di Giulia Pedemonte 2D

Come spiegare il codice Morse o una bobina di rame alla generazione di WhatsApp e del Wi-Fi?

La risposta è custodita nelle vetrine del Museo della Radio e della Televisione RAI di Torino. Insieme ai compagni della 2D, in una recente tappa del nostro percorso sul giornalismo, mi sono ritrovata davanti a microfoni degli anni ’30 e vecchie scrivanie in legno. Oggetti che oggi definiremmo “antichi”, ma che trasudano la fatica, l’impegno e la meraviglia di un’epoca in cui ogni segnale trasmesso appariva come un miracolo tecnologico.

Una volta entrati nel museo della radio e della televisione RAI di Torino, la prima cosa che salta all’occhio è lo sviluppo televisivo e comunicativo del settore e di conseguenza si percepisce la fatica e l’impegno che ognuno nel suo piccolo metteva per rendere la trasmissione sempre più efficiente e accattivante per conquistare il pubblico. 

Siamo abituati a non chiederci della provenienza e dello sviluppo di oggetti che usiamo quotidianamente, infatti vediamo la televisione oggi solo come un vetro freddo e sottile, tuttavia davanti ai microfoni degli anni ‘30, ai costumi del tempo e alla storia della televisione, ci si rende conto che dietro ogni pixel c’è una vera e propria rivoluzione che ci fa comprendere come siamo diventati ciò che siamo oggi, dimostrando che il luogo in cui siamo stati rappresenta il dietro le quinte di tutto il mondo della televisione.

Mi ha particolarmente colpito il grande progresso tecnologico, gli oggetti su cui mi sono soffermata maggiormente sono raggruppati in una vetrina, sullo sfondo si possono notare delle formule matematiche, probabilmente indicano al visitatore quanta matematica e fisica ci fossero dietro quegli apparecchi, in primo piano invece gli oggetti cilindrici con fili di rame vengono chiamate bobine, servivano a prendere l’elettricità da una batteria e a trasformarla in una scossa molto potente, capace di creare una scintilla, senza di essa non partiva nessuna onda radio, come un predecessore del Wi-Fi.

Poco più in là mi sono fermata davanti ad una vecchia scrivania in legno, dove un rullo di carta passava tra ingranaggi di ottone, al tempo era la postazione del telegrafo, mostrava il codice Morse, una sequenza di punti e linee che facevano viaggiare le notizie ad una velocità allora impensabile, potremmo classificarlo come un vecchio antenato di WhatsApp.

Guardando questi oggetti, ho capito che la comunicazione non è sempre stata immateriale, prima che diventasse un segnale invisibile, ci furono molteplici tentativi, oggetti che per quanto al giorno d’oggi possano essere considerati antichi, erano e restano affascinanti.

Il museo non espone solo macchinari ma ti dà la possibilità di osservare dai costumi di scena, fino ai televisori in bianco e nero che erano capaci di far rimanere l’intera Italia davanti ad un unico schermo. In questi ultimi anni si è perso il senso della meraviglia che c’era un tempo, dove ogni segnale trasmesso appariva un miracolo tecnologico.

Non ho potuto fare a meno di domandarmi se tra 100 anni o più ci saranno i nostri smartphone o computer in quelle vetrine.