Intervista alla storica e archivista Giustina Olgiati sull’influenza del mare a Genova
di Lucilla Lisciotto, 1B
L’indissolubilità del legame tra Genova e il mare permane nei secoli, riflettendosi nell’economia, nella cultura, nel commercio e nella società e si esprime in una storia costellata di maestà e dolore. L’ Archivio di Stato di Genova ne è eterno custode, ne porta al suo interno i secoli gloriosi, anche i suoi lati inediti, celati sotto il velo del tempo, che la dottoressa Giustina Olgiati ci racconta con passione e trasporto.
A Genova è sempre stato presente un porto naturale, senza il quale non sarebbe potuta esistere poiché rappresentava l’unico orizzonte di sviluppo per i Genovesi, un “mezzo di comunicazione liquido”, che consentì loro anche di entrare in contatto con altre popolazioni e culture.


Il mare per i Genovesi rappresentava un elemento familiare che nei secoli “le ha dato e portato via qualcosa”. Il mare “evocava immagini di Santità”, poiché portò a Genova diverse reliquie, come il braccio di Sant’Anna e il Cristo di Santa Maria di Castello, contribuendo all’incremento della devozione religiosa. Purtroppo però attraverso il mare giunsero nei secoli i pirati, che con le loro scorrerie portarono via da Genova molte ricchezze e dignità.
L’influenza del mare sull’economia genovese
Dal punto di vista economico il mare, motore dell’economia genovese, data la scarsa produzione agricola, rappresentava l’unico mezzo di sostentamento. Questo portò i Genovesi ad affinare le abilità di mercanti e a sviluppare le competenze in materia di navigazione, dal momento che non erano ancora stati inventati i mezzi a vapore costituiva la principale via di comunicazione. Il porto di Genova attualmente è gestito dalla Camera di Commercio, ma il suo funzionamento dipende anche dai movimenti interni dei sindacati , e ancora oggi assolve un ruolo cruciale nell’economia della città poiché deve garantirne la prosperità commerciale.
La mancanza di sicurezza nel lavoro al porto in epoca medievale
Il porto tuttavia in passato fu anche teatro di tragedie, poiché non era garantita la sicurezza delle persone che vi lavoravano, nonostante i consoli delle Corporazioni di Arti e Mestieri tentassero di limitare le sciagure. Questo è attestato dalla scarsa presenza di documenti che ne certificano l’avvenimento e dal fatto che a partire dal 1340 i “camalli”, i facchini storici del porto, godessero di una corsia riservata costituita da sette letti presso l’ospedale di Santa Maria Maddalena. Inoltre all’epoca non erano garantiti rimborsi alla famiglia della vittima, sebbene esistessero fondi per offrire sostegno alle vedove.
A Genova in età medievale erano presenti anche altri lavori che comportavano rischi considerevoli per la vita delle persone.
Il rischio del lavoro dei marinai; le vite inghiottite dal mare
Il fatto che la prosperità economica di Genova fosse strettamente legata al mare portò molti uomini a praticare il mestiere di marinai o di mercanti, mettendo a rischio le loro vite, data l’imprevedibilità del mare. Infatti, nonostante le diverse precauzioni, come navigare soltanto in determinati periodi dell’anno per evitare venti contrari, o costruire navi la cui struttura fosse volta a prevenirne l’affondamento, spesso si verificavano dei naufragi. Inoltre, bisogna pensare che in molti casi le scialuppe di salvataggio non erano sufficienti a salvare tutti coloro che si trovavano a bordo della nave , e molte volte ci si accorgeva di un naufragio vedendo pezzi della nave o anche cadaveri portati in braccio dalle onde, quando ormai era troppo tardi per poter prestare soccorso. Fu così che il mare avvolse tra le sue onde molte vite che la città sacrificò al suo splendore.
