NOI MARE. Porto Antico: custodire il Mediterraneo

Il  direttore generale racconta la sua visione per il Waterfront Genovese e lancia un appello per il Mediterraneo.

di Alice Johnston, 1B

Vincenzo Monaco è il direttore generale del Porto Antico di Genova. In questa intervista ci svela alcuni progetti per l’area del Waterfront genovese e richiama la nostra attenzione alla migliore tutela del Mediterraneo.

Può raccontarci il suo percorso professionale e come è arrivato a diventare direttore generale del Porto Antico?

Ho avuto la fortuna di lavorare sempre sul mare. Ho iniziato con dieci anni nel settore della navigazione: prima con TOREMAR, poi sono passato a Tirrenia a Napoli. Dopodiché è arrivata l’esperienza più lunga e formativa: sedici anni a Venezia con Vela, la società che si occupa di turismo e marketing della città. Lì vendevamo i biglietti per i vaporetti, eravamo proprietari delle aziende di trasporto pubblico e organizzavamo le grandi manifestazioni veneziane come il Carnevale. Gestivamo anche spazi per attività congressuali e fieristiche, un po’ come facciamo qui al Porto Antico. Dopo Venezia ho fatto cinque anni come direttore della Confcommercio di Treviso, poi è arrivata l’opportunità del Porto Antico. Stavano cercando un direttore generale, ho fatto la selezione, l’ho vinta e sono qui da un anno e mezzo. Oggi il mio ruolo è quello di coordinare l’attività degli uffici e fare da cuscinetto tra questi e il consiglio di amministrazione. Il Porto Antico è stato riqualificato da Renzo Piano nel 1992 e comprende l’area del padiglione turistico e delle darsene nel Waterfront di Levante. Gestiamo un’ampia gamma di attività: il centro congressi, l’affitto di posti barca, spazi per l’Acquario, eventi, realtà commerciali come Eataly, The Space Cinema, Old Wild West, e attività corporate come Iliad e Carstream. I ricavi da queste attività vengono reinvestiti nella manutenzione dell’area“.

Come ha plasmato la sua visione sul legame tra  Genova e il mare?

Io ho avuto la fortuna di essere sempre sul mare, quindi questo legame è comunque legato alla mia persona. Qui a Genova l’ho ritrovato, avendo la fortuna di gestire quest’area iconica e  bellissima. Uno dei miei obiettivi è farla conoscere di più, perché spesso si hanno delle sensazioni ma non delle certezze su quello che avviene dietro a queste aree. Questo legame è indissolubile e straordinariamente affascinante.”

Secondo lei, questo legame ha la stessa importanza oggi come in passato?

Sono qua da un anno e mezzo, quindi so poco del passato. Secondo me è un legame indissolubile, c’era ieri, c’è oggi e ci sarà per sempre. Genova è il primo porto d’Italia, questo rapporto è economico ma anche di vita. Indissolubile.”

C’è un modo in cui le persone di Genova potrebbero aiutare a dare vita al Porto e al legame tra Genova e il mare?

Il modo migliore è venire da noi. Il Porto Antico è un luogo che viene frequentato per  vari eventi, attività sportive, i giochi dei bambini, fare una passeggiata, prendere un aperitivo, leggere un libro… Tutte le volte che si viene al Porto Antico si riaccende vivo il rapporto con il mare e le emozioni che ti trasferisce! Vedendo le statistiche, il 70% dei nostri frequentatori è genovese, una buona percentuale.”

Quanto è importante l’Acquario di Genova?

Senz’altro è molto importante per la città  da un punto di vista economico e di promozione turistica. Tra l’altro è l’acquario con il maggiore volume d’acqua d’Europa. Però l’Acquario non è solo divertimento: è  anche studio, ricerca. È un piccolo sacrificio che viene chiesto a questi pesci per un progetto più ampio che è quello di salvare il mare e il pianeta. L’Acquario non è soltanto un  luogo di attrazione ma anche un luogo di studio, di crescita culturale, di crescita della sensibilità nei confronti del mare e del pianeta. Credo che il percorso scientifico sia indissolubile accanto al lato di meraviglia e stupore che crea”.

