NOI MARE. Il porto è ancora il cuore economico di Genova?

120.000 posti di lavoro e 12,8 miliardi di euro: un’intervista all’Autorità Portuale per scoprire perché il porto resta il motore di Genova.

di Thomas Bergamo, 1B

Il mare costituisce da sempre l’anima dell’economia di Genova. Quando si pensa alla nostra città il pensiero va subito al porto e al legame tra la città, i suoi abitanti e il sistema portuale, per questo motivo mi sono rivolto all’ Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, che gestisce questa grande realtà.
Ho contattato via e-mail Ports of Genoa e ho potuto rivolgere le mie domande alla Dottoressa Silvia Martini, Responsabile Ufficio Relazioni con il Pubblico.

Negli ultimi 10 anni ci sono stati cambiamenti significativi nei traffici di merci e passeggeri?
Sì, negli ultimi dieci anni il sistema dei Ports of Genoa ha vissuto trasformazioni molto rilevanti con un grande impatto occupazionale ed economico. Oggi il porto è il primo in Italia per volumi complessivi, grazie a oltre 63 milioni di tonnellate di merci movimentate, 2,8 milioni di TEU e più di 5 milioni di passeggeri in un anno. Il traffico container è cresciuto in modo costante, diventando una componente centrale dei traffici marittimi. Il traffico passeggeri, sia traghetti sia crociere, ha avuto un andamento più movimentato: è cresciuto fino al 2019, ha subito un forte calo durante la pandemia, ed è poi tornato a crescere tra il 2022 e il 2023, anche se con alcune flessioni dovute ai lavori in corso sulle infrastrutture. Parallelamente, il porto è stato interessato da grandi interventi infrastrutturali, come la nuova diga foranea, l’ampliamento dei terminal e l’aumento dei fondali, che hanno migliorato la capacità di accogliere navi sempre più grandi. In sintesi, il porto è diventato più moderno, più efficiente e sempre più orientato alla containerizzazione e all’intermodalità.

Le merci sono cambiate per tipologia e quantità?
Sì, sia la tipologia sia la quantità delle merci sono cambiate in modo significativo. La crescita più evidente riguarda le merci containerizzate, che oggi rappresentano una componente fondamentale dei traffici. Le merci alla rinfusa, sia liquide sia solide, mostrano invece un andamento più variabile, fortemente influenzato dalle dinamiche dei mercati energetici e dai cicli produttivi delle industrie. Accanto a questi segmenti, continuano a crescere le merci convenzionali, tra cui le automobili nuove e il traffico ro-ro, per cui l’area di Savona–Vado è particolarmente rilevante. Nel complesso, il sistema portuale movimenta più di 63 milioni di tonnellate all’anno, con una forte diversificazione merceologica.

Il porto è ancora una risorsa per l’occupazione diretta e l’indotto?

Sì, e molto più di quanto spesso si immagina. Il sistema dei Ports of Genoa genera oggi circa 71.000 posti di
lavoro in Liguria e altri 50.000 nel resto d’Italia, contribuendo in modo decisivo all’economia nazionale. Il suo impatto economico complessivo è stimato in circa 12,8 miliardi di euro di produzione e 5,3 miliardi di euro di valore aggiunto. Dal punto di vista occupazionale, il porto è un vero e proprio “distretto produttivo” che comprende:

  • circa 700 ettari di aree portuali;
  • 100 accosti operativi e 35 terminal;
  •  oltre 300 case di spedizione;
  • circa 65 aziende di costruzione e riparazione navale, un settore altamente specializzato che dà lavoro a migliaia di persone tra operai, tecnici e ingegneri.

Negli ultimi vent’anni è stato fatto anche un grande lavoro su sicurezza e formazione:  gli infortuni sul lavoro in porto si sono ridotti da circa 500 a meno di 100 all’anno;· ogni anno vengono rilasciati centinaia di attestati di formazione professionale a lavoratori portuali e addetti alla logistica.

Il porto svolge anche una funzione sociale e culturale, avvicinando le nuove generazioni a questo mondo: nel solo 2023 più di 840 studenti hanno partecipato a visite guidate e iniziative educative dedicate alla portualità e alla logistica.

Chiudo l’intervista con una certezza: il porto di Genova è ancora – e lo sarà anche in futuro – una risorsa fondamentale per l’occupazione diretta, per l’indotto e per la vita economica e sociale della città e del territorio. Ora so che il porto siamo anche noi: i nostri genitori che ci lavorano, le aziende che ne dipendono, gli studenti che lo visitano per capire il proprio futuro. Il mare resta l’anima di Genova, e questa anima batte più forte che mai.

NOI MARE. L’evoluzione dei transatlantici dagli anni 50 a oggi.