Le assenze dei marinai e le conseguenti modificazioni sociali e legali legate all’emancipazione femminile
La lunga assenza dei marinai provocò anche dei cambiamenti dal punto di vista sociale, poiché permise ai Genovesi, consapevoli del fatto che il ritorno di coloro che si imbarcavano non era assicurato, di organizzarsi dal punto di vista legale, ideando un sistema di leggi che permetteva alle mogli di coloro che erano partiti di disporre dei beni finanziari e materiali in caso di difficoltà economiche e provvedere a riguardo per il benessere della famiglia, ma l’indipendenza che assicuravano alle mogli dipendeva molto spesso dal tipo di rapporto che avevano instaurato. Questo perché all’epoca i matrimoni molto spesso non avvenivano per volontà degli interessati, ma erano il frutto delle macchinazioni ordite dalle rispettive famiglie allo scopo di assicurarsi prestigio, influenza politica e vantaggi economici. Inoltre la donna doveva sottostare all’autorità del marito, dopo essere stata sottomessa per tutta la vita a quella del padre o di un’altra figura maschile. Egli poteva disporne liberamente e lei non aveva potere sul suo destino, e veniva semplicemente costretta ad essere una semplice spettatrice dello spettacolo della sua vita. A testimonianza di ciò, la dottoressa Olgiati ci illustra dei documenti presenti all’interno dell’Archivio che custodiscono la storia del matrimonio del XVII secolo, avvenuto tra una Spinola e un D’Oria, durante il quale lei subì continuamente la sua ira, che spesso si manifestava con atti di violenza, e si concluse con un divorzio. Dal documento che lo testimonia ci giunge il respiro dell’oppressione che le donne dovettero subire in tali condizioni, portando alla luce storie intrise di dolore che ci implorano di essere raccontate.
Tuttavia, a volte tra gli sposi si sviluppava un rapporto basato sul rispetto e sulla stima reciproca, che spesso poteva evolversi in amore, e in questi casi l’uomo poteva assicurare alla moglie una maggiore indipendenza economica poiché nutriva una maggiore fiducia nei suoi confronti, consegnandole lo scettro per governare sulla sua vita.

Ad esempio è questo il caso di Buscarello Ghisolfi, considerato “la versione genovese di Marco Polo”, il quale viaggiava spesso per mare, nelle cui mani affidò la sua vita, sapendo che probabilmente l’avrebbe scagliata negli abissi oscuri o trasportato verso terre lontane. Egli concesse a sua moglie in sua assenza la piena custodia e la massima libertà di gestione dei beni finanziari e il documento che attesta la sua volontà in merito è attualmente custodito all’interno dell’Archivio di Stato di Genova.
Genova e gli scambi culturali e commerciali: apertura mentale e ricchezza culturale
Qui la dottoressa Olgiati ci racconta un’altra storia affascinante legata a Buscarello Ghisolfi, e i documenti che si riferiscono a essa ci permettono anche di comprendere come i Genovesi in età medievale fossero dotati di una particolare apertura mentale nei confronti di altre culture e religioni, abituati a viaggiare e ad interfacciarsi con persone appartenenti a civiltà aventi usi e costumi differenti dalle loro, con cui intrattenne estremamente moderna, poiché non rifiutano ciò che è diverso, ma lo accolgono. Dalle testimonianze di Jacopo D’Oria, ultimo annalista genovese, emerge il fatto che i Genovesi fossero abituati al contatto con gli stranieri, poiché quando l’ambasceria dei Tartari, guidata da Buscarello Ghisolfi, sostò a Genova, che all’epoca costituiva il punto d’incontro tra diversi fronti culturali, prima di essere condotta dal Pontefice, dal re di Francia e dal re d’Inghilterra, lo storico nelle sue testimonianze non si soffermò sulla sua descrizione.
I Genovesi si sospinsero fino al Mar Nero, al Mar Egeo, navigarono per tutto il Mediterraneo, sospingendosi al confine del mondo conosciuto, e nella città si intrecciano in un mosaico complesso e variopinto elementi importati da altre nazioni con cui Genova intratteneva rapporti diplomatici e commerciali. Genova alla fine è come il mare, in essa sfociano la gloria e lo splendore delle altre culture, che ne arricchiscono la corona di spuma.
L’influenza proveniente da altre culture si legge soprattutto nella lingua, poiché i Genovesi appresero durante i viaggi le lingue delle loro destinazioni, come la Turchia o l’Arabia, dal cui linguaggio derivarono alcuni vocaboli del dialetto parlato in Liguria. Anche i Genovesi esportarono in tutto il Mediterraneo termini relativi alla navigazione. A Genova furono particolarmente importanti le influenze dei paesi esteri dal punto di vista del costume e dell’artigianato. Si utilizzavano infatti anche stoffe provenienti dall’oriente, e i gusti dei cittadini in fatto di vasellame avevano subito l’influsso della Spagna islamica. Genova nel corso dei secoli intrattenne spesso rapporti pacifici con le altre civiltà, come fece anche a partire dalla Seconda Crociata, instaurando rapporti commerciali con i Turchi.
