Quando i camalli scaricavano a spalla e papà andava al porto in tram
di Bianca Alvarado, 1b
Giancarlo Razeto, nasce a Sori il 17 agosto 1942 da una famiglia di imprenditori che decide di chiudere il negozio di pasta fresca e aprire una fabbrica produttrice di accessori per il settore navale. La guerra, la fame e la laboriosità segnano la sua infanzia. Oggi è amministratore delegato della società F.lli Razeto e Casareto S.p.A. di Sori. La sua vita, i suoi ricordi, le sue passioni sono legate al mare e al porto di Genova.

Parlando con Giancarlo Razeto riesco a immaginare un porto di altri tempi. Quando gli chiedo dei cambiamenti che ha visto, intravedo nei suoi occhi emozioni e malinconia: “Quando ero bambino le navi trasportavano prevalentemente passeggeri. Tra questi c’era un numero consistente di migranti che dall’Italia andavano a cercare lavoro nelle Americhe (del nord e del sud). Tutto era più lento e anche le navi viaggiavano tranquille in mezzo al mare. Per quanto riguarda le merci non esistevano i container, infatti, la merce veniva scaricata attraverso sistemi di imbragature dai cosiddetti “camalli” che la movimentavano a spalla senza l’aiuto di nessuna macchina.
Mi ricordo quando per la prima volta ho assistito alla chiamata dei camalli. Quando arrivava una nave, la persona incaricata li radunava spiegando loro cosa avrebbero dovuto scaricare. A quel punto chi era disposto ad effettuare il lavoro alzava la mano. Nel momento in cui era raggiunto il numero richiesto dei lavoratori, l’incaricato provvedeva a illustrare loro le pratiche di scarico”. Alla domanda se la lontananza della fabbrica dal porto abbia causato criticità, risponde di no, la lontananza dal porto non li ha particolarmente penalizzati. Ricorda che quando era un bambino, suo padre si recava al porto in cerca di lavoro. Andava a contrattare direttamente con i cantieri navali e per lui era un viaggio, infatti, prendeva il treno fino a Nervi e poi il tram.
“La situazione è migliorata quando hanno comprato la prima macchina aziendale, la 1100 FIAT-E, una giardinetta in dotazione anche alla Polizia, che aveva i sedili posteriori ribaltabili. Avrò avuto tredici anni. Salire su quella macchina è stata per me un’esperienza che non dimenticherò mai. Era l’unica in tutto il paese e la prima sulla quale fossi mai salito. Le prime consegne nel porto di Genova sono avvenute con questa auto. Sono dovuti passare quasi dieci anni per trasportare i nostri prodotti al porto con un autotrasportatore. Al tempo ricordo che un carpentiere di Sori detto “il Gamba” ha deciso di cambiare vita. Ha comprato un piccolo camion e ha iniziato a fare le consegne per noi e per altre aziende del luogo.”
All’inizio in che modo la società teneva i contatti e riceveva gli ordini dai cantieri navali di Genova?
“Al porto, mio padre andava direttamente
negli uffici acquisti dei cantieri navali, portava con sé campioni e faceva preventivi. Intanto l’azienda cresceva e si adattava alle esigenze del mercato. Le grandi commesse per i transatlantici le abbiamo prese direttamente dall’Ansaldo proprio così ed è stata proprio l’Ansaldo a farci decollare. Oggi purtroppo le cose sono cambiate perché le grandi navi vengono costruite tutte a Monfalcone dalla Fincantieri e Genova ha perso il suo ruolo di leader in questo settore”.
Gli chiedo poi se la produzione della sua azienda sia cambiata molto dall’inizio dell’attività e mi risponde di sì, tantissimo: “siamo passati dall’attrezzatura rudimentale dell’inizio del ‘900 alle macchine a controllo numerico attuali che sono quelle che oggi mandano avanti la produzione”.
Alla domanda se secondo lui la generazione di oggi sia legata al mare come lo era la sua, la risposta negativa non sorprende. Giancarlo spiega che il tipo di lavoro che si svolge all’interno del porto è sicuramente meno attraente rispetto ad altre professioni più remunerative e meno faticose.
Che effetto gli ha fatto vedere una città di portuali e pescatori trasformarsi in una città turistica? Con voce tremante risponde: “Visto che non sono giovanissimo avrei preferito vedere il porto funzionante come un tempo. Oggi le navi da crociera invadono e portano turisti. Probabilmente la città è diventata turistica anche grazie al porto. Anche le persone che abitano nel centro storico non sono più quelle di un tempo. La prima volta che con mio padre ci siamo addentrati nel centro storico, mi ha portato a vedere la cattedrale di Genova e sono rimasto esterrefatto. La cosa che mi ha colpito di più sono state le statue dei leoni e il colore della facciata che solo successivamente ho scoperto essere tipica della nostra terra. Ai tempi i genovesi vivevano, lavoravano e godevano della bellezza del centro storico. Oggi purtroppo molte zone sono degradate”.
Qual è il ricordo più bello legato al porto?
“E’ il fatto che ci andavo con mio padre. Per me lui è stato più che un padre. Tutte le cose che ho imparato sul lavoro me le ha insegnate lui. Penso di poter affermare che sono la persona che sono, grazie a lui e lo dico in senso positivo. Quando penso al porto di un tempo penso a lui”.
Se una delle sue nipoti le chiedesse consiglio, le consiglierebbe di lavorare nel settore marittimo oggi?
“I tempi sono molto cambiati e fortunatamente all’interno del porto molte cose sono migliorate, per esempio le donne oggi ci lavorano, cosa impensabile ai miei tempi, quindi, direi di sì, se piace il settore. Io ho avuto la fortuna di amare il mio lavoro e per questo penso che si debba fare un lavoro che piaccia”.