Alla Fondazione Ansaldo per una chiacchierata con una storica della navigazione

di Alessandro Ponte, 1B

Claudia Cerioli

Claudia Cerioli è una storica navale, che si occupa degli archivi storici della Fondazione Ansaldo. Il suo compito è quello di preservare e divulgare il patrimonio storico fotografico e librario legato all’industria italiana in particolare all’industria genovese.
Ci spiega che la società Ansaldo nasce nel 1853, creata da Giovanni Ansaldo.
L’azienda (Ansaldo Energia) si occupa ancora oggi di fabbricare impianti e macchinari per la produzione di energia elettrica, come turbine e generatori.
Claudia Cerioli tiene anche a raccontare la storia di uno dei personaggi più significativi per la società Ansaldo: “Ferdinando Maria Perrone nasce in Alessandria nel 1847 da una famiglia umile, giornalista di professione non aveva nessun legame con il mare. Nel 1884 va in Argentina, dove continua a fare il suo mestiere e nel 1895 senza avere alcuna esperienza riesce a vendere al presidente dell’Argentina Julio Roca l’incrociatore corazzato “ Garibaldi “. Così nel 1902 gli viene dato l’incarico di rappresentare l’ Ansaldo in Sud America; diventerà poi proprietario dell’ Azienda dando inizio all’ Ansaldo Energia. Muore nel 1908 a Genova”.
La storica Claudia Cerioli afferma che “l’ Ansaldo e in particolare Genova, ha dimostrato anche di saper ripartire da zero. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, infatti, si cominciava a utilizzare l’aereo per spostarsi dall’ Europa all’ America e i transatlantici non venivano quasi più utilizzati. Per risolvere questo problema vennero inventate le navi da crociera, nei primi anni ’50: non si viaggiava più per raggiungere un punto b ma per divertimento. Genova divenne una delle principali produttrici di queste navi in Italia e lo è ancora oggi, si è infatti adattata al cambiamento che ha subito l’industria navale”.
Il metodo di costruzione delle navi è cambiato molto negli anni: fino agli anni sessanta le navi venivano costruite in darsena e non in bacino protetto, inoltre venivano varate quando ancora non erano terminate, mancavano infatti gli allestimenti e gli interni.
Ma il cambiamento più significativo è stato l’ automazione, molti passaggi della costruzione  delle navi non erano più gestiti dall’uomo, questo provocò più sicurezza e meno infortuni.

Transatlantico Andrea Doria in costruzione

Continua raccontando che “i transatlantici vennero adattati per attirare clienti: divennero dei veri e propri musei galleggianti allestiti con opere d’arte e statue.
Uno dei transatlantici Genovesi più belli e famosi era l’Andrea Doria comandata da Piero Calamai.

Interni del transatlantico Andrea Doria

La nave divenne famosa in tutto il mondo dopo il naufragio che si verificò dopo che la nave svedese Stockholm la speronò. In quell’occasione più di 1660 persone vennero tratte in salvo, il comandante fece tutto il possibile ma morirono comunque 46 persone. A seguito dell’incidente Calamai non poté più navigare, morì poi a Genova nel 1972”.

Transatlantico Rex
Nave da crociera moderna

La dottoressa conclude dicendo che il porto è una struttura molto importante per Genova, è un simbolo che la caratterizza da sempre e sarà fondamentale per l’economia genovese negli anni a venire.

Dalle sale della Fondazione Ansaldo, dove si conserva questa memoria, fino ai cantieri ancora attivi, si respira la stessa passione per il mare. Una storia che continua a scriversi ogni giorno e che merita di essere conosciuta.

Chi volesse approfondire, può visitare la Fondazione Ansaldo e immergersi in questo straordinario patrimonio di immagini, documenti e storie di mare.

NOI MARE. Quattro generazioni di pescheria: storie di un Mediterraneo che cambia”

La titolare della pescheria storica del Mercato Orientale racconta come il riscaldamento e la sovrapesca stanno trasformando il nostro mare

di Martino Piana, 1B

La storia di Pescherie Conti Genova risale alla fine dell’Ottocento e nonostante diverse difficoltà resiste ancora oggi.

Nata nel centro storico di Genova, in quella che un tempo si chiamava Ciappa Vegia (oggi Piazza della Raibetta), l’attività è stata proseguita dalla famiglia, di generazione in generazione, con le donne al banco e gli uomini dediti all’ingrosso. 

La sede storica della pescheria in piazza della Raibetta

Oggi l’attività continua nel Mercato Orientale (via XX Settembre) e al mercato di Piazza Scio alla Foce, dove un banco storico come quello di Pescherie Conti offre quotidianamente pesce di qualità da specie pregiate fino al “pesce povero”.

Alla domanda se la gente incontrata ogni giorno sia diversa da quella di una volta, Caterina risponde che con il passare del tempo inevitabilmente cambiano anche le persone che contrastano molto con ricordi del passato legati a una vita più semplice, a una clientela cresciuta con la tradizione del pesce e del mercato.

 

Cambiamenti in mare: inquinamento e riscaldamento mettono a rischio il pescato

Non solo le persone sono cambiate. Anche il mare e le sue creature risentono profondamente delle trasformazioni ambientali. «Il fenomeno più importante adesso, oltre l’inquinamento, è il riscaldamento delle acque del Mediterraneo… questo sta cambiando il nostro mare

Secondo Caterina, l’aumento delle temperature ha alterato l’equilibrio marino: alcune specie che erano comuni un tempo quasi non esistono più, mentre ne arrivano di nuove, non autoctone, che spesso compromettono la vita delle specie locali. Ad esempio, spiega, «i muscoli stanno soffrendo tantissimo di questo cambiamento»: quest’anno è stata vietata la raccolta di una varietà tipica, perché ormai troppo rara.

Il risultato è una rottura dell’armonia del mare: l’equilibrio che regnava prima viene turbato da un ecosistema che si adatta a fatica ai mutamenti continui.

Metodi di pesca e danni all’ambiente

Caterina spiega che a nuocere all’ambiente non è il cambiamento dei metodi di pesca che si mantengono sempre uguali (strascico, traino, circuizione…) ma a cambiare è la potenza tecnologica e l’intensità eccessiva con cui la si applica che non permette alla fauna marina di riprodursi adeguatamente.

