This essay is the final step of a project on a comparative analysis of the film Emily by Frances O’Connor and Emily Bronte’s Wuthering Heights .To analyze Emily Brontë’s work and the film Emily in a comprehensive way, we divided the task into six groups, each focusing on a specific theme, exploring various aspects of her life (as presented in the film), the novel, and the historical and social context.
Continue readingMauthausen: un salto nel passato tra memoria e dolore
Di Chiara Flacco, 2D
Quest’estate ho avuto l’opportunità di visitare il memoriale di Mauthausen, luogo di memoria e di educazione storico-politica che mi ha permesso di approfondire non solo le mie conoscenze ma anche la mia consapevolezza degli avvenimenti.
Negli anni dal 1938 al 1945 il campo di concentramento di Mauthausen era il luogo centrale di persecuzione nazista in Austria. Apparteneva a una rete di campi che si estendeva sul territorio dell’intero Reich germanico. Questi campi servivano alla detenzione di oppositori politici arrestati nei confini del Reich ma, con l’inizio della guerra, i prigionieri venivano deportati oltre che per motivi politici, anche per motivi razziali.
Sicuramente questa è stata una delle esperienze più significative che abbia mai fatto perché trovarmi in un luogo reale con un passato così terrificante è stata una sensazione che solo chi ha visitato questi luoghi può comprendere.
Appena entrata nel campo, la prima cosa che ho visto è stato il parco dei monumenti, un enorme prato dedicato a statue commemorative dei deceduti all’interno del campo, ogni nazione ha inserito un proprio monumento per ricordare i propri morti. Soltanto negli anni ‘70 venne costruito un monumento per ricordare tutti gli ebrei deceduti, quando già erano presenti molti monumenti nazionali.
Tra tutti i monumenti quello che mi ha colpito di più è stato quello della Cecoslovacchia che raffigura un uomo scavato dalla fame con il viso segnato che rappresenta i detenuti, che urla e cerca aiuto senza però ricevere soccorso.
Dal prato si riusciva a vedere anche la grande cava di granito, motivo per cui il campo era stato costruito in questo territorio: i prigionieri nei primi anni della guerra venivano obbligati a lavorare nelle cave di pietra e, a partire dal 1942, si sviluppò una rete formata da più di 40 sottocampi, nei quali i prigionieri venivano usati come schiavi. Per lo sfruttamento delle cave era stata formata una vera e propria impresa: la società s.r.l. DEST “deutsche Erd- und Steinwerke GmbH” che fece enormi profitti. La cava era anche un luogo di eliminazione e punizione, infatti i detenuti erano costretti a trasportare blocchi di granito pesanti più di 50 chilogrammi, salendo quella che loro stessi chiamavano “scala della morte”.
Durante il lavoro nella cava i deportati venivano uccisi in modo mirato: le SS sparavano loro oppure li facevano cadere giù dalla cava.
Una testimonianza, contenuta nell’audioguida del memoriale, mi è rimasta particolarmente impressa, quella del sopravvissuto polacco Stefan Niewiada, testimone oculare di uno di questi episodi:
“Io ho visto dei crimini commessi nei confronti di un gruppo di ebrei olandesi composto da circa cento persone. Furono messi in fila uno dietro l’altro e obbligati a spingere il compagno davanti a loro giù dalla parete della cava. Io stavo lavorando a 150 metri di distanza dal punto esatto in cui toccavano terra dopo la caduta, i cadaveri furono poi portati al crematorio dalla compagnia di punizione.″
Dopo aver visitato il parco mi sono spostata verso il vero e proprio ingresso del campo dei prigionieri che all’esterno è delineato da alte mura in pietra che separano il campo dei prigionieri dalle numerose baracche Delle SS.
L’unico accesso al campo è tramite il grande portone di ingresso caratterizzato da due grandi palazzine ai lati. I deportati al loro arrivo passavano da questa grande entrata per poi seguire estenuanti procedure accompagnate da lunghe torture. Spesso i prigionieri dovevano stare in piedi per ore lungo il cosiddetto “muro del pianto” per poi venire registrati e privati dei vestiti e dei propri averi.
