La testimonianza di chi vive il porto dall’interno e affronta ogni giorno le avarie marittime con professionalità e passione.
di Margherita Giachero,1B
Il porto di Genova è un mondo in continuo movimento: navi in costruzione, che arrivano e partono, merci che si spostano da un continente all’altro, operai che lavorano sul traffico marittimo. Ma in questo complesso contesto opera una figura spesso poco conosciuta, ma fondamentale: il liquidatore di avarie marittime.
Il Dott. Paolo Carbone svolge questa professione da ormai 34 anni, affrontando ogni giorno imprevisti e danni a navi mercantili, che si verificano quando qualcosa non va secondo i piani.
Perché ha deciso di intraprendere questo lavoro?
Da sempre il mio sogno era lavorare nel campo marittimo e quello che sin da ragazzo desideravo fare era lo ship broker / mediatore marittimo, ovvero chi si occupa di noleggi e/o compravendita di navi.
Poi, però, mi sono s
contrato con la realtà: tramite alcuni familiari, ho potuto verificare come lavorano gli ship brokers e sono arrivato alla conclusione che è un lavoro estremamente stressante, perché non vi è mai un momento di pausa, dato che si intrattengono rapporti di affari con clienti e professionisti di ogni parte del mondo.
Tuttavia, grazie alla passione ed all’incentivo di un mio compagno di scuola, ora collega, il Dott. Stefano Cavallo, sono riuscito a iniziare la mia carriera come liquidatore di avarie marittime.
Cosa si intende per avaria marittima?
Ci sono due principali tipi di avarie marittime: quelle che riguardano la nave, il nostro lavoro principale, e quelle che riguardano il carico trasportato sulla nave.
L’avaria marittima è un danno che colpisce una nave per una serie di possibili cause, che possono essere causate dal mare oppure occorse sul mare.
Le avarie causate dal mare sono, ad esempio, il cattivo tempo, l’urto con ghiacci o un incaglio: eventi naturali che provocano un’avaria.
Le avarie occorse sul mare sono principalmente due:
- un vizio occulto, ovvero un difetto intrinseco di una parte delle macchine (ad esempio, i motori), che non si sa di avere e che provoca, quindi, un danno;
- la negligenza dell’equipaggio che, non operando “a regola d’arte”, fa male qualcosa che andava fatta in un altro modo oppure non fa qualcosa che invece andava fatta.
Qual è stata la situazione più brutta a cui ha dovuto porre rimedio?
La situazione più brutta in cui ho dovuto lavorare è stata quando la nave è affondata e l’equipaggio è andato giù con essa. In questo caso si parla di perdita totale effettiva, quindi niente di recuperabile. Per noi liquidatori è una delle circostanze più complesse, perché oltre ad aver perso una nave di un certo valore e tutte le merci che vi erano a bordo, abbiamo anche perso l’equipaggio.
Secondo lei, la nostra città sarebbe la stessa senza il mare?
Assolutamente no. Non riesco nemmeno a immaginare cosa potrebbe essere Genova senza il suo mare. Il mare non è soltanto un elemento geografico: è la nostra storia, la nostra economia, la nostra identità culturale.
Il porto, il commercio, i legami internazionali … tutto nasce da lì. Senza il mare Genova non avrebbe avuto lo stesso sviluppo, né la stessa personalità.
La bellezza della città sta proprio nel contrasto tra le montagne che la proteggono e l’apertura verso il mare. Quel confine tra terra e mare crea un fascino particolare, che si riflette anche nel carattere dei genovesi: un po’ chiusi, ma pronti a partire, ad aprirsi quando serve.
Io ho un rapporto di amore / odio con Genova, come credo molti di noi. A volte ti fa arrabbiare, ma poi basta guardare l’orizzonte dal porto per ricordarti perché è impossibile non amarla.
Nella vita privata, che rapporto ha con il mare?

Un rapporto di amore vero, direi. Il mare per me è sempre stato un punto di riferimento, una palestra sia dal punto di vista sportivo, che umano, un posto dove andare quando ho bisogno di staccare o di rimettere le idee in ordine.
Da ragazzo ho iniziato con un po’ di canottaggio, poi sono passato alla vela e ci sono rimasto per diciotto anni. Lo sport sul mare ti cambia: impari a rispettare l’acqua, a capire i suoi tempi, a non dare mai nulla per scontato.
Per me il mare è casa, ma anche sfida. È dove mi sento libero, ma anche dove ho imparato a conoscere i miei limiti. Senza il mare sarei una persona diversa.
Mentre il Dott. Carbone ripercorre la sua vita e la sua esperienza lavorativa, si capisce che per lui questo non è solo lavoro, ma un vero stile di vita. Racconta ciò che fa come se lo spiegasse al se stesso bambino mostrando con orgoglio quello che è diventato grazie al suo impegno. Dalle sue parole, emerge chiaramente che il lavoro può essere molto più di un mestiere: può diventare un motivo di orgoglio.