Proprio per questo motivo, continua, sono stati istituiti i “fermi pesca”: nei periodi stabiliti, in certe zone a seconda dei cicli naturali si sospende la pesca per permettere ai pesci di riprodursi. Attualmente ,spiega, stiamo vivendo un fermo pesca dalla Liguria fino alla Sicilia che sarebbe dovuto concludersi a fine mese, ma in alcune zone è stato prorogato, per volontà degli gli esperti che monitorano i mari. I fermi pesca sono utili per salvaguardare la fauna ma vanno applicati con criterio anche per tutelare i lavori che, come il suo, dipendono molto dal mare “sono mestieri antichi che ci permettono di mangiare il pesce locale

Cambiamenti nei gusti e nella domanda

Un altro cambiamento evidente rispetto al passato riguarda le richieste dei clienti.

Per esempio quando iniziò a lavorare con la madre aveva circa 15 anni e sul banco non c’erano pesci come il salmone.

Oggi, invece, il salmone è spesso richiesto, spinto dalla moda del sushi e del pesce “esotico”. Ma per lei questa tendenza ha poco senso. «È un pesce che vive tra mare e fiume, ma i salmoni che mangiamo noi non sono originari di queste zone… e gli omega-3 che ci sono in un pesce di mare non ci sono in un pesce di allevamento

Secondo la sua esperienza, il pesce allevato perde gran parte del valore nutrizionale e ambientale rispetto al pescato locale. Per questo continua a consigliare l’acquisto di specie tradizionali e di stagione, come l’orata e il branzino, evitando di seguire mode momentanee.

Caterina Conti nella sede del Mercato Orientale

Tanti sono i pesci che rispetto a una volta si vedono molto meno in vendita, o addirittura scompaiono. Tra questi, Caterina cita il “bronco”, le “bughe”, gli sgombri (detti “i laĝerti”) e il pesce azzurro piccolo, ricco di sapore e nutriente, ma spesso trascurato dalle nuove generazioni perché richiede pulizia e attenzione.

«Bisogna imparare a conoscere i pesci per conoscerne le proprietà».

Un tempo, i bianchetti i piccoli delle acciughe o sardine erano regolarmente pescati e venduti. Oggi, invece, una legge europea blocca del tutto quella pesca in alcuni paesi come il nostro, rendendo queste specie pressoché introvabili nei mercati italiani.

Un consiglio per i consumatori: variare e scegliere “pesce povero”

Concludendo, Caterina lancia un appello al buon senso del consumatore. Mai mangiare sempre lo stesso tipo di pesce. Consumare poche specie in grandi quantità danneggia la biodiversità marina e, di riflesso, la nostra salute. Prediligere il pesce “povero”, cioè quello locale, di stagione, poco costoso e nutriente. Alternare tipi diversi di pesce: seppie, polpi, triglie, piccoli pesci azzurri e pescato del giorno.

«La natura ve ne provvede, è quello che costa poco. È quello da mangiare di più».

La famiglia di Caterina deve tutto al mare, dall’apertura della pescheria alla pesca quotidiana e per questo lo rispetta molto. Ogni giorno da più di un secolo gli fornisce una fonte di guadagno ma anche molto altro come il venire a contatto con persone nuove e lavorare nel posto che amano, dove sono cresciuti.

NOI MARE. Archeologia subacquea: quando un piatto di ceramica racconta secoli di storia

Dall’amore per il mare alla tutela del patrimonio sommerso: l’archeologa subacquea genovese Valentina Brodasca spiega perché ogni reperto è un tassello insostituibile della nostra storia.

di Beatrice Puppo, 1B

Sotto la superficie del Mar Ligure si nascondono moltissimi tesori che rendono le nostre acque ancora più affascinanti e piene di storia. Sono i testimoni di secoli e secoli di commerci e attraversamenti, dei quali la città di Genova è esperta.

Valentina Brodasca è una delle custodi di questa memoria subacquea. Classe 1975, è cresciuta tra le onde del Mediterraneo grazie alle uscite in barca con suo padre e da genovese amante di tutti gli aspetti della sua città ha trasformato la sua passione in un’interessante carriera.

Dopo il liceo classico, Valentina ha frequentato l’Università di Lettere a Genova, ma, una volta laureata, “ha costruito viaggiando, il vero bagaglio culturale”. Ha avuto infatti la possibilità di aggiungere al suo percorso letterario un’esperienza in California, nella quale si è letteralmente immersa nel mondo dell’archeologia subacquea e ha imparato l’inglese, poi, a Barcellona, ha ottenuto un master di archeologia nautica mediterranea. La sua tesi ha trattato argomenti di archeologia subacquea, nella quale si è specializzata in seguito a Genova, con particolare riguardo a delle ceramiche trafugate a Vado Ligure da un piemontese.

Valentina in un’immersione

Proprio nell’intervista Valentina tiene a specificare quanto qualsiasi reperto archeologico abbia un valore inestimabile agli occhi giusti, mentre alcuni pensano ad un valore economico, come nel caso del trafugamento di Vado Ligure. La vera preziosità del reperto, tuttavia, sta nei dati storici che riporta e nella sua contestualizzazione. Quest’ultima “è fondamentale per un archeologo al fine di risalire alle origini di ciascun ritrovamento’’ e deve essere sempre molto specifica.