Di fronte a questo muro erano situate a destra le baracche dei prigionieri, strutture pensate per contenere un massimo di 300 persone ma, negli ultimi anni della guerra, erano più di 2000 i deportati che venivano ammassati in quei luoghi angusti.
Le baracche al loro interno si presentavano completamente vuote, mi sarebbe piaciuto vedere delle riproduzioni di quelle che potevano essere le cose che si trovavano all’interno di queste strutture, per riuscire a capire meglio le difficoltà che i prigionieri affrontavano ogni giorno, ma vedere tutti i segni sulle pareti e sul pavimento è stato comunque segnante.
Ogni baracca aveva una piccola stanza dedicata ai bagni che era sorprendentemente piccola e stretta e di certo non era adeguata alle esigenze di tutte le persone che vivevano (se così si può dire) lì; non a caso le condizioni igieniche erano davvero basse e dunque il rischio di contrarre malattie altissimo e soltanto alcuni deportati che godevano di particolari privilegi, come abilità specifiche o ritenuti utili, potevano accedere alle cure mediche, questo causò infatti la morte di molti detenuti.
Nella parte opposta alle baracche era situata la cucina, dove i prigionieri dovevano preparare il cibo per le SS e per i prigionieri.
La guida ci ha spiegato che a differenza delle guardie che ricevevano un pasto abbondante, i prigionieri ricevevano pasti che avevano come massimo 1500 calorie che erano troppo poche rispetto a quelle necessarie per tutto il lavoro che svolgevano ogni giorno.
Questo serviva a rendere i deportati più deboli e incitare la lotta per la sopravvivenza tra i prigionieri.
L’ex deportato Hans Maršálek scrive: ″Eravamo perseguitati dal senso di fame di giorno e di notte e gli affamati parlavano del mangiare in ogni occasione che gli si offriva. […] Facevano degli scambi: scambiavano due fettine di salame o di pane per un po‘ di zuppa […], biancheria o indumenti per generi alimentari. Nei luoghi di lavoro rovistavano ovunque in cerca di ogni possibile oggetto commestibile, mangiavano radici, erba, germogli, ghiande, ratti, gatti, cani, ogni tipo di rifiuto e carbone. Assalivano chi trasportava il cibo o cercavano di leccare dalle pentole vuote ultimi resti della zuppa di rape. […] Di notte cercavano di rubare il pane.″
Nel campo è situata anche una struttura più moderna che ha funzione di mostra. All’interno si trovano vari reperti come registri, utensili che venivano usati per cucinare, vestiti, armi, fotografie e diversi
berretti che erano costretti ad indossare seguendo rigide regole.
Infine nei sotterranei si trovano le camere a gas e i forni crematori.
Prima di accedere a queste stanze però c’è una sala dedicata a tutti i deceduti. È stata veramente molto particolare e impressionante perché era costituita da innumerevoli tavoli con forme diverse su cui era poggiato uno schermo nero digitale sul quale erano scritti i nomi di tutte le vittime. Vedere tutti quei nomi e tutti quegli enormi registri è stato molto intenso.
Come disse Primo Levi: “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.
Esito finale di “CampBus 2024”: la vittoria è nostra!
“Il vincitore della V edizione di CampBus Corriere 2024… è il liceo classico Andrea D’Oria!!”
Sono le 14.00 del 5 dicembre 2024 e c’è tensione nella sala conferenze del “Corriere della Sera”. Dopo aver presentato i frutti del loro lavoro con Campbus al pubblico, dopo le interviste con gli sponsor del progetto, le scuole di Roma, Bari, Milano e Genova aspettano che la giuria proclami il progetto che si è aggiudicato la vittoria nella competizione. Sale sul palco Claudia Colla, capo della Rappresentanza della Commissione Europea per il Nord Italia, con la busta contenente il nome della scuola.
La apre. Il vincitore della V edizione di Campbus Corriere 2024 è il liceo classico Andrea D’Oria!
