NOI MARE. Archeologia subacquea: quando un piatto di ceramica racconta secoli di storia

Dall’amore per il mare alla tutela del patrimonio sommerso: l’archeologa subacquea genovese Valentina Brodasca spiega perché ogni reperto è un tassello insostituibile della nostra storia.

di Beatrice Puppo, 1B

Sotto la superficie del Mar Ligure si nascondono moltissimi tesori che rendono le nostre acque ancora più affascinanti e piene di storia. Sono i testimoni di secoli e secoli di commerci e attraversamenti, dei quali la città di Genova è esperta.

Valentina Brodasca è una delle custodi di questa memoria subacquea. Classe 1975, è cresciuta tra le onde del Mediterraneo grazie alle uscite in barca con suo padre e da genovese amante di tutti gli aspetti della sua città ha trasformato la sua passione in un’interessante carriera.

Dopo il liceo classico, Valentina ha frequentato l’Università di Lettere a Genova, ma, una volta laureata, “ha costruito viaggiando, il vero bagaglio culturale”. Ha avuto infatti la possibilità di aggiungere al suo percorso letterario un’esperienza in California, nella quale si è letteralmente immersa nel mondo dell’archeologia subacquea e ha imparato l’inglese, poi, a Barcellona, ha ottenuto un master di archeologia nautica mediterranea. La sua tesi ha trattato argomenti di archeologia subacquea, nella quale si è specializzata in seguito a Genova, con particolare riguardo a delle ceramiche trafugate a Vado Ligure da un piemontese.

Valentina in un’immersione

Proprio nell’intervista Valentina tiene a specificare quanto qualsiasi reperto archeologico abbia un valore inestimabile agli occhi giusti, mentre alcuni pensano ad un valore economico, come nel caso del trafugamento di Vado Ligure. La vera preziosità del reperto, tuttavia, sta nei dati storici che riporta e nella sua contestualizzazione. Quest’ultima “è fondamentale per un archeologo al fine di risalire alle origini di ciascun ritrovamento’’ e deve essere sempre molto specifica.

Valentina non cerca reperti spettacolari ma si occupa principalmente di archeologia preventiva, la disciplina che studia e salvaguarda il patrimonio archeologico prima e durante i progetti di costruzione. Una delle leggi di questa materia che ogni cittadino dovrebbe rispettare è la “Legge del mare”, ovvero ciascun relitto disperso in mare è di chi lo trova, ma non se si tratta di un reperto archeologico. Infatti, “la decontestualizzazione rende un rinvenimento nudo, fa in modo che  si perdano tantissime informazioni uniche” che nelle mani di un bravo archeologo, come Valentina, avrebbero potuto ricostruire eventi storici. Anche perché spesso il reperto non è solo, e, nelle vicinanze, si potrebbero trovare altri rinvenimenti che, oltre ad essere preziosissimi, potrebbero chiarire dubbi sull’oggetto iniziale.

Foto di un’immersione di Valentina

Cosa fare quindi se ci si imbatte in un reperto archeologico sommerso? La procedura corretta prevede di contattare immediatamente le autorità competenti (Guardia di Finanza o Soprintendenza). “Se però l’oggetto si dovesse trovare in grave e imminente pericolo è decisamente consigliato recuperarlo e metterlo in salvo, ma solo per metterlo in sicurezza in attesa dell’intervento delle autorità” .

Foto di un’immersione di Valentina

L’archeologo però non cerca il bello, come si faceva nell’Ottocento, quando è nata l’archeologia, ma anche un piatto di ceramica o addirittura un coprolite, delle feci decomposte, possono dire tante cose.

 

Copertina del libro “Archeologia subacquea”

Valentina Brodasca ha anche scritto un libro insieme ad altri due colleghi (V. Salaris e H. De Santis) intitolato Archeologia Subacquea (2009) che aiuta a immergersi  nel profondo di questa interessante disciplina e fa luce su molti aspetti del mondo sottomarino. Purtroppo il libro non è più in stampa ma io sono stata fortunata ad aver ricevuto una copia direttamente dalla nostra archeologa

Estratto del libro “Archeologia Subacquea” nel quale Valentina suddivide i materiali

La sezione da lei scritta ci illustra le varie tecniche di recupero e conservazione del materiale e insegna i metodi di suddivisione dei reperti recuperati. Infatti, un rinvenimento può essere inorganico (minerali, rocce, ceramiche…) o organico, a sua volta facente parte del regno vegetale (papiri, carta, tessuti…) o di quello animale (ossa, avorio, pelle, coprolite…).

 

 

logo del Posidonia Green Festival

Oggi, Valentina sta lavorando insieme a suo fratello Edoardo Brodasca, un esperto di sostenibilità marina e divulgatore ambientale, al Posidonia Green Festival , un evento internazionale che promuove la conservazione del Mar Mediterraneo e la salute dell’ecosistema marino.

Posidonia oceanica

Al centro del festival c’è la Posidonia oceanica del Mediterraneo, una pianta endemica, ovvero che cresce esclusivamente in un’area geografica ben definita e limitata, non trovandosi in nessun’altra parte del mondo.

Questa pianta è fondamentale per l’ambiente costiero: le sue praterie sottomarine non solo ospitano biodiversità, ma proteggono le coste dall’erosione e assorbono CO₂ (anidride carbonica), fungendo da veri e propri “polmoni blu” del nostro mare.

Un impegno che unisce archeologia e sostenibilità, passato e futuro. Perché, come ci insegna Valentina, proteggere il mare significa proteggere la memoria che custodisce e la vita che sostiene. Oggi, come duemila anni fa, il Mediterraneo continua a essere crocevia di storie, culture e biodiversità che meritano di essere salvaguardate per le generazioni future.