Valentina non cerca reperti spettacolari ma si occupa principalmente di archeologia preventiva, la disciplina che studia e salvaguarda il patrimonio archeologico prima e durante i progetti di costruzione. Una delle leggi di questa materia che ogni cittadino dovrebbe rispettare è la “Legge del mare”, ovvero ciascun relitto disperso in mare è di chi lo trova, ma non se si tratta di un reperto archeologico. Infatti, “la decontestualizzazione rende un rinvenimento nudo, fa in modo che  si perdano tantissime informazioni uniche” che nelle mani di un bravo archeologo, come Valentina, avrebbero potuto ricostruire eventi storici. Anche perché spesso il reperto non è solo, e, nelle vicinanze, si potrebbero trovare altri rinvenimenti che, oltre ad essere preziosissimi, potrebbero chiarire dubbi sull’oggetto iniziale.

Foto di un’immersione di Valentina

Cosa fare quindi se ci si imbatte in un reperto archeologico sommerso? La procedura corretta prevede di contattare immediatamente le autorità competenti (Guardia di Finanza o Soprintendenza). “Se però l’oggetto si dovesse trovare in grave e imminente pericolo è decisamente consigliato recuperarlo e metterlo in salvo, ma solo per metterlo in sicurezza in attesa dell’intervento delle autorità” .

Foto di un’immersione di Valentina

L’archeologo però non cerca il bello, come si faceva nell’Ottocento, quando è nata l’archeologia, ma anche un piatto di ceramica o addirittura un coprolite, delle feci decomposte, possono dire tante cose.

 

Copertina del libro “Archeologia subacquea”

Valentina Brodasca ha anche scritto un libro insieme ad altri due colleghi (V. Salaris e H. De Santis) intitolato Archeologia Subacquea (2009) che aiuta a immergersi  nel profondo di questa interessante disciplina e fa luce su molti aspetti del mondo sottomarino. Purtroppo il libro non è più in stampa ma io sono stata fortunata ad aver ricevuto una copia direttamente dalla nostra archeologa

Estratto del libro “Archeologia Subacquea” nel quale Valentina suddivide i materiali

La sezione da lei scritta ci illustra le varie tecniche di recupero e conservazione del materiale e insegna i metodi di suddivisione dei reperti recuperati. Infatti, un rinvenimento può essere inorganico (minerali, rocce, ceramiche…) o organico, a sua volta facente parte del regno vegetale (papiri, carta, tessuti…) o di quello animale (ossa, avorio, pelle, coprolite…).

 

 

logo del Posidonia Green Festival

Oggi, Valentina sta lavorando insieme a suo fratello Edoardo Brodasca, un esperto di sostenibilità marina e divulgatore ambientale, al Posidonia Green Festival , un evento internazionale che promuove la conservazione del Mar Mediterraneo e la salute dell’ecosistema marino.

Posidonia oceanica

Al centro del festival c’è la Posidonia oceanica del Mediterraneo, una pianta endemica, ovvero che cresce esclusivamente in un’area geografica ben definita e limitata, non trovandosi in nessun’altra parte del mondo.

Questa pianta è fondamentale per l’ambiente costiero: le sue praterie sottomarine non solo ospitano biodiversità, ma proteggono le coste dall’erosione e assorbono CO₂ (anidride carbonica), fungendo da veri e propri “polmoni blu” del nostro mare.

Un impegno che unisce archeologia e sostenibilità, passato e futuro. Perché, come ci insegna Valentina, proteggere il mare significa proteggere la memoria che custodisce e la vita che sostiene. Oggi, come duemila anni fa, il Mediterraneo continua a essere crocevia di storie, culture e biodiversità che meritano di essere salvaguardate per le generazioni future.

NOI MARE. Dragonjeans: pagaiare insieme significa ricominciare a vivere

L’associazione Dragonjeans di Genova aiuta le donne operate di tumore al seno a rientrare nel mondo attraverso lo sport

di Alessandro Delaini Viscoli, 1°B

Natalia Fiori è la presidentessa dell’associazione Dragonjeans, un gruppo che nasce con lo scopo di supportare le donne operate di tumore al seno che vogliono ricominciare o iniziare a fare sport. Il dragonboat in questo caso è perfetto perché il movimento che serve per praticare questo sport aiuta la riabilitazione dopo l’operazione. Infatti dopo alcuni studi svolti in questo campo i ricercatori hanno scoperto che svolgere un determinato tipo di movimento aiuta le donne operate a riprendersi dall’intervento.

La nascita dell’associazione

Questa associazione è nata sotto l’intervento di Francesca Gallino, che grazie al gruppo delle Dragonette di Torino ha scoperto il dragonboat, una disciplina acquatica di origine cinese che si svolge su una barca lunga 12 metri e con 20 posti per i vogatori. Nel 2023 ha quindi fondato l’associazione del Dragonjeans a Genova.

Unisono: la forza del gruppo

Per Natalia essere su un dragone o barca da dragonboat significa essere parte di un gruppo perché per fare avanzare l’imbarcazione bisogna remare tutte alla stessa velocità per poter raggiungere le distanze che la federazione italiana dragonboat fissa per le gare. Lo scopo del Dragonjeans non è però quello di vincere le gare perché, come dice Natalia, “ognuna deve raggiungere gli obiettivi del gruppo con i suoi tempi a seconda della propria capacità e forma fisica”.