Dopo la sorpresa iniziale, partono gli applausi del pubblico.
A conclusione di questo percorso, saliamo sul palco, e, insieme alla targa, ritiriamo gli zaini.
Il video vincitore “Ciak gpt” è visibile sia sul canale youtube del liceo, sia nella Videoteca di Agorà.

Gentilezza e carcere: un’utopia?
di Sabrina Pieralisi e Lucia Riggio, 4B
Quando nasce il termine “gentilezza”?
Un ottimo modo per capire il legame fra due termini così apparentemente discordanti è confrontarsi con le etimologie: la parola gentilezza deriva dal termine latino gens, che per i Romani significava “famiglia nobile”; alla fine del ’200, grazie ai poeti del dolce Stil novo, per gentilezza si intende la virtù che nobilita; il senso di questa parola, adesso ha una accezione leggermente diversa, oggi è gentile chi ha un comportamento generoso e benevolo nei confronti degli altri.
Altra cosa è la cortesia, termine derivato dallo sviluppo della società di corte, da cui deriva il galateo. Le norme delle buone maniere sono state analizzate dal sociologo tedesco Norbert Elias, che ha studiato il processo di civilizzazione dell’uomo.
Grazie allo sviluppo di quelle norme nate nella società cortese, cambia il modo in cui il cittadino percepisce l’uomo in relazione con gli altri.
Con il processo di civilizzazione, oggi, anche il contatto involontario innocuo diventa imbarazzante: nel tempo infatti ci si è dissociati da ciò che implicava aggressività, violenza o anche semplice contatto in pubblico.
Per esempio, in passato era consuetudine mostrare la selvaggina agli invitati di un banchetto prima di cucinarla; oggi in Oriente il cibo viene tagliato simmetricamente e artisticamente prima di servirlo nel piatto, cosicché a tavola non ci sia necessità di un coltello, perché viene percepito come oggetto violento.
Gentilezza e spiritualità per contrastare la violenza nell’ambiente carcerario
Se tutto ciò che è associato alla sfera della violenza è inusuale per un codice di consuetudini, allora, cosa succede in carcere? Nelle prigioni, infatti, cadono i filtri che presenti nella vita normale: i detenuti non hanno una propria intimità, sono costretti a superare ogni imbarazzo.
I carcerati, infatti, si trovano spesso a condividere celle di dimensioni disumane: i detenuti hanno descritto la sensazione dello stare un cella come quella di un ascensore affollato, che però ha una porta sempre chiusa. Vivono per lunghi periodi con un solo bagno per decine di persone e per questo trovano spesso conforto nella solitudine.
In carcere si dimentica il contegno tipico del mondo esterno, non si temono sanzioni o prolungamenti di pena perché, chiusi tra quattro mura, non si vede il futuro: per questo i detenuti sono spesso frustrati e violenti.
La violenza può essere anche interiore: l’autolesionismo, purtroppo, è molto diffuso nelle carceri e di solito chi ne soffre lo giustifica come dimostrazione del fatto che il dolore fisico sia più sopportabile di quello interiore.
Contrastare la violenza con altra violenza è quindi controproducente: come rimedio per arginare l’aggressività, sono necessarie gentilezza e spiritualità.
Le parole hanno un potere performativo, si trasformano cioè in azione. Il lessico della gentilezza e della spiritualità ha un valore che deve essere ristabilito nelle carceri, in modo che siano davvero un ambiente educativo.
Mostrare ai detenuti che possono essere trattati con rispetto, che meritano comprensione, significa aiutarli a riconquistare una parte di quella dignità che appare costantemente negata dalle condizioni della detenzione.
La gentilezza ha anche il potere di aprire il dialogo.
In un luogo dove la comunicazione è spesso basata su conflitti o paure, un atto gentile può essere il primo passo verso un cambiamento, un’inversione di rotta. Non si tratta di cancellare le colpe, ma di offrire la possibilità di un percorso di crescita, di consapevolezza, di riparazione.