Secondo lei, dato che il Mar Mediterraneo viene ogni giorno inquinato come il resto dei mari e questo è un problema a livello sia genovese che nazionale, ci sono dei modi in cui potremmo  aiutare a diminuire l’inquinamento del Mediterraneo?

Ci sono tantissimi modi. C’è la famosa diminuzione della plastica con la  raccolta differenziata. L’abbiamo introdotta anche noi recentemente in Porto Antico. L’inquinamento dipende anche dal riscaldamento globale e da tutta una serie di azioni. Quindi ci sono tantissime cose da fare; dipendono dai paesi europei ma anche da ciò che facciamo tutti noi con gesti  quotidiani: consumo dell’acqua, uso della plastica, riciclo, corretto smaltimento dei mozziconi di sigaretta, delle lattine, della plastica stessa… insomma piccoli gesti quotidiani che però possono aiutare moltissimo. Quando vado in una spiaggia o vado sott’acqua con la maschera cerco di portare via qualsiasi spazzatura che trovo in giro. Potremmo organizzare più attività tramite le  associazioni di volontariato per la pulizia delle spiagge. Ci sono veramente tantissimi modi. Anche voi giovani avete una sensibilità maggiore rispetto a quella che avevamo noi alla vostra età. Purtroppo vi stiamo consegnando un pianeta che ha molti più problemi rispetto a quello che ci è stato consegnato a noi.

Ci sono delle nuove idee o nuovi modi in cui potremmo sfruttare la risorsa del mare e del Porto Antico negli anni futuri? Ci sono nuovi progetti per l’area del Porto Antico?

In generale dobbiamo affrontare e iniziare un percorso legato all ESG (Environmental, Social e Governance) mi riferisco ai criteri di sostenibilità ambientale, sociale e di gestione di queste attività. Quindi stiamo provando a capire come misurare l’impatto che la società Porto Antico ha nei confronti dell’ambiente e della società. Stiamo facendo un piano investimenti che dovrà rispettare determinati parametri di sostenibilità ambientale come rendere gli eventi sempre più sostenibili. Vogliamo allargare il progetto della raccolta differenziata a tutti i nostri conduttori e stiamo introducendo dei sistemi per favorire la mobilità pubblica rispetto a quella privata.”

Se potesse lasciare un messaggio ai giovani del liceo D’Oria e di Genova, quale sarebbe?

Quello che dico ai miei figli: seguire le proprie passioni perché non c’è nulla di più bello, perché sono spesso legate a cose che ci riescono meglio; confrontarsi con il mondo, perché è molto arricchente. Io vedo purtroppo molte persone che nascono, vivono e rimangono nello stesso luogo creando un legame molto forte con il territorio ma anche perdendosi molte esperienze formative. Secondo me, è molto bello il confronto non solo nazionale ma anche internazionale. Bisogna cercare questo confronto e viverlo sempre come un’opportunità”.

NOI MARE. La musica di Genova raccontata da Andrea Incandela

Il liutaio e presidente dell’associazione culturale, musicale e museale A cá dö Dría, racconta il legame tra Genova, De André e la tradizione marinara.

di Daniele Ferro, 1B

Genova ha sempre avuto una forte tradizione musicale, profondamente legata al mare: dai canti popolari dei marinai fino ai grandi cantautori che hanno reso celebre la città in tutto il mondo. Tra questi, il nome più rappresentativo è senza dubbio Fabrizio De André, capace di raccontare Genova e il Mediterraneo come pochi altri.

Andrea Incandela

Andrea Incandela, musicista, liutaio ed esperto di strumenti, è il presidente dell’associazione culturale, musicale e museale A cá dö Dría, “A casa di Andrea” in genovese, una realtà attiva nel centro storico di Genova che si occupa di concerti, produzione musicale, riparazione di strumenti e corsi di musica e pittura. Andrea Incandela ha conosciuto personalmente Fabrizio De André e, in questa intervista, racconta il legame profondo tra Genova, il mare e la musica.

Cos’è per te Genova e il mare?

Tutto. E con “tutto” ti direi pochissimo. Io non vivrei mai in una città senza mare, non potrei farlo. Sono nato a contatto con il mare, nella città Superba, che per me è la più bella del mondo. Non ho bisogno di vederlo o di andarci, non ci vado quasi mai. Ma mi basta sapere che c’è.