Il canale di Prà dove il Dragonjeans si allena.

Il dragonboat è uno sport sociale con benefici sia psichici, perché aiuta a sentirsi parte di un gruppo, sia fisici dato che è uno sport completo che coinvolge tutti i principali gruppi di muscoli. E nel caso delle donne del Dragonjeans aiuta la prevenzione del linfedema e fa tornare le donne operate alla vita normale dopo l’operazione. Infatti pagaiare insieme è un atto di sinergia che aiuta a ritrovare la fiducia in se stesse che dopo un’esperienza come il cancro è messa a dura prova: il Dragonjeans serve anche a supportare psicologicamente le donne che hanno subito l’operazione, infatti sentirsi parte di un gruppo aiuta a reintegrarsi nella vita di tutti i giorni perché Quello che vogliamo è che la nostra associazione diventi un posto sicuro”.

In Italia ci sono 57 squadre di dragonboat con lo scopo di promuovere questo sport tra le donne operate di tumore al seno.

Il posto della coccola

Le donne del Dragonjeans si impegnano anche a supportare le loro compagne che magari un giorno non possono pagaiare portandole con loro sul dragone e facendole

Il gruppo Dragonjeans con la presidentessa del Soroptimist Maria Clelia Galassi

 sedere su un posto chiamato da loro “posto della coccola” dove la donna interessata si può sedere e uscire insieme alle sue compagne, però, anche senza pagaiare può aiutare le sue compagne a mandare avanti il dragone con un semplice movimento del busto.

L’associazione Dragonjeans ha collaborato anche con la sezione genovese del Soroptimist, quest’ultima ha sostenuto l’associazione e la presidentessa del Soroptimist Club di Genova 2 Maria Clelia Galassi ha partecipato ad una delle sedute di allenamento del gruppo.

L’associazione Dragonjeans è un gruppo che si impegna a migliorare la vita delle donne operate di tumore al seno attraverso uno sport di squadra: il dragonboat ci riesce includendo tutte le donne operate o meno che possono sostenere l’associazione, dentro e fuori dalla barca, sostenendo il gruppo moralmente ed economicamente.

Un messaggio di speranza

Una parte importantissima del dragonboat è la capacità di creare uno spirito di gruppo che lega tutte quante le vogatrici e le aiuta a superare le loro paure e insicurezze e che le fa sentire al sicuro perché “Pagaiare su un dragone significa raggiungere l’unisono”.

Per avere informazioni su come sostenere questa magnifica iniziativa potete contattarle visitando il loro sito o attraverso il loro canale social.

NOI MARE. Liquidatore di avarie: 34 anni a proteggere il cuore marittimo di Genova

La testimonianza di chi vive il porto dall’interno e affronta ogni giorno le avarie marittime con professionalità e passione.

di Margherita Giachero,1B

Il porto di Genova è un mondo in continuo movimento: navi in costruzione, che arrivano e partono, merci che si spostano da un continente all’altro, operai che lavorano sul traffico marittimo. Ma in questo complesso contesto opera una figura spesso poco conosciuta, ma fondamentale: il liquidatore di avarie marittime.

Il Dott. Paolo Carbone svolge questa professione da ormai 34 anni, affrontando ogni giorno imprevisti e danni a navi mercantili, che si verificano quando qualcosa non va secondo i piani.

Perché ha deciso di intraprendere questo lavoro?

Da sempre il mio sogno era lavorare nel campo marittimo e quello che sin da ragazzo desideravo fare era lo ship broker / mediatore marittimo, ovvero chi si occupa di noleggi e/o compravendita di navi.
Poi, però, mi sono scontrato con la realtà: tramite alcuni familiari, ho potuto verificare come lavorano gli ship brokers e sono arrivato alla conclusione che è un lavoro estremamente stressante, perché non vi è mai un momento di pausa, dato che si intrattengono rapporti di affari con clienti e  professionisti di ogni parte del  mondo.
Tuttavia, grazie alla passione ed all’incentivo di un mio compagno di scuola, ora collega, il Dott. Stefano Cavallo, sono riuscito a iniziare la mia carriera come liquidatore di avarie marittime.

Cosa si intende per avaria marittima?

 Ci sono due principali tipi di avarie marittime: quelle che riguardano la nave, il nostro lavoro principale, e quelle che riguardano il carico trasportato sulla nave. L’avaria marittima è un danno che colpisce una nave per una serie di possibili cause, che possono essere causate dal mare oppure occorse sul mare.
Le avarie causate dal mare sono, ad esempio, il cattivo tempo, l’urto con ghiacci o un incaglio: eventi naturali che provocano un’avaria.
Le avarie occorse sul mare sono principalmente due:

  •  un vizio occulto, ovvero un difetto intrinseco di una parte delle macchine (ad esempio, i motori), che non si sa di avere e che provoca, quindi, un danno;
  • la negligenza dell’equipaggio che, non operando “a regola d’arte”, fa male qualcosa che andava fatta in un altro modo oppure non fa qualcosa che invece andava fatta.
Qual è stata la situazione più brutta a cui ha dovuto porre rimedio?

La situazione più brutta in cui ho dovuto lavorare è stata quando la nave è affondata e l’equipaggio è andato giù con essa. In questo caso si parla di perdita totale effettiva, quindi niente di recuperabile. Per noi liquidatori è una delle circostanze più complesse, perché oltre ad aver  perso una nave di un certo valore e tutte le merci che vi erano a bordo, abbiamo anche perso l’equipaggio.

