L’Orlando furioso di Davide Livermore: Ariosto alla fine del mondo

«Signore e signori, è il comandante che vi parla. Pochi minuti fa, lo spazio aereo europeo è stato chiuso. Il nostro volo è l’ultimo ad aver ricevuto l’autorizzazione a proseguire.»

Di Emma Benvenuto, Agata Reggiardo, Virginia Sabatini e Riccardo Veneziani, 4D

 

La produzione de “L’Orlando furioso”, messa in scena dall’8 al 18 ottobre dal Teatro Nazionale di Genova, reinterpreta l’omonimo poema cavalleresco di Ludovico Ariosto. Il copione nasce da una selezione accurata delle ottave originali, a cura di Margherita Rubino, che il regista Davide Livermore arricchisce tramite inserzioni del narratore, invitando gli spettatori a riflettere su diversi temi di attualità come i conflitti in atto e la violenza sulle donne. L’intento è infatti esaltare non tanto la trama quanto il ruolo centrale delle protagoniste femminili. Questa scelta deriva dall’ordine in cui Ariosto stesso decise di presentare i temi della sua opera:

«Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto, […]»

Sebbene si narri di un periodo di conflitto, a legare gli avvenimenti fra loro sono le donne che, protagoniste e destinatarie privilegiate del poema, ne rappresentano il pubblico ideale. La predilezione nei confronti delle donne si denota anche dall’inizio dell’ultimo canto:

«Oh di che belle e sagge donne veggio,

oh di che cavallieri il lito adorno!» (XLVI, 3)

Tale importanza delle figure femminili viene espressa da una precisa scelta registica: la presenza di sole attrici donne anche per tutti i ruoli maschili, ad eccezione del narratore, interpretato da Fulvio Pepe; quindi gli eroi e i cavalieri compaiono sulla scena in funzione delle donne, le quali per mezzo dei sentimenti che ispirano negli uomini muovono le vicende del poema.

Portato alla follia dall’amore non corrisposto di Angelica (Anna Della Rosa), la gelosia del protagonista Orlando (Linda Gennari) culmina con la perdita del senno, già in parte simbolicamente anticipata dalle atrocità della guerra tra cristiani e musulmani. La sua pazzia irrefrenabile diventa così allegoria della tendenza umana all’autodistruzione. Questo stato di crisi dell’uomo viene raffigurato dalla scenografia che ha come elemento compositivo centrale un aereo precipitato in uno scenario di imminente apocalisse globale. La rappresentazione si apre con l’annuncio di un comandante di un volo di linea, il quale comunica ai passeggeri che si tratta dell’ultimo volo autorizzato, mettendo in guardia dal rischio di detonazioni nucleari e impulsi elettromagnetici. L’intera vicenda si svolge nell’arco di un’unica notte, l’ultima della specie umana, durante la quale due personaggi rivivono gli alti e i bassi dell’umanità, richiamando gli stessi temi affrontati dal poema ariostesco. La fine del mondo è causata dalla violenza esercitata reciprocamente dagli uomini, la quale nel poema si trova sotto forma della furia di Orlando, che si compie nello sradicamento degli alberi su cui Angelica e Medoro incisero le loro iniziali, metafora della prevaricazione dell’odio sull’amore. La fine del mondo portata sulla scena da Davide Livermore è definitiva, così come lo è la perdita della ragione di Orlando, il quale, in questa produzione teatrale, al contrario del testo originale, non riavrà mai indietro ciò che ha perduto, poiché l’ampolla contenente il senno finisce in frantumi. Questo evento tragico viene reso da una luce che abbaglia la vista degli spettatori, mettendo a tacere ogni speranza di salvezza.

Questa visione antropologica di tendenza alla distruzione è resa universale attraverso i secoli dal costumista Gianluca Falaschi, che nella realizzazione degli abiti prende spunto da varie epoche, come quella rinascimentale, gli anni ’20 e ’30, l’età delle grandi guerre. I costumi scelti non appartengono a un sesso definito e non essendo precisi nel tempo si richiamano a un immaginario favolistico valido per tutti i tempi.

Anche la musica dal vivo dell’ Ensemble La Chimera richiama periodi storici differenti: i classici del pop e del rock vengono riarrangiati per strumenti barocchi e rinascimentali e accostati all’elettronica, insieme a musiche originali di Marco Benz Gentile. La sequenza di note accompagna i movimenti degli attori, realizzando anche effetti sonori come il trottare del cavallo, i passi di marcia e il cozzare delle spade in battaglia. Il fatto che la musica sia una costante nel corso di tutto lo spettacolo riprende la tradizione del poema, che veniva già all’origine declamato in presenza di musicisti, come accadeva per i cantari. La musica passa da toni alti a toni bassi, per instillare drammaticità o leggerezza.

Tale leggerezza viene resa attraverso un’ironia moderna, che si distacca da quella utilizzata da Ariosto, seppur accomunate dal fine di intrattenere il pubblico. Così la produzione ha potuto avvicinare un pubblico giovane, stimolandone al contempo il riso e la riflessione, rendendo attuale un classico solo apparentemente distante dai nostri valori e dalla nostra società.

Con questo Orlando furioso Livermore dimostra che un classico del Cinquecento può parlare con naturalezza al presente: la follia di Orlando diventa lo specchio di un’umanità che rischia di distruggersi con le proprie mani.