Chi era per te Fabrizio De André?

Un grande amico. L’ho conosciuto quando ero ragazzino. All’inizio il nostro rapporto era soprattutto legato al lavoro: gli vendevo strumenti, prestavo attrezzi e mi occupavo delle riparazioni, e lui ne era contento. Con il tempo, però, è diventata una vera amicizia. Passava spesso, abbiamo parlato tante volte di Genova e di musica. Era una persona stupenda, molto comprensiva e un grande poeta. Secondo me, dovrebbero candidarlo al premio Nobel.

Hai mai suonato o cantato insieme a Fabrizio De André?

Cantato sì, suonato no. Una volta ci siamo trovati in piazza De Ferrari e ricordo che nacque spontaneamente un coro: cantavamo tutti insieme. C’era un bar sotto i portici, il Giavotto, frequentato da Paoli, da De André, da Manfredi e da tanti altri musicisti e personaggi famosi. Andammo lì a cantare con lui: è stato un momento molto bello e particolare, perché eravamo tutti insieme.

Perché De André scrive Crêuza de mä e cosa racconta questa canzone?

Crêuza de mä nasce dal desiderio di raccontare il mare di Genova e, allo stesso tempo, il Mediterraneo come spazio di incontro. De André sceglie il dialetto genovese perché è una lingua marinara, formata dal contatto tra molti popoli del Mediterraneo, quindi perfetta per rappresentare questa realtà. 
Attraverso il dialetto e una musica ispirata alle tradizioni mediterranee, racconta un Mediterraneo “prima della globalizzazione”, fatto di viaggi e scambi. È stata una scelta controcorrente per l’epoca, ma proprio questo rende la canzone straordinaria. Crêuza de mä guarda al passato per parlare in modo universale del presente ed è una delle opere più importanti di Fabrizio De André.

Di cosa parlano i canti dei marinai genovesi?

I canti dei marinai genovesi parlano soprattutto della vita sul mare: dei viaggi lunghi e faticosi, della nostalgia per la terra, delle donne lasciate a casa, del pericolo e, a volte, anche della povertà. Raccontano un’esistenza dura, fatta di lavoro e di attesa, spesso con un tono ironico o rassegnato. Parlano di uomini comuni, di fatica quotidiana e di ritorni incerti: molti non sapevano quando sarebbero tornati. Il mare non è mai idealizzato, è una presenza necessaria ma anche crudele

Quali strumenti usavano i marinai?

Gli strumenti erano pochi e semplici, facili da portare in viaggio. Si usavano soprattutto strumenti a corda come la chitarra o il mandolino, ma anche il violino. Non mancavano percussioni improvvisate, come tamburi rudimentali o semplicemente il battito delle mani e dei piedi. Spesso, però, il canto era soprattutto vocale e corale, perché serviva anche a tenere il ritmo del lavoro a bordo.

Esistono ancora musicisti che mantengono viva questa tradizione?

Sì, questa tradizione non è scomparsa. Oggi viene portata avanti da gruppi e musicisti che lavorano sulla musica popolare ligure e mediterranea, cercando di conservarne la lingua e lo spirito. Alcuni lo fanno in modo più tradizionale, altri in maniera moderna, mescolando strumenti antichi e contemporanei. Naturalmente Fabrizio De André, con Crêuza de mä, ha avuto un ruolo fondamentale nel far riscoprire e valorizzare questa tradizione, portandola a un pubblico molto più ampio e rendendola conosciuta in tutto il mondo.

Attraverso il racconto di Andrea Incandela emerge un’immagine di Genova profondamente legata al mare, non solo come spazio fisico ma come luogo culturale e musicale. Dai canti dei marinai fino a Crêuza de mä, la musica diventa memoria, identità e racconto collettivo di una città che continua, ancora oggi, a suonare.

Come cantava Fabrizio De André nei versi finali di Crêuza de mä:

bacan d’a corda marsa d’aegua e de sä

che a ne liga e a ne porta ‘nte ‘na

creuza de mä

(padrone della corda marcia d’acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare.)