tutto ciò che abbiamo allontanato dalla nostra civiltà, come la violenza, il contatto interpersonale, la nudità del corpo, ritorna con forzata prepotenza nelle mura delle carceri.
I diritti dei detenuti
Il tema dei diritti dei carcerati è una questione quanto mai delicata: in molti contesti le condizioni di detenzione e l’assenza di tutela dei diritti fondamentali riservati ai detenuti sono indizi allarmanti.
Le condizioni di detenzione sono infatti uno degli aspetti più problematici dei sistemi penitenziari: sovraffollamento, igiene scarsa, carenza di servizi sanitari e una dieta insufficiente sono solo alcuni degli aspetti che vanno a minare il benessere dei detenuti.

“Sembra di stare bloccati in un ascensore”, sono le parole dei detenuti del carcere di Brescia, Canton Mombello, uno dei più affollati d’Italia, riportate al presidente della Repubblica Sergio Mattarella , per raccontare la loro esperienza di vita in un luogo in cui viene meno il pudore, in cui si è costretti a vivere privi di libertà personale, anche decine di persone nella stessa cella. “I corpi riprendono la scena ed entrano prepotentemente in un avvicinamento forzato, non si è mai soli “.
Il corpo inteso come strumento di protesta
La convivenza forzata in carcere ha eliminato il pudore: il loro corpo diventa uno strumento di protesta e di manifestazione di ciò che si ha dentro.
Molti detenuti, anche giovani, ricorrono all’autolesionismo, autoinfliggendosi ferite.
“Il dolore che si vede da fuori è meno di quello che che si prova dentro – spiega un detenuto – con i tagli inflitti al nostro corpo mostriamo loro quello che potremmo fare, ma che decidiamo di fare contro di noi”.
Si tratta di assillanti richieste di auto, ma anche di una forma di nuda protesta. Quest’anno sono avvenuti più di ottanta suicidi in carcere, anche a causa dello sciopero della fame, provvedimento adottato dai carcerati a supporto di tale protesta.
“La violenza è il convitato di pietra di tanti discorsi che si fanno sui detenuti”, conclude Doriano Saracino, “in quanto il carcere è il luogo in cui si sente con forza la pressione e il potere dello Stato.”

Il carcere non è solo un luogo di punizione, ma anche di formazione, in quanto non bisogna trascurare l’esperienza di innumerevoli ragazzi che, non potendo entrare in contatto con il mondo esterno, tentano di socializzare, di crescere e formarsi in carcere, cercando di ottenere tardivamente un’esperienza formativa di cui, complice la precoce prigionia, si è stati privati .
“Il carcere sta iniziando a piacermi”: sono le parole di un giovane ventenne rinchiuso in carcere da ormai qualche anno , ed è proprio in vista di tali situazioni così drammatiche che bisogna aprirsi e comunicare i propri bisogni e le proprie necessità.
Si può quindi parlare di gentilezza in carcere?
“Sì, in quanto unico mezzo per contrastare la violenza”, si parla di gentilezza come parole e gesti carezzevoli, pronunciati per superare la divisione fra “barbari” e civilizzati e per aiutare a esprimere sinceramente sentimenti e dolori, preoccupazioni e speranze. Una parola diffusa in carcere è “loro”, “quelli che non sono come noi”, ma bisogna essere in grado di dire “noi”.