È importante anche coltivare la spiritualità: lo spirito è un soffio, un respiro vitale che è necessario risvegliare e ciò avviene tramite l’ascolto. La comunicazione e l’apertura alla spiritualità offrono quindi un servizio riparativo e riescono a riportare ai detenuti la gioia nel ricordare quel respiro che un tempo possedevano. E’ davvero un’intima gioia ridare respiro a chi trascorre la propria esistenza in carcere.
La 4G vola a Parigi per una settimana
La 4G ha trascorso una settimana indimenticabile a Parigi, partecipando a uno stage formativo volto a migliorare la conoscenza della lingua.
Continue readingEsperienze pre-morte: un problema da affrontare su basi scientifiche.
di Christian Giannini e Alessandro Pastore, 4B
Le esperienze pre-morte (in inglese Near-death Experience o NDE) sono visioni e percezioni che alcune persone riferiscono di aver sperimentato nel momento in cui si trovavano in situazioni di pericolo di vita o in prossimità di morte, come durante un arresto cardiaco o interventi chirurgici con complicazioni.
Queste esperienze, pur essendo diverse da persona a persona, sono caratterizzate da elementi comuni.
Più pazienti hanno riportato di aver visto lunghi tunnel di luce insieme a una sorta di “film retrospettivo” della propria vita con i momenti più significativi della propria esistenza.

Tra le persone che hanno sperimentato queste sensazioni, alcune hanno percepito una proiezione di sé al di fuori dal proprio corpo apparentemente privo di coscienza: questo tipo di esperienza viene definita “esperienza extracorporea” o OBE (Out of body Experience).
Diverse persone testimoniano di aver avuto incontri con figure amichevoli o anche con propri cari deceduti e di aver provato una sensazione di pace e serenità, insieme a un senso di unità cosmica, oltre che alla percezione di essere in connessione con l’universo o con una realtà superiore.
Le esperienze pre-morte sono oggetto di studi da parte sia di scienziati che di filosofi e teologi.
Infatti a oggi non si è giunti a una conclusione che riesca a spiegare scientificamente come e perché queste si verifichino.
Ci sono diverse ipotesi scientifiche per spiegarle.
Alcuni ricercatori le attribuiscono a fenomeni neurochimici e fisiologici che si verificano nel cervello in condizioni di stress estremo come ipossia o alterazione dello stato di coscienza (arresto cardiaco).
Altri le considerano una risposta psicologica al trauma o al timore della morte.
Le esperienze pre-morte suscitano grande interesse da parte anche di chi non le ha vissute, lasciando però spazio a convinzioni errate. Infatti c’è chi le paragona a sogni o a fenomeni di delirium. A differenza dei sogni, però, vengono ricordate a distanza di molti anni nei minimi dettagli, inoltre sono organicamente strutturate, al contrario dei sogni che risultano frammentari.
È sbagliato anche paragonare le NDE a casi di delirium poiché questi ultimi non richiedono necessariamente una situazione di pericolo di vita, ma sono dovuti a effetti di farmaci e a problemi neurologici. Inoltre la durata del delirium è molto più lunga e la struttura non appare “ordinata” come nelle NDE bensì si ha una percezione distorta della realtà in modo caotico e angosciante.
Secondo Enrico Facco, neurologo, terapista del dolore e professore di anestesia e rianimazione dell’Università di Padova, ’’le principali interpretazioni scientifiche che vanno dalla ischemia retinica concentrica, all’acidosi metabolica, alla disfunzione del lobo temporale e scariche simil epilettiche, delirium da farmaci, aspettative dell’aldilà dovute alle proprie credenze religiose, etc, non sono sufficienti a fare luce sulle esperienze di OBE e di NDE’.
A livello scientifico si tratta di una questione ancora aperta. Le NDE infatti continuano a rappresentare un affascinante enigma sul confine tra scienza, spiritualità e psicologia.
Nonostante le spiegazioni scientifiche riconducano queste esperienze a fenomeni neurologici o chimici in situazioni critiche, le NDE ricordano quanto siano complesse le dimensioni della coscienza umana.