Secondo lei, la nostra città sarebbe la stessa senza il mare?

Assolutamente no. Non riesco nemmeno a immaginare cosa potrebbe essere Genova senza il suo mare. Il mare non è soltanto un elemento geografico: è la nostra storia, la nostra economia, la nostra identità culturale.
Il porto, il commercio, i legami internazionali … tutto nasce da lì. Senza il mare Genova non avrebbe avuto lo stesso sviluppo, né la stessa personalità.
La bellezza della città sta proprio nel contrasto tra le montagne che la proteggono e l’apertura verso il mare. Quel confine tra terra e mare crea un fascino particolare, che si riflette anche nel carattere dei genovesi: un po’ chiusi, ma pronti a partire, ad aprirsi quando serve.
Io ho un rapporto di amore / odio con Genova, come credo molti di noi. A volte ti fa arrabbiare, ma poi basta guardare l’orizzonte dal porto per ricordarti perché è impossibile non amarla.

Nella vita privata, che rapporto ha con il mare?  

Un rapporto di amore vero, direi. Il mare per me è sempre stato un punto di riferimento, una palestra sia dal punto di vista sportivo, che umano, un posto dove andare quando ho bisogno di staccare o di rimettere le idee in ordine.

Da ragazzo ho iniziato con un po’ di canottaggio, poi sono passato alla vela e ci sono rimasto per diciotto anni. Lo sport sul mare ti cambia: impari a rispettare l’acqua, a capire i suoi tempi, a non dare mai nulla per scontato.

Per me il mare è casa, ma anche sfida. È dove mi sento libero, ma anche dove ho imparato a conoscere i miei limiti. Senza il mare sarei una persona diversa.

Mentre il Dott. Carbone ripercorre la sua vita e la sua esperienza lavorativa, si capisce che per lui questo non è solo lavoro, ma un vero stile di vita. Racconta ciò che fa come se lo spiegasse al se stesso bambino mostrando con orgoglio quello che è diventato grazie al suo impegno. Dalle sue parole, emerge chiaramente che il lavoro può essere molto più di un mestiere: può diventare un motivo di orgoglio.

NOI MARE. I segreti del grande navigatore Cristoforo Colombo svelati al Galata

La nuova sezione del Museo del Mare di Genova rivela dettagli e curiosità sul famoso navigatore ligure

di Leonardo Scarrone, 1B

Nella giornata di venerdì 5 Dicembre 2025 al Museo del Mare Galata è stata inaugurata una nuova sezione dedicata a Cristoforo Colombo. L’esposizione racchiude in un’unica grande sala numerosi cimeli, fonti e innovativi strumenti per scoprire e approfondire la storia di Colombo e l’enorme impatto che le sue scoperte hanno avuto per il mondo.

L’esposizione può essere suddivisa in due parti: le riproduzioni ed i reperti storici. All’interno della mostra sono presenti diverse accurate riproduzioni inerenti le spedizioni di Colombo: tra tutti spiccano quelle delle tre caravelle, la Nina, la Pinta e la Santa Maria, ricreate fedelmente in miniatura e accompagnate da brevi descrizioni che aiutano a capirne la storia in maniera più dettagliata.

Ma possiamo trovare anche altre riproduzioni, come i diversi tipi di prodotti alimentari che vennero scoperti durante le spedizioni e, successivamente importati, come pomodori, cacao, mais e tuberi.

Per quanto riguarda invece i reperti e i cimeli relativi al famoso navigatore genovese, la sezione del museo è dimora di alcuni tra i più famosi e preziosi conosciuti, tra questi spicca il ritratto di Cristoforo Colombo di Ridolfo Ghirlandaio (1520 circa)  protetto, proprio per il suo valore immenso, da una teca in vetro anti-proiettile.

Un altro eccezionale reperto è l’ampolla contenente le ceneri di Colombo, creata da un anonimo artigiano genovese, molto tempo dopo la sua morte. Infatti, sebbene Colombo sia morto il 20 maggio del 1506, il suo corpo venne trasferito successivamente da Valladolid a Siviglia, per poi passare da Santo Domingo e Cuba per essere sepolto “definitivamente” in Spagna. Ma nel 1877 il nunzio di Santo Domingo, aprendo il sarcofago dove un tempo era seppellito lo storico navigatore, scoprì che il corpo era ancora lì, e che i resti spostati prima a Cuba e poi a Siviglia erano del figlio, Diego Colombo.

Un altro cimelio di rilievo che possiamo trovare è il Codice dei privilegi di Cristoforo Colombo. Prodotto nel 1502 da un copista della corte spagnola, contiene i privilegi concessi a Colombo dai reali di Castiglia e Aragona sulle terre scoperte. Di questo libro esistono in tutto quattro copie: una venne affidata al convento di Las Cuevas di Siviglia, un’altra al suo procuratore a Santo Domingo, mentre le altre due copie vennero affidate all’ambasciatore genovese in Spagna, Nicolò Oderico, affinché le portasse a Genova e le affidasse al Banco di San Giorgio. Mentre i primi due volumi andarono dispersi (ne rimane solo un estratto a Providence, negli USA), le due copie genovesi furono rubate dagli emissari napoleonici: una è rimasta a Parigi, mentre la seconda è conservata alla Biblioteca Berio a Genova. 