Genova, il monopolio commerciale sul Mediterraneo e le colonie commerciali

I Genovesi fondarono diversi insediamenti nel corso dei secoli allo scopo di instaurare un monopolio commerciale sul Mediterraneo, i quali erano controllati dalla città attraverso varie forme di governo. Mentre in Corsica, data l’ostilità dei suoi abitanti, fu addirittura attuato un governo di tipo militare, nel Mar Nero, i Genovesi mantenevano un controllo diretto sul Sud della Crimea, dove intorno al 1300 sorse una colonia fortificata che in seguito assunse grande prestigio: Caffa. Alcune colonie dell’Egeo furono governate dalla dinastia dei Gattilusio, a cui erano state donate dall’imperatore bizantino, l’isola di Chio fu posta sotto il controllo di un Comitato di Investitori a cui veniva inviato un podestà proveniente direttamente da Genova.
Le colonie furono mezzi di importanti scambi culturali, che arricchirono enormemente l’identità di Genova, il che fu possibile anche grazie ai fenomeni di migrazione veicolati dallo Stato. Ad esempio se un mercante voleva andare ad abitare a Caffa, per pagare tasse inferiori, avrebbe dovuto sposare una donna indigena, il che favorì anche l’integrazione culturale tra Genova e gli abitanti delle colonie. Per Genova era vantaggioso avere mercanti originari della città all’interno delle colonie del Mar Nero per mantenere un’influenza della cultura latina a oriente e pertanto incoraggiavano l’emigrazione attraverso la prospettiva di tasse meno care. Viceversa, giunsero a Genova molti uomini provenienti da altre colonie, che spesso erano stati acquistati dai Genovesi come schiavi, che all’epoca rappresentavano simboli di ricchezza e potere, che però potevano acquisire la cittadinanza genovese e sposare persone originarie di Genova, e in tal modo entrare in possesso della piena libertà. Abbiamo testimonianza per esempio di un giovane schiavo cinese che sposò una ragazza genovese di 23 anni, e fu adottato dalla città come suo cittadino. Tutto ciò conferì alla società genovese un carattere multietnico.
Il mare come mezzo di diffusione della peste nera

Il mare tuttavia non fu sempre un mezzo attraverso cui Genova ottenne prosperità economica e ricchezza dal punto di vista culturale, infatti cavalcando le onde giunse nel 1348 la sciagura della peste nera, probabilmente attraverso gli scambi commerciali, che squarciò la quiete della città funestando le vite dei suoi abitanti, scatenando sentimenti di paura e atroce dolore che inflissero ferite cocenti alla città, il cui grido sofferente echeggia nei secoli di storia. Di questo periodo oscuro, della paura dei Genovesi a riguardo, abbiamo conservati all’interno dell’Archivio i testamenti risalenti all’epoca, che erano stati dettati da persone sotto l’effetto della paura della peste, che come un angelo dalle ali nere ogni giorno strappava e sfigurava vite umane, il che è testimoniato dalla presenza all’interno dei documenti della frase “metu pestis”, ossia “per paura della peste”. La città reagì istituendo un lazzaretto, dove i malati di peste venivano isolati, e istituì delle leggi che specificavano l’obbligo dei cittadini di denunciare un malato di peste affinché non diffondesse la malattia.
Genova al vertice dello splendore economico e culturale
Genova raggiunse l’apice dello splendore e della prosperità economica nel Medioevo, epoca in cui era immersa nel fulgore della gloria. Il suo splendore economico e culturale è ritratto in un’ode scritta da un poeta anonimo intorno al 1200, custodita nell’Archivio Storico del Comune di Genova, che canta ad un mercante di Brescia che non ha mai visto Genova e la bellezza eterna della città, dove anche le donne appartenenti a ceti inferiori rifulgevano di un nobile splendore, il che significava che Genova colmava ogni cosa della sua bellezza luminosa. Questo scritto racchiude in sé l’orgoglio di Genova, canta la forza del suo cuore pulsante, del suo spirito ardente, città eterna sposa del dio azzurro, da cui fu amata e tradita, benedetta e ferita, e che conserviamo ancora oggi nella nostra identità con orgoglio e passione.
che no è da maraveiare non c’è da meravigliarsi
se voi no lo poei savere se voi non la potete valutare
per da loitam oir contar: sentendone parlare da lontano:
no so ben dir pinnamente non saprei dire adeguatamente
ni distinguer lo so stao né descrivere la sua condizione
tanto è nobel e posente.» tanto è nobile e potente.»