L’esposizione permette di conoscere il navigatore e le sue imprese, ma anche gli strumenti e le tecniche disponibili al tempo che gli permisero le sue scoperte in un percorso approfondito che cattura l’interesse del visitatore.

Questa nuova sezione impreziosisce la già ricca offerta del Museo Galata, il più grande museo marittimo dell’area del Mediterraneo, che è diventato negli anni meta di migliaia di visitatori.

NOI MARE. Genova, città “de mâ”: opportunità e sfide del turismo marittimo

L’opinione di Laura Gazzolo sul futuro del turismo marittimo, balneare e sostenibile a Genova

di Magenta Verna 1B

 

Genova è una città di mare caratterizzata da una storia e una cultura molto importante, che si collega in maniera imprescindibile al turismo, in particolare a quello marittimo. Tuttavia, se da un lato crociere e traghetti contribuiscono alla visibilità della città, dall’altro pongono interrogativi importanti sul reale impatto economico e ambientale.

Laura Gazzolo

Ne parliamo con Laura Gazzolo, General Manager dell’AC Hotel Genova e vicepresidente e coordinatrice regionale turismo di Confindustria Genova, che offre una visione critica ma costruttiva sul futuro del settore.    

Come il turismo marittimo, per esempio navi da crociera, traghetti, influenza l’economia di Genova e come secondo lei può essere sviluppato?

Il turismo marittimo ha una ricaduta molto bassa sul territorio. Cosa significa? Significa che è uno di quei turismi in cui il turista lascia molto poco dal punto di vista di potere di spesa sulla città, perché alla fine una persona che va sulla nave da crociera o su un traghetto, praticamente a Genova non lascia niente, perché sale o  scende dal traghetto e va al massimo a fare le escursioni o a prendersi un gelato, però dal punto di vista della ricaduta non è un turismo che comunque apprezzo. Non credo che si debba sviluppare più di tanto, un po’ perché ha un impatto negativo sul mare e un po’ perché non ha una grossa ricaduta economica sulla città. Ci porta solo tanta coscienza, cioè il fatto che, quando una persona prende una nave da crociera a Genova, fa sì che la conosca parzialmente, così fa una piccola vista di Genova e poi magari torna perché vuole vederla. E’ forse  l’unica cosa buona che vedo  nel turismo marittimo, poi mi rendo conto che è importante perché comunque i trasporti dei traghetti sono importanti, però io non investirei più di tanto sulle navi da crociera e su questo tipo di turismo.

Nave da crociera Porto di Genova
Come si possono limitare le eventuali conseguenze negative del turismo, in particolare di quello marittimo?

Questo è sempre un po’ un discorso delicato perché è pieno di contraddizioni, ci vuole un equilibrio, ci vuole tanto rispetto del territorio, di chi ci abita principalmente, in modo che questo turismo non vada poi a peggiorare le condizioni generali del territorio. Quindi si deve fare una buona politica su come preservarlo al meglio, legata alle persone che ci abitano e ai turisti che arrivano. 

Il turismo balneare di Genova può essere rinnovato e reso più competitivo? In che modo?

Diciamo che il turismo balneare è cambiato molto negli ultimi anni, nel senso che le persone non vivono più la vacanza esclusivamente balneare: Genova è molto adatta, perché tu, quando vieni a Genova, puoi fare la tua giornata d’arte, la tua giornata di mare. Purtroppo adesso siamo in una situazione un po’ particolare perché le strutture dove si fa balneazione stanno subendo dei cambiamenti di tipo legislativo, quindi stiamo vivendo un po’ una situazione di stallo dove i balneari non stanno investendo molto in questa innovazione. Tuttavia intorno a noi, si stanno muovendo dei sistemi innovativi di balneazione che noi dovremmo assolutamente attuare e che sono la prenotazione online, disporre di un vero e proprio menù della balneazione, cioè sapere per esempio dov’è la spiaggia dove posso portare il bambino, la spiaggia dove posso portare il cane, la spiaggia più sabbiosa, la spiaggia più di sassi. Quindi  credo che ci voglia proprio tantissima innovazione tecnologica e digitale anche per le spiagge.

Stabilimento balneare Genova – Immagine: www.ilsecoloxix.it

 

Ci sono delle iniziative che gli hotel e Confindustria Genova stanno prendendo per promuovere la responsabilità ambientale nei confronti del nostro mare?

In Confindustria mi occupo solo di turismo, ma abbiamo notato che il turista ha sempre più sensibilità per la sostenibilità e quindi noi stiamo cominciando più che altro a essere strutture turistiche sostenibili, in cui il cliente quando arriva trova un’attenzione nel confronto dell’ambiente e del territorio. Cerchiamo quindi  anche di suggerire per esempio di non utilizzare la macchina, proponendo delle alternative, ed essendo noi specialisti dell’accoglienza dobbiamo essere preparati ad accogliere le persone con le loro nuove tendenze, le nuove idee che sono sicuramente tante, e quindi si può dire che queste siano delle iniziative che prendiamo nei confronti del turismo sostenibile.

Genova ha tutte le carte in regola per valorizzare il proprio rapporto con il mare in modo nuovo e più consapevole. Dalla diversificazione dell’offerta turistica all’innovazione nel settore balneare, fino a una crescente attenzione alla sostenibilità, il futuro passa da scelte mirate e condivise. Il turismo marittimo può essere solo un punto di partenza: il vero obiettivo resta quello di costruire un modello turistico capace di generare valore per la città, per chi la vive ogni giorno e per chi la sceglie come destinazione.

NOI MARE. La cucina genovese tra tradizione e innovazione, una storia da scoprire

Lo chef stellato Marco Visciola spiega come mare, tradizione e innovazione hanno plasmato l’identità gastronomica di Genova 

di Emma Zitta, 1B                 

Genova indubbiamente non sarebbe la stessa senza la sua tradizione culinaria, resa unica dallo scarso benché raffinato sfruttamento del pesce e dall’utilizzo principalmente di vegetali, ma negli anni questa particolarità è stata una scelta o una necessità?  e soprattutto ha reso migliore la nostra cucina? Per rispondere a queste domande abbiamo intervistato Marco Visciola chef del ristorante stellato “Il Marin” di Genova che, con la sua rinomata esperienza, è riuscito a renderci più chiara la questione e a farci veramente comprendere l’identità della cucina genovese e ligure.

Chef stellato Marco Visciola

Per lo chef Visciola, infatti, la maggior fonte di ispirazione in cucina “è il territorio nel quale viviamo”, che infatti comprende mare e terre che è perciò “suddiviso in produttori come contadini, pescatori e allevatori, i quali ci permettono di avere materie prime da tutto il territorio”.

Consumare un pasto nel suo ristorante è più che una semplice degustazione quasi un incontro con la forza del mare di Genova che lo chef è riuscito a portare nei piatti “attraverso la tradizione, il legame con il territorio e il mare, e con la conoscenza delle specie marine” dimostrando non solo la bravura nel suo mestiere ma anche la passione che utilizza per praticarlo, proprio per questo alla domanda su quale fosse l’elemento più importante nei suoi piatti ha risposto che” non c’è ne uno in particolare perché la cosa più importante di un piatto è che ci sia equilibrio tra gli ingredienti per soddisfare in pieno il palato dei clienti e far assaporare la vera identità ligure e genovese”.

Interno del ristorante “Il Marin”

Marco Visciola descrive il mare come “quella forza in più senza la quale non sarebbe mai riuscito a raggiungere gli obiettivi che si è posto” come se descrivesse il mare come un amico con il quale ha condiviso il suo percorso lavorativo traendone ispirazione e vantaggi.

Riguardo alla scarsa presenza del pesce nella tradizione culinaria genovese ha invece dato una risposta storica in quanto “Nel passato il pesce veniva venduto come merce di scambio sulla via del sale la quale collegava la Liguria al basso Piemonte. Lungo questa via avveniva uno scambio tra pescatori liguri e contadini piemontesi, perciò il pesce veniva trattato principalmente come merce di scambio da barattare con altre materie prime le quali venivano utilizzate maggiormente”. Infatti anche i piatti cardine della nostra tradizione sono principalmente a base vegetale (trofie, minestrone, pansoti). Tuttavia lo chef ritiene che “nonostante il mare non fosse sfruttato come fonte di pesce è stato comunque fondamentale nella tradizione in quanto a grazie al suo porto più grande d’Europa riceveva fondamentali materie prime da altri paesi e continenti, come spezie” . Perciò lo chef sottolinea il ruolo fondamentale che il mare ha avuto e continuerà ad avere nella nostra tradizione.

Inoltre, è stato fatto notare allo chef che nella tradizione genovese si utilizzano principalmente gli scarti del pesce. Tuttavia, per lui non è corretto chiamarli scarti,  in quanto, se preparati con una buona tecnica, possono essere molto più pregiati delle parti del pesce che vengono definite più nobili. Grazie a questi ingredienti, nei secoli è aumentato il prestigio della nostra tradizione.

Vista dal Marin

Inoltre, lo chef ha inventato sul momento una ricetta che, secondo lui rappresenta in pieno la nostra tradizione: cavolo navone (ortaggio antico che si sta riscoprendo, miccio e ravacou in dialetto genovese) in sfoglia con la pasta matta servito con un pesto delle sue foglie e un fondo vegetale.

Lo chef Visciola ha inoltre dimostrato le sue eccellenti doti nel rivisitare i piatti tipici liguri mostrando due piatti: cappon magro che al “Marin” non è servito come tradizione insegna (con salsa verde, le verdure bollite condite con  sale olio aceto e pesce bollito) ma utilizza per le verdure la tecnica di fermentazione coreana, rendendo un piatto tradizionale, moderno e accessibile a tutti; il tortello ripieno di pesto, invertendo i ruoli degli ingredienti nel piatto e giocando con i loro gusti ha reso una semplice pasta al pesto una vera e propria esperienza culinaria.

Inaugurazione di “Nonno Giuan”

Lo chef possiede altri due locali molto noti : “L’Ortica” e “Nonno Giuan” che si distinguono dal Marin per le loro proposte specifiche. Il Marin vuole valorizzare gli imprenditori del territorio e il mare, L’Ortica si concentra più sulla tradizione vegetale e tutti i piatti passano su una griglia, accomunati dal retrogusto di brace, mentre nonno Giuan è una bottega nella quale non solo si vendono prodotti tipici da degustare a casa ma si serve  una delle tradizioni più iconiche della Liguria, ovvero le focaccette al formaggio.

La nostra città è unica e speciale grazie alla sua storia e dobbiamo imparare a conservare le sue tradizioni e a rinnovarle così da renderle accessibili a tutti e durature nel tempo, proprio come fa lo chef Marco Visciola.